IMBALLARE UN UOVO IN EUROPA

imagesmf4ts9imPersino oggi, con un’Unione Europea a rischio di disgregazione, non si è placata la «furia regolamentatrice» con cui i preposti organi della Ue (Parlamento europeo incluso) da sempre si occupano di «perfezionare» — in realtà, di ingabbiare — il mercato unico europeo, continuando ad accumulare, dissennatamente, norme su norme: si tratti delle recenti disposizioni che riguardano l’imballaggio delle uova commerciabili all’interno della Ue oppure dei regolamenti — giustamente celebri, in quanto oggetti di feroci ironie — sulle dimensioni obbligatorie di certi prodotti agricoli. È falso che quella furia regolamentatrice non abbia alcun rapporto con la crisi europea. Non si tratta di folklore. Non c’è soltanto un’idea malata su cosa sia un mercato, l’incapacità di vedere la differenza fra un libero mercato (retto da poche norme generali) e un mercato nonlibero, «amministrato», di stampo corporativo. Non c’è soltanto l’abuso (una cospirazione ai danni dei consumatori, avrebbe detto Adam Smith) rappresentato dalla sorda lotta che avviene dietro le quinte — nei comitati in cui si sviluppa il lavoro quotidiano dell’Unione — fra gruppi di produttori in competizione fra loro, tesi a scaricare sui concorrenti i maggiori costi che derivano dalla necessità di adeguarsi alle norme europee (costi che, ovviamente, finiscono poi per gravare sui consumatori). C’è anche un’idea sbagliata sul rapporto fra Unione e democrazia. Talché, qualunque intrusione nella vita degli europei diventa lecita, dotata del necessario pedigree democratico, se porta il timbro del Parlamento europeo.

È in omaggio a questa idea che il Trattato di Lisbona ne ampliò le competenze. Peccato che il Parlamento europeo resti un’istituzione assai carente (per usare un eufemismo) sotto il profilo democratico. Forse i parlamentari europei credono sinceramente di avere avuto un «mandato» da parte degli elettori per impicciarsi, insieme al Consiglio e alla Commissione, delle loro vite. Formalmente è così ma nella sostanza no. La schiacciante maggioranza di coloro che li hanno votati lo ha fatto senza neppure sapere che cosa, una volta eletti, sarebbero andati a fare. Le scelte di voto dei pochi elettori che partecipano alle elezioni europee sono sempre motivate dalla volontà di manifestare ostilità oppure appoggio per il governo nazionale in carica nel Paese di ciascuno di loro. Il rapporto elettori-eletti del Parlamento europeo è viziato da questa circostanza. Da sola questa è un’ottima ragione per consentire con chi (come Antonio Armellini e Gerardo Mombelli in Né Centauro né Chimera, un recente, ottimo libro sull’Unione) pensa che sia giusto affiancare all’attuale Camera dei deputati europei, una seconda Camera che comprenda rappresentanti, essi stessi parlamentari, designati dai Parlamenti nazionali. Sarebbe una mossa condivisa tanto dai federalisti (come Armellini e Mombelli) che immaginano due Europe a diversi livelli di integrazione, quanto da coloro che auspicano, per l’Unione nel suo complesso, un futuro confederale. Non sarebbe, inoltre, solo un modo per conferire più equilibrio all’attività del Parlamento europeo. Una seconda Camera, non elettiva, aumenterebbe, paradossalmente, il tassodi rappresentatività di quel Parlamento: perché i Parlamenti nazionali, quelli sì, sono in regola (nella sostanza, non solo formalmente) sotto il profilo della rappresentanza democratica.

Per decenni la vulgata europea si è nutrita di idee poco verosimili. La principale era che l’integrazione europea avrebbe dovuto ripercorrere, e riprodurre, i processi mediante i quali, nei secoli passati, erano sorti dapprima gli Stati e le nazioni europee e poi si erano affermate le democrazie. A parte il fatto che i percorsi di formazione di Stati, nazioni e democrazie in Europa furono molteplici e assai diversi fra loro, quella vulgata mancava di fantasia. L’idea che quei processi e percorsi fossero replicabili su scala europea era inverosimile. Non solo non sorgerà alcuno Stato europeo, non solo la «nazione europea» non c’è e probabilmente non ci sarà in futuro, ma anche il progetto di una democrazia continentale appare irrealizzabile. Ideale da sempre accarezzato da ristrette élite cosmopolite (o sedicenti tali), non può essere fatto proprio dal grosso degli elettorati. Non è lecito equivocare sul sostegno che (per fortuna), e nonostante la crescita dei movimenti contrari all’Unione, la maggioranza degli europei continua a manifestare per l’Europa. Quel sostegno non va scambiato per una sorta di via libera a una integrazione politica che implichi un drastico depotenziamento delle democrazie nazionali a favore di una (immaginaria) democrazia sovranazionale. Nessuno, in realtà, vuole essere governato da persone che parlano una lingua che egli non conosce, per capire le quali ha bisogno dell’interprete.

Se non si vuole che i sovranisti vincano, sfasciando tutto, lasciandoci con tanti staterelli impotenti, e pronti, come nei secoli passati, ad azzuffarsi, staterelli che sarebbero in balia dei grandi Stati che oggi dominano il mondo, occorre cambiare registro, sbarazzarsi di diverse idee ricevute. Non abbiamo più bisogno di un’Europa impicciona, malata di dirigismo, né di un’Europa che scimmiotta la democrazia rappresentativa. Abbiamo invece bisogno di ridefinire il perimetro e i confini di ciò che spetta all’Europa e di ciò che spetta alle democrazie nazionali, dobbiamo mettere paletti, distinguere fra le poche — ma essenziali — cose di cui deve occuparsi l’Unione, e le tante da lasciare all’esclusiva competenza delle comunità locali e nazionali.

Angelo Panebianco

Corriere della Sera 19 febbraio 2017

http://www.corriere.it/cultura/17_febbraio_19/imballare-uovo-europa-ee6f3d8e-f606-11e6-a891-35892eecc6d0.shtml

Lo Stato è finito

techLa Danimarca ha deciso di mandare un ambasciatore in Internet. Un ambasciatore vero, come l’ambasciatore in Cina o in Italia o in Russia. Soltanto che invece di trattare con gli Stati e coi governi tratterà con Google, Apple e Facebook e coi loro amministratori delegati. Secondo il ministro degli Esteri di Copenaghen, l’economia dei colossi del digitale vale più di quelle di Grecia o Portogallo, perciò è necessario stabilire con loro rapporti diplomatici. Piacerà o dispiacerà, ma è questo il mondo cui andiamo incontro, dove le nazioni contano sempre di meno e non soltanto per lo strapotere del denaro sulla politica, ma perché ogni volta che ci connettiamo a Twitter o comunichiamo con WhatsApp o sentiamo musica su Spotify o vediamo una serie su Netflix, noi espatriamo, attraversiamo i continenti, accettiamo il sistema senza frontiere e dogane. Lo facciamo quando acquistiamo su Amazon o eBay, ogni volta che ingoiamo famelici l’ultima app, e cioè siamo noi della comunità connessa a essere multietnici e globalizzati e apolidi. La fine dello Stato era stata descritta con qualche rammarico dieci anni fa da Eric Hobsbawm, serio marxista inglese, che fra l’altro sottolineava lo sbriciolarsi dei confini. E nel frattempo che spuntano Donald Trump e Marine Le Pen con l’idea di rafforzarli, i confini stanno semplicemente diventando inutili, ci si vola sopra, ci si passa attraverso: siamo noi stessi ad amare e ingrassare il mostro che ci terrorizza. Ora, davvero crediamo di rimediare con Matteo Salvini?
Mattia Feltri
La Stampa, giovedì 9 febbraio 2017

In Danimarca nasce l’ambasciatore digitale per trattare con i giganti tech

Entro breve la Danimarca, primo paese al mondo, avrà un «ambasciatore digitale». Lo ha annunciato il ministro degli Esteri danese Anders Samuelsen, 49 anni, in carica dallo scorso novembre. Il ruolo di questo speciale ambasciatore, che dev’essere ancora nominato, sarà quello di mantenere le relazioni e stipulare accordi con le aziende tecnologiche, sull’onda di quella che Samuelsen chiama la «TechPlomacy» (termine che si potrebbe tradurre in italiano come «TecnoDiplomazia»).

