Non ci vuole più Europa. L’identità è nelle differenze

eurdifQuello che è successo in questi giorni in Grecia dovrebbe, al di là delle forti e contrastate  emozioni suscitate dal momento, far riflettere sul senso della costruzione europea. Può  essere utile, sia pure a volo d’uccello, ripercorrere le tappe principali, per vedere la lezione che ne possiamo trarre.

Contrariamente a quanto, soprattutto nel nostro Paese si continua  ancora a pensare, la fondazione dell’Europa a partire dal secondo dopoguerra non a ha niente a che  fare con Altiero  Spinelli e Ernesto Rossi e il loro Manifesto di Ventotene, in cui si auspicava l’unione politica dell’ Europa in una prospettiva liberalsocialista.

Sin dall’inizio l’accento  è posto non sulla politica e sulla necessità di sottoporre ad essa „le forze dell’ economia“, come voleva Spinelli, ma sull’ economia in quanto tale. Certo, l’Europa uscita indebolita da due guerre laceranti voleva anzitutto la pace, cercò tuttavia  di realizzarla non unendosi politicamente, bensì creando un’organizzazione internazionale, all’interno della quale gli Stati nazionali mantenevano intatta la loro sovranità.

Nacque così  nel corso degli anni Cinquanta la CEDA, la Comunità Europea del Carbone e dell’ Acciaio e  poi la Comunità Economica Europea. Il nucleo originario era composto da sei Paesi, tra cui il nostro, ma sin dall’inizio era predominante  l’asse  franco-tedesco. Konrad Adenauer e Robert Schuman  dettavano la linea, rispettosi peraltro dell’autonomia dei singoli Stati. Gli anni Sessanta e Settanta sono caratterizzati da una politica  economica di stampo keynesiano; in Germania si afferma però qualcosa di peculiare, quella che viene chiamata l’ „economia sociale di mercato“. Nasce  in Europa il modello del Welfare State: lo Stato interviene nell’ economia per garantire la giustizia sociale, con un aumento della spesa pubblica e dei salari dei lavoratori.

Questo modello entra in crisi già agli inizi degli anni Ottanta, per ragioni sulle quali non è possibile qui soffermarsi,  e si afferma una politica economica  opposta, sempre più connotata in senso neoliberale o per far riferimento alla Germania „ordoliberale“. Una politica economica già prefigurata in Germania  dal modello dell’ economia sociale di mercato.

È l’era thatcheriana e reganiana: meno Stato e più mercato, e mercato significa concorrenza libera e generalizzata. A ciò si aggiunge una politica monetaria fondata sulla stabilità della moneta e sul controllo dei prezzi. Lo Stato non ha più il compito di promuovere socialmente il bene, ma di evitare il male. E il male assoluto è l’ inflazione, vale a dire la creazione eccessiva di moneta di cui sono responsabili quei governi nazionali che  con politiche di bilancio anticicliche e politiche di investimento che fanno aumentare la spesa pubblica provocano inflazione e distorsione del mercato.

È in questo nuovo contesto che avviene in Europa una svolta epocale con il Trattato di Maastricht, la creazione  dell’ Unione Europea e  il progetto in esso contenuto della moneta unica. Siamo agli inizi degli anni Novanta; nello stesso periodo un’altra unione si è realizzata: quella della Germania nel contesto della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Un altro Cancelliere si imporrà con forza, Helmuth Kohl per realizzare questo progetto. Mitterand temeva la potenza tedesca e pensava che una moneta unica potesse legare la Germania all’Europa.  Ma per una sorta di quelle ironie  che nella storia sono tutt’altro che infrequenti la nuova moneta creata  frettolosamente, e senza prima realizzare le condizioni che avrebbero potuto sostenerla, ha finito per favorire proprio per la  Germania. Invece di „europeizzare“ la Germania si è finito col  „germanizzare“ l’ Europa, imponendo  ad essa una politica di austerità necessaria  per sostenere la moneta unica, una moneta nei fatti  impossibile per  economie  così diverse.

Il risultato  oggi è che non esistono più Stati sovrani, ma Stati creditori e Stati debitori. Non ci facciamo più la guerra con la armi,  ma con il denaro e a colpi di spread e di milioni di disoccupati.

