Se l’America se ne va dal Trattato di Parigi l’effetto serra ha vinto

Che cos’è il Trattato di Parigi sul clima da cui Trump vorrebbe uscire?
È un accodo internazionale che mira a frenare il riscaldamento globale. È stato firmato abbastanza di recente, nel 2015, ma ha alle spalle una lunga elaborazione essendo erede di varie iniziative convergenti, fra cui il famoso protocollo di Kyoto del 1997, primo grande impegno sulla questione.
In che cosa consiste il riscaldamento globale?
Si tratta di un fenomeno accertato, anche se è impossibile provare al di là di ogni dubbio che sia di origine umana. Nel XX secolo la temperatura media del pianeta è aumentata di tre quarti di grado, che possono non sembrare tanti a noi profani ma in realtà bastano a influenzare in profondità il ciclo delle piogge a livello mondiale, il ricambio delle acque negli oceani, l’umidità o la siccità sulle terre emerse eccetera. Inoltre c’è un problema di prospettiva: fenomeni di questa portata hanno un’inerzia fortissima, le tendenze non si invertono se non nel lungo periodo e a prezzo di sforzi enormi, anzi c’è il forte rischio che il riscaldamento acceleri. Il timore è che nel XXI secolo la temperatura media aumenti non più di frazioni di grado, come ha fatto finora, ma di diversi gradi tondi, rendendo il nostro pianeta irriconoscibile.
Che impegni ha stabilito il Trattato di Parigi?
L’obiettivo è di limitare l’incremento della temperatura media della Terra in questo secolo a meno di 2 gradi centigradi rispetto al livello pre-industriale. Molti climatologi ritengono che questo sia già troppo perché il pianeta lo possa sopportare, ma per le ragioni dette sopra non sarebbe realistico proporsi obiettivi più ambiziosi. Anche i 2°C comunque sono problematici: bisognerebbe azzerare le emissioni di gas a effetto serra nel 2050. Ma i gas serra sono emessi dalla combustione di benzina, carbone e metano; è dura farne a meno.
Perché l’enfasi è sulla riduzione dei gas serra?
Perché c’è un vasto consenso fra i climatologi sul fatto che il riscaldamento globale sia dovuto all’effetto serra. Attenzione: i due concetti, spesso usati come sinonimi, non coincidono. I pochi scettici ammettono il riscaldamento globale, ma non credono che sia dovuto ai gas serra emessi dalle attività umane; fanno notare che in passato la Terra ha vissuto periodi anche più caldi di quello attuale, e che queste oscillazioni sono state dovute a cause naturali, quando ancora l’uomo non esisteva, o non era in grado di influire sul clima; anche stavolta le cause potrebbero essere quelle. Chi crede nell’effetto serra fa invece notare che la curva dell’aumento delle temperature e quella dell’aumento dei gas serra sono parallele, e che mai in passato le fluttuazioni climatiche sono state rapide come oggi.
Perché Trump è scettico sul mutamento del clima?
Non sembra che faccia obiezioni scientifiche ma che voglia evitare all’industria americana una costosa riconversione alle energie verdi e al risparmio energetico.
Se Trump disconosce il Trattato di Parigi che cosa succede?
I casi sono due. Se il presidente decide di non rispettare il Trattato di Parigi, ma l’America non lo segue, non cambia niente. E questo è uno scenario possibile, perché l’industria degli Usa, nel suo complesso, ha già fatto molti investimenti verso la transizione energetica, e adesso avrebbe difficoltà a cambiare strada un’altra volta (c’è una forte inerzia anche in questo, non solo nel riscaldamento globale). Se invece Trump riesce a convincere il suo Paese ad abbandonare la lotta all’effetto serra, questo può vanificare tutto lo sforzo globale in tal senso: magari l’Europa andrà avanti comunque, per convinzione, ma altri Paesi penseranno che sia stupido impegnarsi mentre gli Usa non lo fanno; tutto tornerebbe in discussione, e gli obiettivi al 2050 diventerebbero irrealistici.

