I figli degli immigrati italiani per nascita, stranieri per legge

pnatLe prime notizie del 2016 hanno, secondo tradizione, ricordato gli incidenti da petardi, i veglioni più curiosi e la corsa al record del primo nato.

I cronisti raccontano ora se il primo bebè, o la prima bebè, siano nati o no da genitori italiani, ma, nel mondo globale queste distinzioni hanno poco senso. I dati della natalità nel nostro Paese sono sconfortanti, e la crisi economica che ci affligge da una generazione mette in fuga le cicogne tricolori. Il Sud ha solo 1,32 nascite per donna, peggio di Centro 1,36 e Nord 1,46 (la popolazione non cresce se la natalità per donna non è almeno di 2,1). La regione più prolifica è il Trentino-Alto Adige, 1,65 figli per donna, davanti la Valle d’Aosta 1,55, e con l’eccezione della Liguria, il Nord affluente fa più bimbi del Mezzogiorno impoverito.

I bambini nati da genitori arrivati in Italia alleviano il nostro deficit di natalità che, assicura l’Istat, tocca nel 2014 solo 509 mila nastri rosa o azzurri, 5.000 in meno del 2013, record negativo dall’Unità d’Italia. I nostri antenati, malgrado fame, emigrazione, guerre ed epidemie facevano bambini con coraggio e fede. Noi li consideriamo antiquati, o legati all’economia agricola, ma siamo qui grazie alla loro forza.

Sarebbe dunque un bene che anche in Italia, azzittite le petulanti polemiche di una politica dimentica di valori e numeri, si ragionasse di ius soli, la concessione della cittadinanza ai nati nel Paese, senza penose lungaggini che aumentano il risentimento tra gli immigrati.

Negli Stati Uniti, secondo il Census Bureau, sotto i 18 anni un cittadino su 4 ha almeno un genitore nato all’estero. Anche gli Usa hanno un saldo di natalità negativo, 1,86 per donna per un totale di 4 milioni di nascite nel 2013, ma le autorità non se ne preoccupano «le emigrazioni legali possono pareggiare i conti». L’obiezione centrale allo ius soli cita la necessità di non diluire il nostro patrimonio culturale, antropologico, religioso davanti a troppe identità straniere. Con grande acume politico la leader del Fronte Nazionale francese, Marine Le Pen, ricorda che «Destra e sinistra non esistono più e la frontiera della politica del XXI secolo è globalizzatori contro patrioti». Le Pen ha ragione su destra-sinistra, ma la vera, radicale, divisione è tra chi accetta di vivere nel mondo globale – «Global» si chiamava un fortunato supplemento di questo giornale, fondato in collaborazione con la rivista americana Foreign-Policy – e chi invece vuol rinchiudersi nel protezionismo economico, nell’intolleranza razziale e religiosa, uno strapaese bigotto che il mercato mondiale presto costringerebbe all’isolamento e all’irrilevanza.

Tocca quindi a chi ha davvero a cuore il futuro dell’Italia e dell’Europa, impossessarsi dell’analisi di Le Pen, rovesciandola. Morta la dialettica destra-sinistra, il duello è tra nazionalisti e internazionalisti, e tocca a questi ultimi spiegare all’opinione pubblica, senza snobismi saccenti, che il vero patriota, italiano, europeo, americano del presente, sa guardare al mondo senza paura. Il nostro inno nazionale ricorda nei suoi versi popoli lontani che ci furono fratelli nel Risorgimento, quando Garibaldi combatteva in Sicilia con gli ungheresi Tukory e Turr.

