Se cediamo alla paura morirà la democrazia

zbzuuDa anni il filosofo polacco Zygmunt Bauman mette in guardia dalla paura, il più sinistro tra i demoni annidati nelle città aperte in cui viviamo. Gli attentati di martedì, come quelli di Parigi, raccolgono nell’abbraccio mortale del terrorismo quell’insicurezza del presente e quell’incertezza del futuro che lui, il teorico della società liquida, ha individuato nel nostro Dna.  Questo sì, lo spaventa.

Ripetiamo che a Bruxelles è stato colpito il cuore dell’Europa: è così professor Bauman, o si tratta di propaganda jihadista che non dovremmo assecondare?

«Il “cuore” che i terroristi cercano di colpire è quello dove abbondano le telecamere, sempre assetate di sensazioni nuove e scioccanti a cui garantire attenzione massima per qualche giorno. C’è un numero dieci volte maggiore di persone uccise da qualche parte tra i tropici del Cancro e del Capricorno che non ha alcuna chance di ottenere la visibilità degli attacchi di New York, Madrid, Londra, Parigi o Bruxelles. È invece in queste ultime città che i bisbigli acquistano la forza dei tuoni. A spese minime – un biglietto aereo, un kalashnikov, un esplosivo fatto in casa, la vita di un pugno di disperati – corrispondono a ore interminabili di spazio tv gratis e picconate ai valori democratici da parte dei governi che dovrebbero proteggerli».

La nuova generazione di terroristi usa i benefici della «società liquida»?  

«È il principio ispiratore della loro strategia sin dall’inizio: disponendo di risorse limitate, si sono dedicati a provocare il loro nemico, teoricamente forte ma in realtà estremamente vulnerabile. I terroristi hanno imparato velocemente l’arte di puntare in alto e massimizzare i profitti diminuendo le spese – ossia utilizzando lo zelo miope con cui l’avversario è entrato nel gioco».

I terroristi considerano l’Europa una comunità unita molto più di quanto facciano gli europei?  

«Per ironia della sorte i terroristi riescono ad assestare colpi capaci di ripercuotersi su tutta l’Unione Europea. Potremmo dire che sono il più potente fattore unificante tra i membri di un’UE che altrimenti vede sfaldarsi molte delle sue cuciture. La paura, lo spreco di risorse sempre maggiori nella costruzione di muri, l’impiego di un numero crescente di uomini per la sicurezza e costosi gadget per lo spionaggio nella vana speranza di prevenire il prossimo attentato: tutto questo si sta verificando non solo nei luoghi colpiti ma anche molto più lontano, nei Paesi dell’Europa di “seconda velocità” che il terrorismo non ha alcuna intenzione di attaccare avendo sobriamente calcolato costi e benefici».

I terroristi non sono stranieri, sono cresciuti nelle nostre città: perché ci odiano?  

«Contrariamente all’infame affermazione di Victor Orban, per cui “tutti i terroristi sono migranti”, quasi tutti i terroristi sono “indigeni”. I furbi, astuti e feroci cospiratori che ispirano il terrorismo possono vivere lontano, in Paesi stranieri, ma la loro manovalanza viene reclutata tra i discriminati, gli umiliati e vendicativi giovani che crescono in mezzo a noi senza futuro. Tenerli in condizione di privazione è un modo di cooperare con il terrorismo: seguendo la logica dell’occhio per occhio allarghiamo il bacino che i capi terroristi hanno mostrato di saper usare bene».

L’Islam radicale sta colmando il vuoto delle ideologie del 900?  

«Non potendo garantire ai loro correligionari vite fantastiche i fondamentalisti islamici offrono loro il miglior balsamo alternativo alla dignità umana mortificata: una morte piena di senso. Molti (ma questi molti sono una piccola minoranza dei musulmani che vivono in Europa) cedono alla tentazione non avendo altre strade verso la dignità umana».

Possiamo davvero salvarci moltiplicando i muri?  

«Costruire muri per tenere i migranti fuori dai nostri cortili ricorda la storia dell’antico filosofo Diogene che rotolava avanti e indietro nella botte in cui viveva sulle strade della nativa Sinope. Alla domanda sul perché del suo strano comportamento rispose che vedendo i vicini occupati a blindare le porte e sguainare le spade sperava di dare il suo contributo alla difesa della città contro l’avanzata delle truppe di Alessandro il Macedone».

