2007-2017. L’era della crisi

Della grande crisi economica non sappiamo ancora se siamo fuori del tutto, oggi che si compiono 10 anni dal suo inizio. Non vale solo per l’Italia, che soffre il disastro principale della sua storia in tempo di pace. Tutti i Paesi avanzati temono di aver perso la ricetta di un benessere crescente per la grande 2maggioranza dei loro cittadini.
Si teme che la rabbia degli esclusi inneschi reazioni regressive, capaci di danneggiare ancor più i meccanismi che dal 1980 hanno ridotto dal 42% al 10% la quota di popolazione mondiale in estrema povertà. L’attuale fase di ripresa tiene gli esperti in sospeso: si consoliderà restituendo la speranza, resterà mediocre come adesso, si interromperà?
Negli ultimi due anni il «primo mondo» è ritornato a trainare l’economia planetaria. Tuttavia segna un passaggio d’epoca che il presidente degli Usa sia contrario alla globalizzazione, mentre i Paesi emergenti restano interessantissimi a farla proseguire (chi l’avrebbe immaginato, nei cortei di Seattle 1999 o Genova 2001?). La cronaca del decennio fa partire gli eventi da una telefonata ricevuta alle 7.30, il 9 agosto 2007, dall’allora presidente della Bce Jean-Claude Trichet in vacanza a Saint-Malo. Francesco Papadia, capo delle operazioni di mercato, lo buttava giù dal letto per dirgli che qualcosa di grave stava accadendo nelle banche.
Poco più di un mese dopo se ne ebbe la prima evidenza pubblica con le code di risparmiatori davanti agli sportelli della Northern Rock, in Gran Bretagna. In Italia il rialzo dei tassi interbancari cominciava a mettere in difficoltà le famiglie con mutuo casa a interesse variabile. Gli Usa reagirono con lentezza, ritenendo si trattasse di una crisi solo finanziaria circoscritta all’edilizia. L’Europa, dopo i massicci interventi della Bce, allentò la guardia; benché le difficoltà di due banche tedesche, Ikb e Sachsen Lb, facessero sospettare qualcosa di più. Incuranti di tutto, gli allora dirigenti dei Monte dei Paschi, in novembre, acquistarono la Banca Antonveneta per un prezzo spropositato.
Intanto il governo Prodi 2 mandava avanti a fatica una manovra 2008 tra le più sgangherate che si ricordino (seppure, con il senno del poi, fortunatamente non restrittiva). La Casa Bianca di George Bush non vide per tempo che alcuni giganti della finanza erano sull’orlo del baratro, mentre le famiglie, incapaci di pagare i mutui, rallentavano tutta l’economia. Dopo il crack Lehman, l’Europa affrontò in ordine sparso la crisi delle sue banche, scaricando l’instabilità sull’unione monetaria (l’«errore di sequenza» riconosciuto da Mario Draghi).
Chiusa la fase più difficile, dal 2014 in poi si dibatte su come rafforzare la ripresa: tra chi sostiene che i Paesi avanzati devono adattarsi a un ritmo di sviluppo più lento, continuando a ridurre i debiti, e chi indica il rischio di una «stagnazione secolare» senza nuovi interventi di sostegno. Nel frattempo, solo le banche centrali hanno agito. Hanno creato moneta a più non posso («quantitative easing») promettendo di ritirarla poi. I conservatori hanno gridato al rischio di inflazione, la realtà li ha smentiti. L’estrema sinistra ha obiettato che quei soldi, spesi in acquisti di titoli, andavano ai già ricchi.
La maggior quantità di denaro in giro qualcosa lo ha smosso. Ma tuttora i Paesi avanzati investono poco; i salari non crescono nemmeno dove la disoccupazione è tornata bassa. Ovvero, chi vorrebbe spendere non può; chi potrebbe vede scarse prospettive di crescita degli affari. Sempre più ci si domanda se ciò che irrita gli elettori e alimenta la protesta populista, ovvero le crescenti disuguaglianze, sia anche un freno alla crescita. Il Fondo monetario propone una risposta articolata: non è il divario di reddito in sé a far danni, è piuttosto la mancanza di mobilità sociale.
La speranza di arricchirsi grazie al mercato aveva reso popolari le politiche Reagan-Thatcher 30 e più anni fa. Ora l’opinione pubblica diventa instabile proprio nei Paesi dove i poveri meno possono confidare nell’ascesa dei propri figli: secondo i dati Fmi, in cima alla lista ci sono Usa, Gran Bretagna, Italia.

