Sulla terra ci sono meno poveri, benché la popolazione globale sia aumentata. Lo dice la Banca Mondiale

 
poorUn mondo che si dimostra ancora capace di lasciarsi alle spalle miseria e disuguaglianze. Per chi temeva che la Grande Crisi del 2008 avrebbe fatto precipitare all’indietro i più deboli e inasprito le distanze sociali, il rapporto “Povertà e prosperità condivisa” presentato dalla Banca Mondiale è pieno di buone notizie, che hanno sorpreso anche chi l’ha scritto: ci sono meno poveri, benché la popolazione globale sia aumentata. E, contemporaneamente, gli squilibri sociali si sono ridotti sia fra i paesi, sia all’interno dei singoli paesi. Almeno a guardare le cose un po’ da lontano, a volo d’uccello: l’avvio della globalizzazione, negli anni ’90, aveva segnato un brusco aumento dell’ineguaglianza nel mondo e oggi questo trend si è invertito. Un numero sempre maggiore di persone si avvicina alle classi medie. Ma la tendenza è diffusa, non generalizzata e in parecchi paesi, compresi alcuni dei più ricchi, la distanza fra un sottile strato privilegiato e il resto della società è, anzi, aumentata.
Intanto, però, le cose di fondo: il minimo indispensabile per vivere. Secondo gli standard internazionali, è l’equivalente di 1,90 dollari al giorno.
Mentre Borse e mercati dell’Occidente traballavano per la crisi, nei villaggi dell’India profonda, nelle campagne dell’interno della Cina, nei fragili campi africani sempre più persone riuscivano a cogliere l’onda lunga dello sviluppo e a superare questo muro. Nel 1990, una persona su tre, nel mondo, non raggiungeva 1,90 dollari. Un quarto di secolo dopo, siamo scesi a uno su dieci. Da 2 miliardi di poverissimi, siamo passati a 767 milioni, anche se il numero di bocche da sfamare è aumentato di quasi 2 miliardi, concentrate proprio nei paesi a più alto tasso di povertà.
La stessa onda lunga dello sviluppo ha sollevato un po’ tutte le barche nei paesi più poveri, consentendo di colmare parte del divario complessivo con i paesi ricchi. Fra il 1988 e il 2013, l’ineguaglianza dei redditi medi fra i paesi dell’Occidente e resto del mondo si è drasticamente ridotta: è la prima volta dai tempi della rivoluzione industriale. La riduzione diventa particolarmente marcata dopo il 2008: un risultato largamente annunciato e prevedibile, dato che, da tempo, i dati mostrano che il ritmo di sviluppo dei paesi emergenti ha subito assai meno dei paesi ricchi il contraccolpo della crisi finanziaria. Questo restringersi delle distanze fra i paesi è il motore principale della riduzione degli indicatori – tipo l’indice Gini – che misurano l’ineguaglianza globale, come il rapporto della Banca Mondiale sottolinea con forza. L’altra componente della ineguaglianza – lo squilibrio non “fra”, ma “dentro” i paesi – non cresce più, invece, come dieci anni fa, ma non è neanche diminuito, rispetto a prima della crisi.
È un punto politicamente delicato, perché il contrasto fra ricchi e poveri all’interno di un singolo paese ha conseguenze politiche dirette e immediate. La Banca Mondiale sottolinea i progressi registrati su questo terreno. In quasi due terzi degli 80 paesi studiati, i redditi sono cresciuti più rapidamente per il 40 per cento più povero che per gli altri. Ma nell’altro terzo è avvenuto il contrario. Quali sono i paesi in cui i poveri – in un mondo in cui le ineguaglianze, complessivamente, si riducono – hanno perso terreno? Il rapporto fornisce una tabella in cui si confronta, paese per paese, l’aumento medio annuale di reddito, dopo il 2008, per il 40 per cento più povero con l’aumento medio per l’intera popolazione. In Brasile e in Germania, il reddito è cresciuto di più per i poveri, negli Usa e in Gran Bretagna è diminuito per tutti, ma di meno per i poveri, in Cina e in India il ritmo è, più o meno, lo stesso. Dove la crisi ha morso di più – in Francia, in Grecia, in Spagna, in Italia – i poveri hanno invece perso terreno: in Italia il reddito nazionale è sceso in media dell’1,82 per cento l’anno, ma del 2,86 per cento per i più poveri.
Complessivamente, tuttavia, i dati non sembrerebbero giustificare il rancore sociale che alimenta l’avanzata populista dall’America di Trump, alla Brexit inglese, al nazionalismo della Le Pen, agli euroscettici tedeschi, fino ai 5 Stelle italiani. Il problema è che con le statistiche, come con la buona carne, dipende da come vengono tagliate. Confrontando il 40 per cento più povero con il restante 60 per cento, la Banca Mondiale documenta l’innalzamento dei più poveri verso le classi medie, favorito in parecchi casi, anche dalla crisi delle stesse classi medie.
Ma la spaccatura che alimenta lo scontro sociale scorre molto più in alto: l’1 per cento contro il 99 per cento. I calcoli della Banca Mondiale mostrano che, in paesi come Francia e Giappone, le distanze sono, più o meno, le stesse da 50 anni. Ma nel paese- simbolo dell’Occidente, gli Stati Uniti, l’ineguaglianza è una valanga. Negli ultimi 40 anni, la quota del reddito nazionale finita nelle tasche dell’1 per cento più ricco è schizzata dal 7 al 20 per cento. Altro che ricchi e poveri: il problema sono gli straricchi.

