I voti che non decidono e le democrazie malate

A che serve votare? È una domanda che molti cittadini europei cominciano a farsi. Da ultimi i tedeschi. Sono andati alle urne, la Merkel ha preso molti più voti di chiunque altro, il 60% nei sondaggi dice di auspicarsi un governo da lei diretto, ma il governo non si fa, e per farlo sarà forse necessario far fuori la Merkel. Qualcosa si è inceppato perfino nella democrazia tedesca, di proverbiale stabilità.

Oppure prendete i cittadini britannici. La bellezza di diciotto mesi fa decisero di uscire dall’Unione Europea. Sono ancora là. Uscendo volevano riprendersi i loro soldi, e invece il prossimo mese dovranno dire quanto sono disposti a scucire per poter andarsene. Procedure, compromessi, trattative, più inflazione e svalutazione della sterlina: sembrava così semplice mettere una croce sul «Leave». Per non parlare dei cittadini catalani, i quali hanno scoperto che neanche con il voto possono spaccare la Spagna.

La galleria potrebbe comprendere gli spagnoli, che dopo due elezioni e sei mesi di prorogatio di Rajoy si aggrappano a un governo di minoranza; o i belgi e gli olandesi, che hanno dovuto aspettare rispettivamente dodici e sette mesi prima che il Parlamento decidesse chi aveva vinto le elezioni. Va ovviamente aggiunto il caso italiano, dove se c’è una cosa certa delle prossime urne è che quasi certamente non daranno una maggioranza; e dove siamo ormai al quarto governo di fila (Gentiloni, Renzi, Letta, Monti) privo di un mandato elettorale.

Non è questione di tecnica. Nel Regno Unito nemmeno il leggendario «first-past-the-post», il più implacabile dei maggioritari, è riuscito a dare una maggioranza alla povera May, che aveva chiamato le elezioni per suonarle ai laburisti ed è stata suonata. E perfino il presidenzialismo, l’unico sistema in grado di garantire un vincitore, comincia a perdere colpi: Trump è diventato presidente con meno voti della seconda arrivata. Resta saldamente in sella il solo Macron, asceso all’Eliseo con appena il 24% del primo turno.

Che cosa sta accadendo dunque alla più antica forma di «governo del popolo, dal popolo, per il popolo» (Abramo Lincoln a Gettysburg)? La democrazia è destinata ad avere un futuro, o rischia di essere insidiata dai modelli di «democratura», nei quali il popolo, il «demos», accetta col voto di avere un capo come se fosse in una dittatura?

La vicinanza semantica tra «democrazia» e «populismo» («demos» è il greco per il latino «populus») la dice lunga su quanto sia sottile il confine che divide l’una dall’altro, già in passato spazzato via più di una volta. Bisogna dunque che gli uomini di buona volontà si mettano al capezzale della democrazia malata, e cerchino un modo per ripiantarla in un mondo così diverso da quello in cui nacque.

Il primo passo dovrebbe consistere nel qualificarla, nel darle l’aggettivo giusto. Democrazia non è solo elezioni: anche in Russia e in Iran si vota. Ma ciò che distingue una «democrazia liberale» è la «rule of law», e cioè la supremazia della Legge, cui ogni cosa è subordinata. È proprio questo che tiene in piedi la Germania o la Spagna mentre attendono un governo: tutto procede secondo la legge. Ed è esattamente la Legge ciò che ha impedito agli indipendentisti catalani di andarsene con un referendum, o che costringe gli inglesi a negoziare per uscire dall’Ue. Dovremmo dunque curare lo stato di diritto come l’asset più prezioso della democrazia, forse perfino più del voto popolare («La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», articolo 1 della nostra Legge fondamentale). E proteggerlo dalle mire dei politici di turno che vorrebbero dettar legge.

Il secondo punto è che difficilmente una democrazia liberale può prosperare senza partiti democratici e possibilmente popolari, i quali mediano il consenso dei cittadini, lo stabilizzano, lo indirizzano verso programmi di governo e selezionano i gruppi dirigenti. Più partiti personali nascono, più movimenti estemporanei si affermano, più le elezioni diventano un taxi per ambizioni private, più debole sarà la democrazia. E in questo campo, ahinoi, noi italiani abbiamo anticipato molte tendenze pericolose.

Infine c’è un problema anche più complicato da risolvere: l’emigrazione della sovranità dagli Stati nazionali verso consessi internazionali che per loro natura non possono decidere democraticamente (le sedi europee assegnate a sorteggio ne sono un esempio). Moneta, commercio, investimenti, circolazione dei capitali e degli esseri umani, politica estera, sono tutte materie sulle quali l’elettore sa ormai di non avere più molto potere. Bisognerebbe dunque riempire i parlamenti di altri poteri: di controllo e revisione, per esempio, in materia di nomine, di spesa pubblica, di allocazione delle risorse e di assegnazione degli appalti, per farne dei baluardi contro la corruzione e lo sperpero, garantendo tempi e strumenti alle opposizioni che vigilano sul potere. Rimpatriare una parte delle competenze affidate al Parlamento europeo. Ridare alle Camere il ruolo di sedi del dibattito informato, per esempio sulle delicatissime questioni bioetiche. Assegnare loro il potere di scrutinare i ministri prima della nomina e di convocare il primo ministro ogni settimana a rispondere in diretta tv. Bisogna trovare nuovi e validi motivi per convincere gli elettori a non disertare lo spettacolo della democrazia, e a non trasformare il parlamento in un’aula sorda e grigia.

