Euro e fragilità, le 4 lezioni di una crisi

La grande crisi globale del 2008 e la crisi del debito europeo del 2010-2012 che ne è figlia, sono state il vero test per la solidità dell’Unione Monetaria e l’adeguatezza delle istituzioni che la sostengono. Un test ma anche un insegnamento su cosa debba essere fatto per rafforzare la nostra Unione e quale possa essere la base di un negoziato non velleitario con i nostri partner europei. Questo articolo, che segue quello di ieri sull’origine dell’euro e il suo governo economico, analizza gli anni della crisi.

Sono quattro – a mio avviso – le lezioni della crisi. Primo. Per essere credibile, il principio stabilito dal Trattato di Maastricht, del «no bail-out» combinato all’impossibilità di uscire dall’euro, deve essere accompagnato dalla possibilità di ristrutturare il debito sovrano in caso di insolvenza. «No bail-out» (nessuno Stato dell’Unione può salvarne un altro) «no exit» (dall’euro), «no restructuring» è stata giustamente chiamata dall’economista Willem Buiter una trinità impossibile. La trinità implica che, di fronte a un caso di insolvenza — pensiamo qui alla Grecia — il solo strumento disponibile sia un consolidamento di bilancio draconiano che finisce per ammazzare l’economia. Questo sistema, inoltre, non è credibile tanto è vero che, alla fine, il debito greco è stato ristrutturato. Il ritardo e il modo caotico con cui questo è stato fatto hanno comportato enormi costi non solo per la Grecia, ma anche per tutti i contribuenti europei

Secondo. Un’Unione Monetaria è vulnerabile ad attacchi speculativi sul debito sovrano i quali creano crisi di liquidità che si auto-alimentano potendo diventare, se non si hanno strumenti per arrestarli, crisi di insolvenza. Ne ho parlato nella prima puntata. È interessante osservare come i mercati siano passati improvvisamente dalla situazione degli anni 1999-2010, in cui valutavano il debito pubblico di tutti gli Stati membri come egualmente rischioso, a un eccessivo pessimismo nei confronti dei Paesi più deboli, negli anni seguenti. Nel primo periodo il rischio Paese era sottovalutato perché si credeva ad una garanzia implicita della Banca Centrale Europea. Nel secondo, viene sopravvalutato perché nasce il dubbio che non ci sia un’istituzione in grado di erogare liquidità in caso di stress di finanziamento. L’esempio più tangibile per noi è stato la speculazione contro il debito sovrano italiano del 2011 e 2012.

Terzo. In un’Unione Monetaria, le banche «cross-border» sono essenziali alla diversificazione del rischio poiché permettono l’ottimizzazione della liquidità in caso in cui i Paesi siano colpiti diversamente da una crisi. Ma affinché possano svolgere questa funzione, si ha bisogno di strumenti federali per la loro risoluzione e di una assicurazione sui depositi anch’essa federale. In assenza di questi strumenti il rischio della banca resta legato a quello del Paese singolo e anche le istituzioni «cross-border» si rinazionalizzano.

Quarto. Una crisi finanziaria in una Unione Monetaria, se non accompagnata da strumenti che convincano gli investitori dell’integrità della moneta unica, crea il cosiddetto rischio di ridenominazione, cioè il rischio di un ritorno alle monete nazionali. Quest’ultimo spinge gli investitori stranieri a tornare a casa. Il mercato finanziario, quindi, si balcanizza. In questa situazione le banche — se in crisi — diventano dipendenti dalla capacità di intervento dei loro governi nazionali e i Paesi che hanno bisogno di rifinanziare il loro debito, dalle loro banche nazionali. Questo crea una correlazione tra rischio bancario e rischio sovrano. L’effetto è che le banche dei Paesi a rischio hanno maggiori difficoltà a rifinanziarsi e di conseguenza impongono tassi più alti alla clientela innestando un meccanismo in cui, invece della condivisione del rischio che avviene naturalmente in mercati integrati, il rischio si concentra. A questo punto i vantaggi della moneta comune spariscono e la politica monetaria ha grandi difficoltà ad operare.

