Cina: l’economia che rallenta non fa paura

dracusPer tutti i Paesi avanzati, alle prese con una congiuntura insoddisfacente, il rallentamento della crescita cinese è uno splendido alibi: se frenano addirittura i campioni della crescita che cosa possiamo fare noi europei, fanalini di coda? Per il rallentamento dell’economia globale, che si profila sempre più chiaramente all’orizzonte, abbiamo già trovato un capro espiatorio. Uno sguardo più attento induce a ridefinire il problema. Nel terzo trimestre di quest’anno, la Cina ha realizzato una crescita pari al 6,9% annuale, dopo il 7% dei 6 mesi precedenti, mentre i mercati si aspettavano solo il 6,7%. Un rallentamento dello 0,1% è di scarsa entità ed era più che previsto. L’espansione economica cinese prosegue a una velocità tripla di quella degli Usa. Un trimestre di crescita cinese equivale, in termini percentuali, ad almeno 7-8 trimestri della nascente ripresa italiana. 

La crescita cinese sta rallentando per motivi strutturali e, per il momento, si tratta di una frenata del tutto fisiologica, come aveva già scritto, su queste colonne, Bill Emmott due anni fa: dopo aver realizzato investimenti eccessivi nell’industria dell’acciaio e del cemento, sotto la spinta di nuovi bisogni, Pechino sta ora investendo nei settori dei servizi, nei quali la produttività è minore ma probabilmente rendono la crescita stessa più sostenibile.

I cinesi chiedono più sanità, istruzione, tempo libero, disinquinamento, una migliore qualità di vita, come pressoché tutti i Paesi quando raggiungono il livello di sviluppo della Cina attuale. Qualcosa di analogo si verificò nell’Italia del 1963 quando finì la fase più dinamica del miracolo economico e l’Italia «cambiò marcia»: anche con una marcia diversa, l’Italia fu ancora capace di una lunga crescita.

Anche Pechino sta «cambiando marcia» e siamo ben lontani da una caduta rovinosa. Per Pechino si tratta di lasciare alle spalle un modello di crescita «di rottura» che ha determinato, oltre a uno straordinario salto all’insù della ricchezza media, una lunga lista di nuovi problemi, dalla crescente disparità sociale alla decrescente qualità dell’aria.

I problemi della Cina, prima di tutto sociali e politici, si traducono però in problemi congiunturali molto seri per molti Paesi non ricchi. La minor crescita cinese provoca un rallentamento della domanda di prodotti minerari, di cui la Cina è il miglior cliente, in molti Paesi africani e asiatici, i quali, a loro volta, possono vedersi costretti a rallentare l’acquisto dall’estero di un ampio ventaglio di beni. Ci sono poi i casi particolari dell’Australia e del Brasile (per entrambi la Cina è un cliente privilegiato). Si tratta di un problema che un mondo bene organizzato avrebbe dovuto anticipare; è stato invece trascurato per la crescente inefficacia delle istituzioni economiche internazionali e per il clima di generale non collaborazione tra le banche centrali.

Per quanto detto sopra, l’Europa e l’Italia non devono aspettarsi, per il momento, una «gelata» del mercato cinese (non è pensabile, a esempio che i cinesi cancellino senza motivi specifici contratti già in essere) e bisogna anche avere il senso delle proporzioni: l’ultimo dato disponibile sull’entità delle esportazioni italiane è relativo all’agosto scorso e mostra chiaramente che la Cina assorbe il 2,6 per cento di tutte le esportazioni italiane mentre verso la Svizzera si dirige il 4,8 per cento dei nostri prodotti destinati all’estero. Le esportazioni italiane verso le cosiddette «economie dinamiche asiatiche», con in testa la Corea del Sud e la Thailandia, pesano per il 3,6 per cento, quasi una volta e mezza quelle verso la Cina.

Tutto ciò induce alla conclusione che gli effetti immediati di un rallentamento della crescita cinese che continuasse a questo ritmo non sarebbero certo terrificanti. Dovrebbero invece indurci a maggiore cautela per quanto riguarda gli effetti indiretti, anziché quelli diretti, sullo stato dell’economia globale: non tanto nei prossimi 2-3 trimestri bensì nei prossimi 2-3 anni. La lezione che dal piccolo rallentamento della Cina devono trarre l’Europa e l’Italia è che non ci si può aspettare che il Drago Cinese risolva i problemi degli altri, come ha fatto dopo le cadute produttive del 2008 e degli anni successivi. A cominciare da un’Europa che appare ancora dominata dalla paura di far crescere la propria domanda interna; e forse, più in generale, dalla paura di crescere. 