Maurizio Ricci
la Repubblica, martedì 4 ottobre 2016

Istat: calano i residenti in Italia per la prima volta dopo 90 anni

anagrafe[1]In Italia siamo sempre di meno. A lanciare l’allarme è l’Istat che quantifica come, nel corso del 2015, il numero dei residenti abbia registrato una diminuzione consistente per la prima volta negli ultimi novanta anni.  Risultato? Il saldo complessivo è “negativo” per 130.061 unità. Il calo riguarda esclusivamente la popolazione di cittadinanza italiana – 141.777 residenti in meno – mentre la popolazione straniera aumenta di 11.716 unità. Il dato è stato diffuso oggi dall’Istat che ha pubblicato il “Bilancio demografico nazionale”.

In particolare l’Istituto nazionale di statistica pone l’accento sulla continua riduzione della popolazione con meno di 15 anni: al 31 dicembre 2015 era pari al 13,7%, un punto decimale in meno rispetto all’anno precedente. Continua a ridursi anche la consistenza della popolazione in età attiva (15-64 anni) che nel 2015 si è attestata al 64,3%. Chi cresce? La popolazione di 65 anni e oltre (22%).

Nel 2015 i nati sono stati meno di mezzo milione (-17 mila sul 2014) di cui circa 72 mila stranieri (14,8% del totale). I decessi invece oltre 647 mila, quasi 50 mila in più rispetto al 2014. Si tratta di un incremento sostenuto che – secondo l’Istituto di statistica – è da attribuire a fattori sia strutturali sia congiunturali. L’eccesso di mortalità ha riguardato i primi mesi dell’anno e soprattutto il mese di luglio, quando si sono registrate temperature particolarmente elevate.

Sono in molti a muoversi in Italia e verso fuori. Il movimento migratorio con l’estero mostra un saldo positivo di circa 133 mila unità, seppure in flessione rispetto agli anni precedenti. Prosegue la crescita delle acquisizioni di cittadinanza: ammontano infatti a 178 mila i nuovi cittadini italiani nel 2015. Sono circa 200 le nazionalità presenti nel nostro paese; per oltre il 50% (oltre 2,6 milioni di individui) si tratta di cittadini di un paese europeo. La cittadinanza maggiormente rappresentata è quella romena (22,9%) seguita da quella albanese (9,3%).

La Repubblica 10 giugno 2016

http://www.repubblica.it/cronaca/2016/06/10/news/istat_calano_i_residenti_in_italia_per_la_prima_volta_dopo_90_anni-141705028/

Ragazzi che lasciano la scuola

dropoutLo scenario è desolante, l’Italia con il 17,6% di ragazzi che abbandonano gli studi, è in fondo alla classifica europea la cui media è pari al 14,1%. Il confronto è con la Germania, dove la quota è sensibilmente più bassa (10,5%), la Francia (11,6%) e il Regno Unito (13,5%). Un divario che aumenta se guardiamo al Sud, dove la media è del 22,3%, mentre si riduce nel Centro-Nord dove si attesta al 16,2%. Anche se, va detto, gli sforzi compiuti in questi anni hanno dato risultati se confrontati con il 2000, quando gli early school leavers risultavano il 25,3%.

Dispersi o a rischio dispersione, drop out, early school leavers. Qualsiasi termine si usi per definire i ragazzi che lasciano la scuola precocemente, resta un marchio che contiene storie di disaggregazione, frustrazione, disagio non solo economico. E segna un futuro che mette a rischio di disoccupazione, esclusione sociale, quando violenza e microcriminalità. Difficoltà a inserirsi nella routine scolastica, crisi che non fa sognare e preferire il guadagno immediato spinge ragazzi anche molto piccoli a rifiutare la scuola. Le motivazioni saranno analizzate in Senato, dove Intervita presenta la Ricerca nazionale sulla dispersione scolastica con l’obiettivo di quantificare l’impatto economico e sociale. identificare la tipologia dei ragazzi che abbandonano i banchi precocemente e valutare i tipi di intervento e la loro efficacia. I dati saranno pronti per il 2014. Vi collaborano la Fondazione Agnelli, l’associazione Bruno Trentin di Cgil, con la direzione scientifica di Daniele Crecchi, docente di Economia politica all’Università di Milano.