STEFANO LEPRI

La Stampa,9 agosto 2017

http://www.lastampa.it/2017/08/09/economia/lera-della-crisi-FPMIgGx4mwUZKB1LdJo7CO/pagina.html

Troppi “ricchi di Stato” e la classe media soffoca

supmakkDall’inizio dell’Ottocento a oggi, nei Paesi occidentali il reddito pro capite è aumentato da circa tre a circa 100 dollari al giorno. Due secoli fa l’85% di noi doveva per forza lavorare la terra, per procurarsi di che vivere. Oggi l’agricoltura pesa raramente per più del 5% degli occupati (il 2% negli Stati Uniti e in Svizzera, il 4% in Italia). Eppure non abbiamo mai mangiato tanto e tanto bene. Secondo Deirdre McCloskey, oggi l’americano medio consuma 66 volte più «cose» di quante ne consumasse a inizio Ottocento. Senza considerare i miglioramenti sotto il profilo della qualità: dalle giacche a vento che non lasciano passare una goccia d’acqua alla sicurezza antisismica. Con il Pil è cresciuta anche la popolazione. Nel secolo scorso, la mortalità infantile si è ridotta del 90%: le morti di parto del 99%.

Altrove, questo processo è più recente. È stato chiamato «globalizzazione» e — fra le contraddizioni e gli abusi che inevitabilmente segnano tutte le vicende umane — ha allargato la torta. Nel 1981 più della metà degli abitanti dei Paesi in via di sviluppo viveva con meno di 1,25 dollari al giorno. Nel 2010 era il 21%. Negli ultimi vent’anni il numero totale di quanti soffrono la fame è sceso dal 18,6% al 12,5% della popolazione mondiale. Il dibattito sulle disuguaglianze potrebbe chiudersi così: allargando lo sguardo.

È una discussione in buona parte paradossale. Il capitalismo, come tutte le cose, lo si apprezza quando non lo si ha. Siamo ormai assuefatti al continuo miglioramento delle condizioni di vita. Gli effetti speciali non ci stupiscono più. È normale che anno dopo anno la speranza di vita aumenti. È normale avere sempre «cose» migliori (più efficienti, meno costose, di minor impatto sull’ambiente) di prima.

Peccato che non ci sia niente di normale. Per la gran parte della storia umana, la normalità è stata la stagnazione. Davanti al grande fatto della storia moderna, a questa incredibile moltiplicazione di pani, pesci e bocche da sfamare, l’intellettuale occidentale alza il ditino. Al capitalismo rimprovera di rendere i ricchi sempre più ricchi, e i poveri sempre più poveri. A dire il vero, il capitalismo ha inventato gli uni e gli altri. La società tradizionale era fatta di «stazioni»  uno doveva restare laddove era nato. Il denaro non determinava la classe sociale di appartenenza: lo faceva la nascita. La società di mercato ha aperto il recinto. La rivoluzione industriale trasforma la mobilità sociale, da fatto episodico, nella quotidianità di milioni di persone.

È cresciuta pure la domanda di «parole», grazie agli alti tassi di alfabetizzazione. Ma se la nostra è una società in cui tutti sanno leggere, non tutti leggono «le cose giuste». Il capitalismo ha messo anche le persone meno abbienti in condizione di avere una «dieta» culturale fatta di libri tascabili e film in streaming su internet. Poco, però, poteva fare per elevarne il gusto. Naturale che gli intellettuali lo disprezzino. Dal momento che sarebbe patentemente assurdo processare il cameriere per le ordinazioni dei clienti, si cercano capi d’imputazione differenti.

Le diseguaglianze servono allo scopo. Eccitano gli animi, costruiscono l’impressione che la crisi che stiamo attraversando non abbia cause specifiche (governi che hanno scialato i risparmi di due generazioni, per dire), ma sia l’inevitabile esito delle forze della storia. Chiamano in causa i nostri pregiudizi più profondi. Com’è possibile che la torta sia divisa tanto male? Perché  non tagliare meglio le fette? La risposta «liberale » è che la torta non esiste in natura e il modo in cui le fette vengono fatte influisce sulla solerzia del pasticcere.

Questo non significa affatto, come ha ben spiegato Danilo Taino su «la Lettura» del 5 luglio, che i liberali considerino accettabile qualsiasi disuguaglianza. Ma il problema non risiede nella distanza fra i ricchi e i poveri: quanto, piuttosto, nel modo in cui i ricchi sono diventati tali. Bisogna constatare che alcune, strepitose fortune sono possibili non perché subiamo un eccesso di «neoliberismo» (libera iniziativa, deregolamentazione, eccetera): ma perché lo Stato intermedia, in Europa, grosso modo la metà del Pil. Il pubblico si sostituisce al mercato come arbitro del successo: fabbrica norme che, ovviamente in nome di un qualche interesse superiore, decidono il risultato della gara competitiva prima della partenza. Nell’«1 per cento» dei più ricchi, c’è chi non vive della preferenza che gli accordano i consumatori: ma di appalti, innovazioni lautamente sussidiate, rendite privatamente lucrose e pubblicamente giustificate in nome di qualche interesse superiore. Non è un fenomeno nuovo, nella storia del «capitalismo reale». Mai però aveva interessato settori tanto ampi delle nostre economie.