Antonio Polito

Corriere della Sera, 23 novembre 2017

 

http://www.corriere.it/opinioni/17_novembre_23/i-voti-che-non-decidono-democrazie-malate-f575064a-cfc7-11e7-a1da-9278adb4d756.shtml

I numeri sul declino della democrazia

La democrazia è in recessione, nel mondo. Dopo gli anni seguiti alla caduta dell’impero sovietico, durante i quali ha conquistato numerosi nuovi Paesi, oggi è in arretramento. L’indice sulla salute della democrazia globale elaborato da Freedom House calcola che nel 2016 ci sia stato un declino dei diritti politici e delle libertà civili in 67 Nazioni, contro un miglioramento in 36.

Ma quanto credono i cittadini nella democrazia rappresentativa, quella a cui l’Occidente è abituato? E vedono alternative? Se l’è chiesto il Pew Research Center che ha condotto un sondaggio in 38 Paesi di tutti i continenti. Con alcuni risultati che sorprendono. Globalmente, la democrazia rappresentativa è ritenuta «buona» dal 78% delle persone, «cattiva» dal 17%. Il 66% considera positivamente anche la democrazia diretta – tipo referendum – contro il 30% che non la sceglierebbe. La prima sorpresa è che il 49% è anche a favore di un governo degli esperti (il 48% no), il 26% vede bene il potere a un solo leader (il 71% è contrario) e il 24% dice che sarebbe una buona cosa se il suo Paese fosse guidato da militari (il 73% rifiuta l’idea). La democrazia è insomma nettamente maggioritaria nel mondo ma le alternative elitarie o autoritarie sono forti. In Russia, per dire, solo il 7% si dice impegnato nettamente a favore della democrazia rappresentativa: il 61% la appoggia con una certa freddezza e il 22% vorrebbe un governo non democratico. Percentuali alte di cittadini che vorrebbero vivere in un sistema autoritario si trovano in Sudafrica ( 22 ), Perù ( 28 ), Messico ( 27 ), Colombia ( 25 ), Cile ( 24 ), Brasile ( 23 ). Il record però spetta alla Giordania ( 36% ) seguita dalla Tunisia ( 32% ). I Paesi con una lunga tradizione democratica sono i più solidi nel sostenerla. Negli Stati Uniti e in Canada solo il 7% vorrebbe un governo non democratico, in Germania solo i l 5%, il 9% in Italia, il 10% in Gran Bretagna e in Francia. In Paesi europei con esperienze tutto sommato recenti di regimi dittatoriali, un governo autoritario è desiderato dal 12% in Polonia, dal 15% in Ungheria, dal 17% in Spagna: mentre in Grecia solo dal 6%. Anche tra chi sceglie la democrazia, però, molti non sono chiusi all’idea di forme di governo alternative. In Italia, per esempio, il 17% pensa che un regime militare potrebbe essere positivo, il 29% accetterebbe un leader forte, il 40% apprezza un governo degli esperti.

DANILO TAINO

Corriere della Sera, 19 ottobre 2017

http://www.corriere.it/opinioni/17_ottobre_19/democrazia-ricerca-numeri-declino-42af2eb6-b413-11e7-b73f-b517701f3ad7.shtml

http://www.pewresearch.org/

 

L’euro che non piace più, le ragioni del disincanto

imagescs7huw0oAppena quindicenne, l’euro è rimasto orfano. Nessuno che si assuma le decisioni di politica monetaria, nessuno che emetta debito comune, nessuno che possa intervenire sul cambio. Comincia invece a prendere corpo un movimento di pensiero eterogeneo che professa un suo abbandono. Molti partiti euroscettici, come milioni di persone, sono convinti che si stava meglio prima. Il dubbio scuote ormai tante coscienze e persino in Germania si comincia a non escludere una «Deuxit» clamorosa, come se la moneta unica, raggiunto un obiettivo di inflazione prossimo al 2% e l’occupazione piena, fosse un taxi da cui scendere. Se tentenna Berlino, che è quella che ci ha guadagnato di più dal 2002 ad oggi, il problema della sopravvivenza della valuta stellata c’è. Si possono prendere alcuni indicatori per cercare di capire perché.
Il primo l’ha fornito un’analisi del World Economic Forum. Alla domanda se la globalizzazione avesse migliorato le condizioni di vita, gli esiti del campione sono stati netti e sorprendenti. Solo per cinesi (45%) e indonesiani (23%) le risposte sono state affermative. Negli Usa (65%), in Gran Bretagna (65%), in Germania (59%), in Francia (81%!), persino ad Hong Kong (71%) e negli Emirati Arabi Uniti (60%), una solida maggioranza ha detto di stare peggio, perché si sentono più precari di prima.

