Guerra di coltellini svizzeri

images3La croce bianca in campo rosso dei coltellini svizzeri rischia di finire in mani cinesi. Un conflitto legale é in atto, per accaparrarsi il prestigioso marchio, tra Wenger, filiale del gruppo Victorinox, e Swissgear, fondata nel 2014, a Baar, nel Canton Zugo, da Hunter Lee, un imprenditore proveniente da Quanzhou, in Cina. Sia Wenger che Swissgear vendono una vasta gamma di prodotti, che hanno come denominatore comune la croce svizzera, quale simbolo di qualità. Oltre al mitico coltellino parliamo di orologi, zaini, trolley, cinture e penne stilografiche. All’azienda elvetica, nata nel 19 esimo secolo e, dal 2005, inglobata dalla concorrente Victorinox, aveva sì dato un po’ fastidio l’arrivo di quei concorrenti asiatici, tuttavia la sua cifra d’affari, che si aggira sul mezzo miliardo di euro, non ne aveva risentito più di tanto.

Carl Elsener, CEO di Victorinox e di Wenger, non aveva, però considerato che, dal primo gennaio del 2017, sarebbe intervenuto un cambiamento della legge elvetica sulla proprietà intellettuale. Il che consente di proteggere, come marchio, la croce svizzera. Il fatto é che, pur fabbricando coltellini da oltre 120 anni, Wenger non si era preoccupata di tutelare il simbolo elvetico. Una richiesta in tal senso l’ha inoltrata, nel novembre scorso, mentre a dicembre é arrivata quella di Swissgear. Adesso toccherà a un tribunale stabilire se la croce bianca in campo rosso spetta, in esclusiva, a chi fabbrica coltellini svizzeri da generazioni, oppure ne hanno diritto anche i concorrenti venuti dalla Cina. I quali sembrano, comunque, perfettamente in regola con le nuove norme sullo “Swissness”, secondo cui il 60% dei costi di produzione di un prodotto che reca il marchio “Made in Switzerland” deve essere sostenuto in Svizzera. Mica per niente Hunter Lee ha aperto la sua fabbrica di coltellini nel Canton Zugo.

Franco Zantonelli

la Repubblica 10 febbraio 2017

http://www.repubblica.it/economia/2017/02/10/news/wenger_victorinox_swissgear_coltellini_svizzeri-157925030/?ref=HRLV-5

Effetto Diderot

diderrrA volte è bello scoprire che un fenomeno psicologico ha un nome, se non altro perché ci fa smettere di pensare di essere l’unica persona irrazionale e autolesionista del pianeta.

A me è successo con l’effetto Diderot (grazie a Lifehacker), l’espressione usata per indicare che, quando compriamo qualcosa, spesso quello che abbiamo già ci sembra vecchio e consunto, e così finiamo per buttare anche tutto il resto.

L’espressione deriva da un saggio di Diderot del 1769 intitolato Rimpianti sopra la mia vecchia vestaglia, in cui raccontava di averne ricevuto in regalo uno sfarzoso sostituto. “La mia vecchia vestaglia era in intima corrispondenza con le altre vecchie cose che avevo”, si lamentava Diderot. Ma “adesso tutto appariva stonato”. E nel giro di poco tempo si era sentito obbligato a cambiare anche i mobili e i quadri. “Ero il padrone assoluto della mia vecchia vestaglia. E ora sono diventato lo schiavo della nuova”.

Ovviamente sapete già che il consumismo sfrutta le nostre debolezze psicologiche per farci comprare quello che non ci serve.

A quel punto cadiamo vittime del cosiddetto adattamento edonico (i nuovi acquisti entrano a far parte del nostro ambiente) e scatta “la teoria del confronto sociale verso l’alto” (se siamo riusciti a stare alla pari con i vicini, cercheremo nuovi vicini con cui stare alla pari).

Ma l’effetto Diderot è qualcosa di più. Usiamo quello che possediamo per costruire la nostra identità, e abbiamo bisogno di quella identità per sentirci coerenti. Una persona vestita in modo sciatto può lanciare il messaggio che la sua mente è impegnata in qualcosa di più importante; una sempre alla moda dà l’impressione che proprio l’abbigliamento sia la cosa più importante.

