La sinistra senza merito

images6Che cosa significhino oggi «sinistra» e «destra» non è affatto chiaro.

Sono di destra i lavoratori del Michigan e dell’Ohio che hanno eletto Trump scontenti per i loro salari stagnanti?

E sono di sinistra gli elettori della destra populista europea (compreso il Movimento 5 Stelle) contraria all’immigrazione per proteggere i lavoratori locali estendendo lo Stato sociale, ma solo a loro?

È di sinistra chi difende i pensionati atutti costi, opponendosi a ogni limitazione della spesa previdenziale, non curandosi del debito pubblico che peserà sui nostri nipoti? A noi pareva che Marx parlasse di lotta di classe non di lotta fra generazioni!

La sinistra tradizionale, quella degli anni Settanta, aveva alcuni principi chiari. Protezione sociale anche a scapito della meritocrazia: qualunque lavoratore, anche i pigri, gli incapaci o addirittura i disonesti, andava difeso. Nella scuola e nell’università «egualitaria» contava solo l’anzianità, mai il merito. Mercati regolamentati, da quello degli affitti (l’equo canone che ingessò il mercato penalizzando chi una casa non la poteva comprare), alle licenze di tassisti, farmacisti e di tante altre professioni ancora ben protette. Un mercato del lavoro fondato su «insider» ipergarantiti e illicenziabili, con giovani e donne esclusi da regole eccessivamente rigide, dove persino il part time era giudicato una cosa «di destra». Pensioni concesse ad alcune categorie privilegiate (a esempio insegnanti dopo pochi anni di lavoro) con il risultato che la dinamica del debito era diventata una bomba a orologeria.

Un capitalismo di Stato fondato sulla complicità fra capitalisti privati e burocrati statali, per «regolare», in realtà per impedire, la competizione e l’ingresso nel mercato di nuove aziende. In alcune aree abbiamo fatto qualche passo avanti, in molte altre no. Il decreto Milleproroghe, a esempio, oggi in discussione, mette fuori legge FlixBus, gli autobus low cost .

È di sinistra tutto cio? A noi pare proprio di no. Dieci anni fa pubblicammo un pamphlet intitolato provocatoriamente Il Liberismo è di Sinistra . Sostenevamo che se obiettivi della sinistra sono l’uguaglianza delle opportunità e la difesa dei deboli e dei meno abbienti, quelle tradizionali politiche «di sinistra» producevano l’effetto opposto. Non a caso molte delle stesse idee oggi sono abbracciate dalla destra populista! Ad esempio l’«uno vale uno» del M5S, cioè il merito non conta.

In quel pamphlet sostenevamo che «la meritocrazia è di sinistra». Certo che lo è. Una scuola e un’università rigorose che premiano chi si impegna e puniscono chi non studia, che promuovono e retribuiscono gli insegnanti in base al merito e non all’anzianità, facilitano la mobilità sociale. Uno studente povero assistito da una borsa di studio (possibile se la smettessimo di regalare l’istruzione universitaria ai ricchi) se può frequentare una buona scuola e una università severa ed efficiente, magari lontana da casa, può farsi avanti. Invece una università sotto costo per tutti, ricchi compresi, senza competizione e appiattita al basso per garantire «uguaglianza» blocca la mobilità sociale. Invece i sindacati («di sinistra»?) si oppongono a valutazioni volte ad accertare la professionalità degli insegnanti.

Sostenevamo che «liberalizzare i mercati è di sinistra». L’amore per la regolamentazione dei mercati è comune alla sinistra tradizionale così come alla destra. Il fallimento della regolamentazione dei mercati finanziari, una delle cause della crisi, è spesso invocato come esempio che ogni deregolamentazione fa male. Certo che ci vogliono delle regole. Ma regole che difendano i più deboli, non gli «insider». È «di sinistra» o «di destra» proteggere i taxisti che da giorni bloccano le nostre città?

Il «capitalismo di Stato non è di sinistra». Cominciamo dalla cosiddetta «politica industriale», cioè un ruolo attivo dello Stato nello scegliere i settori su cui puntare o da proteggere dalla concorrenza internazionale. In genere queste sono considerate politiche di «sinistra». In realtà hanno spesso prodotto disastri industriali. Se poi le aziende protette riescono a autodefinirsi di «interesse nazionale», come Alitalia, allora il gioco è fatto! I contribuenti sono chiamati a pagare e i consumatori a «subire» servizi inadeguati. È di «sinistra» tutto ciò?

