Politiche, ecco come si voterà il 4 marzo

l 4 marzo per la prima volta l’Italia andrà a voto con il Rosatellum, sistema di voto misto che prevede un 36 per cento di collegi uninominali e per la restante parte collegi plurinominali. Nonostante la presenza di collegi uninominali e nonostante la possibilità di unirsi in coalizione, si tratta di una legge elettorale prevalentemente proporzionale.

COME SONO ATTRIBUITI I SEGGI

Per la Camera dei deputati sono istituiti 232 collegi uninominali. Nei collegi uninominali le coalizioni e i partiti che corrono da
soli propongono un solo nome. Chi prende più voti, viene eletto. Gli altri 386 seggi vengono assegnati con metodo proporzionale in base ai voti raccolti dalle singole liste nei collegi plurinominali. I collegi plurinominali assegnano un numero di seggi proporzionale al numero di abitanti. Per la ripartizione, conta la percentuale presa dalla lista su scala nazionale. Ogni collegio plurinominale elegge un massimo di deputati in base alla grandezza della popolazione. Completano l’Assemblea di Montecitorio i 12 deputati eletti all’estero.

Per il Senato sono istituiti 116 collegi uninominali in cui le coalizioni e i partiti che corrono da soli si sfidano con un solo candidato.
Chi vince, viene eletto. Gli altri 193 seggi vengono assegnati con metodo proporzionale in base ai voti raccolti dalle singole liste nei collegi plurinominali. I collegi plurinominali assegnano un numero di seggi proporzionale al numero di abitanti. La ripartizione dei seggi, per il Senato, avviene su base regionale. I seggi attribuiti dai collegi plurinominali variano a seconda della grandezza della popolazione. Completano l’Assemblea i 6 senatori eletti all’Estero.

COME SI VOTA

L’elettore avrà due schede, una per la Camera e una per il Senato. Sulla scheda troverà i candidati al proprio collegio uninominale e i partiti che lo sostengono. A fianco al simbolo del partito, c’è il listino di 3-4 nomi dei candidati nel collegio plurinominale. L’indicazione ufficiale è quella di barrare solo il simbolo del partito scelto. In tal modo il voto sosterrà sia il candidato uninominale sia il partito nella parte proporzionale. Se si barra il nome del candidato uninominale, il voto non viene invalidato ma per il proporzionale viene assegnato in quota parte alle liste che compongono la coalizione a sostegno del candidato uninominale. Si può anche apporre una doppia X sul nome del candidato uninominale e su uno dei partiti che lo sostiene. Non è ammesso, e viene invalidato, il voto disgiunto: non si può cioè votare un candidato uninominale e un partito non collegato a quel nome.

COALIZIONI E PLURICANDIDATURE

La legge elettorale consente che più liste si apparentino per sostenere gli stessi candidati uninominali. Sono ammesse le pluricandidature: ogni candidato può essere presentato dal proprio partito in 5 collegi. Anche chi si presenta nel collegio uninominale può avere il “paracadute” della candidatura in uno o più collegi plurinominali.

LE SOGLIE

Il sistema di voto non prevede un premio di maggioranza. C’è invece una soglia di sbarramento del 3 per cento sotto la quale una lista – apparentata o non – non ha diritto di accesso in Parlamento. Se una lista che corre in coalizione non raggiunge il 3 per cento, ma resta sopra l’1, allora i suoi voti vengono spartiti tra gli altri partiti dell’alleanza. I voti dati a una lista coalizzata che resta sotto l’1 vengono dispersi.