È preoccupato per la civiltà occidentale?  

«La sola ma grave ragione per essere preoccupato è la fortunatamente piccola possibilità che l’Europa abbandoni i suoi valori e si pieghi al codice di comportamento dei terroristi, sarebbe il suicidio della casa della moralità e della bellezza dov’è nata l’idea di libertà, eguaglianza e fratellanza».

Francesca Paci

la Stampa, 26 marzo 2016

 

http://www.lastampa.it/2016/03/26/esteri/bauman-se-cediamo-alla-paura-morir-la-democrazia-fZ6w4S4WOWVvuaQN1FF2PJ/pagina.html

Il grande sociologo della modernità liquida oggi compie 90 anni

Il popolarissimo sociologo polacco è nato il 19 novembre 1925

Zygmunt Bauman: “Io, sempre straniero, l’unico giudice è la mia coscienza”

di WLODEK GOLDKORN

baumannnnCapita di rado, e quando succede è indice di una straordinaria lucidità del protagonista, che un testimone di un’epoca particolarmente difficile e con forti tratti di tragicità ne sia anche uno dei più perspicaci e critici interpreti. Ma è questo: capire e spiegare l’ultimo secolo della modernità, dalla tentazione di rendere il mondo solido, univoco, privo di ogni ambiguità (e si vedano i fascismi e il comunismo) fino all’approdo a un universo sociale liquido e frammentario, con il corollario del terrorismo; il ruolo che si è dato Zygmunt Bauman; lui stesso ebreo, vittima del nazismo, comunista e poi anticomunista espulso nel 1968 dal suo paese natio. Il sociologo polacco, oggi di casa in Inghilterra, a Leeds, una modesta dimora da professore universitario  –  e dove lui si occupa delle faccende domestiche, cucina, stira, pulisce  –  domani compie i 90 anni. E, più che un’occasione per trarre il bilancio di una vita, questa conversazione serve a ribadire il duplice ruolo, del pensatore tra i più influenti nel mondo e nel contempo dell’oggetto del proprio studio. Dice Bauman: “Talvolta più che un ornitologo, mi sento un uccello”. La conversazione non può che cominciare con l’attualità, Parigi e la guerra in casa: “È come se vivessimo in un campo minato, sappiamo che le esplosioni continueranno, ma non sappiamo dove e quando ci sarà la prossima. La quantità di armi in circolazione (anche grazie ai nostri governi) è tale che pochi kamikaze sono in grado di provocare una catena di azioni e reazioni di conseguenze incalcolabili. E poi, i problemi da affrontare sono globali, ma ne fanno fronte le autorità locali, incapaci di arrivare alle radici del male. Tentare di affrontare problemi globali con mezzi locali è infatti come cercare di rimettere il dentifricio nel tubetto. Finisce che soffre la democrazia, la gente matura la convinzione che occorra rinunciare alle libertà conquistate a caro prezzo, in nome della (presunta) sicurezza. Si crea un circolo vizioso che vede agire di concerto gli xenofobi locali e i terroristi globali”.

Insomma, a 90 anni, tocca a Bauman assistere al disfarsi di un altro mondo ancora. È nato a Poznan, il 19 novembre 1925. La Polonia indipendente esisteva da appena sette anni, e non era un Paese dove le minoranze nazionali avevano una vita facile. Poznan poi, era la roccaforte della destra antisemita che esaltava una patria per i soli cattolici. Racconta Bauman: “A scuola, durante gli intervalli, non uscivo nel cortile. Era l’unico modo per evitare i calci e le botte degli altri. Amavo i libri. E andavo spesso in una libreria. Ma non avevo soldi”.

L’impresa commerciale di suo padre fallì, causa crisi.
“Sì, fu una vicenda durissima. Un giorno in quel negozio vidi un cartello: “locale cristiano”. E accanto un altro: “compra dal polacco” (significa non comprare dagli ebrei, ndr). Frequentavo anche una biblioteca pubblica, finché vidi sullo scaffale la rivista Alla gogna. Non ci tornai più”.