Festeggiamo serenamente i bimbi nati a Capodanno in Italia da genitori stranieri. Averli tra di noi, ragionare di come renderli cittadini non significa perdere la nostra identità nazionale. Al contrario, tutto ciò che di prezioso ha l’essere «italiani», lingua, tradizioni religiose cattolica, protestante, ebraica, la cultura, lo sport, la cucina, la famiglia, il saper essere eleganti con poco, l’adattarsi alle difficoltà, l’allegria spavalda, tutto può essere, e deve essere, insegnato, preservato e tramandato a nuovi cittadini. Si ha invece l’impressione che proprio i più stentorei nemici dell’accoglienza siano in verità pessimisti sui nostri profondi valori. Vogliono chiuderli nei confini angusti dell’intolleranza perché non credono più, spaventati, che libertà, democrazia, uguaglianza, fratellanza, cultura occidentale siano in grado di farsi amare nel mondo e conquistare, alla fine, anche i nostri nemici, sconfiggendone l’avanguardia fondamentalista armata. Sbagliano e i bambini nati in libertà a Capodanno ne sono la prova. Auguri.

Gianni Riotta

La Stampa 3 gennaio 2015

 

http://www.lastampa.it/2016/01/03/cultura/opinioni/editoriali/i-figli-degli-immigrati-italiani-per-nascita-stranieri-per-legge-s2BLStIV6FztESM003sa6L/pagina.html

 

http://riotta.it/

 

Intervista ad Edgar Morin

prigEdgar Morin, sociologo e filosofo francese, ha di recente scritto un libro su Islam e occidente, «Il pericolo delle idee» con Tariq Ramadan, intellettuale musulmano docente a Oxford, nipote del fondatore dei Fratelli musulmani. A Rimini per il convegno del Centro Studi Erickson sull’educazione, con un intervento sull’Islam e l’integrazione dei bambini musulmani a scuola, parla con il Corriere della Sera di nodi tra i più critici dell’attualità, alla luce degli attentati terroristici di Parigi: il terrorismo, il fondamentalismo, l’islamofobia, la laicità e il laicismo, il conflitto israeliano-palestinese.

 

Charlie Hebdo dieci mesi fa e adesso questo massacro. Com’è vivere a Parigi oggi?
«È terribile perché quelli di Parigi non sono stati degli ”attentati”, ma un atto di guerra, con attacchi sincronizzati, coordinati. È la guerra della Siria e del Medio Oriente che è entrata in Francia, si è trasformata in una guerra internazionale, come un cancro che sta producendo metastasi ovunque».

Lo vede come un attacco alla Francia e alla sua politica estera?
«La Francia rivendica l’eliminazione di Bashar Al Assad in Siria. Ma l’unico modo per lottare contro questa guerra è fermare il massacro e imporre la pace».

Qual è l’obiettivo finale?
«Non bisogna pensare alla ricostruzione della Siria o dell’Iraq: sono Paesi ormai disintegrati. Con la seconda guerra in Iraq, gli americani hanno di fatto completato la distruzione dello Stato iracheno, che si è decomposto e si sono radicalizzate le divisioni tra sciiti, sunniti, curdi. Bisognerebbe invece riprendere la visione di Lawrence d’Arabia, puntare a una grande confederazione araba, basata sulla libertà di religione, di culto, etnica. Ma per farlo dobbiamo costruire la pace in Medio Oriente, isolare il fanatismo di Isis, tagliando alla fonte la forza del terrorismo e dell’orrore che stiamo vivendo».

I bombardamenti in Siria vanno dunque nella direzione sbagliata?
«In Siria è importante fermare la guerra. La pace è una missione vitale per tutta l’umanità. Ma serve l’intervento di tutti i Paesi interessati: Stati Uniti, Europa, Russia, Iran».

Gli attacchi a Parigi sono avvenuti in quartieri che sono modelli di convivenza. Un caso, o una strategia contro la politica assimilazionista della Francia, contro la libertà di religione e di espressione, contro tutte le libertà?
«Evidentemente sono atti per terrorizzare la popolazione francese e fare del terrore un elemento di divisione nei confronti degli arabi musulmani che vivono in Francia e negli altri Paesi occidentali. Con la crisi sta crescendo l’islamofobia negli occidentali, e negli arabi la sensazione di inferiorità, l’umiliazione, la paura, che può essere un fattore di radicalizzazione. La maggioranza della popolazione arabo-musulmana è molto pacifica, ma nella crisi sociale ed economica vede il tradimento della democrazia, il fallimento della società araba. Si sente anche vittima di pesanti ingiustizie, quando vede usare due pesi e due misure, da un Occidente che aiuta Israele e non i palestinesi, che sono oggetto di colonizzazione. Chi vuole dividere, portare il conflitto all’interno della Francia e degli altri Paesi, spinge molto su queste distorsioni».

