Un numero racconta vent’anni

In un ventennio la produttività oraria nelle aziende italiane è cresciuta in tutto del 5 per cento. Negli Stati Uniti, nel medesimo periodo, otto volte di più: 40 per cento. In Francia, Gran Bretagna e Germania sei volte di più. Anche Spagna e Portogallo hanno fatto meglio: +15 per cento in Spagna, tre volte più che noi, e +25 per cento in Portogallo, cinque volte di più. Differenze straordinarie.

Ma spesso un grafico vale più di mille parole: ……e chiedetevi che cosa ci è successo in questi vent’anni.

Dato che si tratta di produttività oraria, la partecipazione alla forza lavoro (bassa in Italia per donne, giovani, e anziani) o la disoccupazione (in certi periodi alta in Italia) sono ininfluenti, anche se peggiorano il quadro complessivo. Questi numeri misurano la produttività di chi lavora, quando lavora. Ed è questa variabile che determina il livello dei salari e del reddito pro capite. Quindi il grafico del reddito per persona in questi Paesi negli ultimi vent’anni è molto simile a quello della produttività oraria.

Rispetto agli anni Novanta la crescita della produttività ha rallentato in molti Paesi: quindi l’eccezione italiana è ancora più preoccupante. Facciamo peggio di altri che già crescono meno che in passato. Negli Stati Uniti, per esempio, si parla di «stagnazione secolare» per descrivere l’andamento insoddisfacente della loro produttività, peraltro cresciuta otto volte di piu di quella italiana! Rispetto a noi quella «stagnazione» americana sembra un boom straordinario.

Come spiegare il caso italiano? Scartiamo subito la possibilità di errori di calcolo. È vero che misurare la produttività non è facile, soprattutto nel settore dei servizi. Ma questo vale per tutti i Paesi, non solo per l’Italia. Anzi, in Italia il settore dei servizi, dove spesso la produttività è sottostimata, è relativamente piccolo rispetto agli Stati Uniti, al Regno Unito e altri Paesi europei. Che si tratti dell’economia sommersa? Ovvero una parte delle ore lavorate produrrebbe merci non ben conteggiate perché vendute «in nero». Non c’è dubbio che in Italia esista una vasta economia sommersa, ma anche in altri Paesi inclusi nel grafico come per esempio Spagna e Portogallo. Inoltre non è affatto ovvio che l’economia sommersa sia cresciuta così tanto in Italia dalla metà degli anni Novanta. Anzi, la recente riforma del mercato del lavoro e la decontribuzione per i nuovi assunti se mai hanno ridotto l’incentivo di alcune imprese a «lavorare in nero».

E allora? Ci sono varie possibilità. La prima è il «nanismo» delle imprese italiane. Aziende piccole tendono — in media, non tutte — ad essere meno produttive di quelle grandi. Queste ultime, infatti, possono sfruttare meglio economie di scala e la specializzazione nell’uso della forza lavoro. È normale che le imprese nascano piccole, ma poi devono crescere per aumentare, con la loro dimensione, anche la loro produttività. Se non lo fanno la produttività ristagna.

La seconda ragione, in parte collegata alla prima, è la proprietà delle imprese. L’86 per cento circa delle nostre imprese è di proprietà familiare. In Germania sono anche di più: circa il 90 per cento. Ma mentre in Germania meno del 30 per cento delle imprese familiari è gestito da membri della famiglia — e tutte le altre da manager professionisti — in Italia quasi il 70 per cento è gestito in famiglia. Quale è la probabilità che il miglior manager possibile per un’impresa fondata da un padre o da una madre sia la figlia o il figlio? A noi pare piuttosto bassa. Infatti, vari lavori di ricerca dimostrano che le imprese a gestione familiare sono in media meno produttive di quelle a gestione professionale e rimangono, in media, più piccole, proprio per «tenere tutto in famiglia». L’insufficiente sviluppo dei nostri mercati finanziari, per cui servono più capitali propri, oltre alla nostra «cultura» della famiglia come azienda, sono cause concomitanti.