Luigi Grassia

La Stampa, 29 maggio 2017

 

http://www.lastampa.it/2017/05/29/esteri/se-lamerica-se-ne-va-dal-trattato-di-parigi-leffetto-serra-ha-vinto-PaEx43JK8GApkTGA5WrQgJ/pagina.html

Comincia la Conferenza di Parigi sul clima. Molto ottimismo

 
parisclimatSaranno le dimensioni imponenti della macchina che è stata messa in piedi per questi Stati Generali sulla salute della Terra: 25 mila delegati di 190 Paesi, 147 capi di Stato e di governo per una maratona negoziale di due settimane.
Sarà che, mentre rinuncia a fare il «gendarme del mondo» nei Paesi in guerra, sull’ambiente Barack Obama ci mette la faccia, negoziando personalmente accordi coi grandi inquinatori mondiali, dalla Cina all’India, e sfidando il suo stesso Congresso.
 Sarà, infine, che, dopo gli attentati che hanno scosso il mondo, da Parigi al Mali, per i leader politici è divenuto ancor più imperativo trovare un accordo sul tema più nobile che hanno davanti: il salvataggio del Pianeta. Fatto sta che la Conferenza di Parigi sul Clima che verrà inaugurata domattina (ma i lavori cominciano oggi) nel centro congressi messo su a Le Bourget, nell’area del vecchio aeroporto cittadino, inizia in un clima di fiducia e ottimismo come non si vedeva da anni nel mondo dell’ecologia.
Un’opportunità (ma grandi ostacoli)
Ottimismo di facciata o è la volta buona? Nessuno lo sa oggi e sarà difficile avere certezze anche ad accordi fatti, alla fine della conferenza, vista la molteplicità e la grande complessità dei problemi: l’Occidente, ad esempio, vorrebbe superare i combustibili fossili ma «Big oil» non ne vuole sapere, mentre l’India intende continuare a usare il carbone senza limiti e la Russia trova addirittura vantaggioso il global warming che potrebbe rendere coltivabili le lande gelate della Siberia. Il Terzo mondo, poi, ci sta solo se i Paesi ricchi finanziano la sua riconversione energetica. E il fondo di 100 miliardi di dollari l’anno per gli emergenti a suo tempo creato in ambito Onu, non solo è poca cosa, ma è stato fin qui finanziato per due terzi soltanto. E quello che verrà raggiunto sarà comunque un accordo a «maglie larghe» con ogni probabilità non giuridicamente vincolante (molti Paesi non accettano limiti alla loro sovranità), come ha ribadito ieri il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, e quindi non avrà la forma di un trattato (che negli Usa non supererebbe il veto di un Congresso ostile ad Obama).
Nonostante tutti questi ostacoli, l’ottimismo è comunque giustificato: è la prima volta che i grandi inquinatori – dalla Cina all’India agli stessi Stati Uniti – vanno a un vertice internazionale pronti ad assumere impegni per ridurre le emissioni che alterano il clima. Sono 175 i Paesi che hanno presentato piani per abbassare la produzione di gas-serra: dopo decenni di dibattiti si è arrivati a una consapevolezza diffusa, quasi universale. Ma, oltre a essere sostanzialmente volontari, questi impegni (almeno per ora) sono largamente insufficienti: l’obiettivo fissato da scienziati e politici è limitare entro i 2 gradi centigradi l’innalzamento della temperatura terrestre rispetto all’era pre-industriale, mentre, anche se venissero centrati tutti gli obiettivi, gli impegni fin qui presi da 175 Paesi non consentirebbero di scendere sotto un incremento delle temperature di 2,7 gradi. Certo, meglio dei +4,3° verso i quali si andrebbe in assenza di interventi, ma non basta per impedire eventi catastrofici come la scomparsa di interi arcipelaghi per lo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento del livello dei mari.
Da Stoccolma a Cop21 via Kyoto