Mario Deaglio

La Stampa

20 ottobre 2015

http://www.lastampa.it/2015/10/20/cultura/opinioni/editoriali/cina-leconomia-che-rallenta-non-fa-paura-2ckZhmxYDXqjfBGv9En89O/pagina.html

 

Il valore aggiunto del capitale umano

porto5La cartina economica del mondo sta cambiando rapidamente e radicalmente. Nuovi centri di propulsione economica stanno soppiantando i vecchi. Città che fino a qualche decennio fa non erano che minuscoli punti a stento percepibili sulle cartine si sono trasformate in floride megalopoli con migliaia di nuove aziende e milioni di nuovi posti di lavoro.

In nessun luogo al mondo tale fenomeno è più evidente che nella cinese Shenzhen. Se non l’avete mai sentita nominare, prendetene nota. È uno dei centri urbani con il più rapido ritmo di crescita a livello mondiale.

In trent’anni si è trasformata da piccolo villaggio di pescatori a immane metropoli di oltre 15 milioni di persone. Shenzhen ha visto crescere la propria popolazione di 300 volte; e in questo processo è diventata una delle capitali dell’industria manifatturiera del pianeta.

Il suo destino fu deciso nel 1979, quando le autorità cinesi si risolsero a farne la prima «Zona Economica Speciale» del Paese. In breve tempo le aree di questo tipo cominciarono a calamitare investimenti esteri. Il flusso degli investimenti fece sorgere migliaia di nuove fabbriche che producono una parte sempre crescente dei beni di consumo dei paesi ricchi. Una porzione consistente dell’industria manifatturiera americana si è trasferita in quelle fabbriche. Mentre Detroit e Cleveland perdevano posti di lavoro e si avviavano al declino, Shenzhen prendeva quota. Oggi è disseminata di grandi stabilimenti produttivi. È al primo posto tra i centri della Cina per volume di esportazioni e vanta uno dei porti più trafficati del mondo, pieno di gru enormi, camion imponenti e container di tutti i colori, che vengono trasferiti su navi da carico pronte a salpare per la costa occidentale degli Stati Uniti o per l’Europa. Ogni anno lasciano il porto venticinque milioni di container: quasi uno al secondo. In poche settimane la merce arriva a Los Angeles, Rotterdam o Genova e viene immediatamente caricata su un camion diretto verso un centro di distribuzione Walmart, un magazzino Ikea o un Apple store.

Shenzhen è il luogo dove vengono assemblati l’iPhone e l’Ipad, esempi iconici della globalizzazione. La Apple è nota per dedicare grande attenzione e risorse alla progettazione e al design. Nel caso dell’iPhone e dell’iPad, la Apple ha dedicato la stessa attenzione alla progettazione e all’ottimizzazione della catena di produzione globale. Capire come e dove si svolge la produzione di celebri smartphone e tablet è importante per capire come la nuova economia globale stia ridisegnando la localizzazione dei posti di lavoro e quali siano le sfide del futuro per i lavoratori dei Paesi occidentali.

L’iPhone e iPad sono stati concepiti e progettati dagli ingegneri della Apple a Cupertino, in California. Questa è l’unica fase del processo di produzione realizzata negli Stati Uniti. Vi rientrano il design del prodotto, lo sviluppo di software e hardware, la gestione commerciale, il marketing e altre funzioni ad alto valore aggiunto. In questo stadio i costi del lavoro non rappresentano il fattore principale. Gli elementi chiave sono piuttosto la creatività e l’inventiva degli ingeneri e dei designer. I componenti elettronici dell’iPhone – sofisticati, ma non innovativi quanto il design – sono fabbricati in gran parte a Singapore e Taiwan. L’ultima fase della produzione è quella a più elevata intensità di manodopera, con gli operai che assemblano a mano le centinaia di componenti che costituiscono il telefono e lo predispongono per la distribuzione. Questo stadio, in cui il fattore essenziale è il costo del lavoro, si svolge nella periferia di Shenzhen. Lo stabilimento è uno dei più grandi al mondo e le sue dimensioni sono già in sé qualcosa di straordinario: con 400.000 dipendenti, supermercati, dormitori, campi da pallavolo e persino sale cinematografiche, più che una fabbrica sembra una città. Se comprate un iPhone online, vi viene spedito direttamente da Shenzhen.