I compiti dell’ambasciatore digitale

L’ambasciatore digitale svolgerà incarichi simili a quegli degli altri ambasciatori danesi – con cui lavorerà a stretto contatto, probabilmente condividendone lo staff – e porterà avanti negoziati per conto del Paese. Inoltre, discuterà con le aziende tech su tematiche quali la sicurezza dei dati e la privacy. «La tecnologia fa parte della vita quotidiana dei cittadini danesi», ha detto il ministro in un’intervista al Washington Post. «Dobbiamo smetterla di guardare al passato e iniziare a pensare a come potrebbe essere il mondo nel futuro».

Le compagnie tech come grandi nazioni

A detta di Samuelsen, società come Apple, Facebook e Microsoft possono essere considerate delle vere e proprie nazioni. Nel 2015 le compagnie tech statunitensi hanno incassato 215,6 miliardi di dollari (circa 200,8 miliardi di euro), una cifra superiore all’intero Pil annuo di Grecia e Portogallo. «Apple, per esempio, ha un valore maggiore di tutte le aziende italiane quotate in borsa messe insieme», ha osservato il ministro. I giganti della Silicon Valley, sostiene il Samuelsen, hanno creato ricchezza e posti di lavoro in quantità maggiore rispetto ad alcuni dei paesi con cui la Danimarca intrattiene rapporti diplomatici. Recentemente Apple e Facebook hanno annunciato che hanno intenzione di costruire grandi data center nel paese scandinavo. «Penso che [l’istituzione di un ambasciatore digitale] rappresenterà un immenso successo per la Danimarca», ha commentato il ministro al Washington Post. «E sono convinto che presto molti altri paesi ci copieranno questa idea».

Guida al neoprotezionismo l’America che esalta Wall Street

trump-protezionismoNel giorno del Muro col Messico, Wall Street segna un record storico con l’indice Dow Jones a quota 20.000. I mercati celebrano la svolta di Donald Trump. America First — slogan che racchiude protezionismo commerciale, nazionalismo economico, restrizioni sugli immigrati — lungi dal provocare incertezze tra gli investitori, ne alimenta l’ottimismo. Siamo agli effetti- annuncio, ma c’è una coerenza implacabile nella raffica di “ordini esecutivi” firmati nei primi tre giorni lavorativi alla Casa Bianca. Molti pensarono che certe proposte erano slogan da comizio elettorale. Lui li smentisce: fa quel che aveva promesso. C’è un disegno organico, un progetto di economia e di società molto diverso dall’America che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni.
MURO, TPP, AUTO
Lunedì ha abbandonato il trattato di libero scambio con l’Asia- Pacifico (Tpp), ha annunciato che rinegozierà il mercato unico nordamericano (Nafta), venerdì riceve Theresa May con un gesto di omaggio a Brexit. È protezionismo commerciale classico. Trump non crede che la riduzione delle barriere agli scambi abbia giovato all’economia americana. Ai chief executive dell’automobile ha proposto un modello alternativo: smettetela di costruire fabbriche nei paesi emergenti, rimpatriate la produzione, io vi ricompenso con meno tasse sui profitti e meno regole anti-inquinamento. Per chi non obbedisce c’è la minaccia di super-dazi sulle importazioni. Il Muro col Messico? Per ora è un annuncio simbolico, peraltro un pezzo di fortificazione esiste già e la fece costruire Bill Clinton. Ma siamo ancora nell’ambito del protezionismo, questa volta “demografico”. Il segnale di Trump è una priorità ai bisogni degli americani, sposando la tesi che gli immigrati creano insicurezza.
È POSSIBILE RITIRARSI DENTRO GLI STATI-NAZIONE?
Quale America e quale mondo prefigura Trump? Nulla che non sia già accaduto. I più pessimisti evocano un ritorno agli anni Trenta, quando la Grande Depressione fu propagata e aggravata da misure protezionistiche e rappresaglie (in Italia ci fu l’autarchia mussoliniana). C’è un precedente meno apocalittico: gli anni Cinquanta, segnati da un commercio estero più controllato, con restrizioni valutarie e limiti ai movimenti di capitali. Un moderato protezionismo commerciale fu praticato da Ronald Reagan, convinse la Toyota a costruire auto in America. Per l’immigrazione, l’attuale apertura degli Stati Uniti è frutto di una svolta recente, alla metà degli anni Sessanta; prima ci furono periodi di chiusura, con restrizioni drastiche verso alcune etnie. Nel mondo contemporaneo ci sono modelli nazionali che scoraggiano l’immigrazione (Cina, Giappone, di recente l’Australia).
TRUMP NON È L’UNICO ANTI-GLOBAL
La critica agli effetti nefasti della globalizzazione esplose nel 1999 con la protesta di Seattle contro un vertice del Wto. C’è sempre stata un’opposizione di sinistra al liberoscambismo. Bernie Sanders l’ha ereditata da Occupy Wall Street e in campagna elettorale ha detto cose simili a Trump. Tra gli economisti i premi Nobel Angus Deaton e Joseph Stiglitz denunciano da anni la “redistribuzione alla rovescia” che ha accompagnato la globalizzazione: pur riducendosi le diseguaglianze Nord-Sud o Occidente- Oriente, sono peggiorate all’interno di ciascuna nazione. L’impoverimento della classe operaia poi del ceto medio; l’inversione delle aspettative coi figli destinati a stare peggio dei genitori, coincidono con una concentrazione dei benefici a vantaggio di ristrette élites (grandi azionisti e top manager, dalla finanza alla Silicon Valley). Trump ha cavalcato un disagio diffuso, incarna un nazionalismo economico di destra, ma ci sono convergenze con la sinistra.
A CHI FA MALE IL PROTEZIONISMO?
La crescita non è un gioco a somma zero in cui se tu ti arricchisci io divento più povero; l’aumento degli scambi diffonde benefici a tutte le nazioni; se invece io alzo le barriere e pretendo di consumare solo ciò che produco in casa mia, alla fine gli altri faranno lo stesso, le industrie esportatrici saranno rovinate e ci ritroveremo tutti più poveri. Questo è l’argomento classico contro il protezionismo in nome delle regole dell’economia di mercato: se io sono aperto a comprare i prodotti altrui, gli altri compreranno i miei, è un circolo virtuoso. La pratica è diversa dai manuali accademici. Anche nella globalizzazione ci sono protezionismi nascosti (vedi la Cina) che non hanno reso perfettamente reciproche le aperture dei mercati. Inoltre è mancato un elemento del circolo virtuoso: la globalizzazione non ha esportato diritti, le potenze emergenti come la Cina non hanno adottato le nostre libertà sindacali. Peggio ancora, paesi straricchi come Inghilterra e Lussemburgo hanno fatto “dumping fiscale” attirando le multinazionali nei paradisi dell’elusione.
GUERRA ASIMMETRICA (E POVERA ITALIA)
Così come alcune nazioni (Cina) hanno guadagnato più di altre dalla globalizzazione, per lo stesso motivo qualcuno può trarre almeno a breve termine dei vantaggi da una retromarcia. Gli Stati Uniti hanno un vasto mercato interno, e sono in deficit commerciale da sempre verso Cina, Germania. Perciò sono un caso da manuale in cui un ritorno ai dazi può dare benefici, almeno nell’immediato. L’Italia sta dal lato delle economie estroverse ed esportatrici come la Germania. L’euforia di Wall Street si spiega anche così: i mercati scommettono che il mix trumpiano di nazionalismo economico, sgravi fiscali, investimenti pubblici (armamenti e infrastrutture), deregulation, possa dare stimolo a crescita e profitti. Nel lungo termine il rischio è che gli altri rispondano con rappresaglie, danneggiando perfino un’economia grossa e relativamente autosufficiente come gli Usa. C’è la variante bluff: poiché l’America ha meno da perdere, la minaccia del protezionismo può costringere la Cina a una maggiore reciprocità?
CONSUMATORI O LAVORATORI
È il dilemma antico della globalizzazione. Il made in China (o in Vietnam, Bangladesh, Messico, Romania) mi costa meno e quindi è un beneficio per me in quanto consumatore, rafforza il potere d’acquisto. Ma se io lavoro in un settore che viene smantellato e spostato in un paese emergente, il mio potere d’acquisto crolla. Questo dilemma ha una versione “macro”. La globalizzazione ha creato un mondo di deflazione, prezzi fermi o calanti, che contribuiscono al ristagno. Trump può fabbricare inflazione, cosa che non sono riusciti a fare le banche centrali stampando moneta e comprando bond. Tutti gli scenari sono sconvolti.
MERCI O MIGRANTI
Una contraddizione c’è fra Muro e protezionismo commerciale. È più facile ridurre i flussi migratori se i paesi emergenti possono esportare merci anziché esseri umani. L’emigrazione di messicani si è ridotta quando l’economia del loro paese è andata meglio. Chiudere le frontiere alle merci e anche agli immigrati è dirompente. I problemi sono acuti per alcuni settori: Apple ha una complessa catena di fornitori di componenti elettronici sparpagliati nel mondo intero, rilocalizzare tutto negli Stati Uniti è difficile. Inoltre la Silicon Valley, così come altri settori dell’economia Usa, nell’immigrazione qualificata ha trovato un motore di dinamismo, creatività.
Federico Rampini
La Repubblica 26 gennaio 2017