È giusto chiedersi, come fa Taino, perché oggi parliamo tanto di disuguaglianze. È una moda culturale, un riflesso della crisi? Credo sia anche perché oggi appare in pericolo una delle più apprezzate «creazioni» del capitalismo: la classe media. Le diseguaglianze appaiono più tollerabili quando prevale un’impressione di dinamismo sociale. I figli degli operai hanno potuto diventare dottori non solo grazie all’istruzione pubblica e gratuita ma soprattutto perché una certa, sobria «serenità» finanziaria era un obiettivo a portata di tutti. Oggi la tassazione strangola i redditi delle classi medie. La mobilità sociale è passata anche attraverso il risparmio. Le rinunce dei padri pagavano gli studi e la prima casa dei figli. I tassi per impieghi del risparmio poco rischiosi sono ormai stabilmente prossimi allo zero: il che va benissimo per chi può permettersi scommesse ardimentose, ma umilia le «formichine».

L’età capitalistica ha visto la più grande creazione di ricchezza della storia umana. Il tanto esecrato libero mercato continua a produrre «cose» che ci migliorano la vita. Ma tasse e scelte di politica monetaria oggi frenano quel dinamismo sociale che del capitalismo è stato un (apprezzato) sottoprodotto. L’obiettivo di chi accende i riflettori sulle disuguaglianze è giustificare imposte più alte sui «ricchi», non ridurre le rendite che alcuni percepiscono per buona grazia del sovrano. Sono cinquant’anni che la «passion predominante» dei governi occidentali è ridistribuire il reddito. Chi sostiene che oggi esista un problema di distribuzione della ricchezza dovrebbe ricordarsene.

Alberto Mingardi

Corriere della Sera 12 luglio 2015

http://lettura.corriere.it/debates/troppi-ricchi-di-stato-e-la-classe-media-soffoca/

 

What’s Wrong With The Economy

imagfgjfgfkfdjfgkSiamo nel cuore di un’economia che cresce da 6 anni. Ha creato 15 milioni di posti di lavoro. Ha ridotto la disoccupazione al 5,5%. E ben presto dovrà alzare i suoi tassi d’interesse a conferma della cessata emergenza. Eppure proprio qui a New York si è tenuto un summit con premi Nobel e guru dal mondo intero, sulla “stagnazione secolare” che incombe. Uno scenario da incubo, «certamente ancora più plausibile per l’Europa» secondo l’economista Paul Krugman, ma che anche in America è all’ordine del giorno. E si collega con quello che la Federal Reserve decide in queste ore (l’annuncio sarà dato domani): a quando fissare l’inizio di una risalita del costo del denaro.

Vista da qualunque altra parte del mondo – dall’eurozona o dalla Russia, dal Brasile e ora perfino dalla Cina – l’economia americana sembra scoppiare di salute: l’unica locomotiva in grado di trainare la ripresa mondiale. Vista da vicino, è meno esaltante. “What’s Wrong With The Economy”, che cosa non funziona nell’economia, è la conferenza che ha riunito esperti da tutto il mondo sotto l’egida della New York Review of Books e della New York University. Al centro: la stagnazione secolare, un termine coniato per la prima volta nel 1938 da Alvin Hansen, quando l’economia mondiale era intrappolata nella Grande Depressione. A rilanciare questo termine è stato di recente l’economista di Harvard, Larry Summers, già consigliere di Bill Clinton e di Barack Obama. E ora tutti lo riprendono: il Fondo monetario internazionale; la Banca d’Inghilterra; l’ufficio studi della Citibank, una delle maggiori banche di Wall Street. Nella versione aggiornata, si tratta di questo: l’economia capitalistica ha bisogno di due motori propulsivi per crescere, la demografia e la tecnologia. La storia del capitalismo moderno è una combinazione di questi fattori: una popolazione crescente allarga le dimensioni del mercato per prodotti e servizi; un flusso di invenzioni e innovazioni aumenta la produttività del lavoro umano. Che fanno ora questi due motori? La demografia si rovescia, da fattore propulsivo a elemento frenante. Nei paesi sviluppati aumenta la quota di anziani che escono dall’età lavorativa. Nei paesi emergenti la natalità si riduce velocemente – con rare eccezioni – e il più grosso di tutti cioè la Cina ha già imboccato la strada dell’invecchiamento demografico.
Un segnale di stagnazione secolare viene proprio dai tassi d’interesse. Crescita debole più deflazione (prezzi immobili o addirittura in calo come per il petrolio) hanno costretto le banche centrali a sfoderare terapie eccezionali. La prima fu la Federal Reserve che già sei anni fa cominciò a stampar moneta per acquistare bond (4.500 miliardi di dollari), inondare l’economia reale di liquidità, ridurre il costo del credito, rianimare gli investimenti. A qualcosa è servito, visto che il Pil Usa cresce dall’estate del 2009. Ma perfino qui in America, Ground Zero di questo esperimento monetario eccezionale, c’è qualcosa che non va. Al di là della disoccupazione ufficiale, c’è tanta disoccupazione nascosta (11% della forza lavoro se si cumulano i dati). I salari sono quasi fermi. Il potere d’acquisto delle famiglie ristagna. Siamo ben lungi da uno sviluppo paragonabile agli anni ’60 e ’70. Nel summit newyorchese si sono alternati esperti come Lord Skidelsky, Gerald Epstein, Benjamin Friedman, David Colander, i Nobel Edmund Phelps e Krugman. Il Fondo monetario, sposando le tesi di Thomas Piketty, afferma un nesso tra stagnazione e diseguaglianze: la ricchezza mal distribuita, concentrata in una minoranza della popolazione, non alimenta più i consumi. Alcuni settori – in America la sanità – prelevano rendite parassitarie che comprimono il reddito disponibile della middle class. Il tasso zero crea bolle speculative che mascherano questi problemi strutturali?
Jacob Hacker di Yale, il teorico della società “winner-take-all” (dove le élite fanno incetta dei frutti della crescita) elenca una serie di antidoti alle diseguaglianze: «Rilanciare i diritti sindacali nel settore privato. Recuperare una fiscalità progressiva sui patrimoni ». E soprattutto la nuova parola d’ordine “Pre-distribution”. Pre-distribuzione anziché redistribuzione. Non basta più intervenire ex-post con le tasse per attenuare le diseguaglianze (la vecchia politica redistributiva), occorre garantire a priori un accesso eguale per tutti all’istruzione di alta qualità (pre-distribuzione).
Il Nobel Edmund Phelps aggiunge un’altra preoccupazione: «L’innovazione tecnologica non si trasmette più come una volta negli aumenti di produttività del lavoro. Crediamo di vivere in un’epoca prodigiosamente innovativa, ma i gadget sfornati dalla Silicon Valley non stanno aumentando la produttività umana ai ritmi che erano tipici degli anni Sessanta. E se non riparte la produttività, c’è un altro freno alla ripresa delle buste paga.
Privata dei due motori fondamentali della crescita, l’economia può contare solo sulla pompa monetaria delle banche centrali? Domani Janet Yellen dovrà dirci se davvero l’America può considerarsi “guarita”, almeno secondo la Fed, e rientrare nel territorio familiare dove il denaro rende qualcosa.
Ma i Nobel riaccendono l’allarme ora il rischio è la stagnazione secolare
FEDERICO RAMPINI  la Repubblica  – 17 mar 2015
http://www.dirittiglobali.it/2015/03/ma-i-nobel-riaccendono-lallarme-ora-il-rischio-e-la-stagnazione-secolare/