 

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/come-si-vota-il-4-marzo

Il valzer dei sistemi elettorali cinque leggi in undici anni

sisteneketTogli le preferenze, cancella il proporzionale e metti i collegi uninominali. No, meglio le liste bloccate e il premio di maggioranza. Contrordine, rimetti le preferenze e butta via il premio, si torna al proporzionale. Aspetta, riecco il premio ma con il ballottaggio. Fermi tutti, niente ballottaggio. L’elettore italiano è senza alcun dubbio il più esperto del pianeta in sistemi elettorali. Li ha sperimentati quasi tutti, ormai: ogni volta che va al seggio gli danno una scheda diversa, e c’è un nuovo meccanismo da imparare. Solo negli ultimi undici anni, per dire, la legge elettorale è cambiata quattro volte, e quasi certamente cambierà ancora prima che si torni alle urne: e così, battendo ogni record, saremmo il primo Paese ad aver avuto tre riforme del voto pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale ma mai applicate: il Consultellum, l’Italicum e il Legalicum (soprannome già appioppato da Grillo al meccanismo sfornato ieri dalla Corte costituzionale). Regole nuove rimaste sulla carta, per quanto solenne.
Ricapitoliamo. Dopo aver votato per più di quarant’anni con il proporzionale, le liste di partito e le preferenze multiple – un meccanismo degenerato con le “quaterne” che garantivano il successo alle cordate di candidati e il controllo scientifico sul voto dei clientes – con il referendum Segni del 1993 gli italiani avevano scelto di passare al sistema maggioritario. E l’anno dopo il Mattarellum consegnò loro un sistema basato sui collegi uninominali a turno unico (come in America e in Gran Bretagna) ma corretto con un quarto di proporzionale, dove i partiti potevano presentare liste corte e bloccate. Finiva dunque la caccia alle preferenze ma cominciava il corso accelerato sul nuovo lessico elettorale, dallo sbarramento allo scorporo, passando per le liste civetta inventate dai partiti per aggirare lo scorporo (funzionarono così bene che nel 2001 Berlusconi ottenne più seggi dei candidati schierati nella quota proporzionale, e a Montecitorio undici seggi rimasero vuoti).
Seguì un lungo e appassionato dibattito sulla necessità di cambiare sistema, e dunque dovemmo imparare i pregi del sistema tedesco e i vantaggi di quello spagnolo, mentre i sostenitori del doppio turno alla francese cedettero il passo ai paladini del modello inglese, l’uninominale secco, che con il referendum del 1999 stava per diventare il nuovo sistema elettorale italiano, avviandoci definitivamente verso il bipartitismo.
Ma mancarono poche decine di migliaia di voti al quorum, e nel 2005 arrivò il Porcellum del leghista Calderoli. Via i collegi uninominali, sostituiti da listoni di partito che l’elettore doveva prendere o lasciare, ma con una novità: il premio di maggioranza. Un rimedio semplice al problema dell’ingovernabilità, che però sembrava congegnato per non funzionare: alla Camera scattava su base nazionale, mentre al Senato veniva assegnato regione per regione, qui al centrodestra e là al centrosinistra. Una legge pasticciata, che per due volte ha fatto vincere Berlusconi ma la terza (2013) non ha fatto vincere nessuno, rendendo obbligatorie le alleanze tra avversari.
Così non è dispiaciuto a nessuno che la Consulta, nel gennaio 2014, lo abbia dichiarato incostituzionale. Però ha abolito il premio di maggioranza e le liste bloccate, sostituendole con il proporzionale e le preferenze. Un ritorno al passato. Prima che si votasse con il nuovo sistema – il Consultellum – otto mesi fa Renzi ha fatto approvare a passo di carica la sua legge elettorale, l’Italicum, che ripescava il premio di maggioranza e riduceva l’elezione automatica ai soli capilista, ma introduceva una novità assoluta per l’Italia: il ballottaggio tra le prime due liste, se nessuno raggiungeva il 40 per cento richiesto per assegnare il premio.
E già ci preparavamo al doppio turno, immaginando di votare per il governo come già facciamo per i sindaci, quando la Corte – per la seconda volta – ha bocciato la legge elettorale. Il doppio turno all’italiana è rimasto dunque in vigore per meno di un anno, senza mai essere applicato nei seggi. E ora abbiamo il Legalicum, che ha corretto l’-I-talicum, che sostituiva il Consultellum, che modificava il Porcellum. Sognando di tornare al Mattarellum.
Sebastiano Messina
La Repubblica 26 gennaio 2017

Italicum sotto esame

italicum[1]L’Italicum di fronte alla Consulta. E non solo per il controllo preventivo di costituzionalità previsto dalle riforma costituzionale, ma anche per azione di un giudice che dubita della costituzionalità della nuova legge elettorale. Tra i `nodi´ da sciogliere, il premio di maggioranza e l’assenza di una soglia minima per il ballottaggio. A rimettere gli atti alla Corte Costituzionale è stato il tribunale civile di Messina, dopo aver esaminato uno dei ricorsi presentati in 17 tribunali italiani per iniziativa del Coordinamento democrazia costituzionale e di un gruppo di legali coordinati da Felice Besostri.

