Ed ecco la bolla cinese

bolleLa via al comunismo finanziario di Pechino si è rivelato un disastro. Con 3 mila miliardi di dollari bruciati nelle ultime settimane – mentre l’Europa ne perdeva 1 miliardo sull’onda della Grexit – che hanno cancellato i risparmi dei cinesi. Intanto la popolazione diventa sempre più povera e scontenta, come il loro Paese che ha dimenticato gli anni nei quali si cresceva a due cifre. Fitch ha stimato che il Pil in Cina aumenterà soltanto del 6,8% quest’anno, del 6,5 nel 2016 e al 6 nel 2017: il tasso più basso da 20 anni a questa parte…. LA GUERRA PER LA SALVAGUARDIA DEL PARTITO. Secondo il South Morning quello che sta vivendo il Dragone non è altro che la guerra finale per «la salvaguardia del partito comunista». Iniziata da quando i nuovi vertici del Paese (il presidente Xi Jinping e Li Keqiang) hanno esasperato il dettato dei loro due predecessori (Hu Jintao e Wen Jiabao) assertori del «mantenimento totale della stabilità». E si sono resi conto che per realizzare questo progetto non restava che la strada dell’isolamento. LE MISURE PER FRENARE L’INFLAZIONE. Prima hanno continuato le purghe nel partito, colpendo le ali più aperte agli stranieri (come il protomaiosta Bo Xilai) o provando a limitare il potere d’interdizione del mandarino – Zhou Xiaochuan, presidente della People’s Bank – che più di altri ha portato soldi cinesi in Occidente. Quindi hanno frenato la macchina produttiva cinese, nella speranza di rallentare l’inflazione e abbassare i prezzi per spingere i loro concittadini a spendere, a creare una domanda interna e a rifinanziare un’industria alimentata contro il surplus delle esportazioni. Ma questo processo sta avendo, per ora, soltanto un risultato: portare il Paese verso l’implosione sociale ed economica. CONTI DEPOSITO POCO CONVENIENTI. In quest’ottica c’è una bomba posta sotto la Borsa di Shanghai, che per qualcuno è già scoppiata. Come detto, da anni le autorità cinesi stanno provando a spingere la popolazione a spendere i loro eccezionali risparmi (si calcola almeno il 50% del Pil). Inutilmente. Poi le cose sono cambiate quando il governo ha ribassato oltre il dovuto i tassi d’interesse, rendendo poco fruttifero tenere i propri soldi fermi su un conto di deposito. Questo, più di una serie di articoli della stampa governativa sulle magnificenze borsistiche che qualcuno ha letto come una garanzia statale su quel tipo di investimento, ha permesso alle banche di utilizzare tutta la raccolta per comprare azioni in proprio oppure per finanziare i grandi fondi. Risultato? Al giugno scorso i listini cinesi avevano visto una crescita negli ultimi otto mesi del 150%. Tuttavia, come avviene quando la misura è colma, gli investitori istituzionali legati a realtà statali hanno venduto in tempo. Mentre i piccoli borsini sono rimasti con il cerino in mano e con titoli che valgono un terzo rispetto a quando li avevano acquistati. Ed è scoppiato il panico. Il governo è intervenuto tardi. Prima ha fatto finta di non vedere che la massa di acquisti in Borsa era legata ad acquisti a leva, utili soltanto a remunerare le società di intermediazione. …… http://www.lettera43.it/economia/finanza/cina-a-rischio-bolla-finanziaria-crolla-la-borsa_43675177957.htm   La borsa di Shanghai, la principale borsa valori cinese, è in caduta dal 12 giugno scorso. Nei 12 mesi precedenti, dal 12 giugno 2014, la borsa di Shanghai era cresciuta tantissimo, del 150 per cento: vuol dire che, in media, il valore di un’azione in un anno era più che raddoppiato. Dal 12 giugno di quest’anno invece è scesa di più del 30 per cento: si tratta di più di 3mila miliardi di dollari. Per dare un’idea di che cifre stiamo parlando: l’intero grande debito della Grecia è di circa 330 miliardi di dollari, circa un decimo. Ci sono interi mercati finanziari, come quello spagnolo o quello indiano, che valgono meno di quanto perso dalla Cina nell’ultimo mese. Com’è cominciata la crisi Oltre alla borsa di Shanghai, è stata coinvolta da questa crisi anche l’altra borsa cinese, quella di Shenzen, e quella di Hong Kong. La condizione in cui si trova il mercato cinese sembra avere tutte le caratteristiche di una bolla finanziaria: i prezzi delle azioni nell’ultimo anno