Biglietti aerei, il prezzo dipende da un algoritmo

L’intenzione è concedersi una pausa a New York. Partenza il 6 novembre, ritorno otto giorni dopo: 382 euro, tasse incluse, calcola l’app sul telefonino mentre la metropolitana è ferma in una zona periferica di Milano. Pochi minuti dopo si tenta l’acquisto, stavolta dal computer di lavoro, in pieno centro: 421 euro per lo stesso volo, la stessa classe. «Uno potrebbe pensare che intanto qualcun altro ha prenotato, riducendo i sedili liberi a disposizione e incrementando il valore dei biglietti successivi», sintetizza un manager di una grande compagnia aerea europea. «Ma la verità è che l’algoritmo del vettore ha fatto un’analisi più sofisticata: ha notato che il viaggiatore, una volta davanti alla scrivania, si trova in un’area dove il reddito medio è elevato — il centro città — e gli orari sono quelli di ufficio, quindi magari la trasferta è per motivi professionali e a pagare sarebbe l’azienda».

I big data

L’ambito è l’«airline revenue management». Tradotto in modo esplicito: dimmi dove ti colleghi, quando e con quale dispositivo così potrò stabilire il prezzo massimo che riesco a farti pagare. Il tutto grazie ai big data, l’ammasso di informazioni digitali raccolte da ogni tipo di fonte possibile e incrociati tra loro. «È una versione moderna del rivenditore di auto», commenta Rafi Mohammed, noto consulente sulle strategie di prezzo, nell’ultimo numero della rivista Harvard Business Review. Se a quelli bravi «bastano uno sguardo all’abbigliamento, domande sulla residenza e sulla professione e un paio di battute per intuire quanto può spendere al massimo per un veicolo ogni singolo cliente», allo stesso modo funzionano anche gli algoritmi elaborati per conto di alcune compagnie aeree e motori di ricerca dei viaggi.

La «discriminazione»

Mohammed racconta come la discriminazione tariffaria abbia colpito anche lui. «Quando ho usato l’app di Orbitz per un pacchetto vacanza nella Grande Mela mi dava un prezzo, ma quando ho deciso di acquistarlo, da un computer, la cifra era più alta del 6,5%». La società ha spiegato che la variazione dipende dalla fluttuazione tipica della domanda e della risposta. Ma l’esperto ribatte: «A parità di servizio a certi utenti vengono mostrati prezzi diversi dagli altri». Ufficialmente i vettori, grandi e piccoli, smentiscono. Ufficiosamente diversi di loro decidono i prezzi usando i big data per massimizzare il profitto all’interno di una stessa classe di volo. «In una Economy ci sono quindici diverse fasce di prezzo», spiega il manager della compagnia aerea. Così il viaggio da Milano a New York, a parità di sedile, può costare 300 o 900 euro.

Come funziona

La geolocalizzazione dell’utente è una delle voci più importanti: questo tipo di algoritmo, infatti, è così sofisticato che riesce a differenziare il prezzo per l’utente incrociando i dati del suo posizionamento — in centro o in periferia, in città o in campagna, al Nord o al Sud — con le fasce di reddito relative di ogni area. Il dispositivo elettronico è un’altra variabile rilevante: su tablet e smartphone compare un prezzo diverso — di solito più elevato, a parità di località — rispetto al computer. Così come influisce sul costo finale anche il sistema operativo: iOs, di Apple, è considerata appannaggio della fascia medio-alta di una popolazione a differenza di Android, che verrebbe utilizzato di più da chi ha una capacità di spesa inferiore. Poi c’è la questione tempo. Le prenotazioni nei primi cinque giorni della settimana tendono a vedersela con tariffe più elevate: l’algoritmo ipotizza si tratti di trasferta di lavoro. Da venerdì sera a domenica sera la media si abbassa: l’incrocio dei big data immagina che si tratti di un viaggio di piacere o di un’esigenza famigliare.«Bisogna chiedersi a questo punto se questa personalizzazione dei prezzi sia etica — ragiona Mohammed —, anche perché può produrre, senza volerlo, risultati ingiusti».

Leonard Berberi

Corriere della Sera, 28 ottobre 2017

http://www.corriere.it/cronache/17_ottobre_28/voli-se-algoritmo-ti-alza-19135ce6-bb50-11e7-8ef5-94a13146dc45.shtml

Effetto Diderot

diderrrA volte è bello scoprire che un fenomeno psicologico ha un nome, se non altro perché ci fa smettere di pensare di essere l’unica persona irrazionale e autolesionista del pianeta.