“Alla gogna” era una delle più volgari riviste antisemite mai esistite. Nel 1939 Hitler invade la Polonia. Lei, appena 14enne, scappa in Urss, diventa piccolo comunista e si arruola nell’esercito polacco che combatte a fianco dell’Armata rossa.
“Nel ginnasio sovietico posso finalmente correre sul campo dietro al pallone (e tuttora sono un tifoso: di squadre perdenti): nessuno mi dice che devo andarmene in Madagascar o in Palestina e, quando confesso il mio amore per le lettere polacche, nessuno mi ricorda che sono un ebreo e quindi non devo usurpare una cultura non mia. Il mio essere polacco è sempre risultato sospetto, come se l’appartenenza alla Polonia l’avessi rubata senza averne il diritto e così fino a oggi. Ma possiamo parlare anche delle mie idee e non solo della biografia?”.

Nel 1968, in seguito alle manifestazioni degli studenti, lei, allora professore all’Università di Varsavia viene dichiarato il nemico pubblico numero uno, sia in quanto deviazionista, sia in quanto sionista (e cioè ebreo). Fino a metà degli anni Sessanta però lei è stato comunista ed è stata un’esperienza fondamentale. Cosa era il comunismo?
“Il comunismo non è nato per miracolo né è caduto dal cielo, non è un prodotto dell’inferno. Segna invece una continuità con la storia. È uno dei risultati della riflessione filosofica, manifestatasi dopo il terremoto di Lisbona del 1755, che ha come scopo abbandonare l’atteggiamento da “guardaboschi” nei confronti del mondo a favore invece di una posizione da “giardiniere”. Il giardiniere sistema il mondo; sceglie le piante giuste, estirpa quelle nocive. Il comunismo non è un’utopia romantica, ma è figlio del secolo dei Lumi, di Voltaire e Diderot. E ha qualcosa di messianico. Trotzky si considerava forse come un messia degli ebrei, forse come una specie di Cristo, forse pensava al secondo Avvento”.

E poi?
“Infine, il comunismo è una tecnica di conquista del potere, tecnica golpista, tecnica che permette di ignorare i risultati delle elezioni, e che tende alla totale manipolazione delle coscienze e del linguaggio”.

E con questa risposta ha spiegato anche perché a un certo punto smise di essere comunista. Ma l’adesione a cosa era dovuta?
“Camus disse che la particolarità del Novecento stava nel fatto di causare il Male in nome del Bene. C’era il fascino del nuovo inizio, che a sua volta si basava sulla repulsione per il vecchio mondo. Nell’adesione al comunismo c’è molto del socialdemocratico Bernstein e di Walter Benjamin con il suo Angelo della storia. Il bolscevismo è stato una specie di Partito dell’azione. E, per quanto mi riguarda, ero un giovane soldato decorato con una medaglia al valore militare per aver partecipato alle cruenti battaglie di Kolberg e di Berlino. Non ero un intellettuale. Volevo che il mio povero e infelice Paese cambiasse”.

Seguono gli anni del potere comunista. Lei diventa un sociologo importante, poi un dissidente; infine, espulso, va in Israele ma vi rimane pochissimo…
“Non volevo scambiare il nazionalismo polacco di cui sono stato una vittima, per il nazionalismo israeliano”.

La sua non è una biografia comune…
“Non esistono biografie comuni. Ogni uomo è un mondo a sé, irripetibile”.

Sarà, ma la sua, è una biografia molto ebraica. Ha vissuto in Polonia, Israele, Inghilterra. Ovunque è rimasto straniero.
“Un comico inglese diceva che l’ebreo è un uomo che in ogni luogo è fuori luogo. Sì, sono nato straniero e morirò straniero. E sono innamorato di questa mia condizione. Con mia moglie Janina, scomparsa quasi cinque anni fa, eravamo uniti in tutto, ma una cosa non l’ho condivisa con lei: ha scritto Il sogno di appartenenza, un libro in cui esprimeva il suo bisogno di appartenere. Io ne faccio a meno. Nell’essere “straniero” ci sono alcuni privilegi. Il più grande di questi è potersene infischiare dell’opinione pubblica. L’unico tribunale è quello della propria coscienza ed è il più severo di tutti”. …..