Ma qualcuno che combina i due stili appare bislacco. Per usare le parole dell’antropologo Grant McCracken, i prodotti sono deliberatamente immessi nel mercato in “unità Diderot”, cioè in gruppi, per cui una volta acquistato un oggetto si sente la necessità degli altri. Ora che state ordinando quel nuovo tavolo da pranzo che avete visto sul catalogo, non dovreste anche comprare quei piatti e bicchieri nuovi?

È facile dire che si tratta solo di manipolazione. L’effetto Diderot funziona proprio perché diamo agli oggetti tanto potere simbolico. Alcuni li consideriamo, come dice sempre McCracken, “beni ponte” che collegano la nostra vita di oggi a quella che speriamo di avere in futuro.

Vogliamo quel frigorifero perché dice qualcosa su quello che vorremmo essere (per esempio essere abbastanza ricchi da preoccuparci di avere un bel frigo). Perciò lo compriamo, ma a quel punto scatta l’effetto Diderot. E presto scopriamo di aver accumulato una gran quantità dei significanti della vita che abbiamo sognato, senza la cosa – in questo caso la sicurezza economica – che avrebbero dovuto significare.

“Se c’è qualcosa che desideriamo ardentemente ma della quale non abbiamo veramente bisogno”, scrive l’economista Juliet Schor, “è molto probabile che sia legata a una fantasia simbolica ricorrente. Un computer più veloce? Il sogno di lavorare di più. Una nuova cucina? La speranza di pasti tranquilli in famiglia. Mettere a nudo queste fantasie fa emergere il legame spesso molto tenue tra il prodotto e il sogno”.

L’effetto Diderot fa male al nostro portafoglio, ma anche se così non fosse sarebbe comunque futile, perché le cose che ci servono veramente non si possono comprare. Avvolto nella sua nuova vestaglia, Diderot inseguiva un sogno impossibile.

 

La felicità non si compra

L’internazionale – 6 ottobre 2015

http://www.internazionale.it/opinione/oliver-burkeman/2015/10/06/felicita-consumi

 

 

Bandiere d’Italia

tricolore_stracciato1«Chi rispetta la bandiera da piccolo, la saprà difendere da grande». È una tipica frase da libro Cuore . Infatti fu messa in bocca da Edmondo De Amicis a un vecchio ufficiale in pensione che aveva fatto la guerra di Crimea e che parlava con quella fierezza anacronistica, decisamente patriottico-militaresca, a un gruppo di giovani. Si potrebbe postillare banalmente che se la bandiera non la rispettano i grandi, tantomeno sapranno rispettarla i piccoli. Se poi il tricolore viene maltrattato nelle scuole e nei luoghi istituzionali delle maggiori città, dove spesso penzola sfibrato e stracciato senza avere neanche più la forza di sventolare, viene fuori fatalmente il quadro di un Paese che ha perso l’amor proprio e il senso orgoglioso di un’appartenenza, pur non essendo da tempo – grazie al cielo – militarescamente patriottico come desiderava l’ufficiale deamicisiano. Perché questo, semplicemente, dovrebbe essere una bandiera: il simbolo dell’orgoglio nazionale, in cui si riassume il vivere collettivo (e non solo quando gioca la Nazionale ma anche nella vita ordinaria).

Invece, al Commissariato della Polizia di Stato di Scampia a Napoli è ridotta a un groviglio di stracci arrotolati al pennone. Si potrebbe obiettare che gli agenti di quel quartiere hanno ben altro a cui pensare. Ma poi ci si accorge che anche nella Galleria Umberto il tricolore giace sbrindellato e pressoché irriconoscibile. La bandiera issata sulla facciata di una chiesa di corso Italia a Milano non può neanche sventolare tanto è arrotolata su sé stessa; all’Istituto Carlo Cattaneo di Roma pende sfrangiata accanto al drappo blu dell’Europa; sopra il portone della Scuola media Archimede di Palermo è rimasto solo un bicolore, verde e bianco, mentre il rosso si è perso definitivamente, smangiato forse dal vento di mare; e all’Università degli Studi di Torino i colori appaiono sbiaditi, evaporati, portati via dal tempo storico e dal tempo atmosferico…..

http://www.corriere.it/cronache/13_giugno_17/lacerate-sporche-o-scolorite-le-bandiere-d-italia-paolo-di-stefano_34fc02a0-d707-11e2-a4df-7eff8733b462.shtml