A me è successo con l’effetto Diderot (grazie a Lifehacker), l’espressione usata per indicare che, quando compriamo qualcosa, spesso quello che abbiamo già ci sembra vecchio e consunto, e così finiamo per buttare anche tutto il resto.

L’espressione deriva da un saggio di Diderot del 1769 intitolato Rimpianti sopra la mia vecchia vestaglia, in cui raccontava di averne ricevuto in regalo uno sfarzoso sostituto. “La mia vecchia vestaglia era in intima corrispondenza con le altre vecchie cose che avevo”, si lamentava Diderot. Ma “adesso tutto appariva stonato”. E nel giro di poco tempo si era sentito obbligato a cambiare anche i mobili e i quadri. “Ero il padrone assoluto della mia vecchia vestaglia. E ora sono diventato lo schiavo della nuova”.

Ovviamente sapete già che il consumismo sfrutta le nostre debolezze psicologiche per farci comprare quello che non ci serve.

A quel punto cadiamo vittime del cosiddetto adattamento edonico (i nuovi acquisti entrano a far parte del nostro ambiente) e scatta “la teoria del confronto sociale verso l’alto” (se siamo riusciti a stare alla pari con i vicini, cercheremo nuovi vicini con cui stare alla pari).

Ma l’effetto Diderot è qualcosa di più. Usiamo quello che possediamo per costruire la nostra identità, e abbiamo bisogno di quella identità per sentirci coerenti. Una persona vestita in modo sciatto può lanciare il messaggio che la sua mente è impegnata in qualcosa di più importante; una sempre alla moda dà l’impressione che proprio l’abbigliamento sia la cosa più importante.

Ma qualcuno che combina i due stili appare bislacco. Per usare le parole dell’antropologo Grant McCracken, i prodotti sono deliberatamente immessi nel mercato in “unità Diderot”, cioè in gruppi, per cui una volta acquistato un oggetto si sente la necessità degli altri. Ora che state ordinando quel nuovo tavolo da pranzo che avete visto sul catalogo, non dovreste anche comprare quei piatti e bicchieri nuovi?

È facile dire che si tratta solo di manipolazione. L’effetto Diderot funziona proprio perché diamo agli oggetti tanto potere simbolico. Alcuni li consideriamo, come dice sempre McCracken, “beni ponte” che collegano la nostra vita di oggi a quella che speriamo di avere in futuro.

Vogliamo quel frigorifero perché dice qualcosa su quello che vorremmo essere (per esempio essere abbastanza ricchi da preoccuparci di avere un bel frigo). Perciò lo compriamo, ma a quel punto scatta l’effetto Diderot. E presto scopriamo di aver accumulato una gran quantità dei significanti della vita che abbiamo sognato, senza la cosa – in questo caso la sicurezza economica – che avrebbero dovuto significare.

“Se c’è qualcosa che desideriamo ardentemente ma della quale non abbiamo veramente bisogno”, scrive l’economista Juliet Schor, “è molto probabile che sia legata a una fantasia simbolica ricorrente. Un computer più veloce? Il sogno di lavorare di più. Una nuova cucina? La speranza di pasti tranquilli in famiglia. Mettere a nudo queste fantasie fa emergere il legame spesso molto tenue tra il prodotto e il sogno”.

L’effetto Diderot fa male al nostro portafoglio, ma anche se così non fosse sarebbe comunque futile, perché le cose che ci servono veramente non si possono comprare. Avvolto nella sua nuova vestaglia, Diderot inseguiva un sogno impossibile.

 

La felicità non si compra

L’internazionale – 6 ottobre 2015

http://www.internazionale.it/opinione/oliver-burkeman/2015/10/06/felicita-consumi

 

 

L’economia italiana si rafforza

 istttattLa nota mensile dell’Istituto di Statistica dice che “l’economia italiana si rafforza”: l’indicatore “ha segnato a luglio un ulteriore aumento” che “conferma il proseguimento della fase espansiva” e suggerisce “una evoluzione positiva anche nei prossimi mesi”. Ancora: “L’evoluzione dei prezzi rimane ancora moderata. Il quadro macroeconomico risulta comunque influenzato dal rallentamento del commercio mondiale”, che paga la crisi cinese e il rallentamento dei mercati emergenti. A luglio il Pil italiano ha segnato “un ulteriore aumento”, anche se di “intensità minore” rispetto ai mesi precedenti, con l’evoluzione dell’economia nel terzo trimestre che “appare connotata da una intonazione positiva“.

