Google, multa Ue di 4,3 miliardi

Nuova multa record per Google dalla Commissione Ue, la più alta mai comminata. Il motore di ricerca, che è riuscito a schivare le accuse di Bruxelles, dovrà pagare 4,3 miliardi di euro per aver abusato della posizione dominante del suo sistema operativoAndroid. La sanzione ammonta a quasi il doppio di quella, già rilevante, che la Ue inflisse a Google lo scorso anno: 2,4 miliardi di euro per aver favorito il suo servizio di comparazione di prezzi Google Shopping a scapito degli altri competitor.

La Commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager ha annunciato le motivazioni della Commissione in una conferenza stampa. Il caso Android è nel mirino di Bruxelles dal 2015. Dopo un anno di indagini, nel 2016 Google fu accusata formalmente di aver obbligato i produttori di smartphone, come Samsung o Huawei, a pre-installare Google Search e a settarlo come app di ricerca predefinita o esclusiva. “Il nostro caso riguarda tre tipi di restrizioni che Google ha imposto ai produttori di apparecchi Android e operatori di rete per assicurarsi che il loro traffico andasse verso il motore di ricerca di Google – ha spiegato Vestager – In questo modo, Google ha usato Android come veicolo per consolidare il dominio del suo motore di ricerca. Pratiche che hanno negato ai rivali la possibilità di innovare e competere sui meriti. E hanno negato ai consumatori europei i benefici di una concorrenza efficace nella importante sfera mobile. Questo è illegale per le regole dell’antitrust Ue”.

In particolare, Bruxelles contesta a Google tre cose. La prima: ha chiesto ai produttori di device Android di pre-installare l’app di Google Search e il browser Chrome come condizione per fornire la licenza dell’app store di Google, cioè Play Store. Secondo: ha pagato alcuni grandi produttori e operatori di rete a condizione che pre-installassero l’app di Google Search. Infine, Google ha offerto incentivi finanziari ai produttori e agli operatori di reti mobili a condizione che installassero esclusivamente Google Search sui loro apparecchi. Questo allo scopo di consolidare e mantenere la sua posizione dominante. La notizia della multa record è stata data per prima dall’agenzia Bloomberg. Per quanto riguarda la multa inflitta lo scorso anno per Google Shopping, l’azienda ha fatto ricorso alla Corte di Giustizia della Ue.

Secondo la società di ricerca Gartner, Android nel 2017 ha dominato il mercato della telefonia cellulare con una quota dell’85,9%: l’anno scorso sono stati venduti circa 1,3 miliardi di telefoni con Android contro i circa 215 milioni che girano con iOS e 1,5 milioni che utilizzano altri sistemi operativi. L’ammontare dell’ammenda è deciso all’ultimo momento e può teoricamente raggiungere, secondo le regole di concorrenza europee, fino al 5% del fatturato totale della società, che è calcolato per Alphabet, società madre di Google, in 110,9 miliardi di dollari nel 2017, ovvero 94,7 miliardi di euro. La multa si calcola anche in base alla durata dell’infrazione, all’intenzione o meno di commetterla e alle sue conseguenze, cioè se ha davvero ha fatto fuori i competitor dal mercato oppure no.

La mossa di Bruxelles, che era attesa, è destinata a farsi sentire nelle già tese relazioni Usa-Ue. Per parte sua l’azienda ha replicato con l’intenzione di ricorrere contro la sanzione: “Android ha creato più scelta per tutti, non meno: un ecosistema fiorente, innovazione rapida e prezzi più bassi sono le caratteristiche classiche di una forte concorrenza. Faremo appello contro la decisione della Commissione”. Non solo. Il numero uno di Google, Sundar Pichai, ha agitato lo spettro di un sistema operativo a pagamento, in futuro, per i produttori di smartphone. Intanto, però, Google deve cambiare la propria “condotta illegittima” entro 90 giorni, altrimenti rischia un’altra multa che potrebbe arrivare fino al 5% del giro d’affari mondiale medio giornaliero di Alphabet, la società madre del noto motore di ricerca. “Finora, il modello di business di Android è stato progettato in modo da non dover far pagare per la nostra tecnologia”, afferma Pichai, ricordando la dura concorrenza con iOS di Apple. “Siamo preoccupati – prosegue il ceo – invii un segnale preoccupante a favore di sistemi proprietari rispetto a piattaforme aperte”.