Sostenevamo che «riformare il mercato del lavoro è di sinistra». La sinistra tradizionale si è sempre opposta a qualunque riforma rendesse più flessibile la licenziabilità e quindi l’assunzione di nuove leve. Era una politica che proteggeva i lavoratori anziani a scapito dei giovani. Non per nulla in Europa la disoccupazione rimase alta per decenni. Chi ci perdeva? Giovani e disoccupati. Chi ci guadagnava? Lavoratori sindacalizzati anziani. Il Jobs act, cancellando l’articolo 18 e introducendo il contratto unico a tutele crescenti, ha impresso una svolta storica al nostro mercato del lavoro. Ma invece dell’orgoglio di aver fatto finalmente qualcosa «di sinistra», tuonano le critiche di chi pensa che quella sia una legge «di destra».

Ecco invece un problema di mercato del lavoro veramente difficile. Come proteggere i lavoratori relativamente anziani «spiazzati» dalla globalizzazione? Riqualificarli e riassumerli dopo una certa età è difficile. Queste persone vanno protette. Ma non come propone la destra populista (Trump, Marine Le Pen, Giulio Tremonti) che vorrebbero far tornare il mondo indietro di 50 anni, bloccando il commercio internazionale con dazi e tariffe, a spese dei consumatori (quelli poveri soprattutto). Costerà molto proteggere le persone spiazzate. Ma la crescita favorita dal commercio internazionale ce lo consentirà, ammesso che ne sappiamo trarre beneficio. Il protezionismo ammazza la crescita. Senza crescita non proteggiamo nessuno.

Sostenevamo che «ridurre la spesa pubblica è di sinistra». La spesa pubblica è uno dei cavalli di battaglia della «sinistra». La quale sostiene che le spending review sarebbero «di destra». Tutto ciò poteva essere vero prima della Seconda guerra mondiale, quando la spesa pubblica era intorno al 30% del Pil, non oggi che in Europa è intorno alla metà del Pil. Ma aiuta davvero i poveri tutta questa spesa? Si forniscono servizi gratuiti o sotto costo, dalla scuola alla sanità, anche ai ricchi: cioè questi servizi non sono offerti a prezzi che dipendono dal reddito del beneficiario. A che giova tassare molto, con tutte le distorsioni e riduzioni di crescita che ciò comporta, per poi fornire servizi gratuiti anche a chi se li potrebbe permettere a prezzi di mercato se fosse tassato di meno? Quanto di questa metà del Pil aiuta davvero i poveri e i lavoratori spiazzati dalla globalizzazione? Non molto, noi crediamo, soprattutto in Paesi come il nostro pieno di inefficienza e corruzione. Si potrebbe sicuramente ridurre la spesa di qualche punto percentuale di Pil e ridurre le tasse non ai super ricchi ma alla classe media. Non sappiamo se questa politica sia classificabile di «destra» o di «sinistra»: sappiamo che farebbe aumentare la crescita.

Insomma, che cosa sia «di sinistra» o «di destra» nel mondo di oggi è assai meno chiaro di quanto lo fosse qualche decennio fa, prima dello Stato sociale, della regolamentazione, della globalizzazione. È un vero peccato che di tutto si parli nel Pd tranne che di questo: che cosa significhi oggi proteggere i poveri e gli svantaggiati.

di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

http://www.corriere.it/digital-edition/CORRIEREFC_NAZIONALE_WEB/2017/02/22/1/la-sinistra-senza-merito_U43290140562028eVD.shtml

IL LIBERISMO è DI SINISTRA

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2007/09/radiocorlibri-liberismo.shtml?uuid=a0e0f00e

Un articolo recente sul libro

http://www.ilfoglio.it/politica/2017/02/22/news/il-liberismo-e-di-sinistra-ma-bisogna-capire-se-ce-una-sinistra-che-vuole-esserlo-o-se-preferisce-le-kaste-121871/

Una posizione diversa

http://noisefromamerika.org/articolo/liberismo-non-sinistra

Intervista a Elisabeth Roudinesco

“Hanno colpito la laicità Adesso la paura ci spinge all`estremismo” 

