UE: accordo sul bilancio per i prossimi 7 anni

bilancio ue“Un bilancio equilibrato e orientato alla crescita”, anche se “non perfetto”, ha detto il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, commentando l’intesa sul bilancio, che “ha dimostrato il senso di responsabilità collettivo” dei leader Ue. “E’ fatta! I 27 membri dell’Ue hanno trovato l’accordo sul quadro di bilancio 2014-2020. L’Europa ha dimostrato di essere in grado di agire”, è invece quanto ha scritto il portavoce del cancelliere tedesco, Angela Merkel, su Twitter. Salutando Mario Monti al termine del Summit, i principali leader europei gli hanno detto “mai l’Italia aveva ottenuto risultati così buoni”: lo ha riferito lo stesso ex premier a Bruxelles al termine del Vertice europeo. “Un buon compromesso”, ha detto il presidente francese François Hollande…..

Ma a farla da padrone sono soprattutto i tagli, che vanno maggiormente a colpire aree nevralgiche per la crescita economica: infrastrutture, innovazione e ricerca vengono ulteriormente tagliati di 13,84 miliardi

http://www.repubblica.it/economia/2013/02/08/news/ue_proposta_bilancio-52176825/?ref=HREA-1

 

BILANCIO EUROPEO

Ognuno di noi paga 75 cent al giorno per il bene comune a dodici stelle. Meno di un caffè al bar sotto casa. 

Gli amici dell’integrazione europea ripetono che i soldi messi nel bilancio europeo tornano. Il presidente dell’Europarlamento, Martin Schulz, ama ricordare che ogni euro investito in progetti transfrontalieri ne attira almeno altri tre o quattro. Si è vista fomentare una gran letteratura nelle capitali a proposito dell’Europa che ruba dai conti nazionali per spenderli a piacimento, ma è retorica populista. I soldi finiscono in programmi comuni e si moltiplicano, generano benessere e dunque domanda. Certo il principio della solidarietà fa sì che i più ricchi ci rimettano qualcosa. Ma i club si formano per condividere i denari, oltre che i sogni. E per dare una chance a chi a meno.

Il meccanismo di definizione è preciso, abbastanza democratico e certamente laborioso. Si lavora su una pianificazione settennale, disegnata inizialmente dalla Commissione Ue (il braccio esecutivo), poi discussa e in generale riformulata dal Consiglio (gli stati), che chiudono un pacchetto da sottoporre al Parlamento Ue (eletto a suffragio universale). …

I soldi da spendere vengono versati dagli stati membri in proporzione del pil (circa 76% del totale), corroborati da una percentuale dei dazi doganali (12%), e da parte dell’Iva (11%). Il metodo fa si che i paesi più ricchi mettano più soldi in cassa, dunque Germania prima, poi Francia e Italia. I soldi, in genere, si rivedono. Però la regola della solidarietà fa si che chi sta meglio spenda più di quanto raccolga. In gergo si chiamano “contributori netti” e noi siamo i re della categoria per due motivi. Uno l’ha spiegato più volte il premier Monti, l’intesa 2006-2013 non è stata ben negoziata (da Berlusconi). L’altro è la nostra storica limitata capacità di assorbimento dei fondi.

Sin dall’inizio della comunitaria la principale destinazione di spesa è la Pac, politica agricola comune. «Si tratta di assicurare la certezza alimentare», l’ha riassunta François Hollande. Francia e Italia sono i principali beneficiari degli aiuti (58,7 nel 2011 per le risorse naturali) che rappresentano una ricetta composita di protezione e sviluppo (nonché consenso). C’è chi dice che senza la Pac mangeremmo solo cinese, ma anche chi ritiene che le vacche si siano mantenute grasse coi soldi dei contribuenti. Gli scandali sulle quote latte violate e le arance buttate non hanno fatto bene a una strategia che ha certamente avuto il merito di accelerare l’ammodernamento del comparto.