Questa ultima lezione non va sottovalutata. L’integrazione dei mercati finanziari ha un ruolo fondamentale per la condivisione del rischio tra Stati. Un altro strumento per la condivisione del rischio è quello fiscale che opera attraverso una tassa federale progressiva. A differenza che negli Usa noi non ce l’abbiamo e il dibattito pubblico si è spesso focalizzato sulla necessità di questo strumento. Tuttavia, anche negli Usa il ruolo fondamentale per la condivisione del rischio lo svolgono i mercati finanziari e non il fisco ed è per questo che i progetti di riforma in Europa devono prestare molta attenzione a questo aspetto. Un’Unione Monetaria non può funzionare se non si preserva l’integrazione dei mercati finanziari. Le regole fiscali combinate alla balcanizzazione dei mercati e alla impossibilità di usare la leva del cambio, creano, in caso di crisi, una pro-ciclicità della politica economica che ammazza l’economia come ormai riconosce anche il Fondo Monetario Internazionale.

Se queste sono le lezioni, domandiamoci quindi cosa sia stato fatto dal 2008 ad oggi per risolvere i problemi individuati, quali siano le priorità e la relazione tra queste e le varie proposte sul tavolo: quelle francesi, tedesche, della Commissione europea e dell’Italia. Lo sforzo di costruzione di nuovi strumenti fatto negli scorsi anni per garantire la stabilità dell’euro non va sottovalutato. La riforma più significativa è stata l’unione bancaria ed in particolare la supervisione unica. Altri pezzi importanti sono stati la creazione del Meccanismo Europeo di Stabilità e l’arricchimento degli strumenti di sorveglianza macroeconomica.

Purtroppo tutto ciò, ancora una volta, pone l’enfasi sulla prevenzione e non sul management delle crisi. Dobbiamo quindi domandarci cosa succederebbe oggi alla zona euro se fossimo colpiti da una nuova crisi finanziaria. Anche se un evento del genere non sembra essere prossimo, non possiamo non porci questa domanda perché, la storia insegna, le economie di mercato subiscono crisi periodicamente.

Un altro limite del nuovo framework è la sua eccessiva complessità. Per quanto riguarda la parte macroeconomica, le regole sono sempre meno trasparenti e intrusive e hanno perso credibilità. Per la parte finanziaria, abbiamo oggi una frammentazione eccessiva del processo decisionale specialmente deleterio nel caso di banche a rischio di risoluzione.

La sensazione che il sistema così come è sia fragile ce la hanno tutte le parti in gioco. Macron ha infatti fatto della riforma del governo della moneta unica uno dei pilastri della sua campagna elettorale. Lo stesso Schäuble, prima di lasciare il ministero delle finanze tedesco, ha fatto proposte di cambiamento e Juncker ne ha fatto delle sue anche piuttosto radicali. Tuttavia c’è una mancanza di chiarezza – o comunque di consenso – su quale sia il problema da risolvere e su cosa sia possibile e legittimo fare. Nella prossima puntata analizzerò la logica delle varie proposte alla luce dell’analisi qui presentata sulle lezioni della crisi.

Lucrezia Reichlin

Corriere della sera 23 ottobre 2017

http://www.corriere.it/opinioni/17_ottobre_23/euro-crisi-debito-lezioni-il-futuro-a23fbabc-b74c-11e7-9b0d-a33e3b4f370f.shtml

 

Puntata precedente

https://liceoeconomicosociale.wordpress.com/2017/10/22/la-crisi-di-maturita-delleuro/

Puntata successiva

Euro, il futuro tra regole e mercato

http://www.corriere.it/economia/17_ottobre_24/euro-futuro-regole-mercato-a4135234-b834-11e7-aa18-cabdc275da27.shtml#

