Frisbee, il disco colorato di 25 cm ideato da un soldato americano: lo lanciano 200 milioni di giocatori

frrrrrPer una generazione italiana è come il ricordo che si materializza nella madeleine proustiana: il frisbee evoca i picnic sui prati con le tovaglie a quadretti e le spiagge assolate d’agosto degli anni Settanta, insieme ai teli di mare e alle radioline, quando ha vissuto il suo grande boom. Dopo esser stato importato per caso dall’America da un connazionale in vacanza in California. E proprio in questi giorni il disco di plastica colorato più famoso al mondo, 200 milioni di pezzi venduti nel globo, compie 60 anni. È nato nel 1957, un anno prima dell’hula hoop.
Della forma s’è detto. Ovale, diametro di venticinque centimetri, con i bordi sollevati. Il mito, invece, s’è sviluppato lento ma trasversale, alimentato come tutti i miti dalle leggende. Siamo nel Connecticut, dove una pasticceria di nome Frisbie produce crostate di ottima qualità. Ma non sarà per i dolciumi che diventerà famosa. A farla entrare nei libri di storia è il contenitore di latta delle torte che utilizzavano gli studenti di Yale per giocare sui prati tirandoselo dietro.
Nell’America dei dollari e degli affari la cosa non sfuggì ad un uomo molto perspicace, il veterano della seconda guerra mondiale Walter Morrison, che trasformò il disco di latta in uno di plastica, leggero, coi bordi piegati così da formare un «cuscinetto d’aria», dopo avergli dato linee aerodinamiche lavorando nel garage di casa di un altro veterano, Warren Franscioni. Il soldato Walter, morto nel 2010 all’età di 90 anni, riuscì poi a vendere i diritti del disco al colosso di giocattoli Wham-O, che nel 1957 lo piazzò sul mercato con il nuovo nome.
In Italia il frisbee, è arrivato all’inizio degli anni Settanta. A dire il vero c’è una dato precisa: è il 1972. C’entra la cultura «alternativa» dell’epoca e il mito della California che si stava diffondendo anche tra i giovani italiani. Non era proprio giovanissimo Valentino De Chiara quando all’età di 35 anni proprio su una spiaggia californiana vide il suo primo «disco volante». Ragazzi e ragazze si lanciavano un oggetto. Non riusciva a capire cosa fosse. «Mi sono avvicinato e ho chiesto ad uno, ma che roba è?». «Il frisbee, amico, un gioco».
Valentino fu folgorato. Continuò a fare domande. «Come si fa ad averne uno?». Gli indicarono un chiosco. «Vai in edicola, un dollaro ed è tuo». Al ritorno in Italia fondò l’Associazione italiana frisbee. La prima sede fu casa sua, a Milano. Gli appassionati aumentavano e la sede fu spostata nel negozio di articoli sportivi che Valentino aveva inaugurato da poco. C’erano in negozio frisbee che però non rendevano molto. Così Valentino, futuro campione di freestyle e frisbee acrobatico, si mise a vendere amache e condor boomerang.
Il frisbee è diventato una disciplina sportiva nel 1973. Fu David Leiwat con alcuni compagni della Columbia University a stilare le prime regole per le competizioni ufficiali. Il lancio più lungo di sempre è di 263 metri. Ma la grande novità porta la data del 2007, quando per la prima volta ha vinto un mondiale una squadra non statunitense: l’Italia (successo bissato poi anche dalle donne). La passione nata per caso sulle spiagge della California ha dato frutti insperati.

Agostino Gramigna
Corriere della Sera 24 gennaio 2016

Troppo internet….

L’eccesso di Internet influisce negativamente sugli adolescenti, peggiorando anche su comportamenti ed abitudini non direttamente collegate all’uso della Rete. Lo dice l’Osservatorio della Società Italiana di Pediatria nello studio su  Abitudini e stili di vita degli adolescenti italiani, che indaga annualmente, dal 1997, un campione nazionale di adolescenti che frequentano la terza media (12-14 anni). Gli adolescenti che navigano su Internet per più di 3 ore al giorno (21,3% del totale – dato 2012) mangiano peggio, sono più inclini al rischio, fumano e bevono di più, leggono di meno, hanno un rendimento scolastico inferiore, hanno comportamenti sessuali più “adultizzati”, praticano meno sport e lo fanno con un atteggiamento molto più orientato alla vittoria che alla pratica ludica.

Il rapporto Sip è stato diffuso a Bologna in occasione del 69mo Congresso Nazionale della Società Italiana di Pediatria. Per i pediatri, un quadro certamente sconfortante se si considera che questa “categoria” di adolescenti è in costante crescita. Cresce la fruizione di Internet (che ormai più essere considerata universale in quella fascia d’età); cresce la fruizione quotidiana (riguardava il 42% nel 2008 oggi riguarda oltre il 70%); cresce la percentuale di ragazzi e ragazze che passa in rete più di 3 ore al giorno (8,6% nel 2008; 21,3% nel 2012). Per non parlare di Facebook,  inesistente tra gli adolescenti nel 2008, sul quale oggi ha un proprio profilo circa l’80%. Un trend di crescita che aumenta ancora con l’età, come dimostra uno studio pilota effettuato dalla Associazione Laboratorio adolescenza, a Milano, su tre scuole superiori (l’utilizzo quotidiano di Internet sale all’80%; gli “over 3 ore” aumentano al 31% e Facebook arriva al 95%).

http://www.lastampa.it/2013/05/09/societa/mamme/bambini/6-11-anni/adolescenti-ecco-le-trappole-del-web-qIG0gaUHPMYWaWtCOJQggM/pagina.html

Chi scia piano va sano e va lontano

sciatoreLa Corte di Cassazione ha  rigettato il ricorso di uno sciatore nei confronti dei gestori di un impianto: l’uomo, dopo essere caduto mentre sciava, aveva urato contro una staccionata di legno che delimitava la pista da una retrostante scarpata, ma inutilmente aveva chiesto i danni. Nel 2001, infatti, lo sciatore aveva avanzato richiesta di risarcimento per 250 milioni di lire, ma prima il tribunale di Bolzano, poi la corte d’appello di Trento, avevano rigettato la richiesta ritenendo che l’infortunio era riconducibile alla «esclusiva responsabilità» dello sciatore, per cui non vi erano i presupposti per riconoscergli il risarcimento: lo sciatore procedeva «a velocità non consona», lungo una pista di media difficoltà (rossa) larga circa trenta metri in una zona ad ampia visibilità e quindi in assenza di quelle condizioni particolari che, secondo la normativa di settore, impongono misure protettive al gestore della pista.

Anche la Suprema Corte ha condiviso queste conclusioni, poiché «non è stata provata la situazione di pericolo (con onere gravante sul danneggiato) ed è stata ritenuta provata la mancanza di ordinaria diligenza del denneggiato».

http://www.lastampa.it/2013/02/20/italia/i-tuoi-diritti/consumatore/incidente-sugli-sci-e-colpa-del-gestore-se-non-segnala-i-pericoli-H7FJhPtLr8UmTDdJ1ZFolO/pagina.html