Bisognerebbe  prendere atto del fallimento del progetto di questa Europa e ripensarla dalle sue fondamenta.  E invece tutto ancora  si concentra sulla opposizione del grande creditore nei confronti del piccolo debitore. E  questo che cerca di resistere. E poi ne esce con le ossa rotta. Punito, offeso nella sua dignità, solo per aver tentato di opporsi allo strapotere del creditore. Germania contro Grecia, e non si tratta di una partita di calcio.

Viene da chiedersi perché? Perché questa cecità? Certo, le responsabilità della Cancelliera Merkel sono grandi. Adenauer è ricordato come il Cancelliere del miracolo economico tedesco, Kohl della sia pure controversa unificazione tedesca,  Merkel verrà ricordata per non essere stata in grado di risolvere un problema che riguarda 11 milioni di persone, appunto i greci e aver distrutto le economie di altre Paesi europei, tra cui il nostro, per aver distrutto l’ idea di Europa. L’accordo  raggiunto non risolve i problemi, ma riduce la Grecia ad una colonia  della Germania.

Anche questa spiegazione peraltro è insufficiente.

Con la moneta unica si è tentato in fondo  di realizzare ciò che  è fallito con il progetto di una costituzione europea e cioè una unificazione politica.  Ma come i popoli, dove potevano, hanno rifiutato quella  costituzione, così ora, dove  possono, vorrebbero uscire da quella gabbia d’acciaio che è  la  moneta unica. Una moneta fatta a immagine e somiglianza del marco poteva andare bene per la Germania ma non per l’Europa. E così è stato.

Che insegnamento possiamo trarre da tutto ciò? Esattamente l’ opposto di quello che alcuni pensano e cioè che „ci vuole più Europa“. La storia ha dimostrato, e la Grecia oggi lo conferma, che l’ Europa è costituita  da popoli diversi, da società che  nonostante la globalizzazione  restano eterogenee, da Stati territoriali che, nonostante tutto il diritto comunitario, continuano ad avere  ordinamenti  giuridici e politici diversi, da cittadini che vivono con stili e tradizione diversi. La ricchezza dell’ Europa sta in questa pluralità di voci che la contraddistingue. La sua identità sta nelle differenze.

Paolo Becchi

Corriere della Sera, 7 agosto 2015

 