Repubblica 18 novembre 2015
http://www.repubblica.it/cultura/2015/11/18/news/zygmunt_bauman_io_sempre_straniero_l_unico_giudice_e_la_mia_coscienza_-127634632/

 

Bauman, lo sguardo dei 90 anni

http://www.vita.it/it/article/2015/11/18/bauman-lo-sguardo-dei-90-anni/137448/

L’ascensore sociale funziona al contrario

elevator3La società italiana scivola verso il basso. Spinta dalla crisi, che dal 2008 ha investito l’economia globale  –  e nazionale. Non è tanto e solo l’andamento dei redditi e del mercato del lavoro, a rivelarlo. Anche se, nell’ultimo anno, in metà delle famiglie qualcuno ha perduto il lavoro oppure l’ha cercato senza esito (indagine Demos-Coop, aprile 2015). Il problema è che, al di là della “condizione”, misurata dalle statistiche socioeconomiche, il declino ha colpito, in modo sensibile, anche la “percezione”. Ha, cioè, modificato sensibilmente il modo di guardare la realtà intorno a noi e di rappresentare, anzitutto, noi stessi.

Come si è detto in altre occasioni, l’ascensore sociale, in Italia, si è bloccato. E gran parte degli italiani ha smesso di attendere che riparta. E oggi è, invece, impegnata a frenare, se non a bloccare, la marcia del “discensore sociale”. Dal quale sono in molti, la maggioranza, a sentirsi trasportati, meglio: trascinati. Verso il basso. Ma la percezione delle cose e di noi stessi è difficile da modificare. Molto più della realtà stessa. Perché ci vuole tempo prima di “credere” che il lavoro e il reddito abbiano ripreso a crescere. E che, di conseguenza, si possa guardare di nuovo il futuro con minore pessimismo del passato. Malgrado l’Istat e l’Ocse, oltre al nostro governo, segnalino una ripresa della nostra economia, i consumi, continuano, infatti, a stagnare. Perché gli italiani non si fidano. Del futuro. Del “proprio” futuro. E preferiscono risparmiare, piuttosto che consumare. Per prudenza.

TABELLE

Di certo, è finita l’epoca della “cetomedizzazione”. Termine ostico, ma sicuramente efficace, con il quale Giuseppe De Rita, negli anni Novanta, ha definito la tendenza della società italiana a ridimensionare il peso delle èlite, ma soprattutto degli strati più bassi. E, dunque, ad allargare i confini della “società di mezzo”. Oggi, invece, la società italiana si è “operaizzata“. Oltre la metà degli italiani, per la precisione: il 52%, si colloca nei “ceti popolari” o nella “classe operaia”. Mentre il 42% si sente “ceto medio”. Nel 2006, dunque: poco meno di dieci anni fa, il rapporto fra queste posizioni  –  e visioni  –  risultava rovesciato. Il 53% degli italiani si definiva “ceto medio” e il 40% classe operaia (o “popolare”). Nel 2008, mentre la crisi incombeva, peraltro, le posizioni apparivano più vicine. Ma il ceto medio, in Italia, prevaleva ancora, seppur di poco, sulla classe operaia: 48 a 45%. Questa tendenza ha investito un po’ tutte le professioni e tutte le categorie. Non solo quelle che erano già, di fatto, “classe operaia”. I lavoratori dipendenti. Ma ha coinvolto anche altre figure, catalogate, tradizionalmente, nella “piccola borghesia” (come ha fatto Paolo Sylos Labini, nel suo classico “Saggio sulle classi sociali”, pubblicato nel 1988 e di prossima ri-edizione, sempre per i tipi di Laterza). In particolare, i lavoratori autonomi e i piccoli imprenditori. Ancora nel 2008, il 60% di essi si sentiva “ceto medio”, il 34%, poco più di metà, classe operaia. Oggi, però, questa distanza si è sensibilmente ridotta. Perché il 40% dei lavoratori autonomi e in-dipendenti si sente “classe operaia”. Il 54% ceto medio…..

