America. Gli oligopoli fanno impennare costi e prezzi

airCosa provoca l’aumento delle diseguaglianze? Tra le cause più note ci sono il potere oligarchico dei top manager che si auto-determinano gli stipendi; le politiche fiscali che favoriscono i profitti delle multinazionali e le rendite finanziarie; il declino dei sindacati. Tutto vero, ma gli studiosi Lina Khan della New America Foundation e Sandeep Vaheesan dell’American Antitrust Institute ci ammoniscono a non sottovalutare un’altra concausa: il ritorno dei monopoli.

Il fenomeno è evidente negli Stati Uniti. Nella sanità, per esempio: un business con 2.500 miliardi di dollari di fatturato annuo, i cui costi pesano tremendamente sui bilanci delle famiglie. L’ondata di fusioni tra gruppi ospedalieri privati ha fatto sì che in molte zone d’America chi si ammala ha poca scelta, deve finire per forza nelle mani di un big ospedaliero. E le tariffe vanno sempre più su, contribuendo all’impoverimento della middle class: le cure mediche seguono un trend al rialzo molto superiore all’andamento delle retribuzioni.

Un altro settore è la cable tv, dove in seguito a fusioni e acquisizioni restano in gioco solo quattro colossi (Comcast, At&t, Time Warner, Verizon), e in molte zone d’America la scelta per il consumatore si riduce a uno o due. Risultato: l’ologopolio controlla il 66% del mercato e fissa i prezzi che vuole, le tariffe per l’abbonamento tv, spesso combinato con l’accesso a Internet, dal 2008 ad oggi sono cresciute tre volte più dell’inflazione. Stessa musica nel trasporto aereo, dove sono quattro giganti a spartirsi il 60% del mercato: Delta, Southwest, United, American. Anche qui il potere oligopolistico costa caro al consumatore, i passeggeri hanno subito rincari tariffari fino al 65% per i biglietti aereisulle principali rotte.

Un altro settore è l’agro-business, in particolare il comparto della carne. Le aziende che producono carne in scatola, pollo surgelato, insaccati suini, sono ormai solo quattro: Tyson, Jbs, Cargill e National Beef. Qui le vittime non sono soltanto i consumatori ma anche gli allevatori. Stritolati dall’oligopolio che controlla gli acquisti di carni all’ingrosso, gli agricoltori hanno dovuto accettare una drastica riduzione del 30% sul ricavato dall’allevamento di ogni maiale. Il monopolista impoverisce tutti, fuorché se stesso. I consumatori pagano di più, la qualità peggiora, il potere d’acquisto delle famiglie viene ridotto. E anche i salari. Ho già raccontato l’accordo di cartello tra i big dellaSilicon Valley, che su iniziativa di Steve Jobs decisero di non rubarsi gli ingegneri in modo da non aumentargli lo stipendio. La stessa cosa è accaduta in un settore dalle remunerazioni già basse, il mercato del lavoro per il personale ospedaliero.

A Detroit, ventimila infermiere hanno perso 400 milioni di dollari di stipendio tra il 2002 e il 2006, sotto forma di tagli imposti dal cartello oligopolistico ospedaliero. Chi non accetta i tagli in busta paga resta disoccupato, visto che gli ospedali fanno capo allo stesso padrone. La conclusione che ne traggono i due studiosi americani non è disperante. Anzi, è un invito all’azione. Lina Khan e Sandeep Vaheesan fanno appello all’antica tradizione dell’antitrust negli Stati Uniti. Quella tradizione è stata calpestata e stravolta, da Ronald Reagan in poi. Il potere degli oligopoli arricchisce solo una élite. Lo conferma Goldman Sachs che alla sua clientela più esclusiva raccomanda di investire proprio nei settori blindati da oligopoli, più generosi di profitti per gli azionisti. E’ un’involuzione fabbricata dalla politica, e come tale si può invertire cambiando politica.