Riconducendo questa analisi nel contesto dell’Unione, si può dire che l’euro è nato proprio nell’era della dematerializzazione del lavoro, dove la risposta alla globalizzazione di cui sopra sono i neo nazionalismi. Ma una moneta nazionale in questo contesto planetario potrebbe ben poco.

Il secondo indicatore è calato nella realtà italiana. Il Pil tricolore, a fine 2002, anno di nascita dell’euro, complice la guerra post attacco alle Twin Towers di New York e la recessione conseguente, crebbe dello 0,9%, più o meno quello che è accaduto a fine 2016. Da allora poche le annate sopra l’1%, tra il 2004 e il 2007. Il debito pubblico in termini assoluti dal 2001 è invece aumentato di circa 500 miliardi di euro e dal 108% del Pil si è ora portato oltre il 133%. Peggio ha fatto la disoccupazione: dall’8,8% di fine dicembre 2001 il tasso è arrivato all’11,9% di dicembre 2016. Per fortuna, è quasi un miracolo, l’export ha tenuto.

Non va meglio per la finanza privata. La Borsa non è tornata ai livelli pre-crac Lehman Brothers, un’indagine del Corriere ha mostrato che gli investimenti bancari, salvo un’eccezione, sono andati molto male con il cambio del segno monetario, mentre ci ha guadagnato chi ha messo i soldi su oro, Ctz e aziende leader nel loro settore. In generale però, se un’impresa è finita nelle mire di una europea è passata di mano senza colpo ferire, in virtù della libera circolazione dei capitali che quasi mai ha coinciso con la difesa della ricchezza nazionale.
Ma deve far riflettere anche il banco della spesa, perché gli italiani giudicano l’Europa col portafogli e non col cuore. Confrontando i prezzi dei maggiori prodotti di largo consumo nel 2002 con quelli del 2016, tolta l’inflazione con i coefficienti Istat, c’è ben poco da gioire. Un chilo di spaghetti ha subìto un aumento del 47%, analoga quantità di riso si è impennata del 58%, sei uova costano il 47% in più, carne di vitello (+73%), sogliola al chilo (+69%), passata di pomodoro (+55%), persino le patate (+80%), non sono stati da meno. I motivi di questa perdita di potere d’acquisto si possono rinvenire in tre elementi: cambio sfavorevole (1936,27 lire per un euro), arrotondamento prima del changeover, controlli elusi durante il periodo di doppia circolazione e conseguente speculazione. Si pensi al raddoppio degli affitti che molti italiani hanno dovuto subire.
I fatti sommariamente elencati, conducono alcuni a sostenere che per l’Italia sia meglio uscire dall’euro per riacquisire la sovranità monetaria, la penetrazione sui mercati e il potere d’acquisto perduto. Tornare alla lira non è però proponibile, se allo stesso tempo non lo fanno anche Francia e Germania. Che fare allora con questa valuta Frankenstein, dal corpo di metallo ma senza anima politica?
Alcuni economisti propongono una riedizione dello Sme, con bande di oscillazione per ciascuna moneta nazionale rispetto all’euro che resterebbe valuta comune di riferimento. Un’alternativa più coraggiosa sarebbe quella di creare un Tesoro unico che emetta debito che possa essere comprato direttamente dalla Banca centrale europea. Il dibattito è solo all’inizio e va affrontato senza snobbare chi si sente impoverito.

ROBERTO SOMMELLA

Corriere della Sera, 21 febbraio 2017

 

http://www.corriere.it/digital-edition/CORRIEREFC_NAZIONALE_WEB/2017/02/21/28/leuro-che-non-piace-piu-le-ragioni-del-disincanto_U4329089069195UWH.shtml

 

IMBALLARE UN UOVO IN EUROPA

imagesmf4ts9imPersino oggi, con un’Unione Europea a rischio di disgregazione, non si è placata la «furia regolamentatrice» con cui i preposti organi della Ue (Parlamento europeo incluso) da sempre si occupano di «perfezionare» — in realtà, di ingabbiare — il mercato unico europeo, continuando ad accumulare, dissennatamente, norme su norme: si tratti delle recenti disposizioni che riguardano l’imballaggio delle uova commerciabili all’interno della Ue oppure dei regolamenti — giustamente celebri, in quanto oggetti di feroci ironie — sulle dimensioni obbligatorie di certi prodotti agricoli. È falso che quella furia regolamentatrice non abbia alcun rapporto con la crisi europea. Non si tratta di folklore. Non c’è soltanto un’idea malata su cosa sia un mercato, l’incapacità di vedere la differenza fra un libero mercato (retto da poche norme generali) e un mercato nonlibero, «amministrato», di stampo corporativo. Non c’è soltanto l’abuso (una cospirazione ai danni dei consumatori, avrebbe detto Adam Smith) rappresentato dalla sorda lotta che avviene dietro le quinte — nei comitati in cui si sviluppa il lavoro quotidiano dell’Unione — fra gruppi di produttori in competizione fra loro, tesi a scaricare sui concorrenti i maggiori costi che derivano dalla necessità di adeguarsi alle norme europee (costi che, ovviamente, finiscono poi per gravare sui consumatori). C’è anche un’idea sbagliata sul rapporto fra Unione e democrazia. Talché, qualunque intrusione nella vita degli europei diventa lecita, dotata del necessario pedigree democratico, se porta il timbro del Parlamento europeo.