Il terrorismo è diventato un’ideologia?
«È un problema di fanatismo, non di ideologia. È successo anche in Italia, con le Brigate Rosse, esponenti normali della società diventati allucinati, chiusi nell’idea che con la lotta armata si poteva svegliare il proletariato. Terrorismo non è una parola giusta: è una parola vuota».

Perché questi fanatici spargono terrore?
«Perché hanno una fede, un’allucinazione, una follia. Non sono nati terroristi, lo sono diventati, con l’idea di dover fare un servizio in nome di Dio. Il vero problema è come disintossicare le menti allucinate, far loro aprire gli occhi. Ho avuto amici delle Brigate Rosse che quando hanno capito che era una follia si sono trasformati. Dopo il terrorismo può tornare la coscienza. Noi dobbiamo aiutare questa gente affinché prevalga la coscienza e questa è una missione anche dell’insegnamento, dell’educazione».

Perché tanti giovani occidentali aderiscono alla «guerra santa»? Perché per qualcuno è più attraente andare in Iraq o in Siria a combattere una guerra di altri piuttosto che rimanere qui?
«In Francia molti giovani emigrati di seconda generazione non si sentono pienamente integrati e pensano che se non possono diventare buoni francesi forse possono diventare buoni islamici. È molto difficile perché vivono una crisi di civilizzazione, ancora più pericolosa della crisi economica. Si è alzato il livello di paura, la gente si è chiusa, pensa che gli immigrati siano l’essenza del male».

L’integrazione è la parola chiave e la sfida da vincere, oggi. Come affrontare l’argomento con le generazioni più giovani? Quale modello di integrazione adottare in una società in cui più culture e religioni condividono il medesimo spazio sociale anche e soprattutto a scuola?
«Per favorire l’integrazione è fondamentale insegnare che la multiculturalità fa parte della nostra storia. L’Italia, per esempio, è una nazione multiculturale, fatta da popoli diversi, che si sono integrati dopo l’unità d’Italia, ma non ancora totalmente. C’è gente del Nord che ha una visione razzista degli italiani del Sud. Anche la Francia non ha una razza unica, è frutto dell’integrazione di popoli originariamente molto diversi. La storia ha la possibilità di integrare e l’identità francese, come quella italiana è un’identità spirituale, di adesione a una civiltà. Senza cambiare la storia e il passato, bisogna parlare di questo, dimostrare che le nazioni nascono sulla diversità».

In Italia non esiste una materia scolastica come «Storia delle religioni», ma solo l’insegnamento opzionale di religione cattolica o l’ora alternativa per chi non è interessato o è, semplicemente, laico. Come parlare ai ragazzi di religioni, tolleranza, multiculturalismo?
«Bisogna insegnare tutte le religioni, la musulmana e l’induista, la cattolica, il candomblé. Dobbiamo introdurre la conoscenza delle religioni e fare un grande sforzo per capire e far comprendere le diversità. La religione non è, come pensava Voltaire, un’invenzione della cura, ma come diceva Karl Marx, il sospiro della creatura infelice. È l’infelicità umana che alimenta la religione e il punto fondamentale è insegnare perché gli umani hanno bisogno di una speranza, tanto più quanta più infelicità trovano sulla terra. Una questione antropologica. Una mente razionale ha bisogno di capire cos’è la religione e anche di capire che in molte società sviluppate esiste il diritto e la libertà di non credere. Non può funzionare finché ci sono Paesi anche progrediti come il Marocco, che nella propria Costituzione abbracciano la multiculturalità, ma dove non è possibile sostenere pubblicamente di essere “non credenti”