Il governo di Pechino indeciso su tutto fa crescere il caos

bcinaChiudo la Borsa, così la smette di scendere. Anzi no, la riapro. Lo sbandamento del governo cinese di fronte al crac, spaventa tanto quanto i problemi dell’economia reale che gli fanno da sfondo. Lo spettacolo offerto dalle autorità di Pechino è sconcertante. Messo alle strette dalla fuga dei capitali dal mercato azionario di Shanghai, il governo ha reagito in modo incerto, contraddittorio e perfino scomposto. La figuraccia non si addice alla seconda potenza economica mondiale. Rivela una “transizione incompiuta”. La leadership comunista, per quanto abbia formazione tecnocratica e moderna (talvolta nelle università americane), nel momento della paura torna ai vecchi riflessi pavloviani: s’illude che il “genio” (benefico o malefico) dei mercati sia una creatura docile, e gli ordina di “tornare nella bottiglia”.

Uno spettacolo simile si era visto ad agosto. Si è ripetuto negli ultimi tre giorni, con il nuovo pesante scivolone delle quotazioni azionarie cinesi. Il governo in sole 48 ore ha fatto tutto e il contrario di tutto. Ha usato mezzi amministrativi, editti dall’alto, per contrastare il crollo imponendo alle banche pubbliche di comprar titoli. Ha lanciato minacciosi proclami contro gli speculatori al ribasso. Ha usato generosamente i “circuit-breaker”, parola presa in prestito dagli impianti elettrici: “spezza-circuito” è il termine inglese, in italiano sono i dispositivi salvavita che impediscono di morire fulminati. In Borsa sono meccanismi di interruzione automatica degli scambi, qualora le oscillazioni di prezzo eccedano una certa soglia. I “circuit-breaker” esistono in molte Borse occidentali inclusa Wall Street. Ma le autorità cinesi ne hanno fatto un uso davvero abbondante. Fino a decidere la chiusura totale della Borsa, quando scendeva troppo. Il colmo si è raggiunto ieri: Shanghai ha operato per soli 30 minuti, poi basta. Infine il ripensamento. Con un dietrofront le autorità annunciavano che oggi la Borsa avrebbe operato normalmente, senza sospensioni. Il tira- e-molla non ha rassicurato nessuno.

A questo si è sovrapposto l’effetto della svalutazione. Anche sulla moneta nazionale, yuan o renminbi, il governo di Pechino sta giocando col fuoco. Iniziò a svalutarla nell’agosto scorso, presentando la sua decisione come un avvicinamento ai valori di mercato. Le autorità cinesi, a cominciare dalla banca centrale, hanno spiegato a più riprese di voler trasformare il renminbi in una moneta pienamente convertibile, il che comporta lo smantellamento delle restrizioni sui movimenti di capitali. Decisione benvenuta al Fondo monetario internazionale, che infatti a novembre ha premiato la Cina inserendo il renminbi nelle sue valute ufficiali insieme a dollaro, euro, yen e sterlina. Ma questo ha generato negli investitori la previsione – o il sospetto – che il presidente Xi Jinping voglia anche aiutare l’industria esportatrice con un renminbi debole. La prospettiva di una svalutazione competitiva è stata confermata questa settimana quando il renminbi ha ripreso a scivolare al ribasso. E’ scattata la spirale delle aspettative: gli investitori ora si attendono che la valuta cinese vada più giù. E allora preferiscono uscire dalla Borsa di Shanghai per non subire perdite su titoli espressi in una moneta che sta calando. I risparmiatori cinesi considerano urgente mettersi al riparo anche loro. Come si spiegano i molteplici errori commessi da Xi Jinping e dalle varie autorità responsabili per il governo dell’economia, inclusa la banca centrale che non è indipendente dal potere politico? Una spiegazione semplice chiama in causa la curva di apprendimento. I leader cinesi hanno mostrato competenza ed efficacia in altri campi dello sviluppo economico ma la finanza globale è un mondo ancora in parte nuovo per loro. Inoltre questa classe dirigente ha conosciuto 30 anni di boom, ora deve fare i conti con la prima vera crisi da quando la Cina è un colosso mondiale. Ebbe solo due episodi di “quasi-crisi”: l’epidemia Sars del 2003 quando l’economia cinese temette l’isolamento (durò pochi mesi); poi la Grande Contrazione americana del 2008-2009 che ebbe pesanti contraccolpi sull’export cinese. In quell’epoca che oggi sembra lontana, la Cina poteva risollevarsi con gli strumenti classici del dirigismo, del capitalismo di Stato, delle grandi manovre di spesa. Di fronte all’attuale rallentamento, Xi Jinping non vuole ripercorrere una strada che ha gravato il sistema economico di troppi debiti, opere pubbliche inutili, cattedrali nel deserto, inefficienze e corruzione. Deve reagire a questa crisi con terapie nuove. Non è rassicurante che il suo “addestramento” avvenga in volo, nel mezzo di turbolenze serie.