Ma vi sono altre ragioni. Una ricerca di Caligaris, Del Gatto, Hassan, Ottaviano e Schivardi mostra che in Italia, in molti settori, l’allocazione delle risorse produttive è inefficiente. Cioé non c’è stato abbastanza ricambio. Le imprese meno produttive non sono uscite dal mercato, così lasciando spazio a quelle più produttive. Questo è uno dei risultati delle politiche che per decenni, fino al Jobs act, hanno difeso il posto di lavoro invece che il lavoratore. Un sistema di protezione sociale fortemente voluto dai sindacati e che ha obbligato a mantenere in vita imprese poco produttive, anziché facilitarne l’uscita dal mercato proteggendo temporaneamente il disoccupato, finché quest’ultimo non abbia trovato lavoro in una impresa più produttiva. A ciò va aggiunto che molti imprenditori passano più tempo nei corridoi dei ministeri e nelle loro associazioni di categoria a cercare favori e protezione dalla concorrenza invece che a migliorare la produttività.

Due nostri colleghi della Bocconi, Fabiano Schivardi e Tom Schmitz, sostengono, con dati convincenti, che le imprese italiane non hanno tratto altrettanto beneficio dalla rivoluzione informatica rispetto a quelle di altri Paesi. L’industria italiana ha mancato, in parte, questa spinta tecnologica, arrivandoci in ritardo. La loro analisi mostra che molte nostre imprese hanno perso vent’anni di innovazione tecnologica. Ciò vale soprattutto per le imprese piccole che, come abbiamo visto, in Italia sono particolarmente numerose.

Il livello medio di istruzione (in particolare il numero di laureati) in Italia e molto piu basso della media europea, quindi il capitale umano è più basso. E vero che la produttività di un buon diplomato di un istituto tecnico spesso non è inferiore, anzi, a quella di molti laureati. Ma il capitale umano conta eccome, non solo il numero di anni di istruzione, ma anche la qualità e l’adeguatezza alle esigenze produttive. Lo scorso anno il 40% dei nostri studenti universitari si è laureato in materie umanistiche o in giurisprudenza. Solo il 29% in ingegneria, chimica, biologia e altre discipline scientifiche. A tutto ciò dobbiamo aggiungere i costi della burocrazia e di regolamenti asfissianti per le imprese. Per la verità questi ci sono anche in altri Paesi europei, ma l’Italia nelle graduatorie sulla facilità di «fare business» è sempre in coda.

Insomma, è una combinazione di questi fattori ciò che spiega il triste grafico da cui siamo partiti. Deve essere chiaro a tutti che se dopo il 4 dicembre non ci rimboccheremo le maniche e accelereremo le riforme che il governo Renzi ha finalmente incominciato a fare, come il Jobs act appunto, saremo destinati ad uno straordinario declino.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

Corriere della Sera, 21 Nov 2016

http://www.corriere.it/cultura/16_novembre_21/alesina-giavazzi-7e0bdf2c-af55-11e6-8815-37f3520714e8.shtml

Ecco perché cresciamo troppo poco

ripresa-mercato-auto[1]Nelle relazioni dei convegni si parla soprattutto delle condizioni favorevoli alla ripresa. E si concorda nel descriverle come esogene e pressoché irripetibili e così dicendo si allude ovviamente al basso prezzo del petrolio, agli impegni della Bce e alla svalutazione dell’euro sul dollaro. Terminato il programma del meeting, nei conciliaboli prima dello sciogliete le righe, il focus della discussione però diventa un altro: «Ma perché la nostra ripresa è così debole?». Perché nonostante tutti gli scenari di medio periodo concedano previsioni di bel tempo restiamo appesi all’emissione di questo o quel dato trimestrale o addirittura mensile? Prendete gli ultimi, quelli relativi alla produzione industriale di aprile, ebbene più di qualche economista era disposto a scommettere su un +0,8%, non si sarebbe stupito molto se poi il dato si fosse fermato attorno a +0,5%, ma non si sarebbe mai aspettato il vero responso: -0,3% su marzo. Un dato estremamente negativo perché segna una partenza tutta in salita del secondo trimestre 2015, proprio quello che con un risultato rotondo alla misurazione del Pil di agosto dovrebbe certificare che finalmente la nave va. Con questi presupposti, e pur contando su un rimbalzo tecnico a maggio, non è detto che l’esito sia quello auspicato.