Viaggio al termine della democrazia

demokCome il romanzo e la borghesia, i due migliori prodotti della modernità occidentale, anche la democrazia da quando esiste è in crisi: si interroga sempre e in continuazione su se stessa mentre lotta per la propria (non garantita) esistenza. Questa volta però, nel quarto lustro del Ventunesimo secolo, forse non siamo più a una qualche correzione di rotta e aggiustamento delle procedure. Molti studiosi concordano ormai sull’ipotesi che siamo nel “dopo la democrazia”.

O meglio, avanza l’idea che qui in Occidente sia finita la democrazia come l’abbiamo conosciuta e immaginata a partire dal Secolo dei Lumi e fino alla globalizzazione. E ancora, fin dall’irruzione dei partiti di massa sulla scena politica (una forma di “parlamentarizzazione” della lotta di classe, altrimenti cruenta perché i proletari erano trattati alla stregua di “selvaggi” come i popoli colonizzati; e basti pensare a Bava Beccaris o al massacro dei comunardi di Parigi) a partire dall’ingresso dei partiti socialisti nel gioco parlamentare dunque, eravamo convinti che ci fosse un nesso intimo tra le seguenti categorie: progresso, libertà, democrazia, crescita economica, scolarizzazione di massa, emancipazione. Le cose andavano insieme, più libertà e più consumi; più democrazia e maggiore crescita economica e personale e via coniugando.

Certo, le guerre mondiali e i fascismi hanno segnato dei passi indietro, ma dal 1945 regnava in Occidente una specie di stabile e progressiva convergenza tra il liberalismo e la socialdemocrazia (due avversari storici): più profitti e più uguaglianza, più libertà e più garanzie dei lavoratori e fino all’apoteosi, quasi hegeliana, dei diritti umani nel 1989. Poi, all’improvviso tutto è finito. I nostri figli vivranno peggio di noi; il voto non stabilisce legame tra gli eletti e i cittadini; il lavoro è precario quando c’è; e il futuro appare come una minaccia angosciante e non più come promessa e magnifica immaginazione. Del progresso nessuno parla se non per dire che è “cane morto” e illusione del passato, il sol d’avvenire è spento e i politici sembrano figuri grotteschi, dediti a celebrare riti vuoti dal punto di vista semantico, perché incapaci di suscitare un motto di identificazione con chi ci dovrebbe rappresentare (e basti pensare all’immagine delle consultazioni quirinalizie poche settimane fa).

E allora, cosa ci aspetta? L’abbiamo chiesto a studiosi, filosofi, scienziati della politica. A partire da Zygmunt Bauman. Ma prima di sentirlo, due ulteriori premesse. Nel 1991 Christopher Lasch, storico americano scomparso ventidue anni fa, in un libro “Il paradiso in Terra” (Neri Pozza) in cui dava addio all’illusione appunto del progresso, citava un’osservazione di George Orwell (del 1940) per cui mentre le democrazie offrirebbero agiatezza e assenza di dolore, Hitler offriva lotta e morte; e ancora, nell’ultimo anno dell’Ottocento, Georg Simmel, sociologo tedesco cantore della metropoli con il suo caos e il denaro come la misura di tutto, diceva di comprendere comunque i laudatori dei valori all’antica e dei gesti eroici. E allora, anche oggi, di fronte alla Babele del pianeta globalizzato, stiamo cominciando (sotto le mentite spoglie dei populismi) a rivalutare il valore della comunità chiusa, isolata e retta da un uomo forte?

La risposta di Bauman è sì. Il sociologo parte dalla nozione di “retrotopia”, utopia retroattiva: richiamo a un passato mitico, inventato e che si presenta come la più seducente possibilità di fuga dalla angustie di un incerto presente. La retrotopia spiega per esempio il successo di Trump. Il presidente eletto non ha offerto, appunto, alcuna visione di un futuro migliore, di avanzamento della condizione della gente (come un Roosevelt o un Kennedy): il suo messaggio è invece quello di ripristinare il “glorioso” passato degli States rurali e proletari, non contaminato dal linguaggio politicamente corretto delle élite mondializzate, attente alle “regole”; regole incomprensibili però per l’uomo comune che così si sente escluso e non all’altezza di competere per il proprio posto al sole.

Le élite politiche, a loro volta, non sono in grado di mantenere le promesse fatte. E non lo sono perché abbiamo a che fare con «il divorzio tra il potere e la politica». Il potere è sempre meno legato al territorio, sempre più rappresentato da entità astratte e immateriali (banche, finanza, mercati). Tutto questo crea frustrazione, ricerca del colpevole, del capro espiatorio, desiderio di tornare dalla “condizione cosmopolita” (teorizzata già oltre un secolo fa da austromarxisti e da socialisti del Bund ebraico) verso una comunità chiusa e dove è possibile un’illusoria ed estrema semplificazione. Chiusura e semplificazione (accresciute dalla paura dei migranti) che si trasformano nel desiderio di un “uomo forte”. Dice Bauman: «Forse la parola democrazia non sarà abbandonata, ma sarà messa in questione la classica tripartizione di potere tra l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario». Addio, dunque Montesquieu: porte spalancate a possibili forme dittatoriali. Anche perché, «perfino la speranza è stata privatizzata».