 

Federico Rampini, “la Repubblica Affari e Finanza”, 23 giugno 2014

La cripto-valuta

bitcoin-accepted-Chiamarla moneta “virtuale” ormai è riduttivo. Quattro anni dopo la nascita di questa valuta digitale (2009), negli Stati Uniti ormai si moltiplicano gli esercizi commerciali “fisici”, che esibiscono in vetrina l’annuncioBitcoin accepted here“. Hanno cominciato a proliferare nella Silicon Valley californiana, poi si sono diffusi in tutta la West Coast, infine in altre zone degli Stati Uniti. Si tratta ancora di una minoranza, e per lo più sono dei locali che si rivolgono a una clientela giovane, tecnologica. Accettare i Bitcoin, come minimo, è una discreta trovata pubblicitaria per far parlare di sé e attirare l’attenzione. Poi si vedrà.
Un altro sintomo del successo di Bitcoin è il boom delle imitazioni. Un’inchiesta del Wall Street Journal dedicata a queste “cripto-valute” ne ha contate 80. La più antica, Litecoin, nacque nel 2011 quindi appena due anni dopo Bitcoin. Ma è in tempi molto più recenti che il successo di Bitcoin e la pubblicità sui media hanno provocato il boom dei “cloni”. A ottobre e novembre di quest’anno sono nate Gridcoin, Fireflycoin, Zeuscoin. Si sono aggiunte alle pre-esistenti Worldcoin, Namecoin, Hobonickels. La febbre delle imitazioni ha un nome: si parla ormai di “criptomania“.
Un altro momento di gloria per le cripto-valute c’è stato questa settimana, quando la loro regina ha fatto il suo ingresso al Congresso. I parlamentari di Washington per la prima volta hanno dibattuto molto seriamente sul fenomeno Bitcoin. A far scattare le audizioni congressuali, per la verità, era stato un campanello d’allarme. Di recente l’Fbi ha chiuso un sito, Silk Road, che faceva pagare in Bitcoin gli acquisti online di droga. Al termine delle audizioni, dopo aver sentito il parere delle forze dell’ordine e dell’autorità monetaria, il Congresso è arrivato ad una conclusione piuttosto rassicurante per i fautori della cripto-valuta: Bitcoin è una moneta legittima, anche se ha bisogno di essere regolata e sottoposta a controlli onde evitare che sia usata per business criminali.
Bitcoin fu creata nel 2009 da un collettivo che si nasconde sotto uno pseudonimo giapponese: Satoshi Nakamoto. La sua caratteristica più originale è la modalità di creazione della “base monetaria” o liquidità digitale. A differenza delle valute tradizionali, non esiste una banca centrale con il potere monopolistico ed esclusivo di stampare moneta. Chiunque può “coniare” Bitcoin, ma a condizione che sappia risolvere con l’ausilio del suo computer dei problemi matematici complessi. Il numero di Bitcoin che può essere creato ha un limite, dunque la “liquidità” non può essere aumentata all’infinito… a differenza di quel che la Federal Reserve sta facendo con i dollari.
I Bitcoin possono essere scambiati solo nel formato digitale, non esistono “su carta“. Il loro valore viene fissato in tempo reale su delle vere e proprie Borse globali, dove gli investitori comprano e vendono il bene raro. E qui s’incontra un primo problema serio che può compromettere il futuro di Bitcoin. E’ la sua eccessiva volatilità. Per fare un esempio: nel gennaio di quest’anno Bitcoin valeva 13 dollari, questa settimana durante le ore di massima visibilità e attenzione collegate all’audizione al Congresso, il suo valore ha toccato i 900 dollari. La quotazione media della settimana, a 548 dollari, corrisponde a una circolazione globale di Bitcoin pari a 6,6 miliardi di dollari. Per altri beni d’investimento la volatilità può essere un effetto collaterale della febbre speculativa: abbiamo visto l’oro andare su e giù sulle montagne russe negli ultimi anni. Ma una moneta, usata come mezzo di pagamento nelle transazioni commerciali di tutti i giorni, deve avere una certa stabilità.
Sappiamo che i periodi di iperinflazione, quando il potere di acquisto delle monete era aleatorio, fecero gran danno all’economia, ai risparmi, alle tasche dei consumatori. Lo stesso può valere per la deflazione, quando la moneta si rivaluta troppo. Una moneta troppo soggetta alla speculazione non è rassicurante, né per noi consumatori né per i commercianti, se con essa dobbiamo andare a fare la spesa. Alcuni stanno cercandosi delle soluzioni rudimentali, per poter continuare a usare Bitcoin proteggendosi dalle fluttuazioni selvagge. ….

http://www.repubblica.it/economia/2013/11/23/news/bitcoin_moneta_virtuale_internet-71714714/?ref=twhr&utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

BITCOIN

http://bitcoin.org/it/

La maledizione dell’euro forte

eurissimoLa famosa «maledizione dell’euro» colpisce ancora. Nonostante la ripresa della sua economia sia fragile e il Fondo monetario internazionale preveda un ben magro tasso di crescita annuale del Pil – meno 0,4 per cento nel 2013 e più 1 per cento nel 2014 contro l’1,6 e il 2,6 per gli Stati Uniti – l’euro ha raggiunto il picco degli ultimi due anni contro il dollaro e si è rivalutato di circa il 10 per cento rispetto alle valute dell’insieme dei suoi partner commerciali.