sono cresciuti moltissimo, senza particolari ragioni collegate ai risultati delle aziende. Il grafico dell’Economist qui sotto rende bene l’idea di quanto il mercato finanziario nell’anno scorso si sia distanziato dall’andamento del PIL cinese, quella che viene definita spesso come “economia reale” (GDP è il PIL in inglese). Schermata 2015-06-29 alle 6.27.55 PM   Gran parte della crescita della borsa di Shanghai è stata trainata da ChiNext, l’indice che raccoglie le maggiori società tecnologiche della Cina: il corrispettivo di quello che è il NASDAQ per la borsa statunitense. Secondo molti analisti quello che sta avvenendo nel mercato finanziario cinese è molto simile alla bolla dei titoli “dotcom” del 1999, la cosiddetta “bolla della new economy”: una crisi finanziaria generata da un eccessivo entusiasmo per le nuove aziende digitali statunitensi. Cosa ha fatto la Cina Le autorità cinesi hanno fatto di tutto per evitare che si diffondesse il panico e che il valore delle azioni continuasse a scendere, apparentemente senza molto successo: sono state vietate le IPO, le quotazioni in borsa di nuove aziende; sono stati autorizzati nuovi metodi di indebitamento per permettere agli investitori di avere maggiore liquidità da immettere nel mercato finanziario; quando la situazione si è fatta molto grave, nell’ultima settimana, sono state sospese le contrattazioni di moltissimi titoli; oggi non è possibile comprare o vendere circa il 70 per cento delle azioni sulla borsa di Shanghai. Come spesso accade, quando le autorità finanziarie dicono di non spaventarsi succede proprio che gli investitori si spaventino…..-. http://www.ilpost.it/2015/07/08/bolla-finanziaria-cinese/

Lo stakhanovista cinese

Nessun operaio lavora quanto quelli di Pechino. Ogni anno in 600 mila muoiono di stress. Ecco perché adesso fuggono dalla fabbrica più dura del mondo
L’operaio cinese lavora sempre, guadagna poco e muore giovane.
Come Shi Zaokun, che a 15 anni si era messo in testa di superare Aleksej Stakhanov: è morto dopo un mese. Grazie a milioni come lui
il Dragone ha sorpassato tutti, ma a un prezzo troppo alto.
E ora molti preferiscono scappare

STAKPECHINO. Shi Zaokun non sapeva dove si trova l’Ucraina. Non conosceva nemmeno le statistiche, a cui non par vero di emergere un istante dalla noia esibendo un record. L’ultimo: l’operaio cinese ha superato l’ex minatore dell’Urss, diventando l’individuo più laborioso della storia. Shi Zaokun aveva quindici anni e aveva lasciato il villaggio per cercare del lavoro a Shanghai. Ha mentito sull’età, si è procurato un permesso da ventenne ed è arrivato alla catena di montaggio della “Pegatron”. Pochi yuan all’ora, ma la possibilità di non staccare per dodici ore al giorno, senza una pausa. Quello che serve per mantenere i genitori anziani in campagna. “Pegatron” è uno dei marchi fantasma che popolano la Cina. Pochi lo conoscono, ma quasi tutti acquistano ciò che produce. Proprietà a Taiwan, è uno dei grandi terzisti dei colossi dell’elettronica: Apple, Sony, Samsung e tutti gli altri. “Pegatron” è cresciuto quando il pioniere dei laboratori-occulti del mondo, l’altra taiwanese “Foxconn”, con sede a Shenzhen, è diventata imbarazzante: una tragica catena di suicidi tra gli operai, che sono oltre un milione, risse tra dipendenti disperati, reclusi per mesi dentro i cancelli della fabbrica. Shi Zaokun invece era orgoglioso e per due ragioni: a soli 15 anni era arrivato a Shanghai, impresa mai riuscita al padre, ed era stato ingaggiato da quelli che fanno i-Phone, tablet, computer. La fabbrica dei sogni: sulle ragazze, in paese, avrebbe fatto colpo. È stato qui che per la prima volta, da un vecchio caporeparto, ha sentito pronunciare il nome Aleksej Stakhanov. Gli fu detto, in poche parole, che quel minatore del Don, quando l’Unione Sovietica faceva la stessa paura della Cina di oggi, riuscì a estrarre carbone 14 volte più velocemente dei compagni. Un eroe della patria, c’è anche il monumento. Shi Zaokun, ha raccontato un amico, disse che lui avrebbe superato Stakhanov, lavorando quattordici ore al giorno senza fermarsi e saltando il giorno libero. Per la Cina e per la gloria dell’elettronica, che stanno cambiando l’umanità. È durato un mese.