Seconda voce è la coesione. Gli aiuti regionali, sono 309 miliardi nella proposta Van Rompuy. L’Italia ne ha incassati a bizzeffe, costruendo e frodando con quasi pari dedizione. La Spagna ne ha fatto l’arma segrete per uscire dalla depressione postfranchista. I falchi del rigore vorrebbero tagliarli, insieme con l’agricoltura, per puntare sull’innovazione, 152 miliardi (2014-20, bozza) per le reti di Trasporto, Energia e Tlc. Queste saranno smagrite, mentre si cerca di salvare l’umanitario (l’Ue è il primo fornitore di aiuti) e piccoli gioielli come Erasmus, il più amato dai giovani. Come la Formazione di cui è parte (1,2 miliardi nel 2011) e la Ricerca (8,6 miliardi)

L’amministrazione europea costa fra il 5 e il 6 del totale, (8,2 miliardi nel 2011). E’ meno di quanto spende una media città italiana per la sua funziona pubblica. ….

http://www.lastampa.it/2013/02/08/economia/bilancio-ue-di-cosa-stiamo-parlando-ognuno-di-noi-paga-cent-al-giorno-aN70zDBnIp1Wac3vytbWnI/pagina.html

Un “Momentum” di speranza per l’economia. Compresa quella dei Piigs.

t bondWall Street sfiora il record, cresce l’appeal dell’Eurozona. Cessato l’allarme i titoli di Stato italiani e spagnoli attirano risparmio a scapito dei bund tedeschi. Riparte l’immobiliare e i beni rifugio vengono trascurati a vantaggio di operazioni più redditizie

La fiducia degli investitori ha riversato alla fine del 2012 ben 100 miliardi di euro nei Piigs: iniziali di Portogallo Italia Irlanda Grecia e Spagna. Quell’acronimo infamante, che nelle fasi più acute della crisi era diventato sinonimo del rischio-default, adesso si trasforma nel suo opposto: un’opportunità per i capitali in cerca di alti rendimenti…

In Europa Mario Draghi ha coniato l’immagine del “contagio positivo“. Uno dei dirigenti della JP Morgan Chase, che è la più grande banca americana, ha confermato sul Financial Times che l’ondata di capitali investiti nei bond italiani, spagnoli, portoghesi e greci, è un fenomeno significativo perché per la prima volta dall’inizio della crisi non è “riciclaggio” di denaro prestato dalla banca centrale. “Questi sono investitori che vengono da fuori, non europei, attratti da una rinnovata fiducia nel progetto dell’eurozona“, sostiene Carl Norrey che dirige il trading europeo alla JP Morgan

Quando i sentimenti si radicano nei mercati, possono avere una forza di trascinamento formidabile. “Momentum”, è l’espressione tratta dalla fisica, e usata spesso nella finanza: dà l’idea di una spinta forte, che può andare avanti a lungo…

Un indicatore dell’ottimismo dilagante è la risalita dei tassi d’interesse sui buoni del Tesoro più solidi del mondo. Cioè i Treasury Bond americani e i Bund tedeschi. I buoni decennali in America hanno visto crescere il rendimento al 2% all’inizio di questa settimana, e anche l’interesse sui Bund tedeschi è in rialzo. Questo è un segnale forte. Quando sui mercati imperversava la paura, Treasury Bond e Bund erano un bene-rifugio. I capitali affluivano alle aste, facevano salire i prezzi di quei titoli pubblici, e di converso schiacciavano i rendimenti sempre più giù, in certi casi addirittura sotto lo zero. E’ quel che accade quando nel panico la gente mette i contanti sotto il materasso, o per sentirsi più al sicuro li affida a una banca nella cassetta di sicurezza e paga un affitto per quel servizio. Ora quella psicologia da panico si è dileguata. I beni rifugio vengono trascurati a vantaggio dei titoli che rendono tanto: ecco perché i capitali affluiscono verso Btp italiani e spagnoli. Per la stessa ragione i Bund tedeschi vedono ridursi quella fantastica rendita di posizione che aveva consentito alla Germania di autofinanziarsi a tasso zero (lucrando sulle disgrazie altrui). Un segnale analogo viene dall’indice Vix precipitato ai minimi. Il Vix misura la “volatilità” che è legata anch’essa alla paura. Ebbene, siamo tornati ai minimi dal 2007.