Economic hokum: cavolata economica

 

 

ristCi sono bolle e bolle. Bolle che durano poco, bolle che durano tanto. Bolle che quando scoppiano fanno male e bolle che svaniscono senza lasciare tracce. Bolle nel campo degli affari e bolle nel campo delle idee. A questo ultimo campo appartiene l’idea della “stagnazione secolare”. Si tratta di una vecchia idea keynesiana (1937), formulata con questa terminologia da Alvin Hansen (1939), il “Keynes americano”. A riportarla alla luce poco più di un anno fa è stato uno degli economisti più brillanti e attivi della scena americana, Lawrence “Larry” Summers (Harvard University). Già segretario al Tesoro (Clinton) e rettore di Harvard, nonché illustre nipote (di Paul Samuelson e Kenneth Arrow, due Nobel), Summers ha rispolverato l’idea in una serie di interventi discorsivi e in qualche articolo di giornale.

L’ipotesi di Hansen era che a causa del declino demografico e di un eccesso di risparmio e la conseguente “soppressione” di domanda aggregata, la Grande depressione avrebbe potuto essere l’inizio di una nuova èra caratterizzata da disoccupazione crescente, stagnazione economica e nessuna forza riequilibratrice. Ergo, solo il deficit-spending del governo avrebbe potuto risollevare l’occupazione.

 

Secondo Summers, la crisi del 2007-8 potrebbe aver innescato una stagnazione secolare negli Stati Uniti. Nelle sue parole “i cambiamenti nella struttura dell’economia hanno determinato uno spostamento significativo nel normale equilibrio tra risparmi e investimenti, causando un declino nel tasso reale d’interesse d’equilibrio (‘naturale’), che è associato con la piena occupazione” (Business Economics, Febbaio 2014). Oltre al declino demografico indicato dallo stesso Hansen e oggi più rilevante nel determinare l’eccesso di risparmio, questi cambiamenti sono secondo Summers “la crescente ineguaglianza, i più bassi costi del capitale, l’accumulazione di riserve estere e i maggiori costi d’intermediazione finanziaria”. Questi fattori spingono il tasso “naturale” d’interesse in territorio negativo. In altre parole, la continua caduta nel tasso di rendimento del capitale, causata dall’eccesso di risparmio e dalla mancanza di opportunità d’investimento e  iniziata prima della stessa crisi finanziaria, è tale che le imprese avrebbero bisogno di un tasso d’interesse eccezionalmente basso, anche negativo, per essere indotte ad investire. Ma con tassi d’interesse nominali vicini allo zero e l’inflazione bassa, è impossibile portare i tassi reali sufficientemente in giù per fornire tali incentivi senza rischiare l’instabilità finanziaria. Ecco il motivo per il quale l’economia americana è condannata al ristagno. Summers non ha mancato di sottolineare le conseguenze del suo ragionamento per le politiche macroeconomiche, ed in particolare le difficoltà per la politica monetaria di porre rimedio a una situazione del genere, e quindi la necessità di rilanciare la domanda attraverso la politica fiscale.