Forse però più che aggiungere previsioni a previsioni ha senso ragionare su quali siano le cause, o se preferite i tappi, che ostacolano un flusso più regolare di ripresa delle attività e di conseguenza dati più lineari .

Va detto che in materia le opinioni degli economisti divergono ampiamente. Per carità, le diagnosi della «malattia italiana» della crescita lenta concordano su molti fattori, la divergenza è sull’hic et nunc, su quali siano in questo momento le principali ostruzioni. La corrente più ampia sostiene che la ripresa italiana non va a briglia sciolta perché persiste un problema di bassa produttività sia del lavoro sia del capitale. Ci sarebbe bisogno, a tempi brevi, di relazioni industriali più vicine al mercato e quindi di un ampio ciclo di contratti aziendali rivolti a rimettere in asse il lavoro, con la ristrutturazione silenziosa che in questi anni ha comunque cambiato il meccanismo di funzionamento delle aziende sane. Il problema si pone anche sul versante del capitale, che risponde ancora a schemi ingessati e non è in grado, quindi, di interpretare i mutamenti dei cicli economici e le esigenze di sviluppo, che richiedono investimenti sia tradizionali (macchine) sia innovativi (capitale umano e reti). Un capitale poco aperto risulta, secondo questa tesi, il meno congeniale per interpretare al meglio questa fase della crescita e comunque rischia di diventare nel medio periodo un’occlusione.

Se il mea culpa sulla produttività convince una buona parte degli addetti ai lavori, non tutti però sono d’accordo nell’additarlo come il vero tappo di oggi. Una seconda corrente di pensiero propende per mettere sul banco degli imputati l’ampia polarizzazione che si è prodotta durante la Grande Crisi nel sistema delle imprese italiane. In soldoni: abbiamo imprese che macinano utili e programmano addirittura raddoppi del fatturato nei prossimi anni accanto a un numero largamente maggioritario di aziende che rischiano di chiudere e purtroppo, con tutta probabilità, chiuderanno. Questa divaricazione così profonda e drammatica sarebbe la madre di numeri così ballerini e a volte sconcertanti. Il tema della polarizzazione era stato già sottolineato, ad esempio, nelle Considerazioni finali del governatore Ignazio Visco e più in generale si spiega, tra le altre cose, con un ritardo della media delle imprese italiane nello sfruttamento delle tecnologie dell’informatica e della comunicazione. Le indagini in materia danno numeri poco confortanti.

Una terza corrente di pensiero, pur non sottovalutando gli elementi di cui sopra, è portata a puntare il dito sul perdurante ristagno della domanda interna. Non ci sarebbe dunque – sul breve – un problema legato al nostro sistema delle imprese poco produttivo e poco aperto ma la causa della ripresa a singhiozzo è individuata nella mancata (vera) ripartenza dei consumi, che finisce per tarpare le ali alla maggioranza delle aziende, ovvero a quelle che non riescono ad esportare né direttamente né come fornitrici di altre. E fin quando sarà così, sostengono i «domandisti», non si potrà sapere chi ha veramente ragione nell’individuare il tappo, mancherà la controprova.