Una sera i genitori hanno ricevuto una telefonata da Shanghai: «Vostro figlio ha il raffreddore, venite ». Shi Zaokun, il piccolo Stakhanov di Pudong, era già morto.
Per l’azienda è stata la polmonite, che ha falciato anche altri tre degli altri 100 mila colleghi. Alla famiglia è stato offerto un risarcimento di 13 mila euro: il prezzo di un figlio cinese di 15 anni che poteva rendere 600 euro al mese. La madre ha rifiutato, pretende l’autopsia, ma non ha i 1.500 euro per pagarla. Si stanno tassando i colleghi, terrorizzati dall’idea che dopo la “fabbrica dei suicidi” la Cina possa esibire anche lo “stabilimento dei cadaveri”. Apple ha inviato gli ispettori: non fa bene, sotto Natale, sapere che hai in mano un giochino che uccide minorenni.
La storia di Shi Zaokun, icona del sacrificio del turbo-capitalismo socialista cinese che raccoglie il testimone degli schiavi inghiottiti dallo sfacelo dell’industria comunista sovietica, è però riuscita a diventare un simbolo: quello del luogo di lavoro più potente, drammatico, prodigioso e perennemente mutante della contemporaneità. In trent’anni non si lancia una nazione, con 1,3 miliardi di persone alla fame, al secondo posto dell’economia globale. Impossibile: a meno che non si sia in grado di «spianare le montagne e far scorrere i fiumi in salita». Devi cioè, nella testa, essere la Cina. La ricetta sembra semplice e per la prima volta l’ha scritta uno studio internazionale condotto dal più grande sito web di offerte lavoro, in collaborazione con il più importante istituto di ricerca sui mercati globali, con sede in Germania. «La Cina sorpassa tutti in tutto — questo il verdetto — perché nessun altro lavoratore del mondo lavora quanto quello cinese, con la stessa capacità di sopportare i sacrifici». Il primato va coniugato anche al passato: nella storia moderna non c’è uno Stakhanov che avrebbe retto il passo di uno Shi Zaoukun. L’Urss ne ha avuto uno: in Cina sono centinaia di milioni e ogni anno, secondo China Labor Watch, 600 mila operai e impiegati muoiono per esaurimento da eccesso di fatica. L’altra faccia della medaglia del Pil, capace direstare a due cifre per un decennio prima di essere ora schiacciato dalla crisi di Usa e Ue.
La coppa del mondo della laboriosità, assegnata da ottomila intervistati rappresentativi in otto potenze di quattro continenti, resta associata infatti ad un trofeo che si tende a nascondere nell’armadio: i cinesi sono gli stakhanovisti del presente, ma anche i più colpiti da esaurimenti fisici e mentali e nelle fabbriche del Guangdong l’attesa di vita è inferiore a quella nel deserto della Somalia: prima dei quarant’anni sei da mandare al pascolo. L’operaio cinese lavora sempre, guadagna poco e muore giovane: la formula perfetta sia per una multinazionale delocalizzata che per uno Stato alla preistoria del welfare. E i dati della ricerca lo confermano. Ufficialmente uno Shi Zaokun qualsiasi lavora nove ore e mezzo al giorno, a cui ne aggiunge una mezza per raggiungere il luogo di lavoro. Gli straordinari però sono necessari, per risparmiare gli yuan per tornare dove si è nati una volta all’anno: si arriva così a 14 ore al giorno, sette giorni su sette. Pechino, travolta da accuse e vergogna, corre ora ai ripari. Il consiglio di Stato ha fissato 40 ore lavorative alla settimana e 5 giorni di ferie all’anno. Obbedire non conviene a nessuno e non risulta che qualcuno sia stato fermato perché non voleva saperne di riposare……

 Per la prima volta anche le tute blu del Dragone vogliono emigrare. Sogno di massa: andare lontano, guadagnare di più, capire cosa significa “qualità della vita” e permettersi di respirare senza sottrarre i giorni rubati da un cancro ai polmoni.