Ma forse Bauman, non teorico dell’azione, ma critico dell’esistente è troppo pessimista (in realtà, in privato ammette di sperare in una rinascita della sinistra cosmopolita). Forse occorre aggrapparsi alle parole di Chantal Mouffe, belga, celebre per i suoi studi sul populismo e sul concetto dell’egemonia, quando parla della necessità di tornare a una sinistra antagonista e che rigetti il compromesso liberal-socialdemocratico. O forse ha ragione Pierre Rosanvallon, politologo francese, tra i più rinomati che va ripetendo che non siamo più in democrazia (“Controdemocrazia. La politica nell’era della sfiducia”, “Le Bon Gouvernement”) e propone misure concrete di resistenza. Tra queste: sorvegliare, vigilare, controllare il potere e «parlar chiaro e dire la verità». E con quest’ultima parola d’ordine torna alle ricerche di Michel Foucault sulla “parresia”, il dire ciò che si pensa dei Greci ai tempi di Pericle, virtù cittadina e mezzo di opposizione alle tentazioni di ogni tirannide.

Fin qui la speranza, perché Rosanvallon dice anche che la vecchia idea di un parlamento che legifera e un governo che esegue non esiste più, perché il potere politico è ormai in mano all’esecutivo e cresce la voglia di presidenzialismo ovunque. Gli fa eco David Van Reybrouck, uno studioso che arriva a teorizzare il sorteggio di persone chiamate a decidere delle cose della politica, come avveniva appunto ad Atene, tanto da aver scritto un libro intitolato “Contro le elezioni” (e aggiunge: «Gli eletti sono élite»). Dice Donatella Di Cesare, professoressa di Filosofia teoretica a La Sapienza e femminista con forti tendenze anarchiche: «La democrazia è l’ultimo tabù. Nessuno osa metterlo in questione, eppure bisogna cominciare a farlo se non vogliamo la catastrofe e se desideriamo preservare le nostre libertà». Indica l’America per dire: «La democrazia sta diventando dinastia».

E allora che fare? «Rendere la democrazia più femmina e meno maschio. Accettare, in questi tempi di mondializzazione e di flussi di migranti, una sovranità limitata, condizionata, distaccata dall’ossessione identitaria, aperta invece ad Altri. Chi esalta la sovranità rigida, finirà per rinunciare alla libertà in nome appunto della mera sovranità. Io lo temo». Lo teme pure Jan Zielonka docente a Saint Antonys College, a Oxford, alla Cattedra intitolata a Ralph Dahrendorf, per decenni pontefice massimo del liberalismo. Da Varsavia, dove si trova in vacanza, al telefono conferma: «Sta vincendo la controrivoluzione. Certo, l’ondata controrivoluzionaria avanza grazie a elezioni e non con putsch militari o barricate, ma pensare che si possa tornare indietro verso il rassicurante mondo della democrazia liberale è una follia».

A questo punto non resta che fare un po’ di ordine e ripetere la domanda: che fare? La parola va a Emmanuel Todt, personaggio geniale, controverso, poliedrico, storico «della lunga durata» (così si autodefinisce), che prima di esplicare il suo pensiero ci tiene a presentarsi come prosecutore delle tradizioni della «vecchia borghesia israelitica patriottica». Usa questa definizione desueta per sottolineare la sua impermeabilità alle mode identitarie, perché poi difende una certa idea di identità. Otto anni fa Todt pubblicò un libro intitolato “Après la démocratie” (dopo la democrazia). Oggi dice: «La storia dell’Occidente non coincide con la storia della democrazia». E anche: «La democrazia era legata alla diffusione del sapere a alfabetizzazione delle masse», per arrivare ad affermare: «Oggi invece le élite, minacciate da un popolo ormai in grado di leggere e scrivere cercano di stabilire comunque la differenza culturale. E così tradiscono la democrazia, dicendo che chi vota Trump o Brexit è ignorante». Rimarca: «La democrazia comunque non esiste più. È morta assieme alla globalizzazione e all’euro, ai flussi migratori incontrollati. Se io non sono padrone della moneta e del territorio, non posso esercitare i miei diritti democratici». Ripete: «Non sono uno xenofobo, ho in odio il Front national, ma mi preme dire ciò che penso».

E allora, davvero è finita la democrazia? Conclude Ilvo Diamanti. Che dice due cose fondamentali. La prima: la democrazia è una forma di potere, di “cratos”, non può dunque essere parziale e deve anzi corrispondere a un territorio abitato e gestito da una popolazione di cittadini (una constatazione non del tutto ovvia ai tempi del mondo globale). In altre parole: la responsabilità, principio della democrazia contempla la delimitazione, quindi l’esistenza dei confini. La seconda: la forma della democrazia corrisponde alla tecnologia della comunicazione. Ai tempi dei notabili, l’arena era il parlamento e i partiti nascevano nelle Aule delle assemblee, elette per lo più per censo. Poi sono subentrati i partiti di massa e si è passati alla piazza e ai giornali. Lo stadio successivo è stata la personalizzazione e il leaderismo e siamo alla tv. Oggi a queste forme (nessuna del tutto scomparsa) va aggiunta la Rete. E siamo alla “democrazia ibrida”. Aggiunge: «La Rete permette qualcosa che assomiglia alla democrazia immediata, dove la deliberazione e l’esecuzione avvengono contestualmente. Ma la democrazia ha bisogno delle mediazioni, là dove invece è immediata e radicale (come nell’utopica visione giacobina o ad Atene del V secolo avanti Cristo) tende ad abolire se stessa». La abolirà? «Penso», risponde, «che vivremo in un mix tra democrazia mediata e immediata». E non è un futuro rassicurante.

Wlodek Goldkorn

http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/12/22/news/viaggio-al-termine-della-democrazia-1.292001?ref=fbpr

La sola legalità non basta

legalità[2]In una famosa novella di Heinrich von Kleist si narra il caso di Michele Kohlaas, un mercante di cavalli vissuto a metà del sedicesimo secolo. Onesto e buon cittadino, rispettoso delle leggi, ma eccessivo in una virtù. «Il senso di giustizia fece di lui un brigante e un assassino». Offeso da un arrogante castellano, e derubato di due morelli, Kohlhaas, non ottenendo sollecita riparazione, arma bande, mette a ferro e fuoco le province, turba la quiete e l’ordine pubblico. Alla fine della vicenda, il castellano è condannato, il danno risarcito; ma Kohlhaas sale il patibolo per la rottura della pace pubblica. Questa cronaca ripropone l’antica antitesi fra legalità e giustizia, fra norme dettate dall’autorità pubblica e principî parlanti nell’intimità della coscienza. Kohlaas — e così la figura mitica di Antigone — obbedisce alla voce interiore, ma viola la legge e soggiace alla pena. La legalità trova dinanzi a sé un altro principio, che si leva con la violenza, e così apre un conflitto. La pace, rotta dalla violenza, è ristabilita mediante l’esercizio della forza (se vogliamo chiamare forza la «violenza» della legalità).

Il principio di legalità è accompagnato dal conflitto, dall’urto continuo con altre potenze, destinate a vincere o a soccombere. La legalità — cioè l’ordine giuridico di uno Stato — è sempre vigilante e armata, poiché sa che vive in assiduo conflitto, ed ogni giorno è chiamata a difendersi e ad imporsi.

Sono almeno tre i fattori, che ne garantiscono la tutela. La legalità non sta a sé, ma presuppone ed esige l’ethos della convivenza, o ciò che in altri tempi, e con dischiusa sincerità, era chiamato il senso dello Stato. Non si osservano le leggi perché sono leggi, ossia comandi rivolti da uomini ad altri uomini, ma perché sono espressione di uno Stato, dell’unità storico-politica, in cui ci è dato di vivere. È quasi banale avvertire che si osservano le leggi per convivere, e non si convive per osservare le leggi, le quali sono soltanto duri strumenti e mezzi spesso dolorosi. La caduta di senso dello Stato, appunto di questa umana necessità di «stare» insieme, riduce e infiacchisce il principio di legalità, che, lasciato da solo e privo di appoggi storico-politici, porge all’individuo l’unico e crudele volto del comando e della forza coercitiva. La legalità non è separabile dal consapevole e reciproco vincolo della convivenza. Quando ne sia separato, la legalità può diventare strumento di partito, di classe, di ceto burocratico: indocile arma contro i nemici, poiché subito, caduta in altre mani, si rivolta contro i possessori di ieri e li trascina nel suo vortice. Forse così ha origine la massima francese La legalité tue,» la legalità uccide, più volte rammentata da Carl Schmitt in pagine di critica al positivismo giuridico.