Cop21, la ventunesima conferenza sul clima da quando, nel ‘95, alcuni Paesi presero impegni vincolanti, viene vista da molti come il punto d’arrivo di una lunga marcia – quella della graduale acquisizione della consapevolezza della gravità dei problemi climatici – iniziata ben prima del Cop1 di Berlino: la prima conferenza dell’Onu sullinquinamento si tenne a Stoccolma nel ‘72, ma allora non erano chiare le dimensioni dei problemi, né le soluzioni istituzionali e tecnologiche possibili. La prima vera iniziativa contro l’effetto-serra (CO2, metano e gli altri gas che fanno salire la temperatura del Pianeta) arriverà solo con Cop3 che a Kyoto porta alla firma dell’omonimo Protocollo: siglato nel ‘97 ma attuato a partire dal 2005. Doveva essere un cambio di rotta per tutto il mondo, ma Kyoto escludeva i Paesi emergenti (a partire dalla nuova potenza cinese) non disposti a frenare il loro sviluppo e convinti che l’onere della lotta al global warming dovesse gravare sui Paesi ricchi, cresciuti grazie allo sfruttamento dei combustibili fossili. Alla fine il Protocollo non fu ratificato nemmeno dagli Usa, contrari a fare sacrifici in assenza di un coinvolgimento di tutti i grandi inquinatori. Un fallimento per i più, ma Kyoto ha consentito una prima presa di coscienza ed è divenuto la traccia per i negoziati successivi, la palestra per sperimentare meccanismi come la fissazione di un prezzo per le emissioni che alterano il clima.
Caldo record a ripetizione
Negli ultimi anni, così, le temperature di terre e mari hanno continuato a crescere (record nel 2014, già battuto nei primi dieci mesi del 2015, come si vede dai grafici a fianco) nonostante gli sforzi di sviluppare fonti non inquinanti alternative ai combustibili fossili (soprattutto sole e vento) fatti dall’Europa ma anche da Stati Uniti e Cina che, benché non vincolati dal Protocollo, si sono buttati sul business del solare. Ma, mentre i Paesi industrializzati, tra massicci investimenti nelle rinnovabili e rallentamenti delle economia dopo la Grande Recessione, hanno contenuto lo sviluppo delle emissioni, nelle nuove potenze emergenti la produzione di CO2 è esplosa anche per il boom industriale alimentato da un ricorso massiccio alla risorsa energetica più a buon mercato: il carbone. Così la Cina, che nel ‘95, l’anno di Cop1, produceva 2,8 tonnellate di CO2 pro capite, all’inizio del decennio attuale è arrivata a quota 6,7. Solo un terzo dell’anidride carbonica prodotta dall’americano medio, certo, ma, moltiplicando questo numero per il miliardo e 300 milioni di abitanti del gigante asiatico, si scopre che la Cina è il primo inquinatore mondiale.
Obama-Xi, il patto di Pechino
La svolta è arrivata un anno fa quando, davanti a questa realtà e all’inquinamento che soffoca Pechino e altre città cinesi, il presidente Xi Jinping si è fatto convincere da Obama a siglare un accordo bilaterale di reciproci impegni a combattere il global warming fissando obiettivi di lungo periodo. Ancora scottato dall’insuccesso della conferenza ambientale di Copenaghen del 2009 e deciso a concludere il suo mandato alla Casa Bianca da regista di un grande accordo mondiale sul clima, il presidente Usa nell’ultimo anno ha cercato di convincere molti altri Paesi, dall’India all’Indonesia, a seguire l’esempio di Pechino. Così, rispetto a sei anni fa, stavolta si arriva a Parigi con una rete di impegni reciproci già definiti. Da qui l’ottimismo dei leader. Sanno che potranno vendere alle loro opinioni pubbliche un accordo «nobile»: la politica che per una volta guarda lontano e prende impegni a vantaggio delle generazioni future. Ma saranno anche intese di sostanza? È quasi impossibile che si arrivi fin d’ora a centrare l’obiettivo dei 2 gradi. La speranza è che a Parigi venga fissato un calendario di verifiche periodiche, sia per controllare il rispetto degli impegni, sia per assumerne di nuovi, fino a raggiungere i sospirati 2 gradi. Ma per fare questo tutti i Paesi dovranno impegnarsi a riaprire il dossier clima ogni 4-5 anni. E magari finiranno per ricorrere anche alle nuove, rischiose tecniche della geoingegneria per raffreddare artificialmente l’atmosfera (ad esempio spruzzando cristalli di sale tra le nubi) se le misure dirette si riveleranno insufficienti
Massimo Gaggi
Corriere della Sera, domenica 29 novembre 2015