Le ragioni sono molte. In parte, ma non solo, spiegate dalla incertezza sul futuro dell’economia Usa, provocata dalla caotica discussione sul debito pubblico negli Stati Uniti e dalla aggressività della politica monetaria giapponese. Ma la verità è che, qualsiasi cosa succeda altrove, appena la situazione comincia a migliorare la nostra moneta si apprezza. E infatti, nonostante le nostre prospettive di crescita siano modeste, il peggio sembra essere passato e, dalla seconda meta di quest’anno, i segnali di ripresa sono emersi in modo sempre piu convincente sia nel Sud sia nel Nord della zona euro.
Con una moneta forte le nostre merci all’estero sono più care (a meno che non si compensi l’effetto cambio con un taglio dei costi). Questo implica una perdita di competitività nel breve-medio periodo che potrebbe rallentare la crescita delle nostre esportazioni fuori dell’area euro, cioè in quelle economie che mostrano un maggiore vigore della domanda. …….

I Paesi della moneta unica hanno risposto alla crisi contraendo la domanda interna e, con più o meno successo, accrescendo la quota delle esportazioni sul Prodotto interno lordo (Pil). Nel 2013 il Fondo monetario stima che la zona euro nel suo insieme raggiungerà un surplus del 2,5 per cento del Pil. Chi ce l’ha fatta ha ottenuto risultati scommettendo sui mercati esteri, in particolare sui Paesi emergenti.

Nonostante queste osservazioni, un euro che a questo punto della congiuntura europea si rafforza ulteriormente è un fattore preoccupante che potrebbe mettere a rischio la ripresa…….

Con una domanda interna debole che con ogni probabilità rimarrà tale anche con la ripresa, il fattore trainante della crescita sono le esportazioni e in particolare quelle al di là dei confini dell’eurozona. Colpirle ora significa correre il rischio di perdere il treno della ripresa dell’economia mondiale e rendere molto più doloroso l’aggiustamento necessario all’assorbimento del debito……

…. l’euro forte esercita una pressione al ribasso sui prezzi in un contesto in cui l’inflazione, all’1,1 per cento, è così contenuta da far temere l’entrata in un regime di deflazione simile a quello vissuto dal Giappone negli ultimi vent’anni. La deflazione (la generale diminuzione di prezzi) agisce negativamente sul consumo: chi spende oggi se ci si aspetta che i costi saranno più bassi domani? Inoltre, accresce il peso reale del debito che, insieme alla bassa crescita, è un fattore di rischio per la sua sostenibilità. Come il Giappone insegna, una volta che la deflazione si innesta, è molto difficile liberarsene. Essa modifica i comportamenti dei consumatori e spinge l’economia verso la stagnazione. …..

http://www.corriere.it/cronache/13_ottobre_30/doveva-rompersi-ora-troppo-forte-c34c461e-4129-11e3-b893-6da25b6fc0fa.shtml

La favola di Cenerentola si avvera con sempre minor frequenza

cenerentola_106[1]Mentre le ultime rilevazioni dell’Istat indicano un vero e proprio crollo dei consumi delle famiglie, uno studio commissionato dall’Unione Europea, Gini-Growing inequality impact, ha messo in evidenza che l’Italia è tra i paesi europei che registrano le maggiori diseguaglianze nella distribuzione dei redditi, seconda solo al Regno Unito, e con livelli di disparità superiori alla media dei paesi Ocse.

Non solo: da noi la favola di Cenerentola si avvera con sempre minor frequenza, nel senso che le unioni si verificano non tanto tra fasce di reddito diverse ma entro le stesse fasce frenando la mobilità sociale. Inoltre, appare che la ricchezza si sta spostando verso la popolazione più anziana accentuando il divario tra generazioni.