L’altro fattore, ma secondario rispetto all’ethos della convivenza, è la razionale stabilità delle leggi. La legalità ha bisogno di «durata»: norme mutevoli, incerte, oscure, precarie, non suscitano né fiducia né paura dei destinatari. Le leggi, come terreno saldo e sicuro su cui si svolge la convivenza, o durano nel tempo, o, dissolvendosi nell’occasionalità parlamentare, perdono qualsiasi autorità di comando. Una legalità, sottoposta a continui mutamenti e revisioni, e dunque mutevole nel suo contenuto imperativo, non può stabilire alcun vincolo di fiducia e di lealtà civica. È merce tra le merci di consumo. L’ossessiva volontà di riforma, e l’«accelerazione delle procedure parlamentari, lasciano talvolta l’immagine di una macchina, che funzioni senza sosta e senza meta, capace di «lavorare» qualsiasi materiale, e pronta a piegarsi al padrone di turno. Questa macchina può produrre leggi, ma non generare né rinsaldare legalità. La novella di Kleist insegna che la legalità viene ristabilita, e trionfa sulla «ragion fattasi» turbatrice della pace pubblica, soltanto se infligge sanzioni anche all’arrogante castellano. E così appare come indissociabile dall’eguaglianza: la legge può essere eguale per tutti, e dunque da tutti osservata, soltanto se tutti sono eguali dinanzi alla legge. Questo è il terzo elemento costitutivo della legalità, e, a ben riflettere, dipende da chi applica le leggi e così garantisce l’eguaglianza.

Natalino Irti

Corriere della Sera

  • 19 giugno 2016
  • L’Europa ha bisogno di una frontiera unica

    schenL’Europa avrà presto o tardi una unica frontiera, quella esterna. Negli ultimi tre mesi dello scorso anno, circa un milione di persone ha varcato illegalmente i confini europei e su quei confini, dal 1988, sono morte circa 28 mila persone. Sono problemi che non possono essere gestiti da un solo Paese, ad esempio dalla Grecia o dall’Italia, anche perché la maggior parte dei migranti non vuole stabilirsi in queste nazioni, ma attraversarle per stabilirsi in altre, più al Nord.

    Singoli Stati si oppongono alla cessione di sovranità che questo comporta, ma dovranno necessariamente cedere, perché la storia ha dimostrato che le migrazioni esercitano pressioni alle quali anche l’enorme muro innalzato tra Stati Uniti e Messico non riesce a resistere. Occorre, quindi, cooperare. E per cooperare l’Unione Europea ha istituito due organismi. Il primo è l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione (Frontex), operante dal 2004. Il secondo è l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo, del 2010. Questi uffici agiscono in collaborazione con l’Europol. Per capire l’importanza della loro azione, ricorderò che Frontex ha solo in Grecia più di 700 addetti e altri ne sta cercando.

    L’idea di nazione è associata a un territorio delimitato da una frontiera, un confine, entro il quale si esercita la sovranità dello Stato. Il confine è un elemento di organizzazione dello spazio, opera come un dispositivo di inclusione e di esclusione.

    Ma territorio e confini si indeboliscono. Le comunicazioni superano i territori e non possono essere tenute completamente sotto controllo dagli Stati (basti pensare a Internet). I confini sono sempre più porosi: vengono varcati, si perdono, si rafforzano, avanzano, arretrano, si ridefiniscono. Sono ogni giorno superati da una enorme quantità di merci. Il commercio internazionale, misurato dall’Organizzazione mondiale del commercio in dollari, nel 2014 ammontava a 19 trilioni (merci) e 5 trilioni (servizi). In altri casi, i confini scompaiono: quelli tra la Siria e l’Iraq, nella zona sotto il controllo di fatto del cosiddetto Stato Islamico, non esistono più.

    Vi sono poi frontiere che arretrano e frontiere che avanzano. Nel 1996, pur rimanendo fermi i confini cartografici, i confini definiti degli Stati Uniti, ai fini dell’immigrazione, sono stati arretrati di 100 miglia. Gli immigrati irregolari colti entro le 100 miglia dalla frontiera cartografica vengono trattati come se stessero sulla linea di confine.

    In altri casi, le frontiere sono spostate in avanti. Ad esempio, la guardia costiera americana, operando fuori delle acque territoriali, ha intercettato nel 1991 imbarcazioni che trasportavano migranti che fuggivano da Haiti verso la Florida e li ha riportati ad Haiti, rimpatriandoli con la forza, senza assicurarsi che non fossero rifugiati.

    Infine, si ridisegnano le frontiere dell’Unione Europea. Il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea ha previsto un sistema integrato di gestione delle frontiere esterne. La Convenzione di Schengen, entrata in vigore nel 1995, e il codice frontiere di Schengen del 2006 hanno disciplinato frontiere esterne e frontiere interne, regolando le verifiche da compiere, disponendo comuni regole su visti e diritto di asilo. Alla Convenzione di Schengen partecipano 22 Paesi membri dell’Unione Europea e quattro Paesi esterni (Islanda, Liechtenstein, Norvegia, Svizzera). È allo studio della Commissione europea la creazione di una Guardia europea delle frontiere e delle coste comunitarie.

    Il dibattito in corso sull’applicazione del trattato di Schengen verte sul ruolo che debbono giocare le frontiere interne rispetto a quelle esterne. Gli Stati europei centrali richiedono a quelli periferici di gestire l’immigrazione, quelli periferici che questo avvenga a carico dell’Unione e con la distribuzione degli immigrati tra i diversi Paesi europei. Pretendere, in questa situazione magmatica, di irrigidire i vecchi confini nazionali, invece di cooperare per il rispetto di una unica frontiera, è illusorio.

    Sabino Cassese

    Corriere della  Sera,  3 marzo 2016

    http://www.corriere.it/cultura/16_aprile_03/europa-ha-bisogno-una-frontiere-unica-12083cee-f902-11e5-b97f-6d5a0a6f6065.shtml

    Riad – Teheran a confronto

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    ARABIA SAUDITA

    DEMOCRAZIA

    L’ultimo rapporto di Freedom House sulla democrazia conta l’Arabia tra i 12 Paesi peggiori al mondo per i diritti civili e politici. È una monarchia assoluta dove si applica la sharia (la legge islamica). Non c’è Carta costituzionale: il Corano e la Sunna (la tradizione del Profeta Maometto) sono la Costituzione. Il governo è nominato dal re, vietati i partiti politici, il dissenso è criminalizzato. Ogni 4 anni, il re nomina il Majlis al Shura, un parlamentino consultivo di 150 membri. L’unico caso di voto popolare è quello per i consigli municipali. Alle ultime elezioni, l’affluenza era irrisoria: 700 mila su 30 milioni

    LIBERTA’

    Il regime saudita controlla contenuti e quote di proprietà dei media (è saudita Al Sharq Al Awsat, il più diffuso quotidiano arabo). È vietato ai media offendere le autorità politiche e religiose. Nel tentativo di limitare l’influenza dei nuovi media ha bloccato l’accesso a oltre 400 mila siti web considerati immorali o politicamente sensibili. Dal 2011 è necessaria una licenza per aprire blog e siti web. I social media non sono bloccati ma molti scrittori e attivisti sono stati incarcerati. È anche vietata ogni pratica pubblica di religioni diverse dall’Islam (e vi sono limitazioni per gli sciiti) e la diffusione dell’ateismo