E quando raggiunge il consumatore americano il prodotto finale è stato toccato da un solo lavoratore americano: l’addetto alle consegne dell’Ups. È naturale, quindi, domandarsi che cosa resterà ai lavoratori americani (e per estensione, europei) nei prossimi decenni. L’America e l’Europa stanno entrando in una fase di irreversibile declino? La risposta, almeno per l’America, è ottimistica. Per l’Europa, un po’ meno. Nel XX secolo, la ricchezza di un Paese era in gran parte determinata dalla forza del suo settore manifatturiero. Oggi questo sta cambiano. In tutti i Paesi occidentali, l’occupazione nell’industria manifatturiera sta calando ormai da trent’anni. Come si vede dalla figura, questo trend accomuna un po’ tutte le società avanzate, dagli Stati Uniti al Giappone, dalla Gran Bretagna all’Italia e persino la Germania. Oggi l’impiego nell’industria rappresenta più l’eccezione che la regola: in America, meno di un lavoratore su dieci lavora in fabbrica. E’ molto più probabile che un americano lavori in un ristorante che in una fabbrica. Dal 1985 negli Stati Uniti l’industria manifatturiera ha perso in media 372.000 posti di lavoro all’anno. 

Questo declino non è solo l’effetto di fenomeni a breve termine, come le recessioni: l’industria perde posti di lavoro anche durante le fasi di espansione. Le ragioni sono due forze economiche profonde: progresso tecnologico e globalizzazione. Grazie agli investimenti in sofisticati macchinari di nuova concezione, le fabbriche occidentali sono molto più efficienti che in passato e per produrre la stessa quantità di beni impiegano sempre meno manodopera. Oggi, in media, l’operaio americano fabbrica ogni anno beni per 180.000 dollari, oltre il triplo che nel 1978. Per l’economia in generale l’accresciuta produttività è un’ottima cosa, ma per le tute blu ha conseguenze negative. Pensiamo, per esempio, alla General Motors. Negli Anni 50, gli anni d’oro di Detroit, ogni operaio dell’azienda produceva una media di sette auto l’anno. Oggi ne produce 29 all’anno. Il calcolo dei posti di lavoro persi è molto semplice: per fabbricare ogni auto oggi la General Motors impiega un numero di operai quattro volte inferiore a quello del 1950. Gli operai dell’industria producono più che in passato, e di conseguenza guadagnano stipendi più alti, ma sono numericamente ridotti.

La seconda forza che sta decimando l’occupazione manifatturiera dei paesi occidentali è la globalizzazione. Le produzioni più tradizionali sono state le prime a essere delocalizzate. L’industria tessile è l’esempio più ovvio. Provate a guardare dove sono fabbricati gli abiti che indossate. Se si tratta di capi venduti da una ditta occidentale, probabilmente sono stati prodotti da qualche terzista ubicato in Paesi come il Vietnam o il Bangladesh. I brand americani e europei godono di ottima salute, ma solo una manciata di posti di lavoro – nel design, nel marketing e nella distribuzione – sono rimasti negli Stati Uniti e in Europa.

Altre parti della manifattura tradizionale hanno esattamente le stesse dinamiche. Persino la produzione di componenti elettroniche, computer e semiconduttori non è immune da questi trend. Oggi, in America, lavorano nelle fabbriche di computer meno addetti che nel 1975, quando il personal computer non era ancora stato introdotto.

La ragione è che ormai fabbricare computer non è più particolarmente innovativo. L’hardware è diventata un’industria matura, quasi quanto il tessile. L’assemblaggio e la fabbricazione di molti componenti è stata trasferita in Cina o Taiwan. Il primo lotto di duecento computer Apple I fu assemblato nel 1976 da Steve Jobs e Steve Wozniak nel leggendario garage di Los Altos, nel cuore di Silicon Valley. Negli Anni 80 la Apple fabbricava la maggior parte dei suoi Mac in uno stabilimento situato poco lontano, a Fremont. Ma nel 1992 l’impianto fu chiuso e la produzione spostata, prima in aree più economiche della California orientale e del Colorado, poi in Irlanda e a Singapore. Oggi a Shenzen. È lo schema seguito da tutte le altre imprese americane. Tutti conosciamo Apple, Ibm, Dell, Sony, Hp e Toshiba. Quasi nessuno ha mai sentito parlare di Quanta, Compal, Inventec, Wistron, Asustek. Eppure il 90% dei computer portatili e dei notebook venduti con quei marchi famosi è in realtà fabbricato negli impianti di una di queste cinque aziende, a Shenzhen.