C’è poi il problema del consenso, che anche un regime autoritario deve porsi. Centinaia di milioni di cinesi hanno investito i loro risparmi in Borsa. Xi sta facendo uno sbaglio psicologico ed uno politico. Con i suoi interventi per fermare il crollo delle azioni crea aspettative che non potrà soddisfare, quindi diffonde ulteriore insicurezza. L’errore politico è quello di legare la propria immagine all’indice di Borsa. Questa Cina sta imboccando una transizione delicata, verso un orizzonte che si potrebbe riassumere così: crescere meno ma crescere meglio. Prima di arrivarci, però, può incappare in tempeste violente. E tutti quanti dobbiamo allacciare le cinture di sicurezza.

Federico Rampini

Repubblica 8 gennaio 2016

 

Perché terrorismo e guerra (potenziale) rilanciano le Borse

warstockParigi più 2,77 per cento, Francoforte più 2,41, Londra più 1,99, Milano più 2,36. C’eravamo dimenticati che la guerra fa bene all’economia. Ma gli operatori come gli elefanti hanno la memoria lunga. E le Borse europee oggi si sono messe a correre contrariamente a quello che si pensava, a caldo, dopo il venerdì di sangue parigino. I mercati scommettono su un aumento delle spese per la difesa e la sicurezza e su un generale allentamento delle politiche di rigore finanziario in Europa. Perché è chiaro a tutti che, di fronte ai proclami del terrore a ai morti di Parigi, le sottili disquisizioni sui decimali del Patto di Stabilità, forse non cadranno nel dimenticatoio, ma certo fanno qualche passo indietro nella scala delle priorità di un’Europa che anche in questa vicenda non sta dando prova né di unità né di determinazione. E’ la dura, certo spietata legge del mercato.

Ma sono i fatti a parlare. Nel suo discorso a deputati e  senatori riuniti a Versailles lunedì Hollande ha detto che la spesa militare crescerà e a proposito dei parametri europei ha aggiunto: “Ritengo che in questa situazione la sicurezza abbia la precedenza sul Patto di stabilità“. Dall’altra parte della Manica, il primo ministro Cameron ha annunciato un aumento del 15 per cento delle spese per la sicurezza interna, dopo che in estate aveva detto di voler portare al 2 per cento del pil la spesa militare nei prossimi anni. Può darsi che la corsa degli indici si riveli alla fine una fiammata. Molto dipenderà dalla evoluzione della situazione nel teatro mediorientale.

Oggi gli acquisti si sono concentrati sulle industrie della difesa e dell’energia. Con titoli, come quello dell’italiana Finmeccanica (elicotteri e sistemi d’arma) che sono balzati del 5 per cento. L’attesa di un inasprirsi delle tensioni geopolitiche, come sempre, ha portato alla ribalta il settore petrolifero. La speculazione che sino alla settimana scorsa era orientata al ribasso, ha cambiato direzione e chi aveva posizioni “corte”, come si dice in gergo, si è affrettato a  ricoprirsi. Oltreoceano Warren Buffet avverte: “Non sono sul mercato come venditore”. Si dice che la storia non si ripete mai. Ma in questo caso la regola non sembra valere. Le conseguenze economiche della guerra, dal secondo conflitto mondiale in poi, è difficile che siano negative (per chi vince).