È in omaggio a questa idea che il Trattato di Lisbona ne ampliò le competenze. Peccato che il Parlamento europeo resti un’istituzione assai carente (per usare un eufemismo) sotto il profilo democratico. Forse i parlamentari europei credono sinceramente di avere avuto un «mandato» da parte degli elettori per impicciarsi, insieme al Consiglio e alla Commissione, delle loro vite. Formalmente è così ma nella sostanza no. La schiacciante maggioranza di coloro che li hanno votati lo ha fatto senza neppure sapere che cosa, una volta eletti, sarebbero andati a fare. Le scelte di voto dei pochi elettori che partecipano alle elezioni europee sono sempre motivate dalla volontà di manifestare ostilità oppure appoggio per il governo nazionale in carica nel Paese di ciascuno di loro. Il rapporto elettori-eletti del Parlamento europeo è viziato da questa circostanza. Da sola questa è un’ottima ragione per consentire con chi (come Antonio Armellini e Gerardo Mombelli in Né Centauro né Chimera, un recente, ottimo libro sull’Unione) pensa che sia giusto affiancare all’attuale Camera dei deputati europei, una seconda Camera che comprenda rappresentanti, essi stessi parlamentari, designati dai Parlamenti nazionali. Sarebbe una mossa condivisa tanto dai federalisti (come Armellini e Mombelli) che immaginano due Europe a diversi livelli di integrazione, quanto da coloro che auspicano, per l’Unione nel suo complesso, un futuro confederale. Non sarebbe, inoltre, solo un modo per conferire più equilibrio all’attività del Parlamento europeo. Una seconda Camera, non elettiva, aumenterebbe, paradossalmente, il tassodi rappresentatività di quel Parlamento: perché i Parlamenti nazionali, quelli sì, sono in regola (nella sostanza, non solo formalmente) sotto il profilo della rappresentanza democratica.

Per decenni la vulgata europea si è nutrita di idee poco verosimili. La principale era che l’integrazione europea avrebbe dovuto ripercorrere, e riprodurre, i processi mediante i quali, nei secoli passati, erano sorti dapprima gli Stati e le nazioni europee e poi si erano affermate le democrazie. A parte il fatto che i percorsi di formazione di Stati, nazioni e democrazie in Europa furono molteplici e assai diversi fra loro, quella vulgata mancava di fantasia. L’idea che quei processi e percorsi fossero replicabili su scala europea era inverosimile. Non solo non sorgerà alcuno Stato europeo, non solo la «nazione europea» non c’è e probabilmente non ci sarà in futuro, ma anche il progetto di una democrazia continentale appare irrealizzabile. Ideale da sempre accarezzato da ristrette élite cosmopolite (o sedicenti tali), non può essere fatto proprio dal grosso degli elettorati. Non è lecito equivocare sul sostegno che (per fortuna), e nonostante la crescita dei movimenti contrari all’Unione, la maggioranza degli europei continua a manifestare per l’Europa. Quel sostegno non va scambiato per una sorta di via libera a una integrazione politica che implichi un drastico depotenziamento delle democrazie nazionali a favore di una (immaginaria) democrazia sovranazionale. Nessuno, in realtà, vuole essere governato da persone che parlano una lingua che egli non conosce, per capire le quali ha bisogno dell’interprete.

Se non si vuole che i sovranisti vincano, sfasciando tutto, lasciandoci con tanti staterelli impotenti, e pronti, come nei secoli passati, ad azzuffarsi, staterelli che sarebbero in balia dei grandi Stati che oggi dominano il mondo, occorre cambiare registro, sbarazzarsi di diverse idee ricevute. Non abbiamo più bisogno di un’Europa impicciona, malata di dirigismo, né di un’Europa che scimmiotta la democrazia rappresentativa. Abbiamo invece bisogno di ridefinire il perimetro e i confini di ciò che spetta all’Europa e di ciò che spetta alle democrazie nazionali, dobbiamo mettere paletti, distinguere fra le poche — ma essenziali — cose di cui deve occuparsi l’Unione, e le tante da lasciare all’esclusiva competenza delle comunità locali e nazionali.

Angelo Panebianco

Corriere della Sera 19 febbraio 2017

http://www.corriere.it/cultura/17_febbraio_19/imballare-uovo-europa-ee6f3d8e-f606-11e6-a891-35892eecc6d0.shtml

Viaggio al termine della democrazia

demokCome il romanzo e la borghesia, i due migliori prodotti della modernità occidentale, anche la democrazia da quando esiste è in crisi: si interroga sempre e in continuazione su se stessa mentre lotta per la propria (non garantita) esistenza. Questa volta però, nel quarto lustro del Ventunesimo secolo, forse non siamo più a una qualche correzione di rotta e aggiustamento delle procedure. Molti studiosi concordano ormai sull’ipotesi che siamo nel “dopo la democrazia”.