Il crollo dei consumi in Italia è dunque associato ad un divario nella distribuzione della ricchezza che si è accentuato durante la crisi: oggi circa la metà del reddito totale è in mano al 10% delle famiglie, mentre il 90% deve dividersi l’altra metà.
La domanda che si impone è: come siamo arrivati a questo punto?

La risposta non è difficile: questa situazione va ricondotta al pensiero dominante di ispirazione neoliberista, che si è affermato all’inizio degli anni ’80 negli Stati Uniti e in Inghilterra e che poi ha influenzato la politica economica dell’Unione europea. La teoria economica neoliberista si fonda sull’assunto che la diseguaglianza non inficia in alcun modo la crescita. Anzi, detassare redditi e soprattutto patrimoni immobiliari e mobiliari dei più ricchi genererebbe un “effetto a cascata” che dai piani alti della società trasferirebbe la ricchezza fino ai piani bassi, portando ad un arricchimento generale e ad una maggiore crescita.

Questa idea ha aperto la strada alle privatizzazioni e alla deregulation dei mercati finanziari (inclusa la proliferazione dei paradisi fiscali) per permettere agli “spiriti animali” di dispiegare liberamente tutta la loro forza propulsiva. Così lo Stato diventa un “disturbatore”, fonte di sprechi e di inefficienza, e pertanto deve essere ridotto ai minimi termini. “La società non esiste, ci sono solo individui e famiglie. E nessun governo può far nulla. La gente deve pensare a se stessa”: così Margaret Thatcher in una sentenza diventata tristemente famosa.

Dall’inizio degli anni ’80, il drastico ridimensionamento della capacità di intervento dello Stato nell’economia e il progressivo indebolimento dei lavoratori, che cominciano a subire i ricatti delle delocalizzazioni produttive, interrompono l’espansione della classe media che si era registrata nell’Età dell’Oro (1945-1973). Ma una crescita fondata su diseguaglianze crescenti può destabilizzare l’economia riportando indietro di anni il livello di benessere della popolazione. Joseph Stiglitz ha sintetizzato i risultati delle sue ricerche in una formula che dimostra come diseguaglianza e sviluppo economico siano inversamente proporzionali.

Insomma, l’effetto a cascata auspicato dai liberisti non si è assolutamente verificato e sono risultati evidenti gli effetti nefasti della polarizzazione della ricchezza, così come era stato teorizzato da Karl Marx.
Dopo la crisi esplosa nel 2008 lo Stato è dovuto intervenire massicciamente per salvare il settore privato dal collasso, il che ha determinato un’espansione rapidissima del rapporto tra debito pubblico e Pil in tutti i paesi avanzati. E ora si è scatenata una nuova controffensiva del settore privato e dei mercati per tagliare i servizi sociali e più in generale la spesa pubblica aggravando la situazione delle fasce più deboli ed alimentando diseguaglianze sempre più marcate.

Il ceto medio è il vero motore dei consumi sia perché rappresenta la fascia più larga della popolazione, sia perché tende a convertire in consumi una percentuale proporzionalmente molto più elevata del proprio reddito. Se far ripartire i consumi è una delle principali chiavi per promuovere l’intera economia ecco allora l’importanza di politiche che favoriscano una più equa distribuzione della ricchezza ed il rafforzamento del middle class.

La politica dei redditi deve dunque tornare al centro della politica economica se vogliamo uscire dalla crisi che sta alimentando tensioni sociali destinate a diventare insostenibili.

di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, da Repubblica, 9 luglio 2013

http://temi.repubblica.it/micromega-online/le-disuguaglianze-insostenibili/

Matrimonio non solo tra uomo e donna.

Lusa fla Corte Suprema americana ha bocciato la legge federale che definisce matrimonio solo quello tra un uomo e una donna. Per il presidente americano Obama si tratta di un «passo epocale verso l’uguaglianza» e lancia l’hashtag «LoveIsLove», «l’amore è amore». Al centro della decisione della Corte ci sono il «Defense of Marriage Act» (Doma) e la «Proposition 8». Ecco cosa prevedono i due testi.

PROPOSITION 8 – È il nome dato al referendum, celebrato nel novembre del 2008, con cui si chiedeva di mettere al bando il diritto alle nozze gay stabilito dalla Corte Suprema dello stato della California pochi mesi prima, esattamente il 15 maggio 2008. Al termine di uno scontro feroce, il 52% degli elettori del Golden State votarono sì al referendum abolendo così il matrimonio tra omosessuali. A quel punto sono partiti i ricorsi e altri furibondi scontri legali. Infine, nell’agosto del 2010 il Tribunale di Los Angeles ha bocciato il quesito approvato dal referendum, definendo la Prop8 incostituzionale. Tutta la materia è quindi passata alla Corte Suprema Federale, che oggi dirà la parola finale anche su questa materia.