Un paragrafo ad hoc nella nota è dedicato al recupero dei consumi: “Nel secondo trimestre del 2015, si è registrato un primo significativo segnale di miglioramento della spesa delle famiglie, (+0,4% in termini congiunturali, la variazione più elevata dal terzo trimestre 2010). L’incremento della spesa è stato in parte finanziato attraverso l’aumento del potere d’acquisto (+0,2%) e in parte attraverso un ricorso al risparmio, la cui propensione è scesa nel secondo trimestre di 2 decimi di punto all’8,7%. Nei primi sei mesi del 2015 il potere d’acquisto ha registrato una crescita dello 0,8% nei confronti dello stesso periodo del 2014″. Guardando in prospettiva, “i segnali di miglioramento registrati nei comportamenti di spesa dei consumatori nel primo semestre dell’anno sono attesi proseguire nei prossimi mesi. Le indicazioni provenienti dal clima di fiducia delle famiglie, che rappresenta un indicatore anticipatore dei loro comportamenti, hanno infatti registrato risultati estremamente favorevoli nell’ultimo trimestre”. ….

http://www.repubblica.it/economia/2015/10/05/news/mef_entrate_istat_economia-124394684/?ref=HREC1-4

Le note mensili

http://www.istat.it/it/archivio/nota+mensile

 

La fine del ceto medio

carspessPotremmo abbozzare il titolo del film prendendo in prestito un tema caro ai sociologi: «La fine del ceto medio». Superando definitivamente la «cetomedizzazione» della società, definizione cara a Giuseppe De Rita che negli anni Novanta la coniò per descrivere la crescita di una piccola borghesia del nord-est basata sulla «fabbrichetta» con simpatie leghiste. Nel tradizionale rapporto Coop sui consumi, diffuso oggi a Milano, emerge uno spaccato sociale interessante perché s’intravede per la prima volta  un’Italia dinamica dopo sette anni di Grande Crisi seppur estremamene polarizzata su diverse dicotomie: giovani-vecchi, nord-sud, occupati-disoccupati, uomini-donne. Presto per parlare di scenario sudamericano dove le differenze si acuiscono invece che ridursi grazie allo Stato sociale, eppure la tendenza dei consumi rileva come la spesa al carrello diminuisce nonostante una clamorosa flessione dei prezzi al dettaglio operata da tutti i marchi della grande distribuzione. La cartina di tornasole della sparizione del ceto medio sta tutta nel declino del modello dell’ipermercato: store con grandi metrature all’interno di grossi centri commerciali nella cosiddetta cintura urbana. Una volta servivano per riempire il carrello fino all’inverosimile soprattutto nel fine settimana quando si facevano le scorte per la famiglia. Ora invece trionfano i supermercati e i negozi di vicinato: scontrino ridotto al minimo, beni voluttuari spariti, si compra soltanto il necessario giorno per giorno. Fin qui le noti dolenti. Quelle meno – dice lo studio Coop – segnalano come l’Italia sia in fase di ripartenza. Attenzione: appena abbozzata, nulla di statisticamente rilevante tale da farci esclamare di gioia ma potremmo coniare la metafora del trekking. Il Paese si sta sacrificando e, seppur soffrendo, sta risalendo la china piano piano senza voli pindarici. Certo la Grande Crisi ha lasciato cicatrici profonde nel tessuto sociale: Coop dice che l’Italia ora è persino schizofrenica, se tra Trento e la Calabria corrono più di 1000 euro di differenza nella spesa mensile. Mille! E anche la forbice generazionale si è allargata in maniera tale che gli over 65 spendono in media più di 100 euro al mese in più per la spesa rispetto agli under 35. Ciò sta cambiando anche gli stili alimentari, ormai sempre più liquidi alimentando la nozione di italiani popolo di «infedeli» considerando che in media ogni famiglia compra in media in 21 punti vendita diversi all’anno. Complicando le strategie commerciali degli operatori costretti a ritoccare i listini al ribasso in una corsa all’indietro come i gamberi

Ecco l’Italia bipolare con i consumi a singhiozzo

Fabio Savelli

Corriere della Sera 3 settembre 2015

Che fine fanno i centri commerciali?