O meglio, avanza l’idea che qui in Occidente sia finita la democrazia come l’abbiamo conosciuta e immaginata a partire dal Secolo dei Lumi e fino alla globalizzazione. E ancora, fin dall’irruzione dei partiti di massa sulla scena politica (una forma di “parlamentarizzazione” della lotta di classe, altrimenti cruenta perché i proletari erano trattati alla stregua di “selvaggi” come i popoli colonizzati; e basti pensare a Bava Beccaris o al massacro dei comunardi di Parigi) a partire dall’ingresso dei partiti socialisti nel gioco parlamentare dunque, eravamo convinti che ci fosse un nesso intimo tra le seguenti categorie: progresso, libertà, democrazia, crescita economica, scolarizzazione di massa, emancipazione. Le cose andavano insieme, più libertà e più consumi; più democrazia e maggiore crescita economica e personale e via coniugando.

Certo, le guerre mondiali e i fascismi hanno segnato dei passi indietro, ma dal 1945 regnava in Occidente una specie di stabile e progressiva convergenza tra il liberalismo e la socialdemocrazia (due avversari storici): più profitti e più uguaglianza, più libertà e più garanzie dei lavoratori e fino all’apoteosi, quasi hegeliana, dei diritti umani nel 1989. Poi, all’improvviso tutto è finito. I nostri figli vivranno peggio di noi; il voto non stabilisce legame tra gli eletti e i cittadini; il lavoro è precario quando c’è; e il futuro appare come una minaccia angosciante e non più come promessa e magnifica immaginazione. Del progresso nessuno parla se non per dire che è “cane morto” e illusione del passato, il sol d’avvenire è spento e i politici sembrano figuri grotteschi, dediti a celebrare riti vuoti dal punto di vista semantico, perché incapaci di suscitare un motto di identificazione con chi ci dovrebbe rappresentare (e basti pensare all’immagine delle consultazioni quirinalizie poche settimane fa).

E allora, cosa ci aspetta? L’abbiamo chiesto a studiosi, filosofi, scienziati della politica. A partire da Zygmunt Bauman. Ma prima di sentirlo, due ulteriori premesse. Nel 1991 Christopher Lasch, storico americano scomparso ventidue anni fa, in un libro “Il paradiso in Terra” (Neri Pozza) in cui dava addio all’illusione appunto del progresso, citava un’osservazione di George Orwell (del 1940) per cui mentre le democrazie offrirebbero agiatezza e assenza di dolore, Hitler offriva lotta e morte; e ancora, nell’ultimo anno dell’Ottocento, Georg Simmel, sociologo tedesco cantore della metropoli con il suo caos e il denaro come la misura di tutto, diceva di comprendere comunque i laudatori dei valori all’antica e dei gesti eroici. E allora, anche oggi, di fronte alla Babele del pianeta globalizzato, stiamo cominciando (sotto le mentite spoglie dei populismi) a rivalutare il valore della comunità chiusa, isolata e retta da un uomo forte?

La risposta di Bauman è sì. Il sociologo parte dalla nozione di “retrotopia”, utopia retroattiva: richiamo a un passato mitico, inventato e che si presenta come la più seducente possibilità di fuga dalla angustie di un incerto presente. La retrotopia spiega per esempio il successo di Trump. Il presidente eletto non ha offerto, appunto, alcuna visione di un futuro migliore, di avanzamento della condizione della gente (come un Roosevelt o un Kennedy): il suo messaggio è invece quello di ripristinare il “glorioso” passato degli States rurali e proletari, non contaminato dal linguaggio politicamente corretto delle élite mondializzate, attente alle “regole”; regole incomprensibili però per l’uomo comune che così si sente escluso e non all’altezza di competere per il proprio posto al sole.

Le élite politiche, a loro volta, non sono in grado di mantenere le promesse fatte. E non lo sono perché abbiamo a che fare con «il divorzio tra il potere e la politica». Il potere è sempre meno legato al territorio, sempre più rappresentato da entità astratte e immateriali (banche, finanza, mercati). Tutto questo crea frustrazione, ricerca del colpevole, del capro espiatorio, desiderio di tornare dalla “condizione cosmopolita” (teorizzata già oltre un secolo fa da austromarxisti e da socialisti del Bund ebraico) verso una comunità chiusa e dove è possibile un’illusoria ed estrema semplificazione. Chiusura e semplificazione (accresciute dalla paura dei migranti) che si trasformano nel desiderio di un “uomo forte”. Dice Bauman: «Forse la parola democrazia non sarà abbandonata, ma sarà messa in questione la classica tripartizione di potere tra l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario». Addio, dunque Montesquieu: porte spalancate a possibili forme dittatoriali. Anche perché, «perfino la speranza è stata privatizzata».

Ma forse Bauman, non teorico dell’azione, ma critico dell’esistente è troppo pessimista (in realtà, in privato ammette di sperare in una rinascita della sinistra cosmopolita). Forse occorre aggrapparsi alle parole di Chantal Mouffe, belga, celebre per i suoi studi sul populismo e sul concetto dell’egemonia, quando parla della necessità di tornare a una sinistra antagonista e che rigetti il compromesso liberal-socialdemocratico. O forse ha ragione Pierre Rosanvallon, politologo francese, tra i più rinomati che va ripetendo che non siamo più in democrazia (“Controdemocrazia. La politica nell’era della sfiducia”, “Le Bon Gouvernement”) e propone misure concrete di resistenza. Tra queste: sorvegliare, vigilare, controllare il potere e «parlar chiaro e dire la verità». E con quest’ultima parola d’ordine torna alle ricerche di Michel Foucault sulla “parresia”, il dire ciò che si pensa dei Greci ai tempi di Pericle, virtù cittadina e mezzo di opposizione alle tentazioni di ogni tirannide.