Anche se tutte le società occidentali sono accomunate dalla contrazione strutturale del settore manifatturiero, non tutte hanno saputo reagire in maniera soddisfacente a questo declino. In questo quadro, l’economia Americana è posizionata molto meglio di molto altri paesi occidentali.

A differenza della maggior parte dei Paesi Europei, e dell’Italia in particolare, negli ultimi cinquant’anni, gli Stati Uniti si sono reinventati, passando da un’economia fondata sulla produzione di beni materiali a un’economia basata su innovazione e conoscenza. L’occupazione nel settore dell’innovazione è cresciuta a ritmi travolgenti. L’ingrediente chiave di questo settore è il capitale umano, e dunque istruzione, creatività e inventiva. Il fattore produttivo essenziale sono insomma le persone: sono loro a sfornare nuove idee. Le due forze che hanno decimato le industrie manifatturiere tradizionali – la globalizzazione e il progresso tecnologico – stanno ora determinando l’espansione dei posti di lavoro nel campo dell’innovazione.

La globalizzazione e il progresso tecnologico hanno trasformato molti beni materiali in prodotti a buon mercato, ma hanno anche innalzato il ritorno economico del capitale umano e dell’innovazione. Per la prima volta nella storia, il fattore economico più prezioso non è il capitale fisico, o qualche materia prima, ma la creatività. 

Non sorprende perciò che la parte più importante di valore aggiunto dei nuovi prodotti sia appannaggio degli innovatori. L’iPhone consta di 634 componenti. Anche se vi lavorano in centinaia di migliaia, il valore aggiunto generato a Shenzhen è molto basso, perché l’assemblaggio potrebbe essere effettuato in qualsiasi parte del mondo. La forte competizione globale limita anche il valore aggiunto dei componenti, comprese le parti elettroniche più sofisticate, come la flash memory o il retina display. La maggior parte del valore aggiunto dell’iPhone viene dall’originalità dell’idea, dalla formidabile progettazione ingegneristica e dall’elegante design. Quindi non deve stupire che, pur non producendo nessuna parte materiale del telefono, la Apple guadagni 321 dollari per ogni iPhone venduto, il 65% del totale, ben più che qualsiasi fornitore di componenti coinvolto nella fabbricazione fisica dell’apparecchio. Ciò è di notevole importanza non solo per i margini di profitto della Apple, ma soprattutto perché si traduce nella creazione di buoni posti di lavoro in America.

Oggi è questa la parte dell’economia che crea valore aggiunto. Una parte dei 321 dollari incassati dalla Apple finisce nelle tasche degli azionisti della società, ma una parte va ai dipendenti di Cupertino. E l’alta redditività incentiva l’azienda a proseguire sulla via dell’innovazione e a reclutare nuovo personale. Studi economici recenti mostrano che più un’impresa è innovativa, più alti sono i salari offerti ai dipendenti.

Il settore dell’innovazione comprende l’advanced manufacturing, o industria avanzata (come quella che progetta gli iPhone o gli iPad), software e servizi Internet, le biotecnologia, l’hi-tech del settore medico, la robotica, la scienza dei nuovi materiali e le nanotecnologie. Ma l’ambito dell’innovazione non è circoscritto all’alta tecnologia. Vi rientra qualsiasi occupazione capace di creare nuove idee e nuovi prodotti. Ci sono innovatori nel settore dell’intrattenimento, in quello dell’ambiente e persino nella finanza e nel marketing. L’elemento che li accomuna è la capacità di creare prodotti nuovi che non possono essere facilmente replicati. Tendiamo a concepire l’innovazione in termini di beni materiali, ma può anche trattarsi di servizi, per esempio di nuovi modi per raggiungere i consumatori o per impiegare il nostro tempo libero.