…….

E la Consulta risponderà in tempi «ragionevolmente rapidi», assicura il neo presidente Paolo Grossi. La notizia sull’Italicum arriva poco prima della sua elezione. Anche il nuovo presidente, come chi lo ha preceduto, Alessandro Criscuolo, non esita, tra l’altro, a manifestare perplessità sul controllo preventivo di legittimità sulle leggi elettorali che è richiesto alla Corte dalla riforma costituzionale varata dal governo Renzi. Ma qui i giudici sono chiamati a rispondere ai rilievi di un tribunale.

Nel ricorso presentato a Messina dall’avvocato Vincenzo Palumbo, vice coordinatore del pool di legali anti-Italicum, erano proposti 13 motivi di incostituzionalità. Il tribunale ne ha accolti sei: il «vulnus al principio di rappresentanza territoriale»; il «vulnus al principio di rappresentanza democratico», punto connesso col premio maggioranza; la «mancanza di soglia minima per accedere al ballottaggio»; la «impossibilità di scegliere direttamente e liberamente i deputati», questione legata ai capilista; le «irragionevoli soglie di accesso al Senato residuate dal Porcellum»; la «irragionevole applicazione della nuova normativa limitata solo alla Camera dei Deputati, a Costituzione invariata», e non al Senato.

……..

Il Tribunale di Messina, a quanto si apprende, ha rinviato alla Corte Costituzionale l’Italicum, facendo propri 8 dei 13 motivi di incostituzionalità proposti dai ricorrenti. I ricorsi erano stati presentati in più tribunali italiani.

 

L’Italicum è stato approvato dal Parlamento il 4 maggio scorso e la sua entrata in vigore è prevista per luglio 2016. Il ricorso presentato a Messina è uno dei 18 depositati presso diversi tribunali italiani.  

Da un articolo pubblicato su La Stampa del 25 febbraio 2016

http://www.lastampa.it/2016/02/24/italia/politica/litalicum-va-alla-consulta-il-tribunale-di-messina-accoglie-un-ricorso-contro-la-legge-elettorale-Qs94oe8i4fVfoMUYKVjgkL/pagina.html

La Repubblica

http://www.repubblica.it/politica/2016/02/24/news/italicum_alla_consulta_accolto_in_parte_il_ricorso_al_tribunale_di_messina-134145936/

Com’ è l’Italicum

http://www.lastampa.it/2015/05/04/italia/politica/capilista-bloccati-e-premio-cos-funziona-litalicum-dBCVANVcvalKaJrf9lSH5J/pagina.html

 

 

 

Le riforme cambiano il ruolo del Presidente

 

 

 

quirrSe tutto fila liscio il prossimo presidente della repubblica dovrà fare i conti con un quadro istituzionale significativamente diverso da quello dei suoi predecessori. La riforma elettorale e quella costituzionale – non ancora definitivamente approvate – produrranno effetti rilevanti sul ruolo del capo dello stato. Non si tratta di modifiche di natura giuridica. I poteri formali del presidente non cambieranno. L’articolo 87 della Costituzione non è stato toccato. Cambia il meccanismo di elezione. Questa è la modifica più importante. Dal quinto scrutinio ci vorrà la maggioranza dei tre quinti e solo dopo l’ottavo basterà la maggioranza assoluta. Ma non è questo che conta veramente. Sarà invece la nuova legge elettorale a incidere sul ruolo del capo dello stato dandogli una responsabilità ancor più delicata di quella che ha avuto finora.