Marco Cecchini

Il Foglio 17 novembre 2015

http://www.ilfoglio.it/economia/2015/11/17/terrorismo-e-guerra-potenziale-rilanciano-le-borse___1-v-135092-rubriche_c241.htm

Ed ecco la bolla cinese

bolleLa via al comunismo finanziario di Pechino si è rivelato un disastro. Con 3 mila miliardi di dollari bruciati nelle ultime settimane – mentre l’Europa ne perdeva 1 miliardo sull’onda della Grexit – che hanno cancellato i risparmi dei cinesi. Intanto la popolazione diventa sempre più povera e scontenta, come il loro Paese che ha dimenticato gli anni nei quali si cresceva a due cifre. Fitch ha stimato che il Pil in Cina aumenterà soltanto del 6,8% quest’anno, del 6,5 nel 2016 e al 6 nel 2017: il tasso più basso da 20 anni a questa parte…. LA GUERRA PER LA SALVAGUARDIA DEL PARTITO. Secondo il South Morning quello che sta vivendo il Dragone non è altro che la guerra finale per «la salvaguardia del partito comunista». Iniziata da quando i nuovi vertici del Paese (il presidente Xi Jinping e Li Keqiang) hanno esasperato il dettato dei loro due predecessori (Hu Jintao e Wen Jiabao) assertori del «mantenimento totale della stabilità». E si sono resi conto che per realizzare questo progetto non restava che la strada dell’isolamento. LE MISURE PER FRENARE L’INFLAZIONE. Prima hanno continuato le purghe nel partito, colpendo le ali più aperte agli stranieri (come il protomaiosta Bo Xilai) o provando a limitare il potere d’interdizione del mandarino – Zhou Xiaochuan, presidente della People’s Bank – che più di altri ha portato soldi cinesi in Occidente. Quindi hanno frenato la macchina produttiva cinese, nella speranza di rallentare l’inflazione e abbassare i prezzi per spingere i loro concittadini a spendere, a creare una domanda interna e a rifinanziare un’industria alimentata contro il surplus delle esportazioni. Ma questo processo sta avendo, per ora, soltanto un risultato: portare il Paese verso l’implosione sociale ed economica. CONTI DEPOSITO POCO CONVENIENTI. In quest’ottica c’è una bomba posta sotto la Borsa di Shanghai, che per qualcuno è già scoppiata. Come detto, da anni le autorità cinesi stanno provando a spingere la popolazione a spendere i loro eccezionali risparmi (si calcola almeno il 50% del Pil). Inutilmente. Poi le cose sono cambiate quando il governo ha ribassato oltre il dovuto i tassi d’interesse, rendendo poco fruttifero tenere i propri soldi fermi su un conto di deposito. Questo, più di una serie di articoli della stampa governativa sulle magnificenze borsistiche che qualcuno ha letto come una garanzia statale su quel tipo di investimento, ha permesso alle banche di utilizzare tutta la raccolta per comprare azioni in proprio oppure per finanziare i grandi fondi. Risultato? Al giugno scorso i listini cinesi avevano visto una crescita negli ultimi otto mesi del 150%. Tuttavia, come avviene quando la misura è colma, gli investitori istituzionali legati a realtà statali hanno venduto in tempo. Mentre i piccoli borsini sono rimasti con il cerino in mano e con titoli che valgono un terzo rispetto a quando li avevano acquistati. Ed è scoppiato il panico. Il governo è intervenuto tardi. Prima ha fatto finta di non vedere che la massa di acquisti in Borsa era legata ad acquisti a leva, utili soltanto a remunerare le società di intermediazione. …… http://www.lettera43.it/economia/finanza/cina-a-rischio-bolla-finanziaria-crolla-la-borsa_43675177957.htm   La borsa di Shanghai, la principale borsa valori cinese, è in caduta dal 12 giugno scorso. Nei 12 mesi precedenti, dal 12 giugno 2014, la borsa di Shanghai era cresciuta tantissimo, del 150 per cento: vuol dire che, in media, il valore di un’azione in un anno era più che raddoppiato. Dal 12 giugno di quest’anno invece è scesa di più del 30 per cento: si tratta di più di 3mila miliardi di dollari. Per dare un’idea di che cifre stiamo parlando: l’intero grande debito della Grecia è di circa 330 miliardi di dollari, circa un decimo. Ci sono interi mercati finanziari, come quello spagnolo o quello indiano, che valgono meno di quanto perso dalla Cina nell’ultimo mese. Com’è cominciata la crisi Oltre alla borsa di Shanghai, è stata coinvolta da questa crisi anche l’altra borsa cinese, quella di Shenzen, e quella di Hong Kong. La condizione in cui si trova il mercato cinese sembra avere tutte le caratteristiche di una bolla finanziaria: i prezzi delle azioni nell’ultimo anno sono cresciuti moltissimo, senza particolari ragioni collegate ai risultati delle aziende. Il grafico dell’Economist qui sotto rende bene l’idea di quanto il mercato finanziario nell’anno scorso si sia distanziato dall’andamento del PIL cinese, quella che viene definita spesso come “economia reale” (GDP è il PIL in inglese). Schermata 2015-06-29 alle 6.27.55 PM   Gran parte della crescita della borsa di Shanghai è stata trainata da ChiNext, l’indice che raccoglie le maggiori società tecnologiche della Cina: il corrispettivo di quello che è il NASDAQ per la borsa statunitense. Secondo molti analisti quello che sta avvenendo nel mercato finanziario cinese è molto simile alla bolla dei titoli “dotcom” del 1999, la cosiddetta “bolla della new economy”: una crisi finanziaria generata da un eccessivo entusiasmo per le nuove aziende digitali statunitensi. Cosa ha fatto la Cina Le autorità cinesi hanno fatto di tutto per evitare che si diffondesse il panico e che il valore delle azioni continuasse a scendere, apparentemente senza molto successo: sono state vietate le IPO, le quotazioni in borsa di nuove aziende; sono stati autorizzati nuovi metodi di indebitamento per permettere agli investitori di avere maggiore liquidità da immettere nel mercato finanziario; quando la situazione si è fatta molto grave, nell’ultima settimana, sono state sospese le contrattazioni di moltissimi titoli; oggi non è possibile comprare o vendere circa il 70 per cento delle azioni sulla borsa di Shanghai. Come spesso accade, quando le autorità finanziarie dicono di non spaventarsi succede proprio che gli investitori si spaventino…..-. http://www.ilpost.it/2015/07/08/bolla-finanziaria-cinese/