Le cose dunque stanno così, non si riparte come vorremmo e gli addetti ai lavori non sono unanimi nel trarne valutazioni utili, quantomeno però evitano di ragionare in chiave politicista e ricadere anche loro nel vizio nazionale del Renzi sì/Renzi no. Resta, per concludere, un’annotazione affatto scontata: pur sostenendo – e a me è capitato molte volte – che l’industria italiana è profondamente cambiata e il nuovo paradigma è l’esperienza Luxottica, quando si tratta di dare una spallata al Pil rientra fortunatamente in campo Sua Maestà l’Auto. È vero che il ciclo produttivo dell’automotive è cambiato e oggi la vendita di una vettura porta fatturato a un numero enorme di fornitori di apparecchiature di ogni tipo e ad alto contenuto di elettronica, ma resta la sensazione che il Novecento conti ancora molto nei nostri destini.

Autocorrezione della tirchieria

dekIl primo effetto visibile della politica monetaria estremamente espansiva della Banca centrale europea è che la Germania sta smettendo di essere vagone e ricomincia a fare la locomotiva. Detto in modo un po’ brutale: di fronte a tassi d’interesse bassissimi, se non negativi, i tedeschi vedono meno senso nel risparmiare, spendono di più. Sia nel terzo che nel quarto trimestre 2014, la spesa delle famiglie in Germania è cresciuta dello 0,8% e ha segnato il punto di inversione di una lunga tendenza: la crescita non è più trainata dalle esportazioni ma dai consumi. I tassi bassi non ne sono l’unica ragione, ma influiscono.Dall’inizio di marzo, la Bce sarà tra l’altro sui mercati per dare inizio al programma di acquisto di 1.100 miliardi di titoli, in buona parte pubblici, 60 al mese. Nell’attesa, gli spread si sono ridotti: ieri, quello italiano attorno ai 100 punti sul Bund tedesco. Il complesso dell’operazione non sarà facile: i venditori sui mercati non sono tantissimi, ma a Francoforte c’è fiducia che il Quantitative easing annunciato da Mario Draghi il 22 gennaio avrà successo. Momenti di svolta delicati, insomma.In un paper pubblicato ieri, la società di analisi indipendente Oxford Economics ha previsto che il reddito reale disponibile dei tedeschi quest’anno aumenti del 3,5%: «Sarebbe la crescita più forte dal ’91». Alla base c’è la tendenza già registrata nella seconda metà dell’anno scorso alla quale si aggiunge un mercato del lavoro dove la disoccupazione è bassa (6,5%) e l’offerta di posti è oggi più alta del 14% rispetto a un anno fa. Ciò si traduce in una tendenza alla crescita dei salari, ben registrata dall’accordo siglato pochi giorni fa dalla Ig Metall (sindacato metalmeccanico) nell’industrializzato land del Baden-Württemberg, dove da aprile gli aumenti saranno di un non frequente 3,4% (e rappresentano un modello per il Paese). Visto che l’inflazione nell’anno sarà negativa, calcola Oxford Economics, la crescita reale dei redditi disponibili sarà facilmente del 3,5%.Ciò si dovrebbe tradurre in una spesa delle famiglie in crescita del 2,5% nel 2015, e questa sarà la voce più significativa nella crescita complessiva del Pil, prevista al 2,2%. Perché è importante? «Un periodo di forte crescita tedesca di origine domestica, dice il paper ,  riduce il rischio di una deflazione cattiva nella regione e dovrebbe fornire alle economie più deboli dell’area (europea) una spinta generata dalle importazioni». La «tirchieria» del consumatore tedesco e le politiche solo pro export di Berlino, molto vituperate di recente, sembrano dunque entrate in una fase di autocorrezione: non più priorità alle «egoistiche» esportazioni ma crescita della domanda interna che beneficia anche i vicini…..