Che fine ha fatto lo shopping mall? Tempio del consumismo, simbolo della società americana, luogo imagesd’incontro in molte città che non hanno centri storici: Tutto questo era vero fino a ieri: oggi i centri commerciali chiudono, e c’è chi teorizza la loro estinzione. Ma non è un sintomo di crisi economica. L’America, felice eccezione mondiale, ha una crescita vigorosa, un mercato del lavoro che tira, consumi in ripresa. Lo shopping mall non è spiazzato da uno tsunami di consumo frugale, decrescita felice, o share economy (economia delle condivisione). E neppure la Rete, cioè l’avanzata delle vendite online, c’entra più di tanto. No, a svuotare i centri commerciali tradizionali sono le diseguaglianze.
Lo shopping mall tradizionale è un modello interclassista, trasversale, in una fase in cui la società americana si polarizza: da una parte i lavoratori a salario minimo, dal potere d’acquisto immobile, che vanno a fare la spesa negli ipermercati discount Costco; dall’altra i ricchi che prediligono i grandi magazzini glamour, tipo Saks Fifth Avenue. Schiacciata in mezzo c’è la formula dello shopping mall, inventata in un’epoca in cui al centro del modello sociale americano c’era una vasta middle class, inclusiva di ceto medio e classe operaia.
Nell’ultima decade, una trentina di questi shopping mall hanno chiuso.
Altri 60 potrebbero fare la stessa fine in tempi rapidi. Il fenomeno dei centri commerciali “morti” sprigiona una sorta di fascino macabro. È nato un sito specializzato per censirli, si chiama prevedibilmente http://www.deadmalls. com. Sul sito del New York Times un’inchiesta su questo fenomeno è illustrata da una galleria di foto dei “dead malls”: sembrano città fantasma, cattedrali nel deserto, costruzioni imponenti e spettrali. Un tempo affollati da eserciti di famigliole, coi parcheggi intasati di Suv, questi shopping mall morti o agonizzanti evocano film di fantascienza, un pianeta improvvisamente svuotato dei suoi abitanti da un attacco alieno o una catastrofe climatica. E in effetti proprio di recente Hollywood ha deciso di ambientare alcune scene del film Gone Girl in uno di questi centri fantasma. Il potere degli shopping mall sull’immaginario collettivo degli americani, è tale che l’associazione dei centri commerciali sta tentando disperatamente di contrastare la teoria del declino inesorabile. La Confindustria di categoria (Council of Shopping Centers) ha assoldato di recente la più grossa società di relazioni pubbliche, Burson-Marsteller, “per contrastare la pubblicità negativa”. Ma i dati parlano chiaro. Sui 1.200 centri commerciali censiti negli Stati Uniti, il 15% è a rischio di scomparsa perché disertato dai consumatori. Sono una minoranza, certo, ma pur sempre 180 shopping mall che potrebbero essere rasi al suolo, non più redditizi.
Le “condanne a morte” espresse dal mercato, coincidono con una chiara ripresa nella spesa di consumo delle famiglie americane. Dunque è il modello stesso del centro commerciale che perde colpi, non la grande distribuzione in generale. E per una volta il sospetto numero uno non si chiama né Amazon né Ebay. Per quanto il commercio in Rete stia conquistando sempre nuovi adepti, il fatturato complessivo delle vendite online è circa un decimo rispetto al commercio “in carne ed ossa”. Il vizio fatale nella formula dello shopping mall è proprio il fatto di essere un contenitore di catene distributive come Sears, Lord&Taylor, che si rivolgevano al- la famiglia media americana. Ma la “media” non c’è più, in un popolo di consumatori a clessidra, dove si rafforzano la parte alta e quella più bassa del potere di acquisto.
Per diverse generazioni di americani i centri commerciali sono stati non solo una comodità che semplifica la vita (tutti i negozi in un posto solo, per fare la spesa una volta alla settimana caricando il bagagliaio dell’auto), e quindi un emblema dell’American way of life, ma spesso anche l’unico luogo di “socializzazione”. E’ un fenomeno sul quale sono stati scritti interi saggi di sociologia urbana, come il celebre “Bowling Alone” (giocare al bowling da soli) di Robert Putnam. Paragonato a un moderno Alexis de Tocqueville, Putnam ha esplorato la società americana rivelando la decadenza dei tradizionali luoghi di vita comune. Sindacati, partiti, club e associazioni civiche, perfino le chiese hanno perso gran parte del proprio ruolo storico come centri di incontro e vita collettiva. Per molti giovani, nelle città medio-piccole dell’America profonda, lontano dalle metropoli come New York e San Francisco, lo shopping mall era rimasto l’unico posto dove “rimorchiare”, o semplicemente incontrare gli amici dopo la scuola, fare due chiacchiere, passare il tempo. Ora gli rimane Facebook.
F. Rampini
Repubblica  8 gennaio 2015
http://www.dirittiglobali.it/2015/01/centro-commerciale-addio-negli-usa-crolla-mito-dei-templi-shopping/