    DONNE

    Per la prima volta a dicembre le donne saudite hanno votato e si sono candidate nelle elezioni municipali: 20 hanno vinto. Nel 2013, in 30 sono entrate nel parlamentino consultivo. Nel 2012 due hanno partecipato alle Olimpiadi. Nel 2011 il governo ha ordinato di assumerle nei negozi di lingerie. Passi storici, ma le donne sono tuttora trattate come minorenni: è vietato guidare, possono lavorare, studiare, viaggiare, curarsi in ospedale solo con l’assenso del «guardiano» (marito, padre o figlio). Spetta loro la metà dell’eredità dei fratelli; la testimonianza di un uomo è pari a quella di due donne. Molte studiano ma l’occupazione femminile è al 15%

    CULTURA

    In Arabia Saudita non esistono cinema ma i film e le serie tv sono accessibili via canali satellitari, video, Internet. Il principe saudita Walid bin Talal ha un canale tv importantissimo, Mbc, con sede a Beirut e finanzia generosamente il cinema egiziano. La cultura e le arti pongono l’enfasi sulle tradizioni, non solo coraniche: c’è un importante festival di corsa dei cavalli, inaugurato spesso dal re in persona; le gare di poesia nabati, un genere beduino, sono popolari. I giovani crescono in una società tribale e collettivista, ma anche ascoltando musica in Rete e superando i muri via Instagram, Snapchat, Twitter

     

    IRAN

    DEMOCRAZIA

    Freedom House indica l’Iran tra i «Paesi non liberi», un gradino sopra l’Arabia Saudita. Ci sono un presidente e un Parlamento, ma la Guida suprema è in cima alla piramide del potere politico e religioso. È comandante delle forze armate, dirige la politica estera, nomina il capo della magistratura, della tv di Stato, la metà dei membri del Consiglio dei Guardiani (gli altri sei li nomina il capo della magistratura). Il Consiglio ha potere di veto sui candidati alle elezioni. Solo ai partiti fedeli all’ideologia della Repubblica Islamica è permesso operare. Nella Costituzione, basata su quella del 1907, è stato inserito il principio di preminenza della sharia

    LIBERTA’

    La tv di Stato è controllata dai conservatori, i giornali e le riviste sono soggetti a censura. Come negli anni Novanta sotto il presidente riformista Khatami, anche dopo l’elezione di Rouhani nel 2013 diversi giornali hanno ricevuto nuove licenze. Ma allo stesso tempo molti sono stati chiusi per ordine delle autorità giudiziarie, come per esempio Zanan (Donne). Diversi giornalisti sono stati arrestati, tra cui il corrispondente del Washington Post. Ma gli intellettuali e gli artisti hanno imparato a «camminare sul filo». Decine di migliaia di siti web sono filtrati, inclusi Twitter e Facebook, eppure sono usati dal presidente e dallo stesso Khamenei.

    DONNE

    In Iran sono politicamente attive sin dai primi del 1900. Il velo è obbligatorio come in Arabia, ma molte iraniane al chador nero preferiscono veli che lasciano scoperta gran parte del capo. Le studentesse superano i maschi in facoltà come Medicina, e sono presenti in quasi tutti i settori lavorativi, nel Parlamento e nel governo (ma non tra i giudici, e le candidate alla presidenza sono state squalificate). La sharia anche qui prevede metà dell’eredità dei fratelli per le figlie; la testimonianza vale la metà di un uomo; in caso di divorzio la custodia dei figli va al marito. Mentre Riad non ha età minima per il matrimonio, in Iran è 13 anni.

    CULTURA

    L’ayatollah Khomeini denunciava la velenosa influenza culturale occidentale. Nel 1979 la teocrazia bandì musica, danza, arte moderna. Il museo nazionale di arte contemporanea di Teheran relegò in cantina i Picasso, Pollock, Warhol. Ma il governo è stato costretto ad allentare le restrizioni. Dopo la morte di Khomeini sono tornati i concerti, poi le opere teatrali. I copioni hanno bisogno di approvazione governativa ma l’Iran è patria di grandi registi da Kiarostami a Farhadi. Le contraddizioni sono tante: sei iraniani sono stati condannati per un video su YouTube in cui danzavano sulle note di Pharrell Williams.

     

    http://www.corriere.it/esteri/cards/riad-teheran-due-islam-confronto/cultura-iran.shtml

     

     

     

     

     

     

     

    I figli degli immigrati italiani per nascita, stranieri per legge

    pnatLe prime notizie del 2016 hanno, secondo tradizione, ricordato gli incidenti da petardi, i veglioni più curiosi e la corsa al record del primo nato.

    I cronisti raccontano ora se il primo bebè, o la prima bebè, siano nati o no da genitori italiani, ma, nel mondo globale queste distinzioni hanno poco senso. I dati della natalità nel nostro Paese sono sconfortanti, e la crisi economica che ci affligge da una generazione mette in fuga le cicogne tricolori. Il Sud ha solo 1,32 nascite per donna, peggio di Centro 1,36 e Nord 1,46 (la popolazione non cresce se la natalità per donna non è almeno di 2,1). La regione più prolifica è il Trentino-Alto Adige, 1,65 figli per donna, davanti la Valle d’Aosta 1,55, e con l’eccezione della Liguria, il Nord affluente fa più bimbi del Mezzogiorno impoverito.

    I bambini nati da genitori arrivati in Italia alleviano il nostro deficit di natalità che, assicura l’Istat, tocca nel 2014 solo 509 mila nastri rosa o azzurri, 5.000 in meno del 2013, record negativo dall’Unità d’Italia. I nostri antenati, malgrado fame, emigrazione, guerre ed epidemie facevano bambini con coraggio e fede. Noi li consideriamo antiquati, o legati all’economia agricola, ma siamo qui grazie alla loro forza.

    Sarebbe dunque un bene che anche in Italia, azzittite le petulanti polemiche di una politica dimentica di valori e numeri, si ragionasse di ius soli, la concessione della cittadinanza ai nati nel Paese, senza penose lungaggini che aumentano il risentimento tra gli immigrati.

    Negli Stati Uniti, secondo il Census Bureau, sotto i 18 anni un cittadino su 4 ha almeno un genitore nato all’estero. Anche gli Usa hanno un saldo di natalità negativo, 1,86 per donna per un totale di 4 milioni di nascite nel 2013, ma le autorità non se ne preoccupano «le emigrazioni legali possono pareggiare i conti». L’obiezione centrale allo ius soli cita la necessità di non diluire il nostro patrimonio culturale, antropologico, religioso davanti a troppe identità straniere. Con grande acume politico la leader del Fronte Nazionale francese, Marine Le Pen, ricorda che «Destra e sinistra non esistono più e la frontiera della politica del XXI secolo è globalizzatori contro patrioti». Le Pen ha ragione su destra-sinistra, ma la vera, radicale, divisione è tra chi accetta di vivere nel mondo globale – «Global» si chiamava un fortunato supplemento di questo giornale, fondato in collaborazione con la rivista americana Foreign-Policy – e chi invece vuol rinchiudersi nel protezionismo economico, nell’intolleranza razziale e religiosa, uno strapaese bigotto che il mercato mondiale presto costringerebbe all’isolamento e all’irrilevanza.

    Tocca quindi a chi ha davvero a cuore il futuro dell’Italia e dell’Europa, impossessarsi dell’analisi di Le Pen, rovesciandola. Morta la dialettica destra-sinistra, il duello è tra nazionalisti e internazionalisti, e tocca a questi ultimi spiegare all’opinione pubblica, senza snobismi saccenti, che il vero patriota, italiano, europeo, americano del presente, sa guardare al mondo senza paura. Il nostro inno nazionale ricorda nei suoi versi popoli lontani che ci furono fratelli nel Risorgimento, quando Garibaldi combatteva in Sicilia con gli ungheresi Tukory e Turr.