INTRODUZIONE: Elisabeth Roudinesco, la grande psicoanalista francese e storica della psicoanalisi, analizza le radici degli atti terroristici del 13 novembre. E’ una “nuova forma di guerra in un mondo globale”. I ragazzi, figli di immigrati di quarta generazione, fragili per la perdita nel mondo globalizzato dei valori di laicità e religiosi si orientano verso l’integralismo e si rischia così una deriva integralista cui bisogna rispondere invece con i valori della laicità. (Silvia Vessella)

 

PARIGI Cominciamo da una piccola frase presa dal «Journal du Dimanche». Racconta una testimone scampata al massacro del Bataclan: «Parlavano francese come me e tè e ci hanno detto: questo è quello che voi fate in Siria e in Iraq…». Ecco, Madame Roudinesco: parlavano un francese impeccabile. I killer di venerdì sono figli di immigrati nati qui, come Ismail, il primo ad essere identificato: è dunque una guerra interna?

«Dall’ll settembre non ragiono in termini di nemici interni o esterni ma di nuova forma di guerra in un mondo globale. L’Islam fanatico offre una facile identità a ragazzi fragili, prima o seconda generazione di immigrati o francesi convertiti, poco importa. Sono i sintomi di un male che rischia di far riemergere tutti i peggiori demoni francesi».

Con Elisabeth Roudinesco, psicanalista e storica della psicanalisi, tentiamo di scavare nel sottosuolo delle viscere emotive del Paese. Madame è appena rientrata dall’Italia dove ha presentato il «Freud nel suo tempo e nel nostro» edito da Einaudi e immersa tra i libri del suo studio non nasconde l’angoscia.

«Siamo di fronte a una regressione radicale verso fenomeni religiosi ostili ai diritti dell’uomo. Le ragazze che spontaneamente mettono il burqa come una forma di rivendicazione secondo me esprimono un rifiuto fanatico dell’Illuminismo. Che si richiamino ad Al Qaeda o all’Isis poco importa e bisogna essere radicali nella lotta contro questa politica: non una guerra razzista agli arabi, ma all’integralismo religioso».

Perché colpiscono la Francia?

«Perché è una repubblica fondata sull’universalismo laico, sulla tolleranza e sul diritto di ciascuno di avere nel privato la sua religione. Anche Robespierre non ha spinto fino al fondo la lotta al clericalismo. Diceva: meglio Dio di una setta. E io sono d’accordo. Questa natura laica ci rende più fragili. Siamo il Paese dell’affare Dreyfuss: possiamo diventare i più antisemiti del mondo o essere al tempo stesso i più generosi, il Paese dei Lumi e insieme del peggio espresso nella collaborazione al nazismo».

Vuoi dire che la Francia può facilmente scivolare nell’estremismo?

«Direi nel fascismo. Il crollo del comunismo ha fatto perdere alle masse l’illusione di un mondo migliore e ora il rischio concreto è che la classe operaia e il voto popolare si sposti tutto a destra come sta succedendo con Marine Le Pen che ha surrogato i valori di sinistra sostituendoli con dei falsi. II rischio è che la Francia scivoli nel fascismo e il voto popolare si sposti tutto a destra Marine Le Pen ha surrogato i valori di sinistra con dei falsi. È questa la nuova peste politica che non a caso si nutre e prende forza da ogni attacco dell’Islam radicale. Si fan forza l’uno con l’altro».

Ma cosa è successo in Francia per provocare un tale desiderio di estrema destra?

«C’è stata una relativizzazione dei valori repubblicani, la rivoluzione è stata ridicolizzata, la resistenza anche, giornalisti e polemisti come Eric Zemmour o Michel Onfray hanno preso il posto degli intellettuali. C’è un’enorme responsabilità nella televisione che per puro bisogno di auditel ha costruito mostri trasformando in fenomeni mediatici personaggi che flirtano con l’estrema destra anche se vengono dall’estrema sinistra. Viviamo in un clima detestabile: si è arrivati persino a riabilitare Pétain».

Madame Roudinesco, lei ci sta dicendo che il massacro di venerdì è precipitato dentro un Paese in crisi nei suoi fondamenti. Come si esprime questa crisi?