Attentati di Parigi, Morin: «La guerra del Medio Oriente è arrivata da noi»

Di Antonella De Gregorio

Corriere della Sera 15 novembre 2015

http://www.corriere.it/esteri/15_novembre_15/attentati-parigi-morin-la-guerra-medio-oriente-arrivata-noi-66a3a664-8baa-11e5-85af-d0c6808d051e.shtml

Il pericolo delle idee

http://www.erickson.it/Libri/Pagine/Scheda-Libro.aspx?ItemId=41086

Può esistere un dibattito costruttivo tra due concezioni del mondo e della fede che tutto fa sembrare opposte l’una all’altra? Molti, oggi soprattutto, risponderebbero di no. Eppure questo libro è la prova del contrario, la dimostrazione che, se si ascolta veramente l’altro rispettandone la diversità, il dialogo  può non solo avere luogo ma diventare la chiave di lettura per comprendere il passato e interpretare la complessità del presente.
Edgar Morin, tra i maggiori pensatori viventi, e Tariq Ramadan, intellettuale  e teologo musulmano molto discusso in Francia per le sue opinioni su islamismo e Occidente, danno vita a una conversazione intensa e autentica, antidogmatica ed estremamente attuale, che tocca i nodi tra i più critici del dibattito contemporaneo: il conflitto israeliano-palestinese, il fondamentalismo, l’antisemitismo e l’islamofobia, la laicità e il laicismo, i diritti delle donne, la globalizzazione…
In un periodo come quello presente, in cui i principi fondativi della democrazia e del vivere comune sono minacciati e offesi, ciò che rende attuale questo libro è anche ciò che lo rende «pericoloso»: l’ambizione di poter vivere insieme anche essendo diversi, la speranza che la pluralità — di opinioni, fedi, culture — possa non ridursi a scontro fra civiltà. È questo il pericolo delle idee: un rischio che vale la pena assumersi, oggi più che mai.

Cittadini si nasce o si diventa?