Fin qui la speranza, perché Rosanvallon dice anche che la vecchia idea di un parlamento che legifera e un governo che esegue non esiste più, perché il potere politico è ormai in mano all’esecutivo e cresce la voglia di presidenzialismo ovunque. Gli fa eco David Van Reybrouck, uno studioso che arriva a teorizzare il sorteggio di persone chiamate a decidere delle cose della politica, come avveniva appunto ad Atene, tanto da aver scritto un libro intitolato “Contro le elezioni” (e aggiunge: «Gli eletti sono élite»). Dice Donatella Di Cesare, professoressa di Filosofia teoretica a La Sapienza e femminista con forti tendenze anarchiche: «La democrazia è l’ultimo tabù. Nessuno osa metterlo in questione, eppure bisogna cominciare a farlo se non vogliamo la catastrofe e se desideriamo preservare le nostre libertà». Indica l’America per dire: «La democrazia sta diventando dinastia».

E allora che fare? «Rendere la democrazia più femmina e meno maschio. Accettare, in questi tempi di mondializzazione e di flussi di migranti, una sovranità limitata, condizionata, distaccata dall’ossessione identitaria, aperta invece ad Altri. Chi esalta la sovranità rigida, finirà per rinunciare alla libertà in nome appunto della mera sovranità. Io lo temo». Lo teme pure Jan Zielonka docente a Saint Antonys College, a Oxford, alla Cattedra intitolata a Ralph Dahrendorf, per decenni pontefice massimo del liberalismo. Da Varsavia, dove si trova in vacanza, al telefono conferma: «Sta vincendo la controrivoluzione. Certo, l’ondata controrivoluzionaria avanza grazie a elezioni e non con putsch militari o barricate, ma pensare che si possa tornare indietro verso il rassicurante mondo della democrazia liberale è una follia».

A questo punto non resta che fare un po’ di ordine e ripetere la domanda: che fare? La parola va a Emmanuel Todt, personaggio geniale, controverso, poliedrico, storico «della lunga durata» (così si autodefinisce), che prima di esplicare il suo pensiero ci tiene a presentarsi come prosecutore delle tradizioni della «vecchia borghesia israelitica patriottica». Usa questa definizione desueta per sottolineare la sua impermeabilità alle mode identitarie, perché poi difende una certa idea di identità. Otto anni fa Todt pubblicò un libro intitolato “Après la démocratie” (dopo la democrazia). Oggi dice: «La storia dell’Occidente non coincide con la storia della democrazia». E anche: «La democrazia era legata alla diffusione del sapere a alfabetizzazione delle masse», per arrivare ad affermare: «Oggi invece le élite, minacciate da un popolo ormai in grado di leggere e scrivere cercano di stabilire comunque la differenza culturale. E così tradiscono la democrazia, dicendo che chi vota Trump o Brexit è ignorante». Rimarca: «La democrazia comunque non esiste più. È morta assieme alla globalizzazione e all’euro, ai flussi migratori incontrollati. Se io non sono padrone della moneta e del territorio, non posso esercitare i miei diritti democratici». Ripete: «Non sono uno xenofobo, ho in odio il Front national, ma mi preme dire ciò che penso».

E allora, davvero è finita la democrazia? Conclude Ilvo Diamanti. Che dice due cose fondamentali. La prima: la democrazia è una forma di potere, di “cratos”, non può dunque essere parziale e deve anzi corrispondere a un territorio abitato e gestito da una popolazione di cittadini (una constatazione non del tutto ovvia ai tempi del mondo globale). In altre parole: la responsabilità, principio della democrazia contempla la delimitazione, quindi l’esistenza dei confini. La seconda: la forma della democrazia corrisponde alla tecnologia della comunicazione. Ai tempi dei notabili, l’arena era il parlamento e i partiti nascevano nelle Aule delle assemblee, elette per lo più per censo. Poi sono subentrati i partiti di massa e si è passati alla piazza e ai giornali. Lo stadio successivo è stata la personalizzazione e il leaderismo e siamo alla tv. Oggi a queste forme (nessuna del tutto scomparsa) va aggiunta la Rete. E siamo alla “democrazia ibrida”. Aggiunge: «La Rete permette qualcosa che assomiglia alla democrazia immediata, dove la deliberazione e l’esecuzione avvengono contestualmente. Ma la democrazia ha bisogno delle mediazioni, là dove invece è immediata e radicale (come nell’utopica visione giacobina o ad Atene del V secolo avanti Cristo) tende ad abolire se stessa». La abolirà? «Penso», risponde, «che vivremo in un mix tra democrazia mediata e immediata». E non è un futuro rassicurante.