DOMA – Si tratta di una legge approvata a larghissima maggioranza il 3 gennaio del 1996 e poi varata da Bill Clinton il 21 settembre dello stesso anno. È molto breve, composta da un paio di articoli. A partire dal nome si capisce che si tratta di una provvedimento «che definisce e protegge l’istituzione del matrimonio». Il primo articolo tutela esplicitamente il «marriage» tradizionale, quello tra eterosessuali, «negando ogni possibile beneficio di legge, al livello federale, a coppie gay o lesbiche già sposate nei singoli Stati che già autorizzano le nozze gay». Quindi indica chiaramente che «gli Stati Uniti riconoscono nella definizione di “matrimonio” esclusivamente l’unione legale tra un uomo e una donna». Già nel programma elettorale di Obama nel 2008 era prevista la sua abrogazione.

GLI STATI GAY FRIENDLY  – Negli Stati Uniti già 12 Stati permettono i matrimoni omosessuali. Questi sono: Washington, Iowa, Minnesota, Delaware, Maryland, Connecticut, Main, Massachusetts, New Hampshire, New York, Rhode Island, Vermont, oltre al District of Columbia (DC). Altri permettono le unioni civili: California, Colorado, Hawaii, Nevada, Oregon, Illinois, Wisconsin, Maine, New Jersey e DC

http://www.corriere.it/esteri/13_giugno_26/scheda-nozze-gay-stati-uniti_bb094ede-de6e-11e2-9903-199918134868.shtml

Giù i tassi a vantaggio della Germania?

Per certi aspetti quel tasso riflette la gravità della crisi più di quanto la contrasti. Un conto è ridurre il costo ufficiale del denaro, altro è far sì che il credito arrivi davvero là dove ce ne sarebbe più bisogno. Da questo punto di vista la mossa di Mario Draghi è circondata dallo scetticismo, in America e non solo….

In altre circostanze Draghi spiegò perché era vano spingere sempre più giù il costo del denaro: perché si era guastata la “catena di trasmissione” che dovrebbe funzionare attraverso tutto il sistema del credito, passando dalla banca centrale alle banche commerciali per arrivare infine all’utente finale, cioè il consumatore o l’impresa che ha bisogno di finanziamenti per investire e assumere. Inutile dare via il denaro gratis alle banche, se poi quelle — paralizzate dalla paura o dai propri problemi di bilancio — chiudono la saracinesca di fronte all’economia reale.

Oggi è cambiato qualcosa, per spingere Draghi all’intervento sui tassi? Sì, ma paradossalmente il mutamento è avvenuto nella parte più forte dell’eurozona. La recessione ormai lambisce anche le economie più robuste come Germania, Olanda, Austria, Finlandia; in quelle economie il sistema bancario non è così avaro di crediti alle imprese come nell’Europa del Sud; di conseguenza riducendo oggi i tassi c’è speranza che un po’ di fondi arrivino… alle imprese tedesche. Aiutare i più forti, sperando che una ripresa tedesca finisca per fare del bene a tutti gli altri. É un paradosso crudele, tanto più che la cancelliera Angela Merkel e gli uomini della Bundesbank fanno resistenza nei confronti della Bce. Eppure sono loro i maggiori beneficiati anche su un altro fronte: il crollo dei tassi sui Bund fa sì che la Germania finanzi il suo debito pubblico a condizioni eccezionalmente favorevoli.

Vista dagli Stati Uniti la politica della Bce resta timida. Il contro- modello è la banca centrale americana. E non solo perché il suo tasso ufficiale (0,25%) è da anni inferiore a quello europeo. 24 ore prima dell’annuncio di Draghi, la Federal Reserve aveva fatto sapere che prosegue a oltranza nel suo “stampar moneta”, comprando bond al ritmo di 85 miliardi al mese, ed è perfino disposta ad alzare i quantitativi di acquisti se sarà necessario per ridurre la disoccupazione. Eppure il tasso di disoccupazione Usa, al 7,6% è molto inferiore a quello europeo. Non basta. Per la Fed la sua missione non si sarà esaurita fino a quando la disoccupazione non sarà scesa almeno al 6,5%. Altre banche hanno imitato la Fed nella sua politica “eretica” che consiste nel pompar moneta stracciando tutti i manuali del rigorismo monetario: nell’elenco delle “convertite” figurano la Banca del Giappone e la Banca d’Inghilterra.