iusssolliCittadini si nasce o si diventa. Facile a dirsi, difficile a farsi. Non foss’altro perché, quando si tratta di decidere sull’appartenenza al corpo politico, sul potere di cittadinanza, verbi come “nascere” e “diventare” sono oggetto di interpretazioni discordanti e difficilmente riducibili a formule semplici.
La legge appena approvata alla Camera sul riconoscimento di cittadinanza a residenti non italiani, importante sotto molti aspetti e benvenuta, ne è un esempio. Essa stabilisce che acquisisce la cittadinanza italiana chi è nato nel territorio della repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia in possesso del permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo. Perché chi è nato in Italia abbia diritto alla cittadinanza deve dimostrare che almeno un genitore sia nella norma. La nascita non è sufficiente, dunque, e lo ius soli non è automatico. Il destino del bimbo o della bimba sta se così si può dire nella mani dei genitori (e dello Stato ospitante). Questa regola modera lo ius soli, il quale nella sua connotazione normativa dà priorità alla persona, ovvero ai nati e non a chi li ha messi al mondo. Gli Stati Uniti danno un’idea della radicalità di questo principio se interpretato come diritto del singolo. Nella patria dello ius soli meno annacquato o più genuino, è sufficiente per un bimbo essere nato dentro i confini della federazione per essere cittadino americano. E così può succedere, che genitori stranieri decidano di “regalare” al loro figlio la cittadinanza americana facendolo nascere sul suolo americano. Ciò è sufficiente a richiedere ed ottenere il passaporto, anche se i genitori non sono residenti e anche se sono “clandestini”. Neppure la Francia, il paese europeo più aderente allo ius soli, è così inclusivo e – soprattutto— tanto rispettoso dei diritti della singola persona.
L’interpretazione di “nascita” e “acquisizione” della cittadinanza è come si vede tutt’altro che semplice. E del resto, questa complessità interpretativa è testimoniata dall’esistenza in Italia di un altro regime di cittadinanza, quello detto dello ius sanguinis: un regime che vale solo per gli italiani etnici, per cui nascere in Argentina o in Australia da genitori di genitori italiani (avere un bisnonno nato in Italia) dà diritto a richiedere il passaporto italiano dopo aver trascorso un breve periodo di residenza nel paese. Per ovvie ragioni, il contesto famigliare è in questo caso determinante.
Ma perché dovrebbe esserlo anche per lo ius soli? Certo, considerato il fondamento nazionale della cittadinanza nei paesi europei, la legge appena approvata dalla Camera è un passo avanti importante e la reazione della Lega (che ha già annunciato un referendum abrogativo qualora il Senato non cambi il testo) lo dimostra. C’è però da augurarsi che il passo avanti compiuto si faccia più coraggioso, perché la cittadinanza a chi nasce in Italia e non è maggiorenne dipende ancora da una dichiarazione di volontà espressa da un genitore o da chi esercita la responsabilità genitoriale.
Al di là della moderazione interpretativa del principio dello ius soli, questa nuova legge in discussione presenta inoltre un aspetto di discriminazione che sarebbe fortemente desiderabile correggere, perché stride non soltanto col proclamato principio dello ius soli, ma prima ancora con quello dell’eguale dignità delle persone. Come si è detto, la nascita sul suolo italiano non è sufficiente, se altre condizioni non sono presenti, due in particolare: la frequenza scolastica e la condizione economica della famiglia.
Nel primo caso, il bambino nato o entrato nel paese prima della maggiore età deve dimostrare di aver frequentato almeno cinque anni di scuola pubblica. Per uno straniero la condizione di alfabetizzazione può aver senso anche perché è nel suo stesso interesse conoscere la lingua del paese. Tuttavia se si tratta di un bambino nato e socializzato in Italia, è davvero giustificabile attendere l’attestato della quinta elementare? La seconda condizione è grave in sé perché introduce un fattore di discriminazione. Torniamo al caso dei nati in Italia, per i quali è necessario che almeno un genitore sia in possesso di “permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo” per richiedere la cittadinanza. Ora, sappiamo che per avere questo permesso, il residente straniero deve dimostrare non solo di aver vissuto in Italia da almeno cinque anni, ma anche di avere un reddito superiore all’assegno sociale (circa mille euro al mese o poco più) e un “alloggio idoneo”. Come possono due bambini nati in Italia essere considerati diversi ai fini della cittadinanza per questioni economiche – di cui non sono tra l’altro responsabili? Come possono due bimbi giustificare a se stessi che solo chi dei due è meno povero merita di essere cittadino? Può essere la povertà una ragione di esclusione? È augurabile che il legislatore veda la contraddizione insita in questa norma rispetto al significato della cittadinanza moderna, per cui è proprio chi ha poco o nessun potere sociale ed economico ad avere più bisogno del potere politico.

Nadia Urbinati

Repubblica 15 ottobre 2015

http://www.libertaegiustizia.it/2015/10/15/cittadini-si-nasce-o-si-diventa/

Ius soli: tutto quello che c’è da sapere

http://www.lastampa.it/2015/10/13/italia/cronache/ius-soli-tutto-quello-che-c-da-sapere-uXm3S3ov6iUgMZWnPehTkL/pagina.html