L’Europa di Kubrick

europa[4]Eyes wide shut: tale la postura dell’Europa, da quando è caduta nell’odierna crisi esistenziale. Vi è caduta con gli occhi spalancati dalla paura, dalla paralisi, ma sappiamo che se gli occhi li sbarri troppo è come se fossero chiusi.
È uno dei mali di cui soffre l’unità europea, quest’intreccio perverso tra visione e cecità: ne discendono le più convenienti mitologie, i più nefasti luoghi comuni. Tra questi vorremmo citarne uno: sempre più spesso, l’Europa è descritta come utopia, parente prossima di quei messianesimi politicio religiosi che fioriscono in tempi di guerre, di cattività, di esodo dei popoli. Il vocabolo ricorrente è sogno. I sogni hanno un nobile rango: dicono quel che tendiamo a occultare. Resta il loro legame col sonno, se non con l’ipnosi: ambedue antitetici alla veglia, all’attiva vigilanza.
Ebbene, l’Europa unita è qualcosa di radicalmente diverso da un sogno, e ancor meno è un’utopia, un’illusione di cui dovremmo liberarci per divenire realisti; o come usa dire: più moderati, pragmatici. La crisi cominciata nel 2007 ha disvelato quel che avrebbe dovuto esser chiaro molto prima, e che era chiaro ai padri fondatori: l’esaurirsi dei classici Stati nazione. La loro sovranità assoluta, codificata nel trattato di Westphalia nel 1648, s’è tramutata in ipostasi, quando in realtà non è stata che una parentesi storica: una parentesi che escluse progetti di segno assai diverso, confederali e federali, sostenuti già ai tempi di Enrico IV in Francia e poi da Rousseau o Kant. Gli effetti sulla vita degli europei furono mortiferi: questa constatazione, fatta a occhi ben aperti, diede vita, durante l’ultima guerra mondiale, non già al “sogno”, ma al progetto concreto d’unificazione europea.
Nel frattempo tale sovranità assoluta – cioè la perfetta coincidenza fra il perimetro geografico d’un Paese e quello del potere statuale da esso esercitato – è divenuta un anacronismo non solo incongruo ma inconcludente, che decompone governi e Parlamenti. I nodi più ardui da sciogliere – una finanza mondiale sgovernata, il conflitto fra monete, il clima, le guerre, la convivenza tra religioni differentinon sono più gestibili sul solo piano nazionale.
Tanto meno lo sono con l’emersione di nuove potenze economiche (i BRICS: Brasile, Russia, India, Cina, Sud-Africa). La loro domanda di energia, materie prime, beni alimentari, è in rapida crescita e quel che esse pretendono, oggi, è una diversa distribuzione delle risorse planetarie: inquiete per il loro rarefarsi, esigono la loro quota. Non è più tollerato che una minoranza di industrializzati perpetui tramite l’indebitamento il dominio sui mercati: è attraverso il debito infatti che i ricchi del pianeta s’accaparrano più risorse di quelle spettanti in base alla loro capacità produttiva. È il motivo per cui debiti che erano considerati solvibili non lo sono più: i BRICS non vogliono più rifinanziarli.
Il debito sovrano, in altre parole, non è più sovrano: va affrontato come incombenza mondiale, e per cominciare come compito continentale europeo. Pensare che i singoli Stati lo assolvano da soli, indebitandosi ancora di più, è non solo ingiusto mondialmente: è ridicolo e impraticabile. L’unità politica fra Europei è insomma la via più realistica, pragmatica, e la più promettente proprio dal punto di vista della sovranità: cioè dal punto di vista del monopolio della coesione civile, del bene pubblico, della forza. L’abbandono-dispersione del monopolio conduce all’irrilevanza del continente e al diktat dei più forti, mercati o Stati che siano.
I problemi da risolvere (per problemi intendo le crisi-svolte che aprono alla stasi o alla trasformazione) si manifestano dentro geografie diverse, ciascuna delle quali va governata. Non è più vero che il re è imperator nel suo regno: superiorem non recognoscens (ignaro di poteri sopra di sé), come nella formula del Medio Evo, quando l’impero era sfidato dai primi embrioni di Stati. La formula risale al XIII secolo, e nell’800-900 divenne dogma malefico. Oggi il singolo sovrano deve riconoscere autorità superiori: organi internazionali, e in Europa poteri federali e una Carta dei diritti che vincola Stati e cittadini.
Neanche la sovranità popolare è più quella sancita nell’articolo 1 della nostra Costituzione: non solo essa viene esercitata “nella forme e nei limiti della Costituzione” – dunque è divisibile – ma sempre più è scavalcata da convenzioni transnazionali (il Fiscal Compact è tra esse) che minacciano di corroderla e screditarla, se non nasce una potente sovranità popolare europea. I partiti non sono meno colpevoli degli Stati: nelle elezioni europee, è inesistente lo sforzo di vedere, oltre i propri Paesi, l’Europa e il mondo. Questo significa che l’Unione va ripensata, oltre che rifatta: sapendo che solo lì recupereremo le sovranità perdute. Edificando un potere sovranazionale, e un Parlamento che possa controllarlo e eleggerne i rappresentanti. Le stesse Costituzioni esigeranno adattamenti alla nuova sovranità ritrovata solidalmente. Le discussioni della Corte costituzionale tedesca sono spesso dettate da chiusure nazionaliste, e tuttavia cercano di vedere e dominare mutazioni reali. È un peccato che discussioni analoghe non avvengano, con la stessa puntigliosa intensità, nelle Corti degli altri Stati dell’Unione.
Qui giungiamo al punto cruciale: all’astratto furore imputato a chi invoca gli Stati Uniti d’Europa. Tanto più astratto e fallimentare, vista la crescente disaffezione dei popoli. Disaffezione relativa, per la verità. Non è vero che tutti i referendum europei siano stati negativi, nella storia dell’Unione: la maggior parte non lo sono stati. Quanto all’euro, solo il 2 per cento dei cittadini (l’1 in Italia) vuole abbandonarlo.
Dove sta allora, oggi, l’utopia? Sta nella perpetuazione di sovranità nazionali fittizie: tenute in semi-vita da simulacri di poteri e da cittadini disinformati (le due cose vanno insieme: più spadroneggia lo status quo, più la realtà vien nascosta ai popoli). Machiavelli descrive con occhio profetico le disavventure delle grandi mutazioni: “Debbesi considerare come non è cosa più difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo ad introdurre nuovi ordini. Perché lo introduttore ha per nimici tutti coloro che degli ordini vecchi fanno bene; ed ha tiepidi difensori tutti quelli che degli ordini nuovi farebbero bene. La qual tepidezza nasce parte per paura degli avversarii, che hanno le leggi dal canto loro, parte dalla incredulità degli uomini, li quali non credono in verità le cose nuove, se non ne veggono nata una ferma esperienza. Donde nasce che qualunque volta quelli che sono inimici hanno occasione di assaltare, lo fanno partigianamente, e quelli altri difendono tiepidamente, in modo che insieme con loro si periclita”. Tepidezza, incredulità, paura: questi i sentimenti che impediscono la nascita di ordini nuovi. L’ordine vecchio è difeso con partigianeria, anche quando è manifestamente defunto. Quello nuovo con tiepidezza, anche quando è manifestamente necessario. Mi è sempre apparsa tiepida la formula di Gramsci, sull’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione. Proprio la ragione deve essere ottimista (per ottimismo non intendo fede progressista, ma la non-rassegnazione di cui parla Pessoa: “Tutto vale la pena, se l’anima non è piccola”). Ogni volta che udite parlare di Stati che si riprendono la sovranità, state sicuri: di fronte avete un illusionista che “dell’ordine vecchio fa bene”: usandolo per dominare. I veri populisti, ingannatori di popoli, oggi sono loro.
Anche lo scetticismo è parola da usare cautamente: per rivalutare il suo antico significato. Il vero scettico non apre alcun credito all’apparenza, e non è pregiudizialmente avversario dell’unità europea ma si fa sottile e assai dubbioso osservatore dello Stato nazione. Non teme il nuovo ordine. Diffida del vecchio, ed è lo status quo che considera una chimera. Lì è il sonno – l’incubo – da cui vale la pena svegliarsi, se l’anima non è piccola. Il vero scettico non si contenta dell’Europa così com’è, perché ha capito che è un ibrido velenoso. Dunque quando incontriamo un antieuropeo dovremmo replicare, se vogliamo cambiare il mondo: sono io lo scettico, non tu che stai sdraiato nel falso ordine vecchio per timore del nuovo che già è cominciato.