Le ipotesi di Summers hanno suscitato un certo interesse. Naturalmente sono molto piaciute ai nuovi keynesiani come Paul Krugman, che vi ha visto un naturale completamento dei suoi ragionamenti sulle implicazioni di policy in una situazione di “trappola di liquidità”. L’interesse non è privo di motivazioni, ovviamente, alla luce del caso giapponese e della situazione europea, dove sono all’opera fattori simili – declino demografico, tassi nominali d’interesse a zero o nelle vicinanze, crescita ben al di sotto del livello normale.

 

Ma non tutti hanno gradito. John Taylor (Stanford University), anche lui al Tesoro come sottosegretario ma sotto Bush jr., ha definito “economic hokum” l’idea della stagnazione secolare, una cavolata economica (Wall Street Journal, 1° gennaio 2014). Per Taylor, il fatto innegabile che le imprese sono riluttanti a investire e occupare e che il rapporto tra investimenti e pil è al di sotto del livello normale è spiegato dall’incertezza delle politiche economiche e dall’eccesso di regolazione.

 

Certo, si può discutere il modo non straordinariamente argomentato con cui Taylor liquida l’ipotesi della stagnazione secolare. Il fatto è, però, che è lo stesso Larry Summers a essere diventato critico. In un articolo sul Financial Times (7 settembre 2014), ha affermato che sono le barriere dal lato dell’offerta a bloccare l’economia americana, che il problema non è una carenza di domanda ma un prodotto potenziale insufficiente. E di conseguenza, il supporto attivo della domanda non è più la cura. Invece, “sono essenziali le riforme strutturali, per migliorare la produttività sia dei lavoratori sia del capitale, e per aumentar il numero di persone capaci e disposte a lavorare produttivamente”. Ma a questo punto l’ipotesi della stagnazione secolare si è sgonfiata. E diventa più interessante capire come e quanto la crisi finanziaria abbia “danneggiato” il potenziale delle economie avanzate. Robert Hall, anche lui della Stanford University, ha fornito alcune stime per gli Stati Uniti (“Quantifying the Lasting Harm to the U.S. Economy from the Financial Crisis”, Nber, maggio 2014), dalle quali emerge che gli effetti negativi sulla produttività e sul tasso di partecipazione sono quelli più difficili da ribaltare.

Ernesto Felli e Giovanni Tria – Il Foglio 4 gennaio 2015

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/124263/rubriche/stagnazione-economic-hokum.htm

 

Un anno di Purgatorio

 