 

Smartphone cannibale: ha reso obsoleti oggetti di uso comune

Orologi, navigatori, fotocamere, telecamere, registratori, torce, apparecchi musicali, sveglie, radio. I giornali. Persino i chewing-gum, travolti dalla mancanza di noia che prima colpiva l’avventore alla cassa del supermercato, ora sostituita dalla curiosità morbosa (e magnetica) con la quale interagiamo con uno schermo di pochi pollici.

L’esordio: 29/6/2007

Potremmo definirlo il potere distruttivo dello smartphone, di cui l’iPhone incarna l’essenza (anche per l’attesa messianica con cui accogliamo ogni nuovo modello). Un simbolo che ha raggiunto i dieci anni di età – il 29 giugno 2007 faceva il suo esordio negli Stati Uniti – portandoci il mondo in tasca. Connettendoci ovunque e con chiunque, mutando a tal punto le nostre esigenze da fagocitare prodotti prima iper-ricercati (vedi le macchine fotografiche digitali, ora contenute al suo interno) e mettendo fuori mercato intere filiere industriali.
Il capo economista di Google, Hal Varian, ieri in un’intervista rilasciata a questo giornale si è spinto addirittura oltre: «Si può concludere – ha detto – che l’introduzione dello smartphone abbia ridotto il prodotto interno lordo del mondo».

I neoluddisti

Visto l’autorevole punto di osservazione – Varian proviene dall’azienda pioniera del progresso tecnologico, il cui potere taumaturgico è basato su un algoritmo – segnala un’inattesa prova a favore per il partito dei (neo) luddisti tecnologici. Quelli che non credono alla tesi schumpeteriana della «distruzione creatrice». Quel drastico processo selettivo che ogni nuova dirompente innovazione porta con sé, contribuendo al fallimento di alcune aziende incapaci di intercettare il cambiamento ma al tempo stesso favorendo la nascita di altre. La prima impressione leggendo i dati del Consumer Electronics Association, l’associazione delle aziende del largo consumo negli Stati Uniti, è che Varian abbia ragione.

Le vittime


Se in questi dieci anni gli smartphone sono cresciuti del 536% (superando quota 1,6 miliardi nel 2016) i lettori MP3 sono sostanzialmente spariti (-87% rispetto al 2007). Neanche i navigatori se la passano troppo bene (-80%) travolti dalle applicazioni di geo-localizzazione (ma qui le mappe di Google sono leader di mercato e per questo rischiano di essere oggetto delle contestazioni della Commissione europea). Le fotocamere digitali, che nei primi anni Duemila inducevano i produttori a sfidarsi a colpi di investimenti per migliorare la risoluzione in termini di pixel, sono crollate del 66%.

L’effetto distorsivo


Uno studio appena redatto dalla società di consulenza Accenture va ancora oltre. Perché segnala l’effetto dirompente degli smartphone anche sulle vendite di altri prodotti informatici, teoricamente non in aperta sovrapposizione. È il caso delle console di gioco (in crescita sì del 18%, ma meno delle attese degli analisti per il 2017), dei laptop, dei tablet, persino della tv a ultra-definizione che non avrebbe ancora scontato l’effetto di un’altra innovazione potenzialmente distruttiva, il cosiddetto Oled (Organic Light Emitting Diode), diodo organico a emissione di luce che permette di migliorare la qualità di fruizione dei video al livello dell’ultra-hd di Sony e Lg ed è stato integrato da Samsung sui suoi dispositivi.
Anche le altre società di consulenza, da McKinsey a Boston Consulting, da Deloitte a EY arrivano più o meno alle stesse conclusioni.