Così, in Italia avanza una società “operaia”. Che vive con una certa preoccupazione e un certo risentimento questa condizione  Perché aveva creduto alla promessa berlusconiana di un futuro da “imprenditori” per tutti. Attraverso il passaggio “intermedio” del “ceto-medio”. Ma oggi, che la crisi ha dissolto il sogno-ceto-medio, per molti è faticoso rassegnarsi al risveglio-operaio.

Ilvo Diamanti

Repubblica 25 maggio 2015

http://www.repubblica.it/politica/2015/05/25/news/l_ascensore_sociale_funziona_al_contrario_ora_il_ceto_medio_si_sente_classe_operaia-115182379/

 

La grande ingiustizia di una società meritocratica

 

meritWho defines Merit? – si chiedeva qualche mese fa Scott Jaschik, direttore di Inside Higher Ed., in un dibattito sul tema con i leader dei maggiori istituti universitari statunitensi. Una domanda, tutt’altro che nuova, ma sempre più relativa a complesse questioni etiche, tecniche, finanziarie. Già posta, all’origine della nostra tradizione, da Platone a proposito del “governo dei migliori”, essa è stata ripresa con accenti diversi da filosofi, economisti, politici senza mai arrivare a una risposta conclusiva.

Se il merito è il diritto a una ricompensa sociale o materiale, in base a determinate qualità e al proprio lavoro, quale arbitro neutrale può assegnarlo? Quanto, di esso, va attribuito al talento naturale e quanto all’impegno? E come valutare il condizionamento sociale sia di chi opera sia di chi giudica? Che rapporto passa, insomma, tra merito e uguaglianza e dunque tra meritocrazia e democrazia?
Un risoluto antidoto agli entusiasmi crescenti che hanno fatto del concetto di meritocrazia una sorta di mantra condiviso a destra e a sinistra, viene adesso dalla riedizione del brillante libro del sociologo inglese Michael Young — già membro del partito laburista, e promotore di rilevanti riforme sociali — dal titolo L’avvento della meritocrazia (sempre da Comunità). Scritto nel 1958 nella forma della distopia, del genere di quelle, più note, di Orwell e di Huxley, The Rise of the Meritocracy si presenta come un saggio sociologico pubblicato nel 2033, quando, dopo una lunga lotta, la meritocrazia si è finalmente insediata al potere nel Regno Unito. Debellato il nepotismo della vecchia società preindustriale, ancora legata ai privilegi di nascita, e preparato da una serie di riforme della scuola, nel nuovo regime si assegnano le cariche solo in base al merito ed alla competenza.
Tutto bene dunque? È il sogno, che tutti condividiamo, di una società giusta, governata da una classe dirigente selezionata in base a criteri equanimi e trasparenti? Bastano le pagine iniziali — che evocano disordini provocati da gruppi “Populisti”, contrapposti al “Partito dei tecnici” — per manifestarci, insieme a sinistri richiami all’attualità, la reale intenzione dell’autore. Che è ironicamente dissacratoria contro quella ideologia meritocratica che egli finge di celebrare. Sorprende che alcuni lettori, come Roger Abravanel, consigliere politico del ministero dell’Istruzione dell’ex governo Berlusconi, siano potuti cadere nell’equivoco, prendendo nel suo Meritocrazia ( Garzanti, 2008) il fantatrattato di Young per un reale elogio della meritocrazia, appena velato da qualche riserva. Del resto, per dissipare ogni dubbio circa il carattere radicalmente critico della propria opera, sul Guardian del 19 giugno del 2001, l’autore accusò Tony Blair di aver preso in positivo un paradigma, come quello di meritocrazia, carico di controeffetti negativi.
Quali? Essenzialmente quello di affidare la selezione della classe dirigente a ciò che il filosofo John Rawls definisce “lotteria naturale”, vale a dire proprio a quelle condizioni fortuite ereditate alla nascita — classe sociale, etnia, genere — che si vorrebbero non prendere in considerazione. Certo, si sostiene, esse vanno integrate con qualità soggettive, quali l’impegno e la cultura. Ma è evidente che queste non sono indipendenti dalle prime, essendo relative al contesto sociale in cui maturano, come già sosteneva Rousseau. E come Marx avrebbe ancora più nettamente ribadito, commisurando i beni da attribuire a ciascuno, più che ai meriti, ai bisogni, per non rischiare di premiare con un secondo vantaggio, di tipo sociale, chi già ne possiede uno di tipo naturale.
Ma l’elemento ancora più apertamente distopico — tale da rendere la società meritocratica da lui descritta uno scenario da incubo — del racconto di Young è il criterio di misurazione del merito, consistente nella triste scienza del quoziente di intelligenza (Q. I.). Esso, rilevato dapprima ogni cinque anni, quando si affinano i metodi previsionali di tipo genetico diventa definibile ancora prima della nascita. In questo modo si potrà sapere subito a quale tipo di lavoro destinare, da adulto, il prossimo nato. Se egli è adatto a un lavoro intellettuale o manuale, così che si possano separare già nel percorso scolastico gli “intelligenti” dagli “stupidi”, le “capre” dalle “pecore”, il “grano” dalla “pula”. Una volta definito in maniera inequivocabilmente scientifica il merito degli individui, si eviterà il risentimento degli svantaggiati. Essi non potranno più lamentarsi di essere trattati da inferiori, perché di fatto lo sono. Registrato il Q. I. sulla scheda anagrafica di ognuno, l’identità sociale sarà chiara una volta per tutte. Coloro che, a differenza dei più meritevoli, passeranno la vita a svuotare bidoni o a sollevare pesi, alla fine si adatteranno al proprio status e forse perfino ne godranno.
A questa felice società meritocratica, in cui solo alla fine sembrano accendersi bagliori di ribellione, si arriva gradatamente per passaggi intermedi: prima costruendo una scuola iperselettiva, contro la «fede cieca nell’educabilità della maggioranza»; poi subordinando il sapere di tipo umanistico a quello tecnicoscientifico; infine sostituendo i più giovani agli anziani, meno pronti a imparare e dunque retrocessi a funzioni sempre più umili. Il risultato complessivo è la sostituzione dell’efficienza alla giustizia e la riduzione della democrazia ad un liberalismo autoritario volto alla realizzazione dell’utile per i ceti più abbienti.
Il punto di vista affermativo di Young è riconoscibile nelle pagine finali, dove si riferisce a un immaginario Manifesto di Chelsea, non lontano dal progetto di riforme da lui stesso proposto, in cui si sostiene che l’intelligenza è una funzione complessa, non misurabile con indici matematici né riducibile ad unica espressione. Il fine dell’istruzione, anziché quello di emarginare gli «individui a lenta maturazione», dovrebbe essere quello di promuovere la varietà delle attitudini secondo l’idea che ogni essere umano è dotato di un talento diverso, ma non per questo meno degno di altri.