Con l’approvazione dell’Italicum e con il superamento del bicameralismo paritario si completerà l’evoluzione maggioritaria del nostro sistema politico. Ancor più che nel passato recente i governi si formeranno non in Parlamento ma nelle urne. L’Italicum è un sistema elettorale decisivo. Chi vince – primo o secondo turno non importa – ottiene la maggioranza assoluta dei seggi nell’unica camera che dà la fiducia. Il governo si formerà così. In questo modo il presidente del consiglio è di fatto eletto direttamente dai cittadini. È dal 1993 – con la legge Mattarella- che il sistema si è avviato in questa direzione. Certo, l’Italia resta una repubblica parlamentare.

Formalmente è il parlamento a fare e disfare i governi. Ma è difficile negare che con l’affermazione di sistemi elettorali maggioritari, che producono risultati elettori “decisivi”, di fatto il governo non si forma in parlamento ma nelle urne. In un quadro di questo genere il ruolo del presidente della Repubblica è più o meno quello di un notaio . Non esistono margini di discrezionalità. Il suo potere di nomina del capo del governo viene drasticamente ridimensionato. Questo è uno dei possibili scenari.

Ma le cose potrebbero andare diversamente. Nonostante il premio alla lista e il doppio turno senza apparentamento, l’Italicum potrebbe produrre governi di coalizione. Le liste infatti potrebbero essere formate da più partiti che si presentano insieme. Lo abbiamo già visto. Al secondo turno uno dei partiti al ballottaggio potrebbe fare – anche senza apparentamento formale – accordi con altri partiti per avere i voti dei loro elettori in cambio di posti di governo. Questi stratagemmi non possono essere esclusi. Nella cultura istituzionale della nostra classe politica non ci sono antidoti a questo tipo di comportamenti

E mancano al momento norme che li possano impedire. E allora, se ci saranno governi di coalizione, occorre mettere in conto che le coalizioni si possano disintegrare. E per finire non si può nemmeno essere certi che il partito vincente non si divida nel corso della legislatura e metta in crisi il governo. Insomma la stabilità promessa dall’Italicum potrebbe non materializzarsi. O potrebbe farlo col tempo. In questi casi come si comporterà il nuovo presidente della Repubblica? Certamente non potrà essere un notaio.

Se sono gli elettori a scegliere chi governa è legittimo che i partiti in parlamento possano non tener conto di questa decisione elettorale e avocare a sé il diritto di sostituire il governo deciso nelle urne con un governo deciso nelle aule parlamentari? Formalmente la risposta è sì, ma non si può negare che un nuovo governo che sia sostanzialmente diverso da quello che ha vinto le elezioni, e che ha incassato un premio di maggioranza, sconti un difetto di legittimità politica, soprattutto nel caso in cui a formarlo siano in parte o in toto partiti di opposizione. Potrebbe accadere. Insomma l’evoluzione maggioritaria del sistema politico crea una potenziale tensione con l’impianto parlamentare e proporzionale della Costituzione. L’Italicum e il superamento del bicameralismo paritario accentueranno questo problema.

D’altronde non si può sostenere che tra parlamentarismo e regole di voto maggioritarie esista incompatibilità. Sarebbe una tesi assurda in presenza di molte democrazie in cui i due elementi coesistono. Ma la loro coesistenza è complessa e delicata. Si fonda su una cultura politica e giuridica più pragmatica che dogmatica, sul buon senso, sul rispetto dei ruoli e sul voto retrospettivo degli elettori. Alla fine dovranno essere loro a giudicare nelle urne il merito degli eventuali cambiamenti intervenuti nell’esecutivo tra una elezione e l’altra. Ma tutto ciò non è scontato. Il ruolo del capo dello stato sarà decisivo. Sarà lui a dover reinterpretare la Costituzione in chiave maggioritaria trovando il giusto punto di equilibrio tra legittimità costituzionale e legittimità politica

Roberto D’Alimonte

http://docenti.luiss.it/dalimonte/

 

Il Sole24ore 30 gennaio 2015

Ed ecco l’Italicum.