Wlodek Goldkorn

http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/12/22/news/viaggio-al-termine-della-democrazia-1.292001?ref=fbpr

L’Europa ha bisogno di una frontiera unica

schenL’Europa avrà presto o tardi una unica frontiera, quella esterna. Negli ultimi tre mesi dello scorso anno, circa un milione di persone ha varcato illegalmente i confini europei e su quei confini, dal 1988, sono morte circa 28 mila persone. Sono problemi che non possono essere gestiti da un solo Paese, ad esempio dalla Grecia o dall’Italia, anche perché la maggior parte dei migranti non vuole stabilirsi in queste nazioni, ma attraversarle per stabilirsi in altre, più al Nord.

Singoli Stati si oppongono alla cessione di sovranità che questo comporta, ma dovranno necessariamente cedere, perché la storia ha dimostrato che le migrazioni esercitano pressioni alle quali anche l’enorme muro innalzato tra Stati Uniti e Messico non riesce a resistere. Occorre, quindi, cooperare. E per cooperare l’Unione Europea ha istituito due organismi. Il primo è l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione (Frontex), operante dal 2004. Il secondo è l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo, del 2010. Questi uffici agiscono in collaborazione con l’Europol. Per capire l’importanza della loro azione, ricorderò che Frontex ha solo in Grecia più di 700 addetti e altri ne sta cercando.

L’idea di nazione è associata a un territorio delimitato da una frontiera, un confine, entro il quale si esercita la sovranità dello Stato. Il confine è un elemento di organizzazione dello spazio, opera come un dispositivo di inclusione e di esclusione.

Ma territorio e confini si indeboliscono. Le comunicazioni superano i territori e non possono essere tenute completamente sotto controllo dagli Stati (basti pensare a Internet). I confini sono sempre più porosi: vengono varcati, si perdono, si rafforzano, avanzano, arretrano, si ridefiniscono. Sono ogni giorno superati da una enorme quantità di merci. Il commercio internazionale, misurato dall’Organizzazione mondiale del commercio in dollari, nel 2014 ammontava a 19 trilioni (merci) e 5 trilioni (servizi). In altri casi, i confini scompaiono: quelli tra la Siria e l’Iraq, nella zona sotto il controllo di fatto del cosiddetto Stato Islamico, non esistono più.

Vi sono poi frontiere che arretrano e frontiere che avanzano. Nel 1996, pur rimanendo fermi i confini cartografici, i confini definiti degli Stati Uniti, ai fini dell’immigrazione, sono stati arretrati di 100 miglia. Gli immigrati irregolari colti entro le 100 miglia dalla frontiera cartografica vengono trattati come se stessero sulla linea di confine.

In altri casi, le frontiere sono spostate in avanti. Ad esempio, la guardia costiera americana, operando fuori delle acque territoriali, ha intercettato nel 1991 imbarcazioni che trasportavano migranti che fuggivano da Haiti verso la Florida e li ha riportati ad Haiti, rimpatriandoli con la forza, senza assicurarsi che non fossero rifugiati.

Infine, si ridisegnano le frontiere dell’Unione Europea. Il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea ha previsto un sistema integrato di gestione delle frontiere esterne. La Convenzione di Schengen, entrata in vigore nel 1995, e il codice frontiere di Schengen del 2006 hanno disciplinato frontiere esterne e frontiere interne, regolando le verifiche da compiere, disponendo comuni regole su visti e diritto di asilo. Alla Convenzione di Schengen partecipano 22 Paesi membri dell’Unione Europea e quattro Paesi esterni (Islanda, Liechtenstein, Norvegia, Svizzera). È allo studio della Commissione europea la creazione di una Guardia europea delle frontiere e delle coste comunitarie.

Il dibattito in corso sull’applicazione del trattato di Schengen verte sul ruolo che debbono giocare le frontiere interne rispetto a quelle esterne. Gli Stati europei centrali richiedono a quelli periferici di gestire l’immigrazione, quelli periferici che questo avvenga a carico dell’Unione e con la distribuzione degli immigrati tra i diversi Paesi europei. Pretendere, in questa situazione magmatica, di irrigidire i vecchi confini nazionali, invece di cooperare per il rispetto di una unica frontiera, è illusorio.

Sabino Cassese

Corriere della  Sera,  3 marzo 2016

http://www.corriere.it/cultura/16_aprile_03/europa-ha-bisogno-una-frontiere-unica-12083cee-f902-11e5-b97f-6d5a0a6f6065.shtml

Costituzione & guerra

fenet E’ guerra?

Il dubbio che ci buca i timpani dopo i fatti di Parigi gira attorno a una parola, alle sue sonorità funeste, ai suoi significati. E se anche fosse, contro chi la combattiamo? Le guerre s’ingaggiano fra Stati, non fra gli individui, non fra guardie e ladri. Ma è uno Stato Isis, o Daesh, o come diavolo si chiama? Sono soldati stranieri i terroristi del 13 novembre? Qualche straccio di risposta bisognerà trovarla. Perché c’è un diritto per il tempo di pace, c’è un diritto per il tempo di guerra. Dall’una o dall’altra condizione discendono regole diverse, che poi s’incidono sulla nostra pelle come un marchio a fuoco