«Con il terrore di perdere la famiglia, il padre, la nazione, tutto. Anche la caduta delle frontiere ha contribuito a far smarrire la bussola. Domina un senso di vuoto. Le manifestazioni di massa contro il matrimonio omosessuale hanno saldato tutto questo con l’estrema destra. La sinistra riformista è schiacciata tra due fuochi. E Hollande, che pure è eccellente, non sa essere il buon zio com’erano Mitterrand e a suo modo anche Chirac: uno da uomo di destra faceva una politica di sinistra, l’altro riusciva ad essere un uomo di sinistra pur affermando valori di destra. La presidenza della République, già ridicolizzata da Sarkozy, con Hollande ha perso capacità di rappresentanza».

E tutto questo cosa ha significato nella vita della gente?

«Come dicevamo un senso di insicurezza crescente, l’Europa viene rifiutata, si ha la sensazione che possano crollare tutti i punti di forza del sistema francese a cominciare dalla sicurezza sociale che è la migliore del mondo. Cresce la disperazione e la melanconia».

È per questo che i francesi hanno il record di consumo di psicofarmaci e antidepressivi?

«La vera ragione è perché da noi questi farmaci possono essere prescritti dai medici di base e vengono rimborsati dalla sanità pubblica, cosa che negli altri Paesi non avviene. E questa pratica ha provocato dei danni, ha significato l’abbandono delle terapie di lunga durata e della psicanalisi, troppi psicotropi sono stati prescritti a persone che non ne avevano bisogno per superare semplici ansie o tristezze. Se tutto si risolve con la chimica si perdono il gusto dell’impegno e il senso della libertà democratica e si è più facilmente vittime del fascino per un dio totalizzante o per l’uomo forte».

Ma questi ragazzi «francesi» che hanno sparato al Bataclan, non sono anche nati dal fallimento di un sistema che mitizza i diritti ma che di fatto non sa integrare i più deboli?

«Per me è vero il contrario. Sparano perché hanno paura dell’integrazione e resistono a modo loro. Non possiamo essere naïf: alla guerra si risponde combattendo, ma con i valori della laicità e della tolleranza. O davvero avranno la meglio i peggiori demoni della storia di Francia».”

La Stampa 16 novembre 2015

Intervista a Elisabeth Roudinesco

CESARE MARTINETTI

http://www.spiweb.it/rassegna-stampa/812-italiana-ed-estera/rassegna-stampa-italiana-2015/6527-intervista-a-elisabeth-roudinesco-la-stampa-16-novembre-2015

Freud nel suo tempo e nel nostro

http://www.einaudi.it/libri/libro/-lisabeth-roudinesc/sigmund-freud-nel-suo-tempo-e-nel-nostro/978880622650

 

 

Piena occupazione, ritorno al futuro

occuppp Ci sono dati a cui non ci si può e non ci si deve abituare. Ancora oggi, in Europa, a sette anni dall’inizio della crisi, il tasso di disoccupazione rimane superiore al dieci per cento, con punte che in talune aeree e categorie (tra cui i giovani) superano il venti. Senza contare gli scoraggiati usciti dal mercato del lavoro e il diffuso peggioramento delle condizioni di chi riesce a lavorare.

Nel secondo dopoguerra, J. M. Keynes si battè affinché la piena occupazione costituisse l’obiettivo di fondo della politica economica dei Paesi occidentali. Nella convinzione che economia e democrazia si tengono necessariamente la mano. Sono quasi trent’anni che un tale obiettivo è sparito dall’agenda dei governi. E, dopo sette anni di crisi, una decisa virata ancora non si vede: le istituzioni centrali — specie quelle europee — continuano a considerare gli obiettivi di controllo dell’inflazione il criterio della loro azione. Non sta forse in questa paradossale inversione la ragione dei nostri problemi?

  I rapporti di forza interni all’Unione e la distanza abissale tra le classi dirigenti e la vita reale delle persone ci bloccano in questo stallo. Il risultato è quello che vediamo: molti dei sistemi politici europei, senza più alcuna distinzione tra destra e sinistra, sembrano fortini assediati con coalizioni di governo, elettoralmente fragili, asserragliate nel Palazzo. Mentre nelle piazze rumoreggiamo populismi di varia natura.

Eppure, ancora non si vede il superamento di un modello che compensava i propri squilibri attraverso la sua stessa malattia (l’aumento del debito pubblico e privato).