Nell’epicentro del lavoro, un altro terremoto. Per l’Accademia delle scienze di Pechino oltre 100 milioni di lavoratori specializzati cinesi sono pronti a espatriare. Gallup rivela che in un anno sono emigrati 60 milioni di cinesi, mentre 30 milioni attendono il visto. In ottobre ce l’hanno fatta in 600 mila, ma il 13% della forza lavoro cinese sogna l’estero. L’Occidente “al tramonto” non è sulla lista: le terre promesse dei lavoratori più instancabili della storia sono Australia, Nuova Zelanda, Canada, Indonesia, Malesia, Africa e le tigri in crescita del Sudest asiatico, Vietnam, Cambogia, Thailandia e Myanmar. È la nuova geografia del mondo con il segno più, la mappa del mondo che lavora, sfrutta e produce per tutti e anche qui, precedendo i padroni delle aziende, gli operai cinesi arrivano per primi. Il tornitore dello Shanxi espatriato a Sydney strappa 2.400 euro al mese, il quadruplo che in patria. Chi lo assume risparmia oltre un terzo ed ha il migliore del mondo. L’ultimo rapporto di Deutsche Bank definisce «la gestione internazionale dei migranti industriali qualificati» come la «questione chiave del futuro». Non delocalizzano le imprese, migrano in massa i loro migliori operai, trasformando la mobilità in un invincibile punto di forza proletario. «Centinaia di milioni di lavoratori specializzati — dice l’economista dell’università Fudan di Shanghai, Mey Haibin — trovano normale seguire il business personale. Le imprese, più che avvicinarsi ai mercati, dovranno inseguire questa inedita migrazione politica. A vincere, saranno i Paesi complessivamente più attrattivi».
La fuga delle super tute blu, in Cina, può valere fino a quattro punti di Pil e le autorità sono in perché a innescarla non è il calo dell’offerta di manodopera, ma il suo rifiuto. Per la prima volta trema il modello della “fabbrica del mondo”, eufemismo con cui abbiamo concordato di indicare il “campo di lavoro” che ci ha permesso di impoverirci nel lusso. Non reggono più i piccoli Stakhanov di Shanghai; non il 70% delle operaie cinesi che confessano di essere molestate e violentate nei reparti; non le “Barbie operaie” incatenate sotto gli alberi di Natale delle capitali europee per denunciare una volta all’anno lo schiavismo asiatico; e neppure i sopravvissuti ai suicidi nella Foxconn, gratificati con una piscina per combattere la disperazione. La Cina, dopo aver plasmato il profilo delle ultime due generazioni di lavoratori mondiali, genera oggi il proletario globale del futuro. Giovane, specializzato, ambizioso, determinato a invecchiare, consumista e con la valigia sempre fatta. Un ibrido tra il sovietico Aleksej Stakhanov, il cinese Shi Zhaokun e un banchiere americano in carriera di JpMorgan, trapiantato a Kuala Lumpur. È con questo nuovo operaio-Avatar dell’Asia, istantaneo clonato di epoche, di classi e di culture del lavoro, che sta per misurarsi il Capannone dell’Europa. Ma se la “Fabbrica” resta quella, ha avvertito il premier cinese Li Keqiang, «delocalizzazioni e innovazioni tecnologiche ricorderanno il padre pastore che, per accelerare, offriva un passaggio sul bue al figlio astronauta diretto sulla luna».

Repubblica 2.1.14
Lo stakhanovista cinese
La voglia di fuga delle tute blu d’Oriente
di Giampaolo Visetti