Barbara Spinelli

Repubblica 10 aprile 2013

Un reale Stato europeo per il nostro futuro

La nostra unica realtà possibile, l’unica che possa garantire sicurezza e stabilità, è l’Europa. Uno Stato europeo, un vero Stato – federale, decentrato, ma con una sua coesione e una sua cogente autorità, come gli Stati Uniti d’America – un’Europa di cui gli attuali Stati nazionali diventino regioni, ognuna con la sua autonomia ma nessuna delle quali abbia ad esempio diritto di veto in merito alle decisioni politiche di un governo che realmente governi né diritto di darsi leggi e tantomeno costituzioni in contrasto con i principi della Costituzione europea. Uno Stato europeo la cui autorità si affidi non ad avvertimenti o a moniti, ma all’effettività di un vero diritto.

Un reale Stato europeo è l’unica possibilità di un nostro futuro dignitoso. Oggi i problemi non sono più nazionali, riguardano tutti; è ridicolo ad esempio avere leggi diverse, nei diversi Paesi, riguardo all’immigrazione, come sarebbe ridicolo avere a questo proposito leggi diverse a Bologna e a Genova. Un autentico Stato europeo potrebbe inoltre ridurre molti costi, ad esempio le spese per tutte le infinite commissioni, rappresentanze e istituzioni parassitarie. L’Europa è, in sé, una grande potenza ed è penoso vederla spesso ridotta a litigiosa o, peggio, cauta e impotente assemblea condominiale. Per essere all’altezza di se stessa, per diventare veramente Europa, l’Unione Europea dovrebbe essere governata con decisione e autorità, senza vaporosi ecumenismi né paura di mettere in riga, a seconda dei casi, chi vuol tener pulita casa propria gettando le immondizie in quella del vicino. Probabilmente l’Unione Europea non è in grado di agire con robusta fermezza, ma se continuerà a non esserlo sarà la sua fine, un progressivo spegnersi di luci in un cinema che si vuota. Per la prima volta nella Storia, si cerca di costruire una grande comunità politica senza lo strumento della guerra. Proprio il rifiuto della guerra esige un’autorità che funzioni; la titubanza non è democrazia, ma la sua morte.