Le vie canoniche per combattere la disoccupazione sono due.

La prima dice: più crescita. Giusto. A condizione di non dimenticare che con i livelli di disoccupazione raggiunti e la velocità con cui si procede (ammesso e non concesso che il segno più si stabilizzi), il processo di riassorbimento richiede anni. Ma il tempo, nella vita delle persone, non è variabile neutra. Tanto più che l’allargamento della forbice tra produttività del lavoro, prodotto interno lordo, occupazione e le tendenze nella concentrazione della ricchezza fanno sì che l’effettivo aumento dei posti di lavoro sia tutto da confermare. Per questo, dire che la risposta al problema è la crescita non basta.

La seconda dice: più investimenti. Privati, ma sopratutto pubblici. Anche questo secondo argomento è corretto. Ma, sul fronte privato, gli investimenti sono fiacchi da anni sia perché le aspettative di profitto sono basse (dove sono i settori in cui si può pensare di guadagnare?) sia perché l’enorme mercato finanziario è un mostro a due teste che, mentre genera risorse, le inghiotte. Senza contare che gli investimenti non vanno là dove ci sono i problemi più pressanti (leggi il nostro Mezzogiorno o i giovani senza esperienza). E per quanto riguarda gli investimenti pubblici — la cui spinta nell’era della globalizzazione è più debole che in passato — essi dipendono dalla esistenza di uno Stato forte. Condizione che, almeno in Europa, non c’è.

E allora? Se vogliamo essere intellettualmente onesti, occorre ammettere che, senza una diversa prospettiva, il riassorbimento dell’occupazione resterà una chimera. Almeno in quei Paesi dove la crisi ha desertificato persone e territori.

Come non si stanca di ripetere Mario Draghi, una politica monetaria espansiva ha senso solo per prendere tempo e fare le riforme. Giusto. Ma sia la stessa politica monetaria sia le riforme avranno effetti diversi a seconda degli obiettivi perseguiti (piena occupazione vs stabilità monetaria).

Nella situazione in cui siamo, l’errore sta nel continuare a considerare efficienza economica e coesione sociale come obiettivi divergenti. Cosa che dopo il 2008 non è più vera.

Al contrario, ci sono molti segnali che dicono che oggi la relazione tra efficienza e coesione torna a essere positiva: sappiamo che questo vale per le imprese che operano sui mercati internazionali, per le quali la manodopera, ma anche la scuola o le infrastrutturale logistiche, sono condizioni per essere competitive; per il tenore generale dell’economia domestica, che può davvero riprendersi solo grazie ad un’azione di corretta redistribuzione delle risorse; per lo sviluppo di settori nuovi — quali il digitale, la sanità, i servizi alla persona, la qualità del territorio e dell’ambiente — che possono svilupparsi solo condividendo le stesse priorità; per la stessa Europa che, se avesse il coraggio mostrato nel secondo dopoguerra, potrebbe fare dei propri squilibri la leva su cui far ripartire l’economia interna, finanziando con i surplus di bilancio dei Paesi in attivo il rilancio di quelle aree avviate alla desertificazione.

keynescolour[1]Ci sono dei momenti nella storia in cui la logica del gioco cambia. Prima lo si riconosce, meglio è. Così oggi, quando per rilanciare l’economia e salvare la democrazia occorre un riorientamento politico di fondo in grado di capire che, per ragioni economiche e politiche, è venuto il momento di rimettere in linea la spinta individuale, l’efficienza di sistema, l’integrazione sociale. Cominciando dal lavoro per rilegare, come fece Keynes nel dopoguerra , economia e società.

Mauro Magatti

Corriere della Sera

23 giugno 2015

http://www.corriere.it/opinioni/15_giugno_25/piena-occupazione-ritorno-futuro-f53b0da2-1b09-11e5-8694-6806f55cfc9e.shtml

Quale partito mi somiglia di più?

Ecco un test politico-elettorale che aiuta a capire quali partiti rappresentano di più le proprie posizioni politiche in base ai programmi elettorali e alle dichiarazioni pubbliche dei leader prima delle elezioni.

È un progetto no-profit dell’Associazione Openpolis, ideato e realizzato con il contributo di DEPP.

http://politiche2013.voisietequi.it/