Berlino rilancia i consumi E con le misure di Draghi spread vicino a quota 100

Danilo Taino Corriere della Sera 27 febbraio 2015

http://archiviostorico.corriere.it/2015/febbraio/27/Berlino_rilancia_consumi_con_misure_co_0_20150227_a1f78148-be52-11e4-9a5f-71cdcf66063d.shtml

 

Stiamo tornando all’ 800?

pikkLa barba non ce l’ha e il soprannome di novello Marx affibbiatogli dall’Economist se lo è aggiudicato con il titolo del suo libro “Il capitale del XXI secolo” (Bompiani) e con il merito di aver riportato il dibattito economico sulle disparità tra ricchi e poveri. Un divario che l’economista francese giudica incolmabile perché chi è nato ricco o è diventato ricco, grazie a un matrimonio fortunato o a un superstipendio, difficilmente vedrà il proprio capitale ridursi. Anzi diventerà sempre più ricco perché il rendimento del capitale è superiore alla crescita dell’economia reale (Pil) e del reddito, con buona pace di chi vive di solo stipendio. Per di più, in uno scenario come quello europeo, in cui l’economia non cresce, sarà facilissimo per chi vive di rendita mantenere la propria posizione di preminenza. La via d’uscita suggerita da Thomas Piketty è la tassazione progressiva dei grandi patrimoni accompagnata da una politica almeno europea, se non mondiale, capace di smascherare chi vuole celare la propria ricchezza. Come? Con una lotta senza quartieri ai paradisi fiscali e con norme severissime sull’evasione.
Per lei la crescita della ricchezza di pochi a danni di molti è inarrestabile perché il capitale cresce sempre più in fretta dell’economia reale. “Non importa quanto lavori, qualunque carriera non potrà mai eguagliare un buon matrimonio”. Come si potrebbe ridistribuire la ricchezza?
“Il problema è che le nostre economie occidentali non si muovono verso una maggiore uguaglianza, le spinte verso la socialdemocrazia e la ridistribuzione del Novecento sono state un’eccezione e un’illusione, quello che ci aspetta è il ritorno a un capitalismo ottocentesco come quello dei romanzi di Balzac in cui non importa quanto tu possa lavorare duro: la ricchezza non si accumula, si eredita. Il paradosso del matrimonio rappresenta una visione cinica della vita, ma per quanto uno studente possa investire sul suo futuro non potrà mai raggiungere la ricchezza di chi ha ereditato un patrimonio. E così se la sua ambizione è diventare ricco, farà meglio a sposare una ragazza senza qualità, né bella né intelligente, ma molto ricca. L’unica soluzione è quella di ripristinare la meritocrazia, altrimenti nei Paesi a crescita demografica vicina allo zero o negativa le eredità avranno un peso sempre maggiore”.
Una forma di ridistribuzione potrebbe essere il salario minimo: è davvero utile o è solo una battaglia d’immagine che rischia di livellare gli stipendi verso il basso?
“Il salario minimo serve davvero. È un ottimo strumento per avviare la ridistribuzione del reddito, ma da solo non basta. Resto convinto che servano soprattutto investimenti nella formazione dei lavoratori, altrimenti il provvedimento resterebbe lettera morta e si avrebbe un livellamento verso il basso. Di certo bisogna trovare nuove formule di negoziazione contrattuale. E anche il ruolo dei sindacati è destinato a cambiare.”
I rappresentanti dei lavoratori sono ancora importanti? In Italia sono spesso all’angolo.
“Io credo siano molto importanti, basterebbe guardare al ruolo che hanno in Germania con la cogestione e la presenza all’interno dei consigli di amministrazione delle aziende. Servono leggi che aumentino le responsabilità dei rappresentati dei lavoratori, in modo da renderli anche più consapevoli. In Francia è stata approvata una legge in questo senso, ma gli imprenditori si sono ribellati e così ai rappresentati dei lavoratori nei consigli di amministrazione spetta solo un posto ogni venti consiglieri: una legge così non serve a molto”.