Dalla Corsica alla Baviera l’Europa si spacca nelle piccole patrie

 cataloooooTante sono le “ piccole patrie ” di cui l’Europa si scopre casa comune, quante sono le sfumature dei movimenti indipendentisti, separatisti, federalisti e autonomisti che percorrono il Vecchio continente. Si va da chi, in passato, non ha esitato a imbracciare il fucile, come gli irlandesi del Nord, i baschi, i corsi, i sudtirolesi, a chi rivendica il diritto al recupero di una identità culturale perduta, come gli occitani in Provenza e nel Sud della Francia. Fuori dalla casa comune europea, l’indipendentismo è ancora bagnato di sangue, come dimostrano la guerra in Ucraina, l’occupazione della Crimea o i massacri dell’ex Jugoslavia. Sotto il cielo a dodici stelle dell’Unione, le rivendicazioni indipendentiste tendono invece a incanalarsi in processi democratici.
L’Europa ha avuto un ruolo nel favorire il dialogo, dall’Ulster all’Alto Adige, all’indipendentismo basco, o agevolando processi di federalizzazione, come in Belgio. Ma il crescente potere di Bruxelles a danno degli stati-nazione ha favorito il proliferare di rivendicazioni autonomiste. Non è un caso che, dalla Catalogna alla Scozia alle Fiandre, le regioni che ambiscono a lasciare lo stato nazionale in cui sono inserite vogliano comunque restare in Europa.
L’idea di una «Europa delle regioni » che progressivamente soppiantasse l’ «Europa delle nazioni » era uno dei cardini del pensiero federalista dei padri fondatori. Questi si sono poi adattati a far legittimare il progetto europeo dagli stati nazionali, ma sempre nella speranza che l’integrazione portasse al loro disfacimento e all’affermarsi di una comunità di popoli e di autonomie.
Non è un caso che questa volta il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, di fronte alle elezioni catalane abbia evitato di ripetere la dura presa di posizione del suo predecessore. Barroso, in occasione del referendum scozzese, minacciò gli elettori di tenere fuori una Scozia indipendente dall’Unione europea. Juncker, in questa occasione, ha assunto un atteggiamento molto più prudente. Tra gli esperti di affari europei c’è infatti anche chi sostiene che i Trattati hanno conferito a tutti i popoli dell’Unione lo status di cittadini europei. E che questa condizione, a meno di una esplicita rinuncia, sopravvive anche alla scelta di una nuova appartenenza nazionale.
Ma quali e quante sono le «piccole patrie» che cercano di affermarsi sotto l’ombrello europeo?
Ecco un elenco, Paese per Paese, peraltro probabilmente incompleto.
GRAN BRETAGNA
SCOZIA. Gli indipendentisti scozzesi dello Scottish National Party sono i più agguerriti e dispongono di una maggioranza nel parlamento nazionale. Dopo la sconfitta di misura al referendum, la loro leader Nicola Sturgeon non ha rinunciato al progetto secessionista. Un distacco della Catalogna dalla Spagna, o un voto britannico per uscire dall’Ue, riaprirebbero la questione.
GALLES. Gli indipendentisti si riconoscono nel partito Plaid. Sono meno numerosi e meno radicali che in Scozia. Ma se Edimburgo dovesse lasciare il Regno Unito, anche Cardiff potrebbe essere tentata.
CORNOVAGLIA. Il partito indipendentista, Mebyon Kernow, si rifà alle radici celtiche della regione. Ma il fenomeno ha più il carattere di una rivendicazione culturale che politica.
SPAGNA
I catalani sono la regione più avanzata sulla via dell’indipendenza. Ma altrettanto determinati sono i baschi, le cui rivendicazioni sono danneggiate dai crimini compiuti in passato dai terroristi dell’Eta. Movimenti indipendentisti sono attivi anche in Galizia e in Aragona.
FRANCIA
La nazione che ha inventato lo stato unitario e lo ha imposto nel corso dei secoli è percorsa da numerose rivendicazioni indipendentiste. I più determinati sono i corsi, che però hanno perso un referendum nel 2003. Indipendentisti sono presenti in Bretagna, Alsazia e nella Francia del sud dove rivendicano l’autonomia dell’antica Occitania.
BELGIO
Gli indipendentisti fiamminghi dell’ N-VA sono il partito di maggioranza nel Nord del Paese. A differenza dell’estrema destra del Vlaams Blok, sono convinti filo- europei. Sotto la spinta dell’autonomismo fiammingo, il Belgio si è trasformato da Stato unitario in monarchia confederale e, infine, in Stato federale.
GERMANIA
La Germania è uno stato federale, con larghissimi margini di autonomia dei vari Lander. Questo ha mitigato le spinte indipendentiste. Tuttavia in Baviera c’è una piccolo partito, il Bayern Partei, che dal ‘46 chiede l’indipendenza, che ha una maggioranza cattolica e un’antica tradizione di sovranità.
POLONIA
Anche in Slesia esiste un partito, autonomista più che indipendentista, che ha raccolto quasi il nove per cento dei consensi nella regione. La Slesia, annessa alla Polonia dopo la guerra, faceva parte della Germania e l’influenza tedesca è ancora fortemente sentita, nonostante la pulizia etnica che ha costretto milioni di tedeschi a lasciare le loro terre nell’immediato dopoguerra.
FINLANDIA
Le isole Aaland, sotto sovranità finlandese, sono abitate da una popolazione di lingua svedese. Hanno ottenuto uno statuto di speciale autonomia nel 1991. Ma da sempre gli abitanti coltivano il sogno di una piena indipendenza, sia pure sotto l’ombrello europeo.
Andrea Bonanni
Repubblica 29 settembre 2015