Dalle “formiche” ai “pavoni”, a quale tribù dello shopping natalizio appartieni?

shoppnatOGNI regalo di Natale è “infelice” a modo suo. Sono sei le tribù dello shopping indaffarate a trovare qualcosa da mettere sotto l’albero per rallegrare amici e parenti. Tutte stressatissime. Ci sono i cultori del commercio elettronico, gli immancabili ritardatari, i tradizionalisti del dono, i nevrotici, i parsimoniosi e gli spendaccioni. Sei modi “diversamente ansiosi” per affrontare il pacco sotto l’albero. A fotografarli ci pensa l’agenzia “Found!” dopo un monitoraggio on line sui principali social network (che ha coinvolto 1500 utenti tra i 18 e i 60 anni).

Le Cicale: (23%) sono quelli con cui è più facile identificarsi e che raccolgono maggior simpatia. Gli oberati dagli impegni e dallo stress che, si scordano del Natale, e precipitano nell’incubo doni il giorno prima. Questi svagati navigatori del last minute si catapultano nei negozi semi-deserti, tra gli scaffali vuoti alla ricerca del “fondo di magazzino” che possa tamponare la loro recidiva mancanza di programmazione. Risultato? Nei casi più disperati non rinunciano al riciclo dell’ultimo minuto ma, più di frequente, rischiano di spendere una fortuna perché ciò che è rimasto è (non a caso) la merce più cara.

Le formiche: (16%) per loro le settimane pre natalizie sono un sistematico countdown che precede i festeggiamenti. Questi maniacali maestri della programmazione cominciano ad ipotizzare cosa donare a fine settembre e in novembre hanno già impacchettato ogni regalo. Per simili organizzatori dell’esistenza la parola “caso” non esiste. Peccato che, in molti casi, riescano ad arrivare alle feste in preda ad attacchi di stanchezza cronica promettendosi per l’anno seguente di prendersela comoda (e puntualmente non lo faranno).

Le chiocce: (10%) diciamolo, non sono simpaticissimi. Sono i fanatici del Natale in famiglia e per loro le festività sono un trionfo di tradizioni: pranzi e cene solo con parenti, lunghi viaggi sino al paese natio. Tutto il resto è trasgressione. Di conseguenza anche alla scelta dei regali ci arrivano dopo lunghissime sezioni di shopping, di solito in compagnia della mamma. Ogni pacchetto è accompagnato da un bigliettino natalizio rigorosamente scritto a mano e consegnato durante l’estenuante pranzo del 25 dicembre.

I camaleonti: (24%) la tribù dei cultori del “Natale 2.0” è in costante ascesa. Per loro (sono soprattutto under 40) le tradizioni hanno subito una rivoluzione digitale e il Natale è già nel futuro. I regali si scelgono esclusivamente sui portali di e-commerce che hanno il merito di aver definitivamente archiviato lo stress della corsa tra i negozi. I camaleonti hanno fatto suonare il de profundis anche per i cartoncini di auguri sostituiti da posta elettronica, WhatsApp e social network. E anche la scelta del dono è rigorosamente hi-tech: smartphone, tablet, videogames. Aprezzatissimi dalla fascia junior della famiglia lasciano senza parole i senjor che spesso, dopo aver ringraziato, nascondono il dono in un cassetto pur di non ammettere la propria ignoranza.

I pavoni: (8%) come loro nessuno mai. Spendono cifre astronomiche e fanno la gioia dei parenti “vorrei ma non posso”. Il regalo è sinonimo di costoso ed esclusivo. Sono spendaccioni nell’anima e si gratificano nel soddisfare gli amici per poi vantarsene. Comprare equivale ad una gara: se il dono non è il più bello ed esclusivo si scatenano in un tormento interiore. Qualche esempio? Almeno tre: borse griffate, gioielli e viaggi a cinque stelle. Ottimo averli tra i propri congiunti, meno piacevole ascoltarne le vanterie sino al Natale successivo.