ROBERTO ESPOSITO

Repubblica 16 dicembre 2014

IL LIBRO
L’avvento della meritocrazia di Michael Young ( Comunità pagg. 232 euro 15)

http://interestingpress.blogspot.it/2014/12/la-grande-ingiustizia-di-una-societa.html

 

http://books.google.co.uk/books?id=e_rTyIMJR9kC&pg=PR3&hl=it&source=gbs_selected_pages&cad=2#v=onepage&q&f=false

 

ONLINE/OFFLINE

zz bbbTUTTI noi a intermittenza, ma anche contemporaneamente, viviamo ormai in due universi distinti: online e offline. Il secondo dei due è spesso definito “il mondo reale”, anche se la questione di capire se questa definizione si adatti meglio al secondo rispetto al primo diventa via via discutibile. I due universi differiscono in modo marcato per la visione del mondo che ispirano, le competenze che esigono e il codice di comportamento che raffazzonano e promuovono. Le loro differenze possono essere superate, ma difficilmente sono riconciliate. Spetta al singolo individuo, immerso in entrambi quegli universi, risolvere i conflitti che sorgono tra di essi e delineare ambiti circoscritti di applicabilità per ciascuno dei due.
L’esperienza acquisita in un universo, però, non può non influire sulle nostre modalità di percezione dell’altro universo, che valutiamo e che attraversiamo. Tra i due universi tende a esserci un traffico frontaliero ininterrotto, legale o illegale, ma pur sempre intenso. I vantaggi di Internet sono molteplici e multiformi. Su Facebook non può accadere che qualcuno si senta mai più solo o messo in disparte, scaricato, respinto, lasciato a cuocere nel proprio brodo avendo come unica compagnia sé stesso. Sempre, ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette, qualcuno da qualche parte sarà sempre pronto a ricevere un messaggio e a rispondere a esso. Grazie a Internet, ormai tutti ricevono una possibilità di vivere il loro proverbiale quarto d’ora di celebrità e l’occasione di sperare di arrivare allo status di celebrità pubblica.
Ma quali sono le perdite, documentate o previste? Tanto per cominciare, ci sono perdite che affliggono le nostre facoltà mentali; prima di tutto le qualità/ capacità ritenute indispensabili per trovare uno spazio fondamentale per la ragione e la razionalità, per dispiegarvisi e realizzarsi appieno: attenzione, concentrazione, pazienza e la possibilità di durare nel tempo. Quando per connettersi a Internet è necessario un minuto, molti di noi si irritano per la lentezza del proprio computer. Ci stiamo abituando ad aspettarci sempre risultati immediati. Desideriamo un mondo sempre più simile al caffè istantaneo. Stiamo perdendo la pazienza, eppure i grandi risultati necessitano di grande pazienza. Il periodo di tempo in cui si è in grado di tenere desta la soglia di attenzione, l’abilità a restare concentrati per un tempo prolungato – in definitiva, quindi, la perseveranza, la resistenza e la forza morale, caratteri distintivi della pazienza – sono in calo, e rapidamente.
Tra i danni meglio analizzati e al contempo teoricamente più nocivi provocati dal calo e dalla dispersione dell’attenzione ci sono il peggioramento e la graduale decrepitezza della disponibilità ad ascoltare e delle facoltà di comprendere, come pure della determinazione ad “andare al cuore della faccenda” (nel mondo online ci si aspetta di “navigare” tra le informazioni convogliate visivamente o acusticamente) – che a loro volta portano a un continuo declino delle capacità di dialogare, una forma di comunicazione di vitale importanza nel mondo offline. Strettamente connesso ai trend descritti è il danno inferto alla memoria, oggi sempre più spesso trasferita e affidata ai server, invece che immagazzinata nel cervello.