Sistema elettorale

Come funzionerà l’Italicum?

http://www.lastampa.it/2015/01/27/multimedia/italia/italicum-come-funziona-la-nuova-legge-elettorale-rJTChnTIqoH4mml7D26tvO/pagina.html

Superato l’ostacolo più importante, e cioè il voto al Senato, l’Italicum ora torna alla Camera per il suo terzo passaggio parlamentare

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Addio coalizioni. Il premio di maggioranza alla lista sancisce la fine definitiva dello schema basato sulle coalizioni a cui ci siamo abituati negli ultimi vent’anni. Sarà la lista che arriva prima a ottenere la maggioranza assoluta dei seggi (al primo o al secondo turno) e a governare da sola. Attenzione però a non confondere la lista con il partito: com’è spesso successo nel passato, sarà sufficiente che due o più partiti si uniscano in una sola lista per aggirare il problema. È comunque una garanzia di solidità, visto che una lista ha un solo leader, un solo programma, un solo simbolo e un solo gruppo parlamentare. Insomma, la rottura è più difficile.

Capolista bloccato e preferenze. Nei 100 collegi i partiti che otterranno i voti necessari eleggeranno automaticamente il loro capolista, che è bloccato e deciso quindi dal partito. A partire dal secondo eletto funzioneranno le preferenze: sarà possibile segnalare due nomi sulla scheda elettorale, con alternanza di genere.

Doppio turno – Se al primo turno la lista più votata supera il 40%, conquista 340 seggi, ovvero una agevole maggioranza assoluta. Se nessun partito o lista dovesse raggiungere quota 40, si andrà al secondo turno tra i partiti più votati, chi vince conquista il ugualmente 340 seggi.

Soglie di sbarramento – Al 3% per tutti i partiti, mentre nella prima versione era del 12% per le coalizioni, dell’8% per i partiti non coalizzati, del 4% per i partiti coalizzati. Il premio di maggioranza alla lista fa piazza pulita di tutto questo, con una soglia di sbarramento sola, al 3%.

Entrata in vigore – Come clausola per evitare un ritorno troppo anticipato alle urne, l’Italicum entrerà in vigore il primo luglio 2016 e si applicherà solo alla Camera dei deputati, dal momento che, nel frattempo, il Senato dovrebbe essere riformato in senso non elettivo e depotenziato.

http://www.polisblog.it/post/196977/come-funziona-legge-elettorale-renzi-berlusconi-testo

 

 

Quirinale, analisi di un ruolo

 

quiquyiIl presidente del Consiglio dei ministri si è chiesto, qualche giorno fa, «cosa servirà all’Italia nei prossimi sette anni». Mi pare la domanda giusta. Non «chi» andrà al Quirinale, ma «che cosa» ci aspettiamo dal prossimo presidente.

Per rispondere a questa domanda, proviamo a fare un bilancio dell’ultimo ventennio. In 22 anni, abbiamo avuto 3 presidenti della Repubblica, 15 governi, 7 elezioni politiche. Durante la presidenza Napolitano si sono succeduti 5 governi e 2 elezioni politiche. L’instabilità della politica (un governo nuovo ogni anno e mezzo, in media) ha richiesto ai presidenti dell’ultimo ventennio un impegno straordinario.

Essi sono i gestori delle crisi, e il frequente succedersi di crisi ha accentuato il ruolo dei presidenti come perno intorno al quale gira l’intera politica italiana. La modificazione della formula elettorale in senso maggioritario avrebbe dovuto rendere meno rilevante la scelta presidenziale del capo del governo e, quindi, la gestione delle crisi. Si osservò, a suo tempo, che persino le consultazioni che precedono l’incarico di formare un governo sono un rituale inutile, se il popolo stesso ha scelto la maggioranza parlamentare e il suo «leader».

Come è potuto accadere, dunque, che i presidenti della Repubblica degli ultimi vent’anni abbiano svolto un ruolo tanto importante nell’imprimere un indirizzo alla politica, siano divenuti – come osservato da uno dei nostri maggiori costituzionalisti – i titolari dell’indirizzo politico-costituzionale?