Dal salario minimo, al tetto di 240mila euro agli stipendi per i manager pubblici. Può servire?
“Certo, ma non solo nel settore pubblico. Un provvedimento del genere, però, ancora una volta, andrebbe coordinato a livello europeo. Oltre certo soglie alcuni stipendi non hanno proprio senso. E poi non si può valutare un manager solo sulla base dei risultati in Borsa e sull’utile. Andrebbe valutato anche per il numero di posti di lavoro che crea per esempio”.
Per Adriano Olivetti “nessun dirigente, neanche il più alto in grado, deve guadagnare più di dieci volte l’ammontare del salario minimo”. Lei ha mai pensato quale dovrebbe essere il giusto rapporto?
“No, ma penso che l’intervento migliore sarebbe sul livello di tassazione. Negli Stati Uniti, tra il 1930 e il 1980, il tasso marginale d’imposta sui redditi più elevati è stato in media all’82% con punte superiori al 90% e di certo non ha ucciso il capitalismo americano, anzi la crescita economica di quegli anni è stata molto più forte che dal 1980 a oggi. Quando è arrivato Ronald Reagan e il tasso marginale è passato dal 1980 al 1988 dal 70% al 27%”.
…..
Nella Legge di Stabilità italiana ci saranno due miliardi per la riduzione delle tasse sul lavoro e un miliardo per la scuola. Sarà inserita pure una quota aggiuntiva di 1,5 miliardi per estendere gli ammortizzatori sociali. E’ la strada giusta?
“Di certo è meglio dell’austerity. E’ un segnale importante, perché si torna a spendere e la crescita si fa con gli investimenti, ma purtroppo la soluzione non può arrivare solo dall’Italia perché questo non è un tema solo italiano. La crescita della Germania sta rallentando e l’Europa è ferma, c’è stata troppa austerity. Serve un cambio di regole a livello europeo: tutto è incentrato sui parametri di Maastricht che sono stati decisi a priori senza un voto del Parlamento. All’Eurozona serve fiducia e senza democrazia non ci può essere fiducia”.
Sta dicendo che i parametri di Maastricht su debito e deficit sono sbagliati?
“Sto dicendo che sono stati fissati in modo sbagliato, senza un intervento del Parlamento europeo. E poi sono convinto che l’Eurozona vada ripensata. Come possiamo avere una moneta unica e poi 18 deficit diversi, 18 debiti pubblici diversi? Come è possibile creare fiducia quando ci sono Paesi che pagano meno dell’1% di interessi sul loro debito pubblico e altri che ne pagano il 4 o 5%? A questi livelli di debito l’uno percento in più o in meno equivale a un punto in più o meno di Pil: stiamo parlando di più dell’intero budget destinato alle scuole e alle università francesi. Gli Stati devono capire che se vogliono creare fiducia non possono più fissare paletti in anticipo senza che ci un voto del Parlamento europeo”.
Nel suo libro, lei chiede più trasparenza sui redditi e sulla ricchezza privata, in modo da mettere i governi in grado di contrastare la disuguaglianza tra ricchi e poveri. Come si potrebbe ottenerla in un’Europa i cui principali Stati hanno tutti un piccolo paradiso fiscale a disposizione?
“Ancora una volta la risposta è la stessa: serve un’azione coordinata di tutti i Paesi per ridurre questa patina di opacità. Eppure qualcosa sta cambiando. In Svizzera è caduto il segreto bancario e la Ue sta attuando una stretta sull’elusione fiscale. Mi spiace solo che per arrivare a questo punto si siano dovute aspettare le sanzioni degli Stati Uniti nei confronti delle banche svizzere, altrimenti, probabilmente non sarebbe successo nulla. Bisognerebbe istituire della sanzioni commerciali sia per i Paesi che per i soggetti che sfruttano queste falle nel sistema”.
Davvero solo una guerra potrebbe allentare la disuguaglianza tra ricchi e poveri?