Quanto costa l’abbandono scolastico in termini di pil? E come si può quantificare il valore degli investimenti messi in campo dalle istituzioni scolastiche, gli enti locali, quelli di formazione e il terzo settore? In preparazione della ricerca, Daniele Crecchi ha tracciato un quadro, basato su dati Bankitalia e Isfol, di quanti siano i «drop out», cioè gli italiani che «cadono fuori» dalla scuola italiana. Su 100 bambini che ogni anno iniziano gli studi ce n’è uno che non riuscirà neppure a finire la scuola primaria, cinque che si fermeranno alla licenza elementare, 32 che lasceranno dopo le medie. Oltre a 17 che tentano le superiori ma falliscono e altrettanti che non riescono ad arrivare alla laurea. 

Un primo «conto» rileva che i giovani in fuga dalla scuola costano all’Italia 70 miliardi l’anno. «I ragazzi abbandonano gli studi troppo presto», continua l’economista, «accettano lavori con retribuzioni più basse e così se ne va in fumo un ipotetico 4% di Pil». Certo è una quantificazione «per assurdo», sottolinea il professor Crecchi «fatta ipotizzando che la politica abbia una bacchetta magica e sia in grado di scolarizzare tutte le persone che hanno lasciato la scuola» e che «ci sia un ipotetico mercato del lavoro in grado di assorbirle tutte». Il calcolo si articola su queste basi: in Italia ci sono 12,6 milioni di persone che hanno lasciato gli studi prima del diploma, che hanno un livello di occupazione più basso del 14% rispetto a chi ha finito le superiori e che, se hanno un impiego, guadagnano circa 4 mila euro in meno dei colleghi più scolarizzati. Se tutte queste persone venissero assunte con lo stipendio medio di una persona che ha almeno un titolo di studio superiore, genererebbero un «giro d’affari» da 70 miliardi. «Una cifra – sottolinea Checchi – assolutamente ipotetica, ma che dà l’idea del potenziale economico che il tema ha nel nostro Paese».

http://www.corriere.it/scuola/secondaria/13_ottobre_01/ricerca-dispersione-scolastica-presentazione-senato-intervita_f1e80982-2a62-11e3-b898-f13adc0c04f6.shtml

I fili d’erba della crescita

filiA molti lettori sarà sicuramente capitato di passeggiare su un prato alla fine dell’inverno. E di notare che in quella stagione la terra è una crosta dura, per effetto delle gelate, mentre l’erba che resta è come avvizzita, di un colore quasi marrone. Ripassando di lì, magari la settimana successiva, gli sarà capitato di notare che la terra è diventata più morbida; guardando meglio vi scorgerà dei piccoli fili d’erba verde che hanno rotto la crosta e stanno crescendo. 

Questa metafora campestre è molto efficace per descrivere lo stato attuale dell’economia italiana: l’inverno è stato molto lungo e molto duro ma ci sono segnali di ripresa. Come esili fili d’erba, i segni + cominciano a spuntare nelle tavole statistiche, per mesi coperte pressoché unicamente di tristissimi segni –. I dati Istat di aprile mostrano, rispetto a marzo, un pallido +0,2 per cento sia per i beni di consumo non durevoli sia per i beni intermedi. 

Sempre in aprile, dei tredici settori in cui l’istituto di statistica suddivide l’industria manifatturiera ben otto (quasi mai tra i maggiori) mostrano un andamento positivo rispetto a marzo.Tra questi vanno segnalati il +4,9 per cento dell’elettronica e il +2,5 per cento dei prodotti petroliferi; anche meccanica e chimica mostrano segni di risveglio. Nel confronto con l’aprile 2012, sono tre i settori industriali (farmaceutica, computer, apparecchi elettrici) con segno positivo. A giugno 2012 non ce n’era nemmeno uno.

Segnali positivi non banali si hanno anche per gli ordini ricevuti da diversi settori industriali, specie quelli legati all’esportazione. Tutto ciò alimenta le speranze di ripresa imminente……

Il fatto è che siamo spesso vittime di una sorta di «pessimismo statistico» dei mezzi di informazione che sottolineano quasi sempre il lato negativo, che è naturalmente predominante, impedendo di scorgere segnali di tipo diverso….