    Festeggiamo serenamente i bimbi nati a Capodanno in Italia da genitori stranieri. Averli tra di noi, ragionare di come renderli cittadini non significa perdere la nostra identità nazionale. Al contrario, tutto ciò che di prezioso ha l’essere «italiani», lingua, tradizioni religiose cattolica, protestante, ebraica, la cultura, lo sport, la cucina, la famiglia, il saper essere eleganti con poco, l’adattarsi alle difficoltà, l’allegria spavalda, tutto può essere, e deve essere, insegnato, preservato e tramandato a nuovi cittadini. Si ha invece l’impressione che proprio i più stentorei nemici dell’accoglienza siano in verità pessimisti sui nostri profondi valori. Vogliono chiuderli nei confini angusti dell’intolleranza perché non credono più, spaventati, che libertà, democrazia, uguaglianza, fratellanza, cultura occidentale siano in grado di farsi amare nel mondo e conquistare, alla fine, anche i nostri nemici, sconfiggendone l’avanguardia fondamentalista armata. Sbagliano e i bambini nati in libertà a Capodanno ne sono la prova. Auguri.

    Gianni Riotta

    La Stampa 3 gennaio 2015

     

    http://www.lastampa.it/2016/01/03/cultura/opinioni/editoriali/i-figli-degli-immigrati-italiani-per-nascita-stranieri-per-legge-s2BLStIV6FztESM003sa6L/pagina.html

     

    http://riotta.it/

     

    Intervista ad Edgar Morin

    prigEdgar Morin, sociologo e filosofo francese, ha di recente scritto un libro su Islam e occidente, «Il pericolo delle idee» con Tariq Ramadan, intellettuale musulmano docente a Oxford, nipote del fondatore dei Fratelli musulmani. A Rimini per il convegno del Centro Studi Erickson sull’educazione, con un intervento sull’Islam e l’integrazione dei bambini musulmani a scuola, parla con il Corriere della Sera di nodi tra i più critici dell’attualità, alla luce degli attentati terroristici di Parigi: il terrorismo, il fondamentalismo, l’islamofobia, la laicità e il laicismo, il conflitto israeliano-palestinese.

     

    Charlie Hebdo dieci mesi fa e adesso questo massacro. Com’è vivere a Parigi oggi?
    «È terribile perché quelli di Parigi non sono stati degli ”attentati”, ma un atto di guerra, con attacchi sincronizzati, coordinati. È la guerra della Siria e del Medio Oriente che è entrata in Francia, si è trasformata in una guerra internazionale, come un cancro che sta producendo metastasi ovunque».

    Lo vede come un attacco alla Francia e alla sua politica estera?
    «La Francia rivendica l’eliminazione di Bashar Al Assad in Siria. Ma l’unico modo per lottare contro questa guerra è fermare il massacro e imporre la pace».

    Qual è l’obiettivo finale?
    «Non bisogna pensare alla ricostruzione della Siria o dell’Iraq: sono Paesi ormai disintegrati. Con la seconda guerra in Iraq, gli americani hanno di fatto completato la distruzione dello Stato iracheno, che si è decomposto e si sono radicalizzate le divisioni tra sciiti, sunniti, curdi. Bisognerebbe invece riprendere la visione di Lawrence d’Arabia, puntare a una grande confederazione araba, basata sulla libertà di religione, di culto, etnica. Ma per farlo dobbiamo costruire la pace in Medio Oriente, isolare il fanatismo di Isis, tagliando alla fonte la forza del terrorismo e dell’orrore che stiamo vivendo».

    I bombardamenti in Siria vanno dunque nella direzione sbagliata?
    «In Siria è importante fermare la guerra. La pace è una missione vitale per tutta l’umanità. Ma serve l’intervento di tutti i Paesi interessati: Stati Uniti, Europa, Russia, Iran».

    Gli attacchi a Parigi sono avvenuti in quartieri che sono modelli di convivenza. Un caso, o una strategia contro la politica assimilazionista della Francia, contro la libertà di religione e di espressione, contro tutte le libertà?
    «Evidentemente sono atti per terrorizzare la popolazione francese e fare del terrore un elemento di divisione nei confronti degli arabi musulmani che vivono in Francia e negli altri Paesi occidentali. Con la crisi sta crescendo l’islamofobia negli occidentali, e negli arabi la sensazione di inferiorità, l’umiliazione, la paura, che può essere un fattore di radicalizzazione. La maggioranza della popolazione arabo-musulmana è molto pacifica, ma nella crisi sociale ed economica vede il tradimento della democrazia, il fallimento della società araba. Si sente anche vittima di pesanti ingiustizie, quando vede usare due pesi e due misure, da un Occidente che aiuta Israele e non i palestinesi, che sono oggetto di colonizzazione. Chi vuole dividere, portare il conflitto all’interno della Francia e degli altri Paesi, spinge molto su queste distorsioni».

    Il terrorismo è diventato un’ideologia?
    «È un problema di fanatismo, non di ideologia. È successo anche in Italia, con le Brigate Rosse, esponenti normali della società diventati allucinati, chiusi nell’idea che con la lotta armata si poteva svegliare il proletariato. Terrorismo non è una parola giusta: è una parola vuota».

    Perché questi fanatici spargono terrore?
    «Perché hanno una fede, un’allucinazione, una follia. Non sono nati terroristi, lo sono diventati, con l’idea di dover fare un servizio in nome di Dio. Il vero problema è come disintossicare le menti allucinate, far loro aprire gli occhi. Ho avuto amici delle Brigate Rosse che quando hanno capito che era una follia si sono trasformati. Dopo il terrorismo può tornare la coscienza. Noi dobbiamo aiutare questa gente affinché prevalga la coscienza e questa è una missione anche dell’insegnamento, dell’educazione».

    Perché tanti giovani occidentali aderiscono alla «guerra santa»? Perché per qualcuno è più attraente andare in Iraq o in Siria a combattere una guerra di altri piuttosto che rimanere qui?
    «In Francia molti giovani emigrati di seconda generazione non si sentono pienamente integrati e pensano che se non possono diventare buoni francesi forse possono diventare buoni islamici. È molto difficile perché vivono una crisi di civilizzazione, ancora più pericolosa della crisi economica. Si è alzato il livello di paura, la gente si è chiusa, pensa che gli immigrati siano l’essenza del male».

    L’integrazione è la parola chiave e la sfida da vincere, oggi. Come affrontare l’argomento con le generazioni più giovani? Quale modello di integrazione adottare in una società in cui più culture e religioni condividono il medesimo spazio sociale anche e soprattutto a scuola?
    «Per favorire l’integrazione è fondamentale insegnare che la multiculturalità fa parte della nostra storia. L’Italia, per esempio, è una nazione multiculturale, fatta da popoli diversi, che si sono integrati dopo l’unità d’Italia, ma non ancora totalmente. C’è gente del Nord che ha una visione razzista degli italiani del Sud. Anche la Francia non ha una razza unica, è frutto dell’integrazione di popoli originariamente molto diversi. La storia ha la possibilità di integrare e l’identità francese, come quella italiana è un’identità spirituale, di adesione a una civiltà. Senza cambiare la storia e il passato, bisogna parlare di questo, dimostrare che le nazioni nascono sulla diversità».