purgtAl principio di un nuovo anno pieno di incertezze geopolitiche, le prospettive per l’economia mondiale sono diventate inaspettatamente un pizzico più positive, grazie all’aiuto del crollo recente del prezzo del petrolio.
La congiuntura è sicuramente rosea per gli Stati Uniti, che dovrebbero facilmente riuscire a raggiungere una crescita del 3%, e con poca disoccupazione.
Ci sarà un buon ritmo di espansione anche in Asia, nonostante qualche preoccupazione sull’eventuale rallentamento dell’economia cinese. Il tasso di crescita per Pechino, anche se sta decelerando, dovrebbe arrivare al 7% nel 2015. Il prezzo dell’energia dovrebbe aiutare molto perché la Cina è il più grosso importatore al mondo di petrolio. L’India, intanto, è sotto una nuova e migliorata gestione economica, grazie al suo energico nuovo primo ministro, Narendra Modi, e dovrebbe arrivare a crescere tra il 5 e il 6%.
Solo in Europa, nel Vecchio Mondo, e soprattutto nell’eurozona, le prospettive non sono molto incoraggianti. Nel 2015, in Italia, la gente non dovrebbe percepire una ripresa (anche se potrebbe esserci qualche lieve aumento negli investimenti e consumi) ma piuttosto una sensazione di stagnazione continuativa. Non c’è tanto da festeggiare se l’Italia avrà una crescita tra lo 0,2 e lo 0,5%. La parola stagnazione descrive bene anche un’eurozona che cresce di circa 0,9 punti percentuali, nella quale la Germania non può raggiungere più dell’1% nel 2015 mentre la Francia arriverà a fatica al traguardo dello 0,8.
Quello che potrebbe cambiare lo scenario europeo e migliorare le prospettive in questo Purgatorio che sembra non avere fine sono due variabili: l’effetto della riduzione del prezzo dell’energia e di un deprezzamento o, meglio, di una svalutazione de facto, a mio avviso già in corso, tra moneta europea e dollaro americano.
A livello mondiale, per il Fondo monetario internazionale, il beneficio aggiuntivo del petrolio a 50-60 dollari al barile potrebbe valere una crescita migliorata fino allo 0,8%. In Europa, la riduzione del costo dell’energia per le imprese, se fosse nell’ordine del 40% per tutto il 2015, dovrebbe farsi sentire, e con effetti assolutamente salutari: per le imprese sarebbe quasi come ricevere una sorta di «80 euro». Tutto questo dovrebbe aiutare la crescita italiana. Ma se l’effetto del crollo del prezzo del petrolio è positivo, il costo del rischio geopolitico, come quello che deriva dalle sanzioni contro la Russia e la perdita in termini di commercio tra Mosca e Paesi come Germania e Italia, potrebbe risultare molto negativo. Le stime non sono scientifiche ma si potrebbe immaginare che la guerra economica in corso tra l’Ue e la Russia potrebbe costare in alcuni Stati dell’Ue fino a mezzo punto di Pil, cosa che potrebbe annullare il beneficio derivante dalla riduzione del prezzo dell’energia. Quindi, effetto netto zero.
Se i due fattori, petrolio a basso prezzo e costo geopolitico, si annullassero a vicenda, ci potrebbe comunque essere per l’Ue e per l’Italia un aspetto positivo dovuto al deprezzamento in corso dell’euro contro il dollaro. Se, come sembra probabile, il biglietto verde continuerà a rafforzarsi (poiché l’economia Usa è forte e robusta e la tendenza della Federal reserve è verso un rialzo dei tassi nel 2015) questo potrebbe portare una piccola pioggia di denaro per alcuni imprenditori, per l’export, e potrebbe dare la sensazione nostalgica di una svalutazione della lira, in cui chi vende fuori dell’eurozona potrebbe sentire un effetto positivo del 10 o 15% nel 2015.
Purtroppo, questo effetto salutare si farà sentire quasi solo nel settore del made in Italy, che ammonta a circa 400 o 500 miliardi, ovvero un quarto del Pil. Positivo senz’altro ma non risolve il problema della fievole domanda interna dell’economia italiana. E non risolve il problema che resta sospeso sopra le nostre teste come una spada di Damocle, e cioè il debito pubblico di 2.150 miliardi.
A livello europeo, purtroppo, lo spettro della deflazione è problematico per i Paesi con un livello elevato di debito pubblico. C’è un altro fattore negativo: la probabilità che il governo tedesco resti rigido e rifiuti di incrementare la sua spesa pubblica e gli investimenti per stimolare la propria economia. Un errore. I tedeschi esportano così tanto che forse pensano di potersi permettere di mantenere il rigore a livello interno e approfittare della svalutazione de facto dell’euro. Ma così faranno un danno a se stessi e al resto dell’eurozona; di conseguenza, con la loro crescita di un misero 1% nel 2015, i tedeschi acquisteranno anche meno merci italiane.
L’Europa si trova quindi di fronte un anno di deflazione e stagnazione, e così anche l’Italia. L’anno che ci aspetta potrebbe, per la maggior parte degli italiani, assomigliare agli ultimi dodici mesi. Il tasso di disoccupazione, dovrebbe cominciare a scendere a metà o forse alla fine del 2015, ma lo farà in modo talmente soffice che non si noterà. Contro questo scenario di Purgatorio prolungato, la questione che mi ha sempre spaventato di più è per quanto tempo e in quali condizioni il tessuto sociale italiano possa reggere, dopo anni di scoraggiamento e rassegnazione. Spero che il welfare rappresentato da famiglie estese e altri ammortizzatori sociali possa funzionare bene nel 2015.
Quello che ci attende sarà quindi un altro anno non facile. Ma il 2016 potrebbe essere meglio. Se l’Italia riesce a ritrovare un po’ di domanda interna nel 2015, e se il governo riuscirà ad attivare senza compromessi tutte le riforme messe sul tavolo, allora ci potrebbero essere delle speranze per il 2016. Ma quest’anno, il 2015, sarà ancora un anno di Purgatorio.

Alan Friedman
La crescita Usa, lo sviluppo asiatico e la stagnazione dell’Europa. L’andamento dell’economia nel 2015
Corriere della Sera, 2 gennaio 2015

I giorni neri del petrolio

 