Naturalmente non è il caso di comportarsi come quei tifosi che, per una partita vinta dalla squadra del cuore, sognano già la Coppa dei Campioni. L’erba delle ripresa futura potrebbe smettere di crescere improvvisamente perché bruciata da una gelata esterna, che purtroppo non si può proprio escludere, anche per il rallentamento cinese, o soffocata internamente dalla burocrazia e dalle riforme non fatte. Più modestamente possiamo cominciare a pensare (sottovoce) che non siamo necessariamente condannati alla Serie B, anche se dobbiamo ricordare che il campionato delle economie è ben più lungo di un campionato di calcio. 

Mario Deaglio

Pubblicato su La Stampa del 3 luglio 2013

http://lastampa.it/2013/07/03/cultura/opinioni/editoriali/dopo-la-gelata-i-fili-derba-della-crescita-uDzDpQ3kl8krxxuEtwRRQL/pagina.html

Europa contro resto del mondo

I numeri dell’Europa se fosse uno Stato solo….

Uniti, non ci battono neanche gli Usa: il Pil della Ue-27 a prezzi correnti nel 2010 arrivava a 12.260 miliardi di euro, contro i 10.898 degli Stati Uniti. E comunque si tratta degli unici due valori a cinque cifre per il prodotto interno lordo: per gli altri Paesi del G-20 si scende a quattro o a tre cifre: 4329 miliardi per la Cina, 4118 per il Giappone, 1576 per il Brasile. In percentuale, il Pil della Ue-27 costituisce oltre un quarto del Pil mondiale (25,8%). Il dato è stato pubblicato oggi da Eurostat, in un interessante insieme di statistiche dal titolo “Comparing demographic, economic and social trends among the G-20 members”.

 Il più grande debito pubblico del mondo è quello del Giappone: 229,8% del Pil. Quello della Ue è “solo” dell’82,5% (ma è noto che quello italiano tenda ormai al 120%). Il debito più basso del mondo è quello dell’Arabia Saudita: un ridicolo 7,5% del Pil. Un record che si ripete per il deficit: non c’è, il Paese registra un invidiabile avanzo del 15,2% (gli altri due segni più sono della Corea del Sud, +2,3%, e della Russia, +1,6%).

In Europa vive il 7,3% della popolazione mondiale (501,8 milioni di abitanti), una quisquilia rispetto ai 1.341,3 milioni della Cina e ai 1224,6 milioni dell’India. Inoltre questa quota si ridurrà (visto che abbiamo uno dei tassi di fertilità più bassi del mondo, 1,6 figli per donna contro una media mondiale di 2,5) al 5,4% della popolazione mondiale entro il 2060.L’Unione Europea vanta un’aspettativa di vita molto alta: 76,1 anni per gli uomini, 82,1 per le donne. Ci battono però il Canada ((78,2 per gli uomini, 82,8 per le donne) e il Giappone (79,3 per gli uomini, 86,1 per le donne). Non se la passa male neanche la Corea del Sud, con 76,5 anni per gli uomini e 83,3 per le donne…….

http://amato.blogautore.repubblica.it/2012/11/28/unione-europea-contro-il-resto-del-mondo-primi-in-pil-tra-gli-ultimi-per-le-nascite/?ref=HROBA-1

L’Italia invecchia

L’Italia continua a invecchiare. Secondo i dati Istat sulla popolazione residente, sono stati 546.607 gli iscritti in anagrafe per nascita nel 2011, circa 15 mila in meno rispetto al 2010. Il dato, secondo l’Istat, conferma la tendenza alla diminuzione delle nascite avviatasi dal 2009. Il calo delle nascite è causato per lo più alla diminuzione dei nati da genitori entrambi italiani, quasi 40 mila in meno rispetto al 2008

http://www.corriere.it/cronache/12_novembre_14/istat-italia-invecchia-nascite-in-calo_ec107d54-2e42-11e2-9c24-e6f239e4fed7.shtml

Quando la crisi dà i numeri.

Piccolo manuale di sopravvivenza statistica

………….. non sempre i numeri dicono “subito” ciò che ci interessa sapere. E a volte possono essere addirittura fuorvianti. Massimo Mucchetti ha scritto che «negli ultimi trent’tanni, al tempo dell’informazione economica di massa, l’utilizzo dei numeri, più o meno manipolati, diventa la forma contemporanea della retorica che conquista i tanti privi del tempo e del modo di discuterli» (“Il tradimento dei numeri indiscussi”, Italianieuropei, Agosto 2011).

http://temi.repubblica.it/micromega-online/quando-la-crisi-da-numeri-piccolo-manuale-di-sopravvivenza-statistica/?utm_source=twitterfeed&utm_medium=twitter&utm_campaign=Feed%3A+MicroMega-online+%28MicroMega.net%29