Riforma del Senato, l’appello di Zagrebelsky

senatriffIl funzionamento della democrazia è cosa difficile, stretto tra l’inconcludenza e la forza. Chi crede che si tratti di una battaglia che si combatte una volta ogni cinque anni in occasione delle elezioni politiche e che, nell’intervallo, tutto ti è concesso perché sei il “Vincitore”, si sbaglia di grosso ed è destinato a essere travolto, prima o poi, dal suo orgoglio, o dalla sua ingenuità, mal posti. La prima vittima dell’illusione trionfalistica è il Parlamento. Se pensiamo che si tratti soltanto di garantire l’azione di chi “ha vinto le elezioni”, il Parlamento deve essere il supporto ubbidiente di costui o di costoro: deve essere un organo esecutore della volontà del governo. Altrimenti, è non solo inutile, ma anche controproducente

Le riforme in campo, infatti, sono tutte orientate all’umiliazione del Parlamento, nella sua prima funzione, la funzione rappresentativa. Che cosa significano le leggi elettorali, che prevedono la scelta dei candidati attraverso le “liste bloccate” stilate direttamente dai capi dei partiti o attraverso la farsa delle cosiddette “primarie”, se non l’umiliazione di quella funzione nazionale: trionfo dello spirito gregario o del mercato dei voti. Il prodotto degradato, se non avariato, è davanti agli occhi di tutti. Così, mentre dalle istituzioni ci si aspetterebbe ch’esse tirassero fuori da chi le occupa il meglio di loro stessi, o almeno non il peggio, di fatto avviene il contrario.

Queste istituzioni inducono alla piaggeria, alla sottomissione, all’assenza di idee, alla disponibilità nei confronti dei potenti, alla vigliaccheria interessata o alla propria carriera o all’autorizzazione ad avere mano libera nei propri affari sul territorio di riferimento. Per essere eletti, queste sono le doti funzionali al partito nel quale ti arruoli. Non devi pensare di poter “fare politica”. Non è più il tempo: il tempo è esecutivo!

Una prova evidente, e umiliante, dell’inanità parlamentare è la vicenda che ha agitato la vita politica negli ultimi due anni: la degradazione del Senato in Camera secondaria che dovrebbe avvenire col consenso dei Senatori. Si dice loro: siete un costo, cui non corrisponde nessun beneficio; siete un appesantimento dei processi decisionali, cui corrisponde non il miglioramento, ma il peggioramento della qualità della legislazione. Sì, risponde il Senato: è così. Finora siamo stati dei parassiti inutili e dannosi e siamo grati a chi ce ne ha resi consapevoli! Sopprimeteci!

Vediamo più da vicino questo caso da manuale di morte pietosa o suicidio assistito nella vita costituzionale.