Gli ottimisti  indicano tre cause fondamentali dietro questa svolta nell’atmosfera globale. La prima sta in America, dove con la vittoria di Barack Obama si è risolto anche il “precipizio fiscale“, è stata scongiurata una crisi di bilancio e la cessazione dei pagamenti del governo federale (accordo di capodanno tra Obama e il Congresso). La seconda viene dalla Cina, è la fine del rallentamento nella seconda economia più grossa del mondo. La terza è nel comportamento delle banche centrali. La Federal Reserve per prima, poi seguita da Bce, Banca del Giappone e dalle consorelle inglese, svizzera, indiana, stanno tutte applicando una politica monetaria eccezionalmente generosa…….

Da un articolo di Federico Rampini su Repubblica del30 gennaio 2013

http://www.repubblica.it/economia/2013/01/30/news/geografia_ottimismo-51553661/?ref=HREC1-11

I govani nell’economia dei PIGS

Il 22 e 23 Novembre si tiene a Madrid un significativo incontro di studenti ed economisti critici provenienti da Spagna, Grecia, Portogallo e Italia, i famosi PIGS

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/11/12/sergio-cesaratto-studenti-ed-economisti-pigs-a-madrid/

The recession is having devastating effects on economical, social, political and institutional issues. The situation is getting worse daily, and forecasts for the global economy are bleak. This crisis is particularly destructive for countries like Spain, Greece, Italy and Portugal, and others situated in the periphery of Europe, impoverishing parts of the population, and leaving young people without a present, or a future…

The group of economists that compose EconoNuestra, want to contribute with this debate, and so, we have organised for November 22nd and 23rd, an encounter with other economists from Spain, Italy, Greece and Portugal, together with citizens concerned about the problem, and participants of social networks and movements. We have given it the title “Juventud, periferia económica europea y fractura social”, or, “Youth, European economic periphery and social division”.

ECCO IL SITO UFFICIALE

http://www.economy4youth.com/en/

Debito pubblico al 126,1% del Pil

Secondo quanto reso noto dall’Eurostat, nel secondo trimestre del 2012 il dato  è schizzato al 126,1% del Pil. Nel primo trimestre aveva già raggiunto il picco di 123,7%, il più alto dal ’95 quando era al 120,9%. L’Italia si conferma seconda solo alla Grecia..

La crescita del rapporto debito/Pil riguarda tutti i Paesi sotto programma di assistenza finanziaria dell’Eurozona. La Grecia ha visto risalire il suo debito al 150,3%. Balzo in avanti anche per il debito portoghese, passato dal 112% al 117,5%, e quello irlandese, cresciuto dal 108,5% al 111,5%. Anche il rapporto debito/Pil della Spagna è in netto aumento: dal 72,9 dei primi tre mesi del 2012 al 76% di fine giugno. I cinque debiti più alti, che hanno oltrepassato la soglia psicologica del 100% del rapporto con il Pil, sono quindi la Grecia (150,3%), l’Italia (126,1%), il Portogallo (117,5%), l’Irlanda (111,5%) e il Belgio (102,5%).

http://www.corriere.it/economia/12_ottobre_24/nuovo-record-debito-pubblico_385418f6-1dbd-11e2-8b20-1919d504f212.shtml

Consiglio europeo di Bruxelles – ottobre 2012

Accordo Ue sulla vigilanza delle banche
Monti: “Aiuti diretti a quelle in crisi”
Hollande: “Tobin Tax dal 1 gennaio

http://www.lastampa.it/2012/10/19/economia/accordo-nella-notte-al-vertice-ue-vigilanza-sulle-banche-dal-Kiv5diUP1ZOwPJtqHkLPBM/pagina.html