Finanza, un trilione di dollari che soffoca l’economia reale

trilionLa più sintetica fotografia del nostro tempo difficile è nel rapporto tra due numeri, nella cui gigantesca differenza si annidano gran parte dei pericoli che ci minacciano.  l primo è 75 bilioni di dollari, 75 mila miliardi, l’ammontare del prodotto lordo mondiale nel 2013. Il secondo è 993 bilioni di dollari, 993 mila miliardi, l’ammontare delle attività finanziarie globali alla fine dello scorso anno. Oggi ambedue i numeri sono già più alti, e quando nei prossimi mesi avremo i dati del 2014 dovremo cominciare a familiarizzarci con un nuovo termine: trilione, fino ad oggi utilizzato solo dagli informatici per contare i bit della capacità di calcolo e dagli astronomi per misurare la distanza tra le stelle. Dal 2015 lo useremo anche in economia per dare un nome a quella inquietante montagna di attività finanziarie che avrà superato il picco del milione di miliardi, un trilione appunto. Il primo motivo per il quale quella montagna ci inquieta, oltre alla sua dimensione, è la dinamica: in dieci anni il prodotto lordo mondiale è raddoppiato mentre il volume delle attività finanziarie è triplicato. Il secondo motivo è la struttura di quella montagna: di quei 993 mila miliardi di dollari solo 283 mila sono finanza primaria, ovvero azioni, obbligazioni e attivi bancari; tutto il resto, 710 mila miliardi di dollari, sono invece prodotti derivati scambiati fuori dai mercati regolamentati, dei quali solo una piccola quota è legata a transazioni che hanno a che fare con l’economia reale.