Nei prossimi decenni la competizione globale sarà incentrata sulla capacità di attrarre capitale umano e imprese innovative. Il numero e la forza degli hub dell’innovazione di un Paese ne decreteranno la fortuna o il declino. I luoghi in cui si fabbricano fisicamente le cose seguiteranno a perdere importanza, mentre le città popolate da lavoratori interconnessi e creativi diventeranno le nuove fabbriche del futuro. Nel prossimo articolo vedremo come l’Italia si posiziona in questo quadro globale sempre più competitivo.

Enrico Moretti,

http://www.lastampa.it/2013/08/05/economia/cos-america-ed-europa-dicono-addio-alle-fabbriche-c3iTadQ8Wwx3iRuPyM2JLJ/pagina.html

L’economia arretra ancora

crisi-economica-L’economia italiana arretra e, con un calo drammatico del 2,4%, indietreggia di oltre 10 anni, portandosi al di sotto dei livelli del 2001. Una regressione pesantissima dovuta in gran parte al crollo dei consumi delle famiglie che, alle prese con una pressione fiscale mai vista prima, hanno ridotto la loro spesa di oltre il 4%..

Nonostante l’aumento della pressione fiscale al 44% del Pil, percentuale record che l’istituto di statistica non ha mai misurato prima con l’attuale metodo di calcolo, il debito al lordo dei contributi ai fondi Salva-Stati è schizzato al 127% del prodotto interno lordo, oltre sei punti percentuali in più rispetto al 2011. L’incremento delle entrate dovuto sia alle imposte indirette (+5,2% con Imu e accise) che alle dirette (+5,2% con l’Irpef e le addizionali regionali) non è dunque bastato a contenere il debito che è salito ad un livello mai rilevato dall’Istat (anche in questo caso dall’inizio delle serie storiche nel 1990) e che supera, anche se di poco, le stime del governo

 Nel 2012 la spesa per consumi delle famiglie ha mostrato un’ampia contrazione in volume (pari al -4,3%), dopo essere risultata quasi stabile nel 2011 (+0,1%). Il calo dei consumi delle famiglie residenti sul territorio economico è stato particolarmente marcato per i beni (-7%), mentre la spesa per i servizi ha registrato una diminuzione dell’1,4%. In termini di funzioni di consumo, le contrazioni più accentuate hanno riguardato la spesa per vestiario e calzature (-10,2%) e quella per i trasporti (-8,5%).

http://www.corriere.it/economia/13_marzo_01/debito-pubblico-istat-pil_580e5a68-8261-11e2-b4b6-da1dd6a709fc.shtml

Torna la paura dell’idraulico polacco?

 Fino a pochi giorni fa a 12 chilometri da Bordeaux si trovava una magnifica villa del Settecento, la «Bellevue», orgoglio della cittadina di Yvrac, benché un po’ acciaccata. L’uomo d’affari russo Dmitry Stroskin aveva comprato «Bellevue» per restaurarla e farne il cuore della sua vita da francofilo, affidando i lavori a una impresa polacca (Stroskin vive abitualmente a Varsavia e commercia tra Francia, Polonia e Russia). Solo che c’è stato un errore: invece di abbattere la piccola dependance e rinnovare la villa, gli operai hanno fatto il contrario. Addio «Bellevue», completamente rasa al suolo.

  La disavventura del signor Stroskin ha dato un nuovo impulso alle polemiche sull’«idraulico polacco», ormai mitica figura creata dalla fantasia e dai timori degli euroscettici: nel 2005 il dibattito sull’approvazione della Costituzione europea fu dominato in Francia dalla paura per gli effetti perversi della direttiva Bolkestein, che liberalizzava la prestazione dei servizi all’interno dell’Unione. Chi avrebbe più ingaggiato un francese, se per riparare lo stesso tubo c’era subito a disposizione un idraulico polacco disposto a fare il lavoro per un decimo del prezzo? Al referendum sulla Costituzione europea vinse il «no», uno stop all’integrazione che scontiamo ancora oggi con la crisi dell’euro

http://www.corriere.it/esteri/12_dicembre_05/francia-villa-abbattuta-errore-idraulico-polacco-yvrac_2dfbe74c-3ef8-11e2-b5b1-5f0211149faf.shtml

Diminuisce il numero delle imprese in Italia

Nel 2010 le imprese attive dell’industria e dei servizi di mercato sono 4.372.143 e occupano circa 16,7 milioni di addetti, di cui 11,2 milioni sono dipendenti. La dimensione media delle imprese si conferma particolarmente contenuta, pari a 3,8 addetti per impresa. Lo rileva l’Istat, spiegando che il numero delle imprese è in calo dello 0,3% su base annua e quello degli addetti dell’1,6%..