Il paradosso candela

Lo smartphone sta fagocitando tutto ciò che gli si avvicina. Ma tutti concordano su un punto che Roberto Verganti, della scuola di direzione aziendale del Politecnico di Milano, chiama il «paradosso della candela». «Lo smartphone ha messo fuori gioco le candele per illuminare in caso di oscurità. Ma negli ultimi quattro anni i consumi sono aumentati in Europa del 28,5%, perché ora la candela serve a profumare gli ambienti». Si salva chi cambia pelle e si adatta. Senza contare l’indotto della digital economy, che Andrea Falleni, ad di Capgemini Italia, collega alla smartphone economy : «Senza non ci sarebbero Uber, Airbnb e tutte le applicazioni di car sharing». Ha ancora ragione Schumpeter?

FABIO SAVELLI

Corriere della Sera, 28 giugno 2017

 

http://www.corriere.it/economia/17_giugno_29/smartphone-cannibale-af62c532-5c2e-11e7-9050-dbcde4ab4109.shtml

Lasciate perdere gli smartphone oppure lasciate perdere l’università

 

dumbwSpesso succede che tecnologia e tradizioni non seguano un percorso parallelo. Anzi. Ed è una fatica tentare di comprendere come uno dei paesi più tradizionalisti del mondo sia potuto diventare pure uno dei paesi più tecnologizzati del mondo. Ovviamente non parliamo della concreta difficoltà che si trova di fronte un qualunque turista quando si appresta a sedersi su un ipertecnologico gabinetto nipponico (su internet si trovano delle guide ad hoc). Parliamo del rapporto contraddittorio che i giapponesi hanno con la loro stessa natura. Per esempio Kiyohito Yamasawa, che è il presidente di un’università statale giapponese, la Shinshu, famosa tra le altre cose per essere l’unica università a ospitare una facoltà di Ingegneria tessile. Tradizione e tecnologia, appunto. Il presidente Yamasawa, nel suo discorso agli studenti della settimana scorsa, ha detto una frase che è suonata come una notizia, vagamente contraddittoria. Dall’alto del suo scranno nel mezzo della “foresta del sapere” – così si chiama per via della foresta nella quale è immersa l’università Shinshu a Matsumoto, nella prefettura di Nagano – Yamasawa ha detto: Lasciate perdere gli smartphone oppure lasciate perdere l’università”. Il suo discorso era certo più ampio, inserito in un contesto in cui ha spiegato che c’è bisogno di una cultura che favorisca il pensiero creativo: la natura, il tempo, la socialità. E gli smartphone sono il male, in questo tentativo di creare un terreno fecondo per l’apprendimento. Una specie di crociata moralista contro l’ossessione per i giochini elettronici, che sono un veleno per l’originalità, una dittatura del pensiero unico: spegnete il cellulare, leggete un libro, ha detto il presidente ai suoi studenti, e imparate a pensare con la vostra testa. Il quotidiano Asahi shimbun ieri spiegava che Yamasawa è stato un esperto di ingegneria elettronica e che quindi ha avuto a che fare in passato con le tecnologie dei cellulari, non si tratta quindi della lezioncina di un ignorante in materia. E infatti sui media le parole del presidente della Shinshu sono state difese da più parti. Nonostante la soluzione di Yamasawa sia un tantino radicale, ha detto al Telegraph Makoto Watanabe, docente di Comunicazione alla Hokkaido Bunkyo University, “vedo troppi studenti pigri nelle aule, tutto quello che fanno è sedersi in fondo, giocare, scambiarsi messaggi o navigare in rete”.