“No, una guerra no, ma delle pesanti sanzioni commerciali sì”.
Per molti il suo libro è un manifesto politico. Ha ambizioni di questo tipo?
“No, assolutamente. La mia ambizione è studiare e scrivere. Ho il massimo rispetto per chi fa politica, ma non è il mio mestiere. Voglio cercare di far circolare le idee: credo che sia il miglior modo in cui posso aiutare la democrazia”.
Lei però è diventato il simbolo del movimento 99% e di Occupy
“Non so se sono un simbolo, mi fa piacere però pensare di aver contribuito a creare coscienza e conoscenza. Il mio intento era quello di scrivere un libro accessibile a tutti, un libro democratico che raccontasse la verità”.

http://www.repubblica.it/economia/2014/10/08/news/la_rivoluzione_di_piketty_s_al_salario_minimo_un_tetto_europeo_e_supertasse_per_gli_stipendi_dei_manager_sanzioni_commerc-97663942/?ref=HREC1-21

Thomas Piketty

http://piketty.pse.ens.fr/fr/

 

Quanto costa la politica?

La politica costa ogni anno oltre 23 miliardi di euro, pari a 757 euro per ogni cittadino. Questa cifra enorme è causata in larga parte da un sistema sovrabbondante che «si può e si deve» ridurre per almeno 7 miliardi senza nuocere alle istituzioni democratiche, «ma nessun indicazione» va in questa direzione e, anzi, con la legge di stabilità in discussione in Parlamento, nel 2014 potrebbe anche aumentare ulteriormente. 

A lanciare l’allarme è stata oggi la Uil che ha presentato un rapporto secondo cui in Italia ci sono più di 1,1 milioni di persone che vivono, direttamente o indirettamente, di politica, il 5% degli occupati del paese…….

http://www.lastampa.it/2013/12/16/italia/politica/la-politica-in-italia-costa-miliardi-sono-euro-allanno-per-contribuente-5PbWc2OhDvfiHcnPnl6vdL/pagina.html

Nel 2012 un milione di licenziati

Oltre un milione di persone sono state licenziate nel 2012. Per l’esattezza: 1.027.462,  con un aumento del 13,9% rispetto al 2011.  È quanto si evince dal sistema delle comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro. Nel solo ultimo trimestre sono stati 329.259 in un aumento del 15,1% sullo stesso periodo 2011.

Nell’intero 2012 sono stati attivati circa 10,2 milioni di rapporti di lavoro a fronte di quasi 10,4 milioni cessati, nel complesso, tra dimissioni, pensionamenti, scadenze di contratti e licenziamenti. I licenziamenti registrati nel periodo riguardano sia quelli collettivi, sia quelli individuali (per giusta causa, per giustificato motivo oggettivo o soggettivo)……

http://www.corriere.it/economia/13_aprile_07/lavoro-licenziamenti-2012_ff11ab3e-9f72-11e2-bce6-d212a8ef12b1.shtml

Da impiegati a operai per salvare il posto

Spostarsi in produzione: così potrebbero essere salvati i posti di lavoro alla 3B di Salgareda. L’azienda specializzata in pannelli per mobili ad inzio agosto ha avviato la procedura per 46 esuberi. Dopo oltre un mese di trattativa con i sindacati, però, si profila una soluzione alternativa ai licenziamenti: due terzi dei lavoratori dichiarati in surplus sono costituiti da impiegati e potrebbero essere ricollocati nei reparti produttivi. Settori in cui la ditta ha maggiori esigenze di manodopera, anche in virtù del turn over più elevato e della rinuncia, avvenuta nelle scorse settimane, dei contratti interinali. Il trasferimento avverrebbe solo su base volontaria e non dovrebbe comportare modifiche della paga base: già una decina di lavoratori avrebbe dato il proprio consenso. Chi non accetta il cambiamento beneficierebbe di 24 mesi di contratto di solidarietà. Ora restano da mettere a punto alcuni dettagli tecnici prima di chiudere definitivamente l’accordo….

http://www.venetouno.it/notizia/32083/da-impiegati-ad-operai-per-salvare-il-posto