Gli scoiattoli: (19%) qualcuno li definisce “braccini corti” altri più brutalmente tirchi. L’omaggio parte dal prezzo: cercano ossessivamente il cartellino con meno zeri per avere poi più soldi da spendere per se stessi. Si muovono seguendo strategie ben precise che variano dalle offerte last minute al riciclo di dono indesiderati. Discendenti inconsapevoli di Ebenezer Scrrooge (l’avaro protagonista di Canto di Natale) si barcamenano tra una scusa e l’altra per giustificare un dono che non riesce a piacere neanche a loro.

http://www.repubblica.it/cronaca/2014/12/21/news/natale_le_tribu_dello_shopping-103433609/?ref=HREC1-34

Le famiglie non spendono

sottocostPer i tanti che sono stati abituati a considerare l’inflazione come un mostro, cambiar passo e mettere nel mirino la deflazione equivale ad operare su di sé una torsione per imparare a guardare da un’altra parte. Eppure gli ultimi dati sull’andamento dei prezzi ci dicono che è un’operazione che dobbiamo fare e purtroppo non per una breve stagione. Immergendoci in questo nuovo scenario non possiamo però dimenticare quello che dice la Bce ovvero che nell’Eurozona non esiste un vero problema-deflazione perché i prezzi scendono per la gran parte a causa dell’effetto combinato di basso costo del petrolio e euro forte. In Italia comunque non ci vuole un genio per cogliere un’altrettanta evidente correlazione tra bassa inflazione e consumi al lumicino. La stagione estiva non promette grandi cose, il periodo di ferie si va concentrando sempre di più attorno alle due settimane centrali di agosto e la spesa media dei vacanzieri tende pericolosamente verso il basso, con soggiorni che diventano più brevi. Si va diffondendo anche una forma di turismo pendolare con gli autobus che prendono al mattino i bagnanti in città, li scaricano sulle spiagge e li riprendono appena dopo il tramonto. Non dimentichiamo poi che luglio – il mese delle rilevazioni Istat rese note ieri – è stato condizionato dal cattivo tempo che ha ulteriormente amplificato tutti i fenomeni di cui sopra.

La verità è che la tendenza a rinviare gli acquisti dei beni durevoli sembra non aver cambiato verso nonostante gli 80 euro in busta paga. Lo straordinario successo del car sharing nelle grandi città indica anche un mutamento culturale di medio periodo che sarebbe un errore sottovalutare e che promette di andare al di là delle sole autovetture, la cultura della condivisione ci sorprenderà. Intanto gli armadi degli italiani restano pieni («Siamo legati agli oggetti, non buttiamo mai niente» sottolinea il sociologo dei consumi Italo Piccoli) e il ricambio avviene con il contagocce. Lo stesso vale quantomeno per gli elettrodomestici e per l’arredo. Nella grande distribuzione, e non solo, intanto si intensificano le promozioni. In provincia ci sono persino negozi che si chiamano «Sottocosto», Carrefour ha lanciato una campagna-sconti a sensazione legata alle partite dell’Italia durante i Mondiali di calcio e Ikea ha promesso sconti per il 40% ma secondo il professor Piccoli i risultati non sempre sono all’altezza dell’impegno profuso. I volumi venduti per ripagare i tagli di prezzo devono crescere almeno del 20%. «Il consumatore ha imparato a fare zapping tra le varie promozioni e ha cominciato ad essere sospettoso. Se un giorno trova che un pacchetto di caffè costa 3 euro e poi lo vede in promozione a 1,90 perde completamente la percezione del valore di quel prodotto. Il risultato è che compra di meno e che non è più disposto ad acquistare a prezzo pieno». Un boomerang per le aziende produttrici.

Il rinvio degli acquisti è anche legato a considerazioni più di fondo. Secondo l’economista Fausto Panunzi bisogna sempre ricordarsi che sono cambiate profondamente le aspettative, «nelle famiglie si trepida per la disoccupazione dei figli o per il rischio che il padre a 50 anni venga tagliato e licenziato dall’azienda in cui lavora» e di conseguenza si è portati a risparmiare quasi compulsivamente, a comprare solo lo stretto necessario. E non c’è promozione che tenga nei confronti di un mood così negativo. Che settembre avremo, allora, se l’orientamento dei consumatori rimane lo stesso? Gli 80 euro ci saranno ancora ma Piccoli crede che non sarebbe sensato da parte del governo lanciare campagne pro-consumi: «Anche gli spot che Berlusconi fece a suo tempo alla fine non portarono a nulla di significativo».

Dario di Vico

I consumi immobili di un Paese in attesa

Corriere della sera 14 agosto 2014

http://www.corriere.it/editoriali/14_agosto_13/perimetro-sovranita-c435c4f8-22a9-11e4-9eb4-50fb62fb3913.shtml