Il fatto è che in Giappone il cellulare è una dipendenza (in lingua angofona sarebbe addicted, dal latino addictus, ovvero schiavo per un debito contratto con un padrone). Lo smartphone è il padrone: indispensabile, una protesi sulle mani di quasi tutti i giapponesi, soprattutto i giovani. Ci sono le applicazioni utili, vitali, come quelle che aiutano a mettersi in salvo in caso di terremoto, oppure quelle come Disaana, che monitora i social durante le catastrofi. Ci sono quelle meno utili, come l’app lanciata da McDonald Japan per velocizzare le lamentele dei consumatori – in un periodo in cui il McDonald nipponico ha avuto non pochi problemi di immagine, denti trovati nei polli fritti etc. Poi, però, c’è l’aspetto più socialmente rilevante. Lo scorso anno la compagnia telefonica NTT Docomo ha fatto una simulazione ambientata nel mezzo dell’incrocio più trafficato del mondo, quello di Shibuya. Si chiamano dumbwalking quelli che camminano guardando lo schermo del cellulare, senza vedere dove vanno. Rallentano la circolazione, possono creare incidenti. E quasi sempre stanno giocando: lo dimostrano le previsioni per il prossimo anno che parlano di un volume d’affari di gaming per smartphone da 8,1 miliardi di dollari, e l’ingresso della Nintendo nella più grande compagnia giapponese che produce giochi per smartphone, la DeNA. 

In “Lezioni spirituali per giovani samurai”, Yukio Mishima raccontava che, quando un gruppo di studenti fece irruzione nell’università di Tokyo armato di spade, fu subito disarmato. Motivo: non avevano intenzioni assassine. E “quando un’arma viene usata per uno scopo diverso da quello per cui è stata forgiata, perde istintivamente la sua forza”. Ma in Giappone Mishima non si legge più. Allora forse vale la pena di ascoltare Yamasawa: più libri, meno giochini.

Il problema del tradizionalissimo Giappone alle prese con gli smartphone<!– –>

Giulia Pompili Il Foglio 12 aprile 2015

http://www.ilfoglio.it/esteri/2015/04/12/il-problema-del-tradizionale-giappone-smartphone___1-v-127591-rubriche_c324.htm

 

Connessi e distanti

distrattiGran parte delle nostre tecnologie della comunicazione sono iniziate come sostituti inferiori di un’attività impossibile. Non potevamo incontrarci sempre a quattr’occhi, così il telefono ha reso possibile mantenerci in contatto anche a distanza. Non si sta sempre in casa, così la segreteria telefonica ha reso possibile un tipo di interazione anche senza che l’interlocutore debba stare accanto al suo telefono. La comunicazione online è nata come sostituto della comunicazione telefonica, che per chissà quale motivo era considerata troppo gravosa o sconveniente. Ed ecco i messaggi di testo, che hanno facilitato e reso ancora più rapida e più mobile la possibilità di inviare messaggi. Queste invenzioni non sono state create per essere sostituti migliori rispetto alla comunicazione faccia a faccia, bensì come evoluzioni di sostituti accettabili, per quanto inferiori.
Poi, però, è successa una cosa buffa: abbiamo iniziato a preferire i sostituti inferiori. È più facile fare una telefonata che darsi la pena di incontrare qualcuno di persona. Lasciare un messaggio alla segreteria telefonica di qualcuno è più comodo che conversare al telefono: si può dire ciò che si deve dire senza attendersi risposta. Le notizie difficili si comunicano così più facilmente. È più agevole farsi vivi senza la possibilità di lasciarsi coinvolgere. Di conseguenza abbiamo iniziato a telefonare quando sapevamo che nessuno dall’altra parte avrebbe alzato la cornetta.
Spedire email a raffica è più facile ancora, perché si ci può nascondere dietro l’assenza di un’inflessione vocale e naturalmente non c’è il rischio di imbattersi in qualcuno per caso. Gli sms sono ancora più facili, in quanto le aspettative dell’articolazione delle parole sono ancora minori, e c’è a disposizione una corazza in più dietro la quale nascondersi. Ogni passo “avanti” è stato reso più facile, appena un po’, giusto per eludere il peso emotivo di essere presente, di trasmettere informazioni invece che umanità.
Il problema dell’accettare – del preferire – i sostituti inferiori è che col passare del tempo anche noi diventiamo sostituti inferiori. Le persone abituate a dire poco si sono abituate ad avere poche sensazioni………