L’altra cosa di cui tenere conto è il verosimile impatto di tutto ciò sulla natura stessa dei rapporti umani. Allacciare e spezzare legami online è più comodo e meno imprudente che farlo offline. Non comporta obblighi a lungo termine, e tanto meno promesse del tipo “finché morte non ci separi, nella buona e nella cattiva sorte”; non esige un obbligo così prolungato e coscienzioso come esigono i legami offline. Non stupisce quindi che, avendo collaudato e confrontato le due tipologie, molti internauti, forse la crescente maggioranza, preferiscano la varietà online.
C’è ancora un punto, forse il più discusso tra gli argomenti che saltano fuori nel dibattito su vantaggi e svantaggi del world wide web. Numerosi osservatori hanno accolto la possibilità di assistere in “tempo reale”, in modo universale, facile e comodo agli eventi internazionali – unitamente alla possibilità di fare un ingresso altrettanto universale, ugualmente facile e indisturbato nella scena pubblica – come l’autentica, radicale, effettiva svolta nella storia breve e tempestosa, seppur ricca di avvenimenti, della democrazia moderna. Al contrario delle aspettative abbastanza diffuse secondo le quali Internet rappresenterà un grande salto in avanti nella storia della democrazia e coinvolgerà noi tutti nel processo di dar forma al mondo che condividiamo, si vanno accumulando le prove per le quali Internet potrebbe servire anche a perpetuare e a rafforzare conflitti e antagonismi. Paradossalmente, il pericolo nasce dalla propensione della maggior parte degli internauti a fare del mondo online una zona esente da conflitti. Internet porta alla creazione di una versione perfezionata di “comunità residenziale protetta”: a differenza del suo equivalente offline, ciò non impone ai residenti di pagare un affitto esorbitante e non richiede vigilantes armati o una rete complessa e avanzata di telecamere di sorveglianza a circuito chiuso; è sufficiente disporre di un semplice tasto “cancella”. Il vero problema è che in questo ambiente online, sterilizzato e decontaminato in modo artificiale, è davvero molto difficile poter sviluppare una forma di immunità nei confronti delle velenose controversie endemiche dell’universo offline.
Senz’altro, l’elenco fin qui fatto dei vizi e delle virtù reali e teoriche di una divisione del Lebenswelt (“il mondo vitale”) in un universo online e un universo offline è tutt’altro che completo. Ed è ovviamente prematuro valutare gli effetti aggregati di un cambiamento-spartiacque, così determinante nella condizione umana e nella storia culturale. Per il momento, gli asset di Internet e dell’informatica digitale nel loro complesso paiono tollerare bene una considerevole mescolanza di passività. Oggi il punteggio più alto raggiunto dall’universo online nella scala di misurazione della comodità, della convenienza, dell’immunità dal rischio e della libertà dai problemi che impongono uno scotto, sollecita, di proposito o di default, la tendenza a trasferire le opinioni sul mondo e i codici comportamentali fatti a misura della sfera di vita online nella sua alternativa offline. Ma potrebbero essere applicati a questa soltanto a costo di un grande danno sociale ed etico. A conti fatti, d’ora in poi, faremo bene a tenere d’occhio da vicino le conseguenze della spaccatura online/offline.