Il grosso sono scommesse: sui tassi di interesse, sulle valute, sui prezzi delle materie prime, sull’andamento degli indici azionari, sul fallimento di stati o di grandi imprese. All’interno di quei 710 mila miliardi si annidano, secondo le stime della Banca dei Regolamenti Internazionali, rischi massimi pari a circa 19 mila miliardi, una cifra superiore al prodotto interno lordo degli Stati Uniti. I derivati inoltre, il grosso di quella montagna, sono la parte che negli ultimi dieci anni è cresciuta più rapidamente surclassando la finanza primaria, il cui rapporto con il pil si è mantenuto sostanzialmente stabile intorno a un multiplo di quattro, mentre i derivati sono passati da cinque a dieci volte il pil.

La finanza non è un nemico dell’economia, è anzi fondamentale per la sua crescita, e non lo è neanche l’innovazione finanziaria in sé. Il problema è che la finanza è diventata un competitore dell’economia reale nell’attrazione delle risorse, un potentissimo elemento di distorsione dei processi e delle politiche, un ancora più potente fattore di instabilità i cui rischi sono amplificati dalla velocissima mobilità dei capitali e dalla volatilità delle scelte, oltre che dalla dimensione delle risorse in gioco. ….

Il problema della competizione tra la finanza e l’economia reale non si porrebbe se negli ultimi quindici anni non si fosse sviluppata impetuosamente quella che potremmo definire “finanza sintetica” o “finanza di carta”, che cioè vive di vita propria e assorbe risorse senza trasferirle all’economia reale e quindi alla crescita. C’è molto rischio in questo tipo di finanza, ma ci sono anche guadagni colossali e assai poche tasse (spesso nessuna), il che la rende assai attraente per i capitali in cerca di opportunità. E’ la ragione per cui il Fondo Monetario (….) segnala come primo fattore di instabilità lo squilibrio tra gli investimenti finanziari e gli investimenti reali e indica nella costruzione di nuovo equilibrio la ricetta necessaria per avere un futuro più tranquillo. Il Fondo non avrebbe nessun bisogno di segnalare questo squilibrio se la finanza fosse al servizio dell’economia reale, perché l’investimento finanziario (e il rischio connesso) sarebbero collegati all’investimento (e al rischio) economico. Se lo segnala è perché quel collegamento non più così forte anzi è diventato assai debole, tanto da porre un problema ulteriore, quello della efficacia delle politiche monetarie e del rischio della loro distorsione. E’ il problema che cerca di affrontare la Bce per esempio con la recente asta di crediti alle banche finalizzati all’economia reale, e che presto potrebbe fare un ulteriore passo con l’acquisto di “asset baked securities” (abs). Le politiche monetarie espansive adottate dalle banche centrali per contrastare la crisi delle economie infatti hanno avuto una efficacia limitata (o annullata) dal fatto che i miliardi immessi nel sistema non sono andati a finanziare investimenti delle imprese e consumi delle famiglie ma soprattutto operazioni finanziarie. Che notoriamente non aumentano l’occupazione, non si trasformano in pil e neanche in gettito fiscale aggiuntivo per le esauste casse degli stati. Di qui il paradosso che la politica monetaria per raggiungere i suoi obiettivi deve oggi ricorrere a strumenti non convenzionali: come la finanza ha sempre innovato per trovare il modo di aggirare i vincoli posti dalle banche centrali, ora sono le banche centrali a dover innovare per trovare il modo di aggirare le sabbie mobili della finanza. Ma, come ci ricorda Draghi a ogni piè sospinto, la politica monetaria – anche se come tutti (salvo la Germania) speriamo, riuscirà ad essere innovativa ed efficace – non basta. L’economia reale deve trovare in se stessa la capacità di competere con la finanza per attrarre risorse, cioè investimenti. …..