Da un articolo di  JONATHAN SAFRAN FOER, la Repubblica  13 Giugno 2013

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/27-stili-di-vita-e-di-consumo/45719-2013-06-13-06-34-50.html

Un cellulare a un euro

Alcatel[1]Ma la crisi impone con forza anche un altro mercato. Quel del low cost. Anzi del super low cost. Come nel caso del telefonino di Alcatel, One Touch 232: in GranScordatevi gli smartphone. Qui si telefona e si mandano sms, con uno schermo da 1,5 pollici. Ma c’è anche una funzione torcia, qualche giochino, la sveglia, la calcolatrice, un calendario.

In verità c’è il “trucco”: il costo di 1 euro, è come si dice in gergo, sussidiato (cioé coperto in parte) dall’operatore, in questo caso il britannico O2. Oltre alla sterlina è obbligatorio tirarne fuori altre 10, in traffico telefonico (10 e basta, non 10 al mese). L’offerta resta comunque straordinaria, non solo da un punto di vista economico ma anche simbolico. Da tempo si parla della trasformazione dei telefoni in commodities. Beni fungibili, indifferenziati e dai margini bassissimi se non nulli per i produttori. Il telefono da 1 euro sembra realizzare la profezia, anche se prima che queste dinamiche si trasferiscano al più ricco mercato degli smartphone servirà tempo Bretagna lo si porta a casa con una sola sterlina (1,14 euro al cambio).

Un euro di cellulare: sembra uno scherzo ma provate a pensare all’uso che fate del vostro telefono. Se nel 98% dei casi usate solo il tasto per chiamare e l’icona degli sms siete certi che vi serva uno smartphone?….

http://malditech.corriere.it/2013/03/12/il-telefonino-da-un-euro-voi-lo-comprereste/