petrolllIL 2014 si chiude all’insegna del contro-shock petrolifero”. È una crisi vera, di cui si cominciano solo ora ad intravedere tutte le ramificazioni. È una tempesta paradossale, contro-intuitiva. Il formidabile cambiamento che l’ha scatenata è a priori positivo per tutti quei paesi come l’Italia che sono consumatori e importatori di energia. Tant’è: la settimana scorsa si è chiusa con le Borse europee in caduta libera, e Wall Street (la piazza finanziaria del nuovo petro-Stato che è l’America) ha subito le perdite più pesanti degli ultimi tre anni.
Gli investitori mondiali, grandi e piccoli, si sono gettati ad acquistare titoli del Tesoro americani e tedeschi: il tipico bene-rifugio che viene accaparrato nei momenti di panico. Questa “fuga verso la sicurezza” ha sospinto di nuovo i tassi d’interesse a livelli bassissimi, che sono anch’essi un segnale di pericolo. Un Bund tedesco della durata di 10 anni oggi rende 0,64%. Il rendimento dovrebbe almeno compensare l’inflazione. Un interesse così vicino allo zero per un periodo così prolungato significa che i mercati non vedono l’ombra di una ripresa dei prezzi e quindi della crescita, neppure su un orizzonte lontano.
A scatenare quest’ondata di paura è appunto il contro-shock energetico. Che si tratti di un evento di tipo traumatico, violento, lo dimostra la caduta dei prezzi. Il petrolio si è dimezzato dai suoi massimi del 2010. Ha perso quasi il 50% solo da giugno, in sei mesi. E il 10% di caduta del prezzo si è concentrato nell’ultima settimana.
Questo non è un ribasso, è una rotta disordinata, un tracollo senza rete. La brutalità dell’evento è già di per sé un dato che turba i mercati perché tutti gli scenari ne sono sconvolti. Ancora più grave è il ribaltamento nell’interpretazione di questo sisma. Ancora poche settimane fa prevaleva una lettura di questi eventi dal lato dell’offerta: l’energia costa sempre meno perché se ne produce sempre di più. Questo è positivo, per chi la consuma. Ma più di recente è prevalsa la lettura dal lato della domanda: l’energia costa sempre meno perché se ne consuma sempre meno. Questo non è affatto positivo, è un segnale di peggioramento dell’economia globale.
All’inguaribile stagnazione dell’eurozona, nell’ultima parte del 2014 si sono aggiunti altri due freni: la Cina rallenta, il Giappone è ricaduto nella recessione. Di qui un effetto domino. Sono risucchiate nella crisi tutte le nazioni emergenti che da vent’anni erano state proiettate verso il boom dalla domanda cinese di materie prime. Ecco perché il contro-shock fa tanta paura: l’energia a buon mercato è un ottima notizia per una parte del mondo, ma le cause che ci stanno dietro non lo sono affatto.
Dal lato dell’offerta, cioè della produzione, stanno avvenendo alla velocità della luce dei cambiamenti secolari. Li restituisce in modo efficace un esempio fatto dal Wall Street Journal . Dal 2008 a oggi, sono letteralmente scomparse dai mari 100 super-petroliere al mese: sono quelle che trasportavano 90 milioni di barili mensili in provenienza dai paesi dell’Opec per il mercato Usa. Una sola nazione come la Nigeria ancora nel 2010 consegnava agli Stati Uniti un milione di barili al giorno: oggi zero, non c’è più una sola goccia di petrolio nigeriano in arrivo qui. Questo perché nel frattempo è avvenuta una rivoluzione energetica che ha il suo epicentro proprio sul territorio americano. È una rivoluzione fatta di nuove tecnologie che hanno travolto antichi equilibri, trasformando tutti i parametri economici dell’energia. Certo vi hanno contribuito anche le fonti rinnovabili, che continuano a progredire e a costare sempre meno. Ma assai più potente è stato l’impatto delle tecnologie di esplorazione e di estrazione, con l’avvento del fracking (getti d’acqua e solventi che separano petrolio e gas da rocce e sabbie) nonché delle trivellazioni orizzontali.
Il settore petrolifero si è trasformato da un’industria pesante a un’industria “leggera” nel senso che gli impianti di trivellazione inseguono le nanotecnologie nella corsa alla miniaturizzazione, all’automazione. Il petrolio e il gas del Texas e del North Dakota hanno sostituito in pochi anni quello che l’America comprava da Brasile, Nigeria, Algeria e Angola. Gli Usa hanno superato la Russia nella produzione di gas, si avvicina il sorpasso sull’Arabia Saudita nell’estrazione di petrolio. Nel giugno di quest’anno, rompendo con una tradizione autarchica durata 40 anni (che ebbe le sue origini nello shock petrolifero del 1973), l’Amministrazione Obama ha concesso le prime licenze di esportazione di petrolio americano. È un mondo alla rovescia, e quasi nessuno era preparato al suo avvento così rapido: il più grande consumatore mondiale di energia, gli Stati Uniti, diventa il più temibile concorrente per l’Opec e per la Russia. Questo a sua volta provoca una disordinata corsa verso altri mercati di sbocco. Dalla Nigeria alla Colombia, chi ha perduto il cliente-America deve affrettarsi a vendere il proprio petrolio al cliente-Cina: ma a questo punto è il cliente a decidere i prezzi, ed ecco il capitombolo nelle quotazioni.
Fin qui, questa è la storia dal lato dell’offerta. E sarebbe una storia solo positiva. Lo è infatti, per come viene percepita dal consumatore americano. Qui negli Stati Uniti, un po’ per il dollaro tornato forte e un po’ per la concorrenza tra i distributori, il calo del petrolio si è trasmesso immediatamente all’utente finale. La famiglia media americana ogni volta che va a fare il pieno si sente un po’ più ricca. Ai prezzi attuali il guadagno è fra i 380 e i 750 dollari all’anno. Quegli aumenti di stipendio che i datori di lavoro Usa concedono col contagocce e con avarizia, stanno arrivando con generosità dalla bolletta energetica sempre più leggera. L’effetto è visibile: la fiducia dei consumatori americani è risalita ai massimi dal 2007. La crescita Usa accelera, più 321 mila assunzioni nette solo a novembre. Ma anche questo vigore americano è reso più fragile da quel che accade altrove: può l’economia mondiale girare come un motore con un cilindro solo? La paura di Wall Street si spiega così: la solitudine della locomotiva Usa non è rassicurante.
Per tutto il resto del mondo, infatti, la storia è ben diversa. L’altra metà del bicchiere, quella vuota, è la domanda. Cala nell’eurozona che sprofonda nelle sabbie mobili della depressione, stremata dal quinto anno di una rovinosa austerity e di una politica monetaria troppo timida. Cala la domanda in Giappone, che ora si affida alla rielezione del premier Abe sperando che s’inventi un elettroshock per rianimare il malato in coma. Cala infine la domanda in Cina, la cui produzione industriale è rallentata come non accadeva dall’inizio degli anni Novanta. Con la frenata della Cina si sta chiudendo un ciclo ventennale di boom di tutte le materie prime: non solo energia ma anche minerali, metalli, legname, derrate agricole. Tutto l’emisfero Sud ne risente, dall’Australia al Brasile passando per l’Africa intera. Spunta il pericolo di una nuova crisi finanziaria dei paesi emergenti sul modello di quelle degli anni Novanta: una possibile catena di default scatenata dai debiti privati che furono contratti in dollari, e che ora diventano sempre più cari da rimborsare.
FEDERICO RAMPINI, la Repubblica  14 dicembre 2014