Il vertice Ue in 12 punti

http://www.lastampa.it/2012/10/19/esteri/vertice-ue-breve-guida-a-tutte-le-cose-da-sapere-wxXCBz3nqMfXco1vFErLbK/pagina.html

Perchè le imprese fuggono dall’Italia

Ecco, in sintesi i quattro motivi di  fondo per cui non conviene investire in Italia.
Energia.
Il costo  del megawatt in Italia è mediamente intorno ai 60 euro, in Germania è di  38, in Spagna di 36. Pesa non tanto la scelta di rinunciare al nucleare  quanto l’assenza di un piano alternativo.  Si è esagerato  nell’incentivo  al fotovoltaico (che costerà  90 miliardi ai  contribuenti nei prossimi dieci anni) e nella dipendenza  dai gasdotti.  L’attuale governo ha ridotto gli incentivi al fotovoltaico e punta su  altre rinnovabili.  Con il fotovoltaico infatti  si intasa la rete di  energia durante  il giorno mentre di notte si vive con le centrali  tradizionali che per recuperare gli introiti diurni fanno pagare il  megawatt notturno più della media. Un paradosso.
Burocrazia.
Per ottenere l’autorizzazione  a realizzare un capannone  industriale in Italia sono  necessari 258 giorni, in Francia  184, in  Germania 97, negli Usa 26. Per ottenere il pagamento di una commessa (contratto)  dalla Pubblica amministrazione un’azienda privata impiega mediamente 65  giorni in Europa. In Italia aspetta il triplo: 180 giorni, più della  Grecia  (174).
Infrastrutture.
Nel corso dei decenni l’Italia ha  perso il vantaggio  competitivo accumulato negli  anni del boom  economico. L’indice di dotazione di autostrade  per abitante era di 154  nel 1970 e si è dimezzato nel 2006 (73). La quota di merci trasportate  su ferrovia  è rimasta inalterata per 18 anni, dal 1990 al 2008. Il  problema riguarda soprattutto il Sud dove non sono previsti collegamenti ad  Alta velocità ferroviaria nei prossimi anni tranne la Napoli-Bari. La  rete ordinaria di strade e ferrovie è invece molto al di sotto delle  necessità. Recentemente il ministero di Passera ha imposto per legge la  riduzione dei tempi infiniti con cui la Corte dei Conti approvava le  delibere Cipe, portandoli  da 14 a 3 mesi.
Produttività.
Per  effetto di tutti  i fattori precedenti e non solo, l’indice di  produttività del lavoro italiano è in fondo alle classifiche. I dati  Eurostat, su cui sta lavorando  in questi mesi il ministero guidato  da  Corrado Passera, non lasciano  molto spazio alle interpretazioni.  Dal  2000 a oggi la produttività  di ogni ora lavorata è salita in media in  Europa dell’11 per cento.  In Germania l’incremento è stato del 17,  in Francia del 13, in Italia del 3 per cento. L’Italia, con l’1,4 per  cento, è all’ultimo posto in Europa per l’incremento di produttività del  lavoro, molto sotto  alla Grecia (che ha un incremento  superiore alla  Germania) e alla Spagna. «Quello della produttività  per ora lavorata è  il nostro punto debole», ha rivelato nei giorni scorsi Mario Monti  nell’incontro  con le parti sociali. Aggiungendo  che senza interventi  su questo punto la speculazione potrebbe tornare a colpire l’Italia.  La  domanda che si sentono rivolgere  gli uomini delle task force  governative in questi mesi è: per quale motivo investire in un Paese   che soffre di questi gravi ritardi?

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/18-lavoro-economia-a-finanza/36636-costi-alti-burocrazia-e-bassa-produttivita-ecco-perche-le-imprese-fuggono-dallitalia.html