Per il Dragone è solo uno spot

NON credo che l’accordo Cina e Stati Uniti avrà l’impatto di cui oggi tutti parlano“. Richard Brubaker, il professore americano che insegna Sviluppo sostenibile alla China Europe International Business School di Shanghai, fondatore dell’autorevole think thank asiatico Collective responsibility, è cauto. “Questo accordo non fa abbastanza “.

Perché?
L’obiettivo 2030 posto da Pechino è troppo lontano. Per quella data le emissioni cinesi saranno raddoppiate visto che la crescita delle città cinesi continua massiccia e senza regole. In Cina questo ha ormai un impatto maggiore delle fabbriche che invece erano i maggiori responsabili di emissioni 10 anni fa. Seppure Pechino dovesse raggiungere gli obiettivi: nel 2030 ci sarà il problema di India, Brasile, Bangladesh, Nigeria… Paesi che non iniziano nemmeno a porsi il problema”.

Cosa manca all’accordo per funzionare?
“Da parte cinese la comprensione di quanto sia serio il problema. E questo non perché siano ignoranti, ma perché mettono l’economia davanti all’ambiente, la politica prima della sostenibilità. Detto questo, non credo che la crescita cinese possa continuare senza una diversa relazione col consumo di energia e il conseguente impatto sull’ambiente. Non raggiungeranno gli obiettivi senza drastici cambiamenti”.

I cinesi manterranno l’impegno?
“Personalmente avrei voluto vedere un piano più concreto. Che spiegasse come ridurre le emissioni nel consumo domestico, nei trasporti, nelle fabbriche…”.

Possiamo considerarla un’operazione di immagine?
“In parte sì. A breve ci sarà la Conferenza di Parigi sul clima. Possono arrivare dicendo: abbiamo firmato l’accordo, lasciateci in pace. Possono usarlo come “brand” positivo”.

Cosa ne pensa la gente comune in Cina?
“Ne sa poco. Qui non si parla di emissioni ed effetto serra, semmai di smog. Sanno cos’è il global warming , ma l’inquinamento preoccupa per i figli, è una cosa concreta. I cambiamenti climatici sono più astratti…”.

Cinesi e americani si fidano gli uni degli altri?
“Non so se si fidano, ma di certo sono arrivati al tavolo delle trattative da prospettive diverse. L’Occidente appunto parla di cambiamenti climatici, mentre l’Oriente di inquinamento e soprattutto di energia. La Cina pensa a fonti rinnovabili anche perché non ne ha abbastanza. Se su questi due punti si troverà un linguaggio comune, bene, le soluzioni esistono. Ma temo che non ci siamo ancora”.

http://www.repubblica.it/esteri/2014/11/13/news/brubaker_l_accordo_cina-usa_su_ambiente_non_basta_per_il_dragone_solo_uno_spot-100437572/

 

Usa-Cina : accordo per ridurre il gas serra

serraLa corsa per fermare il riscaldamento globale accelera. Stati Uniti e Cina hanno raggiunto un accordo per ridurre su base volontaria le emissioni di gas serra, finalizzato a diminuire i danni dell’inquinamento e favorire la firma di un nuovo trattato globale per rinnovare il Protocollo di Kyoto, al vertice in programma l’anno prossimo a Parigi. Così il presidente Obama, incassa un successo internazionale che gli consente di far passare in secondo piano la sconfitta subita dal suo partito alle elezioni midterm del 4 novembre scorso.