Scontro tra eserciti
Sì, è una guerra, ha subito dichiarato Hollande. E con lui molti intellettuali, dall’americano Michael Walzer all’inglese John Lloyd. Nessuna guerra, obietta Renzi, insieme ad altri capi di governo dell’Europa. Chi ha ragione? Se per guerra s’intende uno scontro fra eserciti in divisa, che si sparano addosso lungo la linea del fronte, allora Renzi ha tutte le ragioni. Se invece si misurano gli effetti delle guerre nei confronti della popolazione civile, il dubbio sbuca fuori come un tarlo. Puoi contare cento morti in uno stadio a causa della bomba sganciata da un aereo, oppure perché un kamikaze si fa saltare in aria con la sua cintura esplosiva: c’è davvero differenza? E c’è differenza fra le notti blindate delle città europee al tempo dei nazisti, rispetto alle paure che ci mordono alla gola in questi giorni, agli allarmi sulla metropolitana, alle camionette dell’esercito che presidiano le piazze?

La definizione di Stato
Quella volta però il nemico era uno Stato sovrano, con la croce uncinata sui propri gonfaloni.
Stavolta è un’organizzazione terroristica, secondo la definizione che ne ha offerto l’Onu (risoluzione 2170 del 2014). Anche il presidente Obama ha usato parole perentorie: «The Islamic State is neither Islamic nor a State», disse nel suo discorso alla nazione del 10 settembre 2014. Insomma, il sedicente Stato islamico non è islamico e non è neppure uno Stato. Sicuro? In uno studio di Mario Fiorillo, in corso di pubblicazione per la rivista giuridica Lo Stato , s’affaccia un’altra verità. Giacché i tre elementi che identificano la sovranità statale — un territorio, un popolo, un governo — parrebbero applicarsi pure al Califfato. Difatti quest’ultimo s’estende dalla Siria all’Iraq. Controlla sei milioni d’abitanti. Rilascia passaporti, eroga servizi sociali, esige il pagamento dei tributi, somministra la giustizia con i tribunali islamici, garantisce l’ordine pubblico attraverso la Hisba, una polizia religiosa. E ha infine una Costituzione: il Corano.
Ecco, la Costituzione. Hollande vuole cambiarla, vuole adattarla a questa nuova guerra. Eppure in Francia hanno norme dettagliate, che spaziano dallo stato d’eccezione (art. 16) allo stato d’assedio (art. 36). Il primo attribuisce i pieni poteri al presidente, e fu usato una sola volta da De Gaulle: nel 1961, dopo il putsch dei generali. Il secondo regola la «guerra interna» (per esempio una sommossa armata), trasferendo competenze ai militari. Ma entrambi restano soggetti a precisi limiti di tempo (60 o 12 giorni). Sicché adesso i francesi pensano d’iscrivere nella Costituzione un terzo tipo: lo stato d’emergenza, una sorta di semiguerra prolungata. D’altronde loro in queste faccende appaiono, come dire?, un po’ inconstantes; non per nulla sono già alla
Quinta Repubblica e alla settima Costituzione repubblicana, peraltro emendata in profondità nel 2008. Tutto l’opposto degli americani, che mantengono la stessa Carta da 230 anni. In quel testo si parla ancora degli indiani, ma nessuno s’azzarda mai a correggerne una virgola, preferendo stimolarne letture evolutive.


Noi e gli altri
E noi, come dobbiamo regolarci? Quanto suonano obsolete le nostre vecchie norme? Per esempio l’art. 87, secondo il quale è Mattarella che «dichiara lo stato di guerra». Ma le guerre ormai non si dichiarano, si fanno. Perfino i giapponesi, che prendono sul serio qualsiasi cerimonia, nel 1941 incaricarono il loro ambasciatore a Washington di consegnare la dichiarazione di guerra solo mezz’ora prima dell’attacco di Pearl Harbor, per non guastare la sorpresa. Insomma, qualche domanda faremmo bene a sollevarla pure noi italiani. Anche perché alle nostre latitudini le norme costituzionali sulla guerra non si cambiano come in Francia, non s’interpretano come negli Usa. Più semplicemente s’ignorano, magari travestendo i bombardamenti in Kossovo
(nel 1999) da «ingerenze umanitarie». Oscurando così l’art. 11, che ammette la sola guerra difensiva. E disapplicando l’art. 78, che reclama una delibera formale da parte delle Camere, nonché un atto di delega al governo per l’esercizio di poteri straordinari.


Regole e realtà
Niente da fare, in Italia questa parola rimane un tabù. Ed è un male, perché ciò impedisce ogni dibattito pubblico sull’opportunità stessa della guerra. E perché comunque siamo già immersi in un conflitto, ci siamo già dentro mani e piedi. Possiamo esorcizzarlo definendolo una pre-
guerra contro un proto-Stato. Ma nel frattempo le nostre libertà — dalla privacy alla libertà di movimento — s’assottigliano, vengono sequestrate una per una. Chissà, magari questa nuova condizione ci aiuterà a riscoprirne il valore; fin qui le davamo per scontate, come una vecchia moglie che ciabatta dentro casa, e non t’immagini che un giorno possa fare le valigie. O magari scopriremo d’essere un popolo, unito dal medesimo destino

Michele Ainis

Corriere della Sera 21 novembre 2015