Una nuova filosofia per l’ iPhone

iphone00[1] Apple stravolge se stessa: si converte al low cost, per inseguire i  nuovi mercati nei paesi emergenti, corteggiare un miliardo di potenziali  consumatori cinesi e indiani dei suoi prodotti. Per Steve Jobs sarebbe  stato un controsenso, quasi un insulto nei confronti della sua filosofia  personale.
La sua filosofia era un misto di zen, sofisticata eleganza, perfezionismo. Nulla che evochi la parola lowcost. Ma i tempi cambiano a una rapidità spaventosa. Qui nella Silicon Valley la “distruzione creatrice” è il Dna di un capitalismo in costante rivoluzione, sforna ondate di innovazioni tecnologiche e divora le sue stesse creature. Chi si ferma è perduto, la Silicon Valley è un vivaio di start-up ma è anche un cimitero di dinosauri, colossi che appena qualche decennio fa sembravano dominare l’industria hi-tech (Hewlett-Packard, Yahoo), oggi sono al massimo dei comprimari…..
L’iPhone 6 aspetterà per far posto alla presentazione di un’altra novità, quasi agli antipodi: il primo iPhone lowcost, per l’appunto. Un oggetto da 300 dollari al massimo, forse disponibile in versioni sotto i 200 dollari. Con un “guscio” di policarbonato e materie plastiche in sostituzione del vetro e alluminio (più costosi) usati finora. Un gadget funzionale, pratico, fatto per durare, ma decisamente meno “glamour” di tutto ciò che Apple ha sfornato finora per una generazione di appassionati.
Il primo smartphone low cost progettato nel quartiere generale di Cupertino (45 miglia a sud di San Francisco sulla Highway 101), dovrà partire all’assalto di un mercato stimato a 135 miliardi di dollari di vendite nel 2013. È il mercato che finora Apple aveva snobbato: quello dei ceti medio-bassi, dei consumatori attenti al budget. Jobs aveva sempre curato la fascia alta, puntando su un’immagine preziosa, esclusiva, raffinata.  La sua era una strategia perfettamente razionale che tuttora dà all’azienda una marcia in più in termini di profitti: nell’ultima relazione di bilancio il margine di profitto è del 38,6%, un livello irraggiungibile per i suoi concorrenti che lavorano sul mercato “di massa”, come Samsung. Ma anche lo smartphone forse è condannato a seguire la parabola che ha segnato la storia di altri prodotti elettronici e digitali, dal personal computer in poi: diventare delle “commodities”, prodotti su larga scala, a prezzi decrescenti, con margini di profitto risicati dalla competizione. E poi il chief executive che ha ereditato la poltrona di Jobs, Tim Cook, sta per conquistare un mercato che era sempre sfuggito al fondatore: sembra imminente l’accordo di distribuzione con China Mobile, primo operatore di telefonia mobile della Repubblica Popolare, che porterebbe in dote i suoi 600 milioni di abbonati. C’è di che giustificare una svolta strategica, il quasi-rinnegamento della filosofia di Jobs.
E lanciarsi nel mercato lowcost che finora Apple a lasciato ai suoi inseguitori, Samsung in testa. Nel mondo intero Apple deve fronteggiare questa realtà nuova: il tipico utente dei suoi prodotti, la fascia alta dei consumatori, è ormai quasi satura e si avvia a diventare un mercato di sola sostituzione. Viceversa dove le vendite aumentano a ritmi più sostenuti è in quei ceti medio-bassi dei paesi emergenti che sono acquirenti di prima generazione, stanno scegliendo il loro primo smartphone, e non possono permettersi prodotti da 650 dollari come l’iPhone 5.
I mercati finanziari, e gli azionisti, segnalano da tempo che Apple deve imboccare nuove strade. All’inizio di questo mese si è vista una vera e propria fuga di capitali: via da Apple, dirottati verso la sua rivale Google. Apple ha toccato il livello minimo degli ultimi 12 mesi in Borsa proprio mentre Google saliva al suo massimo storico. La ragione: Apple ha perso il vigore “rivoluzionario” di una volta, mentre Google la incalza con il suo software Android adottato da Samsung e altri produttori di smartphone a basso prezzo. ….

In realtà quel mercato non è più lo stesso di quando fu “creato” (almeno in parte) da Steve Jobs. L’irruzione di una gigantesca middle class, in Asia Africa e America latina, cambia le regole del gioco. Gli smartphone di Apple sono in media più cari del 133% di tutti i concorrenti. È il settore lowcost quello dove si vendono già oggi il 60% dei telefonini intelligenti, 540 milioni di unità al prezzo medio di 250 dollari l’uno. Poter triplicare la quota di mercato in Cina, è un’attrazione che merita di rinnegare la filosofia elitaria di Jobs. …

http://www.repubblica.it/tecnologia/2013/03/11/news/tutto_pronto_per_l_iphone_low_cost_scocca_in_plastica_e_prezzo_da_300_dollari-54291902/

(11 marzo 2013)

Caleidoscopico mercato

Motorola-DynaTac-8000-gordon-gecko-wallstreet[1]Fate così. Mettete su un cd di Wall Street, il film del 1983 con Michael Douglas, e invece di seguire le trame avide di Gordon Gekko fate un fermo immagine quando lui passeggia parlando al telefonino. Oddio, telefonino è una parola grossa. In mano ha un Motorola Dyna TAC 8000x, il primo telefono mobile della storia: pesava 800 grammi, costava 3.995 dollari (l’equivalente di 8.700 dollari attuali), la batteria si ricaricava in dieci ore e si scaricava con una telefonata di mezz’ora. Poi tirate fuori dalla tasca uno dei vostri cellulari (gli italiani, neonati compresi, ne posseggono uno e mezzo a testa): costa poche decine di euro, pesa meno di cento grammi, con un’ora di carica ve ne garantisce cinque di conversazione. Ma quel che è più importante è che sullo schermo potete vedere una partita, giocare a poker online, consultare le news, collegarvi a Twitter, avere accesso a Google, tutte attività normali per noi comuni mortali del 2013 ma proibite a un miliardario degli anni Ottanta. (Si calcola che un guerriero Masai con uno smartphone disponga oggi di più informazioni del presidente degli Stati Uniti di 25 anni fa: lo scrivono Peter Diamandis e Steven Kotler in Abundance. The Future is Better than you Think).