http://www.dirittiglobali.it/2014/12/prezzo-mercati-alleanze-i-giorni-neri-petrolio-cambiano-mondo/

Crescita debole e ineguale

fm1La crescita dell’economia mondiale resta «debole» e «diseguale». Il giudizio è del Fondo monetario internazionale che definisce il quadro «mediocre» e taglia ancora le previsioni per il 2014 e il 2015. Quest’anno, si legge nel Rapporto economico autunnale, l’incremento del Pil globale si fermerà al 3,3%, lo 0,1% in meno rispetto a quanto previsto a luglio, mentre l’anno prossimo salirà del 3,8% contro il 4% stimato in estate. A fare da traino saranno gli Stati Uniti, il cui prodotto è stato rivisto in rialzo dello 0,5% al 2,2% nel 2014 e lasciato invariato in crescita del 3,1% nel 2015. A rimanere in piena stagnazione è invece la zona dell’euro, che si vede sforbiciare le stime dello 0,3% quest’anno e dello 0,2% il prossimo, per un incremento del Pil limitato rispettivamente allo 0,8 e all’1,3%.

Ma anche in Eurolandia la situazione non è uguale per tutti. E se Germania e Spagna possono puntare a una crescita superiore all’1% sia quest’anno che il prossimo, Francia e Italia continuano a languire ben sotto il loro potenziale. Anzi, l’Italia resta l’unica grande economia, tra avanzate ed emergenti, a chiudere in negativo il 2014, prima di tornare a crescere sotto l’1% nel 2015. In particolare, il taglio del Fondo raggiunge lo 0,5% quest’anno per un decremento del Pil dello 0,2% e lo 0,3% il prossimo per un rimbalzo di appena lo 0,8%.  ……..

http://www.lastampa.it/2014/10/07/economia/fmi-tagliate-le-stime-di-crescita-per-litalia-rallentano-anche-la-germania-e-la-francia-gqW2yq9LuJOult1xuWDvtN/pagina.html

 

FMI

http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2014/02/index.htm

World Economic Outlook (WEO) October 2014

Despite setbacks, an uneven global recovery continues. In advanced economies, the legacies of the precrisis boom and the subsequent crisis, including high private and public debt, still cast a shadow on the recovery. Emerging markets are adjusting to rates of economic growth lower than those reached in the precrisis boom and the postcrisis recovery. Overall, the pace of recovery is becoming more country specific…

After a slowdown in the first half of 2014, global growth is forecast to strengthen to 3.5 percent in the second half of 2014 and 3.8 percent in 2015. But growth is uneven and still weak overall and remains susceptible to many downside risks. Production disruptions or sharply higher global oil prices—due to geopolitical tensions—would reduce global growth, as would an unexpected tightening in financial conditions owing to higher-than-expected U.S. long-term interest rates or increased risk aversion. Over the medium term, protracted weak demand in advanced economies could result in lower growth everywhere, including, in part, through negative supply-side effects. …..

……. in countries with infrastructure needs, the time is right for an infrastructure push: borrowing costs are low and demand is weak in advanced economies, and there are infrastructure bottlenecks in many emerging market and developing economies. Debt-financed projects could have large output effects without increasing the debt-to-GDP ratio, if clearly identified infrastructure needs are met through efficient investment.

http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2014/02/images/WEOinfo_1099.pdf