Inoltre l’Istituto di statistica rileva come nel 2010 ciascun dipendente abbia lavorato in media 1.629 ore (8 ore in più rispetto al 2009), con livelli superiori alla media nelle costruzioni (1.669) e nell’industria in senso stretto (1.651) e inferiori nel settore dei servizi (1.610). Guardando alle buste paga, la retribuzione lorda media annua per dipendente è risultata, nel complesso, pari a 24,4 mila euro (era 23,7 mila euro nel 2009).

http://www.lastampa.it/2012/10/29/economia/lavoro-meno-imprese-piu-produttivita-HBANkXwUrhebIKbobxTyGI/pagina.html

La ricetta di un Nobel

Grande appello al passato … e alla cara vecchia lira. “Uscire dall’euro è meglio che seguire politiche suicide”.
Così l’economista americano Joseph Stiglitz. Il Premio Nobel rompe le righe e va controcorrente, in una fase tutta europeista. Stiglitz condanna i piani rigidi di austerità, critica la flessibilità senza protezioni nel mercato del lavoro. E trova nel ritorno al passato la ricetta per uscire dalla crisi. Dalle monete nazionali alla riduzione del potere bancario che ha preso il sopravvento sul quello politico.

“Nel diciannovesimo secolo siamo passati”, spiega Stiglitz, “dall’agricoltura all’industria. I lavoratori agricoli erano più del necessario e hanno dovuto fare le fabbriche. Ora siamo nella stessa situazione. L’industria è molto produttiva ma fornisce molti meno posti di lavoro.”.   Lo spazio da occupare è il settore dei servizi che, secondo Stiglitz, manca.  Ed è qui che i Governi possono trovare spazio. Entrano così in gioco i piani di austerità messi a punto  dai Paesi membri. “La rigidità delle politiche non sono la soluzione. Non permette ai governi di aiutare le imprese a passare dalla vecchia alla nuova economia. Tutt’altro: limita le possibilità di sostegno”.

Puntare tutto dunque sui servizi: istruzione, sanità, cultura, turismo ecc.. Molti di questi settori sono pubblici e il settore pubblico deve sostenerli e rafforzarli. …………….

http://www.huffingtonpost.it/2012/09/19/stiglitz-euro-crisi-premio-nobel_n_1896622.html?utm_hp_ref=economia

http://www.rue89.com/rue89-politique/2012/09/13/joseph-stiglitz-la-fin-de-leuro-ne-serait-pas-la-fin-du-monde-235315

Pil -2,6%

L’Istat ha rivisto al ribasso il dato sul Pil nel secondo trimestre 2012: il calo è stato dello 0,8% rispetto al trimestre precedente e del 2,6% nei confronti del secondo trimestre 2011. La stima L’economia italiana è ormai in profondo rosso …….

L’economia italiana, con il Pil in calo dello 0,8% su base congiunturale e del 2,6% su base tendenziale, si colloca dietro alle grandi economie del pianeta. Nel secondo trimestre, in termini congiunturali, il Pil è aumentato dello 0,4% negli Stati Uniti, dello 0,3% in Germania e in Giappone, è rimasto stazionario in Francia, mentre è diminuito dello 0,5% nel Regno Unito. In termini tendenziali, si sono registrati incrementi del 3,6% in Giappone, del 2,3% negli Stati Uniti, dell’1,0% in Germania e dello 0,3% in Francia, mentre nel Regno Unito il Pil è diminuito dello 0,5%. Nel complesso, l’area Euro ha registrato un calo dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dello 0,5% in confronto allo stesso trimestre del 2011 ……….

L’Istat ha rilevato anche rileva che la spesa delle famiglie sul territorio nazionale, nel secondo trimestre 2012, ha registrato un calo del 3,5%, dovuto a diminuzioni del 10,1% degli acquisti di beni durevoli, del 3,5% per quelli non durevoli e dell’1,1% per gli acquisiti di servizi.

http://www.ilmattino.it/economia/istat_crollano_i_consumi_delle_famiglie_pil_26_dato_peggiore_dal_2009/notizie/218616.shtml