La spiegazione di questo paradosso sta probabilmente nell’estinzione della Democrazia cristiana, il partito cardine, intorno al quale ruotava la vita politica italiana, che ne controllava gli sviluppi e condizionava la scelta dei governi. Finito il partito di maggioranza relativa, una parte di questa funzione si è scaricata sulle spalle dei presidenti. Questi dovevano veder diminuire il loro ruolo, col sistema maggioritario. Invece, se lo sono visto accresciuto. Potrebbero maturare, ora, tre condizioni in grado di modificare questo equilibrio. La formula elettorale maggioritaria, dopo gli scossoni dell’ultimo ventennio, si avvia a diventare – come quelle degli altri Paesi a democrazia matura – una scelta condivisa e longeva, destinata a durare.

I governi potrebbero nascere e morire con i relativi Parlamenti, durando anch’essi 5 anni, come accade quasi sempre altrove, richiedendo a ogni presidente di gestire al massimo due volte le crisi. Nei partiti, le minoranze sembrano rendersi conto che il loro futuro non sta nelle scissioni, ma nel cercare di diventare maggioranze, accettando anche all’interno delle formazioni politiche la democrazia dell’alternanza. Se queste condizioni si realizzeranno, la figura presidenziale, appena abbozzata dalla Costituzione, è destinata a trasformarsi nuovamente. Al presidente della Repubblica sarà richiesto soltanto di giocare il ruolo di equilibratore e regolatore dei tre poteri dello Stato e si ritornerà al modello presidenziale einaudiano.

Di Sabino Cassese

Corriere della Sera 22 dicembre 2014

http://www.corriere.it/editoriali/14_dicembre_22/quirinale-analisi-un-ruolo-15bb5922-899e-11e4-a99b-e824d44ec40b.shtml

Il Quirinale

http://www.quirinale.it/

Un porcellum incostituzionale

Iporvyl «Porcellum» è incostituzionale. Lo ha stabilito al termine di una lunga camera di consiglio la Corte Costituzionale, dichiarando illegittimi  sia il premio di maggioranza senza soglia sia le liste bloccate, nella parte in cui non consentono all’elettore di esprimere una preferenza. Le motivazioni del pronunciamento «saranno rese note con la pubblicazione della sentenza, che avrà luogo nelle prossime settimane e dalla quale dipende la decorrenza dei relativi effetti giuridici», rendono noto i giudici. «Resta fermo che il Parlamento – scrivono  ancora –   può sempre approvare nuove leggi elettorali, secondo le proprie scelte politiche, nel rispetto dei principi costituzionali».

http://www.corriere.it/politica/13_dicembre_04/consulta-boccia-porcellum-incostituzionale-172a817e-5d04-11e3-a319-5493e7b80f59.shtml

La Consulta ha dichiarato illegittimo il premio di maggioranza che non prevede una soglia minima di voti per essere assegnato. Il premio previsto dal Porcellum è illegittimo perchè scatta esclusivamente per liste o le coalizioni che abbiano preso il maggior numero di voti e che non abbiano conseguito almeno 340 seggi alla Camera e il 55% al Senato. L’effetto concreto dello stop decretato dalla Corte è che il premio cade in toto, visto che non può essere la Consulta a stabilire come costruirlo e quali soglia attribuirgli: questo spetta al legislatore. Quindi, dopo la pronuncia della Corte, quel che resta è un sistema proporzionale, con correttivo all’ingresso: «le liste che non raggiungono il 4% alla Camera e l’8% al Senato, percentuali che salgono rispettivamente a 10% e al 20% per le coalizioni, non entrano in Parlamento», spiega uno degli avvocati che ha impugnato il Porcellum, Carlo Besostri.

La Corte ha anche stabilito che le liste «bloccate» sono illegittime: non è costituzionale non consentire all’elettore di esprimere preferenze. Sarà quindi necessario individuare dei meccanismi per reintrodurle, un passaggio che potrebbe prevedere «un intervento normativo», sottolinea il presidente emerito della Corte Costituzionale, Valerio Onida, che invita però ad attendere le motivazioni della sentenza, per comprendere fino in fondo la portata di questo passaggio».

http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/POLITICA/porcellum_consulta_corte_costituzionale/notizie/386420.shtml

Corriere della Sera. Lo speciale sulla legge elettorale

http://www.corriere.it/politica/speciali/2013/elezioni-legge-elettorale/