Che cosa ha reso possibile questo spettacolare progresso in soli trent’anni? Un piano industriale? Una decisione politica? Un cambio di governo? L’investimento in ricerca del consiglio di amministrazione di un ateneo? Il diffondersi del neoliberismo o il ritorno al keynesismo? Niente di tutto questo: è stato il mercato.
Parte con questo formidabile apologo il nuovo libro di Alberto Mingardi, appropriatamente titolato L’intelligenza del denaro (editore Marsilio,). Il percorso tra il vecchio Motorola e il vostro telefonino è infatti il frutto di una trama fittissima di relazioni umane: scambi di informazioni e di merci, concorrenza tra aziende, corsa ad abbassare i costi, lotta per accaparrarsi i tecnici, studi per trovare nuovi materiali, mode che cambiano: l’incontro tra la gran voglia di accumulare guadagni da parte del produttore e la gran voglia di avere un telefonino migliore da parte del consumatore. Questo è il mercato. E la metafora non vale solo per la tecnologia. Se volete arricchire questa spiegazione con due bellissimi video, confrontate quello dedicato alla nascita di un cellulare http://tifwe.org/smartphone/ con quello (I Pencil. The Movie) basato sul celebre saggio di più di 50 anni di Leonard Read, in cui si raccontava l’incredibile intensità di scambi necessaria per produrre una semplicissima matita.

Con passo quasi pedagogico e con un tono antiaccademico, l’autore, che pure è un liberista della più bell’acqua sopravvissuto allo tsunami di demagogia che ha fatto seguito al terremoto della crisi finanziaria, non ripiomba il lettore nella solita disputa ideologica di questi anni ma si propone un’opera di chiarificazione. «Il mercato è un processo», spiega, complesso e sofisticato, al quale partecipano un’infinità di attori in modo libero ma preterintenzionale; è «un modo per stare assieme, una forma di cooperazione tra estranei su lunga distanza. Il mercato siamo noi: quando produciamo, quando consumiamo, quando risparmiamo. E la sua intelligenza, il suo linguaggio — conclude Mingardi — «risiede nel sistema dei prezzi». Chiunque sia stato su eBay capisce di che si parla.

Essendo un processo, il mercato non può dunque essere un’entità. Soprattutto non può essere «antropomorfizzato». Trasformato cioè in un’entità negativa, crudele e famelica, che frustra i buoni propositi dell’umanità; o invece presentato dai più entusiasti fautori come un’entità salvifica, un «meccanismo ben oliato in grado di massimizzare il benessere sociale, un formidabile ascensore meritocratico»
Infatti mercato e capitalismo sono due cose diverse (e talvolta in conflitto). Mingardi arriva perfino a contestare la celebre metafora della «mano invisibile» di Adam Smith (ne La ricchezza delle nazioni, pubblicato a Londra nel 1776): perché una mano fa pensare a qualcosa di associato all’intenzionalità, che risponde agli ordini di una centrale nervosa. Mentre è preferibile l’immagine usata da Ludwig Lachman in The Market as an Economic Process, che invita a pensare al mercato non come al meccanismo di un orologio ma come a un caleidoscopio, le cui immagini casuali «sono ordinate e belle ma effimere, e le figure cambiano vorticosamente senza ripetersi mai». …..
Dal Corriere della sera, 22 gennaio 2013

http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=12167