Se si ha la sensazione che l’Europa unita stia scricchiolando e sfilacciandosi……. Naturalmente ciò non significa arrendersi alla malinconia; non siamo al mondo per indulgere ai nostri stati d’animo, alle malinconie delle nostre animucce che talvolta derivano da una cattiva digestione. Disagio o no, si continua a lavorare come si può per ciò che si ritiene giusto o il meno peggio, nella testarda convinzione che «non praevalebunt». Il malessere e la stanchezza pessimista sono un male da combattere, tanto più quanto più essi sono, come oggi, sempre più diffusi. Certo, a leggere i grandi documenti così pieni di fede, dei padri fondatori dell’idea di un’Europa unita, come ad esempio il Manifesto di Ventotene di Spinelli, Rossi e Colorni ci si accorge che, in quell’epoca orrenda – come diceva Karl Valentin, geniale cabarettista e ispiratore di Brecht – il futuro era migliore.

http://www.corriere.it/cultura/12_ottobre_23/magris-disagio-europei-cerca-futuro_df4d3aea-1cf3-11e2-99b8-aac0ed15c6ac.shtml

 

Un Nobel per l’Europa. Un sogno per l’Europa

Quando propose e creò la Comunità del carbone e dell’acciaio, Jean Monnet spiegò il ragionamento che lo aveva ispirato: “Quando si guarda al passato e si prende coscienza dell’enorme disastro che gli europei hanno provocato a se stessi negli ultimi due secoli, si rimane letteralmente annichiliti. Il motivo è molto semplice: ciascuno ha cercato di realizzare il suo destino, o quello che credeva essere il suo destino, applicando le proprie regole“. Fu grazie a questa consapevolezza che l’unità degli europei divenne un modello, e per gran parte del mondo ancora lo è: dalle stragi etniche o razziali, dagli scontri fra culture o religioni, si esce solo se gli Stati nazione smettono l’illusione di bastare a se stessi  –  la regola della sovranità assoluta  –  e creano comuni istituzioni politiche che realizzino il destino di più paesi associati, non di uno soltanto. In Asia, in Medio Oriente, il metodo comunitario resta la via aurea per superare i nazionalismi: molto più della solitaria potenza americana….
Si trattava dunque di cessare i conflitti bellici e al tempo stesso di ridar forza alle istituzioni, di renderle meno discontinue. L’unità nasce dicendo no ai nazionalismi ma anche a quel che li fa impazzire: la povertà, la democrazia corrosa, il rarefarsi dello Stato di diritto prima ancora che dei diritti umani…

Rimasta a metà cammino, l’Europa non è ancora l’istituzione sovranazionale che preserva la democrazia e lo Stato sociale. Viene identificata con uno dei suoi mezzi  –  l’euro  –  come se la moneta e le misure fin qui congegnate fossero la sua finalità, il suo orizzonte di civiltà. La fissazione sui piani di salvataggio finanziario e il rifiuto di ogni via alternativa hanno fatto perdere di vista la democrazia, e la solidarietà, e l’idea di un’Europa che, unita, diventa potenza nel mondo.

L’ideale sarebbe se l’Europa non andasse a prendere il premio, e comunicasse al Comitato Nobel che i propri cittadini (non gli Stati, ben poco meritevoli) verranno a ritirarlo quando l’opera sarà davvero voluta, e di conseguenza compiuta. Quando avremo finalmente una Costituzione che  –  come nella Federazione americana  –  cominci con le parole “Noi, cittadini….”. Quando ci si rimetterà all’opera, e ci si spoglierà della noia di ricominciare la storia. I sotterfugi tecnici non durano: durano solo le istituzioni. La svolta è politica, mentale, e proprio come nel 1945, è la massima di sant’Agostino che toccherà adottare: Factus eram ipse mihi magna quaestio  –  Io stesso ero divenuto per me un grosso problema, e un grosso enigma

http://www.repubblica.it/esteri/2012/10/13/news/ritornare_al_sogno-44434351/

Queste le motivazioni…

http://www.repubblica.it/esteri/2012/10/12/news/motivazioni_premio_nobel_per_la_pace_2012_a_ue-44378441/