In base all’intesa bilaterale annunciata oggi da Obama e Xi Jinping, Washington si impegna a ridurre entro il 2025 le sue emissioni di gas serra di una quantità compresa fra il 26 e il 28% rispetto al livello del 2005. Pechino, invece, promette di raggiungere il massimo delle sue emissioni intorno al 2030, con l’intenzione di arrivare a questa soglia anche prima. Dal 2030 in poi il suo inquinamento comincerà a scendere, puntando sull’obiettivo di produrre il 20% della propria energia con fonti alternative non fossili entro quella data. L’impegno preso dagli Stati Uniti raddoppierà il ritmo della riduzione globale dell’inquinamento dall’1,2% annuo tra il 2005 e il 2020, al 2,3 – 2,8% nel periodo successivo dal 2020 al 2025. Per la Cina, invece, passare dallo zero al 20% di consumo energetico basato su fonti che non producono emissioni vorrà dire sviluppare tra 800 e 1.000 gigawatts con gli impianti nucleari, eolici, solari, o di altra tipologia alternativa.

Insieme Usa e Cina sono responsabili di circa un terzo delle emissioni globali di gas serra, e quindi il loro accordo ha un doppio valore: sul piano pratico, infatti, riduce l’inquinamento; e su quello diplomatico offre una forte spinta alle trattative in corso per rinnovare il protocollo di Kyoto, durante il vertice Onu sul clima previsto a Parigi nel 2015. Per il presidente Obama, poi, l’intesa con il collega Xi ha anche un importante valore politico, perché gli consente di ottenere un risultato tangibile subito dopo la sconfitta nelle elezioni midterm. Il primo passo verso una serie di iniziative che prenderà sfruttano i suoi poteri esecutivi, per restare rilevante e salvare la sua eredità storica.

http://www.lastampa.it/2014/11/12/esteri/stati-uniticina-raggiunto-laccordo-sull-emissione-di-gas-serra-Ch4Jqw3HLpeoNBCUV9777O/pagina.html

http://www.repubblica.it/ambiente/2014/11/12/news/gas_serra_usa_e_cina_s_impegnano_a_ridurre_le_emissioni_entro_il_2030-100336891/

 

 Il Protocollo di Kyoto e il post-Kyoto

Con il termine “Protocollo di Kyoto” si intende l’accordo internazionale sottoscritto il 7 dicembre 1997 da oltre 160 paesi partecipanti alla terza sessione della Conferenza delle Parti della Convenzione sui cambiamenti climatici (UNFCCC ). Oggetto del Protocollo è uno degli aspetti del cambiamento climatico: la riduzione, attraverso un’azione concordata a livello internazionale, delle emissioni di gas serra.

Obiettivo del Protocollo è la riduzione delle emissioni globali di sei gas, ritenuti responsabili di una delle cause del riscaldamento del pianeta, primo tra tutti l’anidride carbonica (CO2). Gli altri gas interessati sono il metano (CH4), l’ossido di azoto (N2O), l’esafluoruro di zolfo (SF6), gli idrofluorocarburi (HFCs) e i perfluorocarburi (PFCs).

 Protocollo di Kyoto ha impegnato i Paesi industrializzati ed i Paesi con economia in transizione a ridurre del 5,2%, rispetto ai livelli del 1990, le emissioni di gas in grado di alterare l’effetto serra del Pianeta entro il 2012. ….