    In Italia non esiste una materia scolastica come «Storia delle religioni», ma solo l’insegnamento opzionale di religione cattolica o l’ora alternativa per chi non è interessato o è, semplicemente, laico. Come parlare ai ragazzi di religioni, tolleranza, multiculturalismo?
    «Bisogna insegnare tutte le religioni, la musulmana e l’induista, la cattolica, il candomblé. Dobbiamo introdurre la conoscenza delle religioni e fare un grande sforzo per capire e far comprendere le diversità. La religione non è, come pensava Voltaire, un’invenzione della cura, ma come diceva Karl Marx, il sospiro della creatura infelice. È l’infelicità umana che alimenta la religione e il punto fondamentale è insegnare perché gli umani hanno bisogno di una speranza, tanto più quanta più infelicità trovano sulla terra. Una questione antropologica. Una mente razionale ha bisogno di capire cos’è la religione e anche di capire che in molte società sviluppate esiste il diritto e la libertà di non credere. Non può funzionare finché ci sono Paesi anche progrediti come il Marocco, che nella propria Costituzione abbracciano la multiculturalità, ma dove non è possibile sostenere pubblicamente di essere “non credenti”

    Attentati di Parigi, Morin: «La guerra del Medio Oriente è arrivata da noi»

    Di Antonella De Gregorio

    Corriere della Sera 15 novembre 2015

    http://www.corriere.it/esteri/15_novembre_15/attentati-parigi-morin-la-guerra-medio-oriente-arrivata-noi-66a3a664-8baa-11e5-85af-d0c6808d051e.shtml

    Il pericolo delle idee

    http://www.erickson.it/Libri/Pagine/Scheda-Libro.aspx?ItemId=41086

    Può esistere un dibattito costruttivo tra due concezioni del mondo e della fede che tutto fa sembrare opposte l’una all’altra? Molti, oggi soprattutto, risponderebbero di no. Eppure questo libro è la prova del contrario, la dimostrazione che, se si ascolta veramente l’altro rispettandone la diversità, il dialogo  può non solo avere luogo ma diventare la chiave di lettura per comprendere il passato e interpretare la complessità del presente.
    Edgar Morin, tra i maggiori pensatori viventi, e Tariq Ramadan, intellettuale  e teologo musulmano molto discusso in Francia per le sue opinioni su islamismo e Occidente, danno vita a una conversazione intensa e autentica, antidogmatica ed estremamente attuale, che tocca i nodi tra i più critici del dibattito contemporaneo: il conflitto israeliano-palestinese, il fondamentalismo, l’antisemitismo e l’islamofobia, la laicità e il laicismo, i diritti delle donne, la globalizzazione…
    In un periodo come quello presente, in cui i principi fondativi della democrazia e del vivere comune sono minacciati e offesi, ciò che rende attuale questo libro è anche ciò che lo rende «pericoloso»: l’ambizione di poter vivere insieme anche essendo diversi, la speranza che la pluralità — di opinioni, fedi, culture — possa non ridursi a scontro fra civiltà. È questo il pericolo delle idee: un rischio che vale la pena assumersi, oggi più che mai.

    Cittadini si nasce o si diventa?

    iusssolliCittadini si nasce o si diventa. Facile a dirsi, difficile a farsi. Non foss’altro perché, quando si tratta di decidere sull’appartenenza al corpo politico, sul potere di cittadinanza, verbi come “nascere” e “diventare” sono oggetto di interpretazioni discordanti e difficilmente riducibili a formule semplici.
    La legge appena approvata alla Camera sul riconoscimento di cittadinanza a residenti non italiani, importante sotto molti aspetti e benvenuta, ne è un esempio. Essa stabilisce che acquisisce la cittadinanza italiana chi è nato nel territorio della repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia in possesso del permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo. Perché chi è nato in Italia abbia diritto alla cittadinanza deve dimostrare che almeno un genitore sia nella norma. La nascita non è sufficiente, dunque, e lo ius soli non è automatico. Il destino del bimbo o della bimba sta se così si può dire nella mani dei genitori (e dello Stato ospitante). Questa regola modera lo ius soli, il quale nella sua connotazione normativa dà priorità alla persona, ovvero ai nati e non a chi li ha messi al mondo. Gli Stati Uniti danno un’idea della radicalità di questo principio se interpretato come diritto del singolo. Nella patria dello ius soli meno annacquato o più genuino, è sufficiente per un bimbo essere nato dentro i confini della federazione per essere cittadino americano. E così può succedere, che genitori stranieri decidano di “regalare” al loro figlio la cittadinanza americana facendolo nascere sul suolo americano. Ciò è sufficiente a richiedere ed ottenere il passaporto, anche se i genitori non sono residenti e anche se sono “clandestini”. Neppure la Francia, il paese europeo più aderente allo ius soli, è così inclusivo e – soprattutto— tanto rispettoso dei diritti della singola persona.
    L’interpretazione di “nascita” e “acquisizione” della cittadinanza è come si vede tutt’altro che semplice. E del resto, questa complessità interpretativa è testimoniata dall’esistenza in Italia di un altro regime di cittadinanza, quello detto dello ius sanguinis: un regime che vale solo per gli italiani etnici, per cui nascere in Argentina o in Australia da genitori di genitori italiani (avere un bisnonno nato in Italia) dà diritto a richiedere il passaporto italiano dopo aver trascorso un breve periodo di residenza nel paese. Per ovvie ragioni, il contesto famigliare è in questo caso determinante.
    Ma perché dovrebbe esserlo anche per lo ius soli? Certo, considerato il fondamento nazionale della cittadinanza nei paesi europei, la legge appena approvata dalla Camera è un passo avanti importante e la reazione della Lega (che ha già annunciato un referendum abrogativo qualora il Senato non cambi il testo) lo dimostra. C’è però da augurarsi che il passo avanti compiuto si faccia più coraggioso, perché la cittadinanza a chi nasce in Italia e non è maggiorenne dipende ancora da una dichiarazione di volontà espressa da un genitore o da chi esercita la responsabilità genitoriale.
    Al di là della moderazione interpretativa del principio dello ius soli, questa nuova legge in discussione presenta inoltre un aspetto di discriminazione che sarebbe fortemente desiderabile correggere, perché stride non soltanto col proclamato principio dello ius soli, ma prima ancora con quello dell’eguale dignità delle persone. Come si è detto, la nascita sul suolo italiano non è sufficiente, se altre condizioni non sono presenti, due in particolare: la frequenza scolastica e la condizione economica della famiglia.
    Nel primo caso, il bambino nato o entrato nel paese prima della maggiore età deve dimostrare di aver frequentato almeno cinque anni di scuola pubblica. Per uno straniero la condizione di alfabetizzazione può aver senso anche perché è nel suo stesso interesse conoscere la lingua del paese. Tuttavia se si tratta di un bambino nato e socializzato in Italia, è davvero giustificabile attendere l’attestato della quinta elementare? La seconda condizione è grave in sé perché introduce un fattore di discriminazione. Torniamo al caso dei nati in Italia, per i quali è necessario che almeno un genitore sia in possesso di “permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo” per richiedere la cittadinanza. Ora, sappiamo che per avere questo permesso, il residente straniero deve dimostrare non solo di aver vissuto in Italia da almeno cinque anni, ma anche di avere un reddito superiore all’assegno sociale (circa mille euro al mese o poco più) e un “alloggio idoneo”. Come possono due bambini nati in Italia essere considerati diversi ai fini della cittadinanza per questioni economiche – di cui non sono tra l’altro responsabili? Come possono due bimbi giustificare a se stessi che solo chi dei due è meno povero merita di essere cittadino? Può essere la povertà una ragione di esclusione? È augurabile che il legislatore veda la contraddizione insita in questa norma rispetto al significato della cittadinanza moderna, per cui è proprio chi ha poco o nessun potere sociale ed economico ad avere più bisogno del potere politico.

    Nadia Urbinati

    Repubblica 15 ottobre 2015

    http://www.libertaegiustizia.it/2015/10/15/cittadini-si-nasce-o-si-diventa/

    Ius soli: tutto quello che c’è da sapere

    http://www.lastampa.it/2015/10/13/italia/cronache/ius-soli-tutto-quello-che-c-da-sapere-uXm3S3ov6iUgMZWnPehTkL/pagina.html