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2014/10/27/news/finanza_un_trilione_di_dollari_che_soffoca_leconomia_reale-99097465/

 

Il mattoncino come bene rifugio

legoOgni uomo (ma anche molte donne) custodisce una fortuna, e spesso la ignora. Ora però i primi investitori, dagli Stati Uniti, svelano il segreto e suggeriscono una nuova forma di guadagno: acquistare scatole di Lego, le più belle e ricercate, e rivenderle con un ritocco che può partire dal 15 per cento, ma salire fino al 100 per cento e oltre. Tutto è cominciato per caso, quando, da una parte e dall’altra dell’Oceano, i vecchi giochi sono tornati di moda: “Sono almeno due anni che le scatole di costruzioni contribuiscono alla tenuta del mercato in Italia  –  dice Paolo Taverna, direttore di Assogiocattoli  –  così come i soldatini, le trottole e i giochi da tavolo. È naturale che intorno a questo nascano anche un collezionismo e un mercato parallelo, sebbene da noi, almeno per ora, più che le quotazioni in denaro valgono quelle affettive”. Taverna confessa di essere un collezionista di soldatini e di non avere mai venduto il suo primo trenino Marklin: “Se un giocattolo è bello non si cede a nessun prezzo”.

Negli States, invece, è tutto un gioco di parole tra la corsa al mattone (immobiliare) e quella al mattoncino giocattolo, entrambi indicati con il termine bricks. David Schooley, tecnico delle comunicazioni e padre di sei figli a Memphis, lo ha raccontato a Usa Today: “Ho più di tremila scatole di Lego custodite in una stanza climatizzata, compro e vendo e guadagno il 15 per cento all’anno”……

http://www.repubblica.it/speciali/repubblica-delle-idee/edizione2012/2012/12/28/news/adesso_il_mattoncino_lego_diventato_un_bene_rifugio-49570308/?ref=HREC2-14

Un anno di spread

Ogni punto in più dello spread significa gli italiani devono pagare nei tre anni successivi 120 milioni di euro in più di interessi sul debito tricolore. I trecento punti di rialzo segnati nell’annus horribilis della spreaddite acuta ci sono già costati carissimi: nel primo trimestre del 2011, quando nessuno si filava di pezza il differenziale con i Bund (allora a quota 140), i Btp decennali rendevano il 4,8% mentre a inizio 2012 viaggiavano attorno al 6%. Risultato: lo Stato italiano ha pagato tra gennaio e marzo dello scorso anno 16,1 miliardi di interessi, una bolletta che la corsa dello spreaddometro ha spedito nel 2012 a 18,7 miliardi, il 16% in più. Il governo Monti ha già messo le mani avanti. E il Documento di economia e finanza di quest’anno vaticina un’impennata da 78 a 84 miliardi del conto per onorare la nostra esposizione.

Ma perché sale lo spread? Un po’ (un bel po’, ammettiamolo) è colpa nostra. L’Italia ha accumulati per anni debiti come una cicala. L’esposizione dello stato è arrivata quasi a 2mila miliardi di lire, il 20% in più del Pil. E chi ha
tanti debiti, succede sempre, deve pagare tassi più alti ai creditori che tendono a fidarsi di meno……

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/18-lavoro-economia-a-finanza/34772-spread.html