Nel corso della 18a conferenza delle Parti dell’UNFCCC (COP 18) e dell’8a conferenza delle Parti che funge da riunione delle Parti del protocollo di Kyoto (COP/MOP 8), tenutasi a Doha (Qatar) dal 26 novembre all’8 dicembre 2012, l’impegno per la prosecuzione oltre il 2012 delle misure previste dal Protocollo è stato assunto solamente da un gruppo di Paesi (tra i quali Unione Europea, Australia, Svizzera e Norvegia), che rappresentano appena il 15% circa delle emissioni globali di gas-serra. I 200 paesi partecipanti hanno invece lanciato, a partire dal 1° gennaio 2013, un percorso finalizzato al raggiungimento, entro il 2015, di un nuovo accordo che dovrà entrare in vigore nel 2020.

http://www.camera.it/camera/browse/561?appro=9&L’attuazione+del+Protocollo+di+Kyoto

2015: anno cruciale per lo sviluppo sostenibile

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Alain Elkann intervista  il Professor Jeffrey D. Sachs,
Professor Jeffrey D. Sachs, lei è direttore dell’Earth Institute alla Columbia University: come procede la sua battaglia per lo sviluppo sostenibile?
«E’ lunga e difficile. Le idee di sviluppo sostenibile circolano da decenni, ma la traiettoria del mondo non è nella giusta direzione. L’economia e la geopolitica mondiale hanno le loro dinamiche. Stiamo andando verso un aumento delle crisi sociali e dei danni ambientali. Soprattutto in Africa e Medio Oriente. Ridisegnare un sistema globale è una sfida, il 2015 sarà decisivo».
Perché?
«Si terranno i negoziati sul clima che si concluderanno a Parigi in dicembre.
A settembre i leader mondiali si riuniranno per tre giorni all’Onu per il più grande summit sullo sviluppo.
A luglio, un altro vertice sul sistema finanziario offrirà l’opportunità di indirizzare i risparmi in tutto il mondo verso scopi vitali: energia a basso tenore di carbonio, assistenza sanitaria e cura delle malattie per i poveri, città sostenibili, resilienza del clima, e altro. Reindirizzare la finanza in questo senso renderebbe il mondo più sicuro».
La questione del riscaldamento globale ha molti nemici?
«Abbiamo un sistema energetico mondiale basato sui combustibili fossili, ma ora sappiamo anche che distruggeranno il pianeta se continuiamo a usarli. Tuttavia le compagnie di combustibili fossili si stanno opponendo al cambiamento, soprattutto in Usa, Canada e Australia. ExxonMobil, Chevron, Koch Industries e altri giganti del settore si sono comprati i politici statunitensi. O ci muoviamo verso un’economia a basse emissioni di carbonio, o il pianeta andrà in rovina».
Non è facile, vero?
«Niente è facile. E la sfida ambientale su scala mondiale è senza precedenti. Non siamo pronti e il tempo sta per scadere».
E che dire di Ebola?
«Non è ancora sotto controllo. I Paesi più colpiti in Africa occidentale – Liberia, Guinea e Sierra Leone – sono tra i più poveri del mondo. Per molti anni quest’area si è trovata in stato di guerra, non aveva un sistema sanitario funzionante quando è scoppiata l’epidemia. Al momento le agenzie internazionali non hanno reagito. E ai Paesi ricchi non importa molto, hanno stanziato aiuti modesti. Lo so perché un anno fa ho cercato di raccogliere fondi per l’assistenza sanitaria in Liberia. Le agenzie donatrici mi hanno detto che non era possibile trovare neppure un paio di milioni di dollari. Ora il progetto per il controllo di Ebola costerà miliardi di dollari».
Possiamo fermare l’epidemia?
«Bisognerebbe rafforzare un sistema per il controllo dell’epidemia. Chi presenta i sintomi dovrebbe essere sottoposto ai test. Se è infetto dovrebbe essere portato in ambulanza a un’unità per il trattamento di Ebola. Tutto questo è possibile, ma richiede risorse».
Lei crede nella priorità dell’ istruzione? Come possiamo realizzarla?
«C’è una verità economica basilare nel XXI secolo. Senza una formazione scolastica superiore c’è solo una vita di povertà. A meno che non ci svegliamo e il mondo aumenti l’accesso all’istruzione e alla formazione al lavoro su larga scala. Con la tecnologia informatica possiamo fornire un’istruzione di qualità, anche nei villaggi più remoti e poveri del mondo. Il mio corso universitario on-line, per esempio, è gratuito».
Confida nella possibilità di cambiamenti radicali a favore delle popolazioni più povere del mondo?
«La nostra generazione può porre fine all’estrema povertà, se ci proviamo. Le persone più ricche del mondo (85 su 7,3 miliardi, ovvero lo 0,00000001 della popolazione mondiale) hanno un patrimonio netto di 2 trilioni di dollari. Supponiamo che quella ricchezza sia usata per combattere la povertà. Al 5% di interesse il flusso di reddito è pari a 100 miliardi di dollari l’anno. Per questa somma ogni bambino potrebbe andare a scuola; ogni comunità avere l’assistenza sanitaria; ogni famiglia accesso all’elettricità. Siamo un mondo ricco, ma lasciamo che un miliardo di persone soffrano».
Com’è lo stato reale dell’economia oggi? Gli Usa, i Paesi emergenti, l’Europa?
«Il problema di fondo è che cerchiamo di stimolare la crescita indotta dai consumi anziché quella trainata dagli investimenti. Gli Usa vogliono che le famiglie s’indebitino per acquistare beni che non si possono permettere piuttosto che spendere per energia pulita, trasporti sicuri, tutela dei corsi d’acqua, ricerca e sviluppo, educazione e salute di tutti i bambini. Stiamo perdendo la nostra ricchezza creando bolle finanziarie: mettiamo in pericolo il futuro per mancanza di investimenti a lungo termine. In Europa c’è anche un crollo dei finanziamenti pubblici. Persino le esigenze di base, come nuove linee elettriche per sfruttare le energie rinnovabili, vengono tagliate per pareggiare i bilanci. E’ un falso risparmio».
Qual è oggi la sua visione del mondo?
«Possiamo imboccare la via dello sviluppo sostenibile – la fine della povertà e la tutela dell’ambiente – o seguire un percorso di crescente disuguaglianza, sacche di povertà profonda e disastro ambientale. Questa è una scelta, non un destino. Il 2015 sarà un anno critico. Optiamo per lo sviluppo sostenibile».