Vivere da immigrati digitali divisi tra “ online ” e “ offline ”

di Zygmunt Bauman

la Repubblica • 25 giugno 2014

(Traduzione di Anna Bissanti)

 

http://www.dirittiglobali.it/2014/06/25/vivere-immigrati-digitali-divisi-online-offline/

Le emozioni passano

Amarsi e rimanere insieme tutta la vita. Un tempo, qualche generazione fa, non solo era possibile, ma era la norma. Oggi, invece, è diventato una rarità, una scelta invidiabile o folle, a seconda dei punti di vista. Zygmunt Bauman sull’argomento è tornato più volte (lo fa anche nel suo ultimo libro Cose che abbiamo in comune, pubblicato da Laterza). I suoi lavori sono ricchi di considerazioni sul modo di vivere le relazioni: oggi siamo esposti a mille tentazioni e rimanere fedeli certo non è più scontato, ma diventa una maniera per sottrarre almeno i sentimenti al dissipamento rapido del consumo. Amore liquido, uscito nel 2003, partiva proprio da qui, dalla nostra lacerazione tra la voglia di provare nuove emozioni e il bisogno di un amore autentico…..

“Il mercato ha fiutato nel nostro bisogno disperato di amore l’opportunità di enormi profitti. E ci alletta con la promessa di poter avere tutto senza fatica: soddisfazione senza lavoro, guadagno senza sacrificio, risultati senza sforzo, conoscenza senza un processo di apprendimento. L’amore richiede tempo ed energia. Ma oggi ascoltare chi amiamo, dedicare il nostro tempo ad aiutare l’altro nei momenti difficili, andare incontro ai suoi bisogni e desideri più che ai nostri, è diventato superfluo: comprare regali in un negozio è più che sufficiente a ricompensare la nostra mancanza di compassione, amicizia e attenzione. Ma possiamo comprare tutto, non l’amore. Non troveremo l’amore in un negozio. L’amore è una fabbrica che lavora senza sosta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana”.
Emmanuel Lévinas ha parlato della “tentazione della tentazione“. È lo stato dell'”essere tentati” ciò che in realtà desideriamo, non l’oggetto che la tentazione promette di consegnarci. Desideriamo quello stato, perché è un’apertura nella routine. Nel momento in cui siamo tentati ci sembra di essere liberi: stiamo già guardando oltre la routine, ma non abbiamo ancora ceduto alla tentazione, non abbiamo ancora raggiunto il punto di non ritorno. Un attimo più tardi, se cediamo, la libertà svanisce e viene sostituita da una nuova routine. La tentazione è un’imboscata nella quale tendiamo a cadere gioiosamente e volontariamente”.

http://www.repubblica.it/speciali/repubblica-delle-idee/edizione2012/2012/11/20/news/bauman_le_emozioni_passano_i_sentimenti_vanno_coltivati-47036367/?ref=HREC2-19