Inoltre la Fed è una esplicita avversaria dell’austerity. Nel suo ultimo documento ufficiale, mercoledì, la Fed ha accusato i tagli di spesa pubblica di avere “un effetto frenante sulla spesa economica”. ……

Lo squilibrio tra le due sponde dell’Atlantico non si riduce, per ora. L’America ha un’economia in crescita del 2,5% annuo, e tuttavia la giudica insufficiente: a ragione, perché sono ancora troppi i disoccupati (quelli ufficiali, più quelli “scoraggiati” e usciti dalle statistiche). La politica di bilancio americana è bloccata dalle spinte contrastanti di Obama e della Camera (a maggioranza repubblicana) ma almeno la Fed svolge un ruolo di supplenza senza freni. In Europa le politiche di bilancio sono ancora univocamente ispirate all’austerity d’impronta germanica. E la Bce ha limiti istituzionali scritti nel suo mandato, che ne fa la guardiana della stabilità dei prezzi, non le attribuisce un ruolo attivo nel perseguire il pieno impiego come in America. Draghi fa quel che può per divincolarsi, ivi compreso l’accenno a un tasso d’interesse negativo, sotto lo zero. Cerca di non rimanere troppo indietro rispetto a Stati Uniti e Giappone nella “guerra delle monete”, cioè la gara delle svalutazioni competitive. Ma ogni cambiamento di sostanza, i mercati ne sono convinti, è congelato fino alle elezioni tedesche.

Da un articolo di F.Rampini su Repubblica del 3 maggio 2013

http://iusletter.com/ma-lamerica-non-ci-crede-il-credito-andra-ai-piu-forti/

Un animale senza difese: l’Europa

Non so bene quanti siano gli Stati, Staterelli o isolotti-Stato oggi esistenti. Diciamo, all’ingrosso, circa 200. Eppure il più strano animale tra questi duecento è l’Europa dell’euro. L’animale è grandino, conta ancora nel mondo, ma è anche un animale assurdo. È unificato da una moneta comune sottratta al controllo dei singoli Stati membri. E fin qui va bene. Però disporre di una moneta unica non basta: impedisce, è vero, il rimedio «sporco» della inflazione per fronteggiare i debiti; ma oggi come oggi facilita le incursioni monetarie della speculazione internazionale.

Il rimedio? Quello risolutivo sarebbe, a detta dei più, di arrivare a un’Europa federale. Ma temo che sia un rimedio impossibile. Uno Stato federale richiede una lingua comune. Difatti tutti gli Stati federali esistenti sono costituiti da componenti che si capiscono e parlano tra loro. La Germania parla tedesco, gli Stati Uniti e l’Australia l’inglese (e così pure l’India a livello di élite di governo), il Brasile il portoghese, l’Argentina e il Messico lo spagnolo, e così via citando. Se l’Europa diventasse uno Stato federale io mi potrei trovare sulla scheda di voto un candidato finlandese del quale non saprei nemmeno pronunziare il nome e del quale nessun europeo sa nulla. La sola piccolissima eccezione è la Svizzera, che però a livello di classe politica federale si intende benissimo. E trovo stupefacente che nessuno dei proponenti dell’Europa federale si renda conto di questo pressoché insuperabile ostacolo.

E allora? Allora il nostro strano animale è anche il più indifeso al mondo. Tutti gli altri Stati si difendono quando i loro interessi vitali vengono minacciati con dazi e severi controlli doganali. Persino l’Inghilterra, con un piede dentro e un piede fuori dall’Europa dell’euro, resta liberissima di proteggersi con dazi sulle importazioni; e siccome mantiene la sterlina resta anche liberissima di stampare moneta. Lo stesso è ancor più vero per gli Stati Uniti, che per esempio hanno di recente protetto «protezionisticamente» la loro produzione di acciaio …………..

http://www.corriere.it/editoriali/12_novembre_12/un-animale-senza-difese-giovanni-sartori_121347e2-2c91-11e2-ac32-eb50b1e8a70b.shtml