http://www.lastampa.it/2014/11/02/societa/direttore-dellearth-institute-alla-columbia-university-y7jTJkwFRivxzGuGgcpSfJ/pagina.html

 

http://www.earth.columbia.edu/articles/view/1770

 

Anche le mucche inquinano

muccaChi pensa che Barack Obama abbia attenuato il suo impegno ambientalista, si ricreda. Il piano della Casa Bianca per salvare il pianeta passa dalla “mucca del futuro”. Meno flatulenta e più controllata nelle emissioni di gas dall’esofago. E’ l’arma segreta per ridurre la quantità di gas che generano l’effetto serra nell’atmosfera, il trend di lungo periodo di riscaldamento del clima. È anche la posta in gioco di una nuova sfida tecnologica tra le più grandi potenze agricole mondiali.

Non è uno scherzo, la corsa alla “mucca pulita” finisce in prima pagina sul Financial Times, autorevolmente avallata dagli scienziati che collaborano al progetto della Casa Bianca. L’Amministrazione Obama lo preparava da tempo, il lancio ufficiale è avvenuto il mese scorso. Può sembrare un obiettivo marginale, rispetto alle battaglie contro la potentissima lobby del petrolio e dello “shale gas” (rafforzata di recente dai ricatti energetici di Vladimir Putin). ……

http://www.repubblica.it/ambiente/2014/04/10/news/ambiente_le_mucche_del_futuro_a_impatto_zero-83202269/?ref=HREC1-40