A un osservatore non superficiale che non si fermi alla retorica esecutiva e “governabilitativa”, cioè ai costi (“Senato gratis”, è stato detto) e alla velocità (una deliberazione per ogni legge, invece di due), l’esistenza di una “seconda Camera” risulta bene fondata su “ragioni conservative”. Non conservative rispetto al passato, come fu al tempo delle Monarchie rappresentative, quando si pose la questione del bilanciamento delle tendenze anarcoidi e dissipatrici della Camera elettiva, propensa a causa della sua stessa natura a sperperare denaro e tradizioni per accattivarsi gli elettori. Allora ciò che si voleva conservare era il retaggio del passato. Oggi, di fronte alla catastrofe della società dello spreco, si tratterebbe dell’opposto, cioè di ragioni conservative di risorse e opportunità per il futuro, a garanzia delle generazioni a venire.

Il Senato come concepito nella riforma moltiplica la dissipazione. Se ne vuole fare un’incongrua proiezione amministrativistica di secondo grado di enti locali, a loro volta affamati di risorse pubbliche. A questa prospettiva “amministrativistica” se ne sarebbe potuta opporre una “costituzionalistica”. Nei Senati storici, le ragioni conservative corrispondevano alla nomina regia e alla durata vitalizia della carica: due soluzioni, oggi, evidentemente improponibili, ma facilmente sostituibili con l’elezione per una durata adeguata, superiore a quella ordinaria della Camera dei deputati, e con la regola tassativa della non rieleggibilità, come garanzia d’indipendenza da interessi particolari contingenti.

A ciò si sarebbero potuti accompagnare requisiti d’esperienza, competenza e moralità particolarmente rigorosi, contenuti in regole di incandidabilità, incompatibilità e ineleggibilità misurate sulla natura dei compiti assegnati agli eletti. Fantasie. I riformatori costituzionali pensano ad altro: a eliminare un contrappeso politico, ad accelerare i tempi. Non riuscendo a eliminare, puramente e semplicemente, un organo, che così come è si ritiene inutile, anzi dannoso, si sono persi in un marchingegno la cui assurda complicazione strutturale – le modalità di estrazione dei nuovi “senatori” dalle assemblee locali – e procedimentale – i rapporti con l’altra Camera – verrà alla luce quando se ne dovesse sperimentare il funzionamento.

Gustavo Zagrebelsky

Da il Fatto quotidiano dell’8 settembre 2015

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/08/riforma-del-senato-lappello-di-zagrebelsky-fermiamo-il-suicidio-assistito-della-nostra-costituzione/2016743/

 

http://www.libertaegiustizia.it/

 

 

E’ la Germania cosmopolita figlia di Kant

welgremanÈ la «Nuova Germania» che si manifesta, dice Markus Gabriel di fronte all’ondata di solidarietà nei confronti dei rifugiati che sta attraversando il Paese. «La Germania cosmopolita in senso kantiano», nata nel 1989. Gabriel, 35 anni, è uno dei filosofi emergenti tedeschi. Insegna Epistemologia, Filosofia moderna e contemporanea all’Università di Bonn. Parla sette lingue oltre a conoscere latino, greco antico, ebraico biblico. Quest’anno ha pubblicato in Italia Perché non esiste il mondo.

Professore, è stupito dalla solidarietà dei tedeschi?

«No, non sono molto sorpreso. Trovo piuttosto che sia interessante il fatto che altri lo siano. Siamo di fronte a un diritto di persone perseguitate per ragioni politiche. Negare questo diritto è come negare la democrazia o il governo della legge. Per noi è anche un principio della costituzione».

In altri Paesi la reazione non è la stessa.

«Rispetto ad altri Paesi la Germania è in una buona forma ideologica. Ma sta solo vivendo all’altezza di quelli che sono i valori europei».

Anche il governo ha risposto in modo positivo.

«E quello che speravo. In parte dipende dal fatto che si tratta di un governo stabile, al quale questa scelta non costa politicamente niente. La Germania d’oggi è come Cuba, con un partito unico, cristiano-democratico e socialdemocratico, al governo. Ma ha fatto una scelta intelligente. Non dimentichiamo che la Germania ha una storia di benvenuto nei confronti dei siriani lunga decenni. Apprezza da tempo le loro competenze. Come quelle degli iraniani. Si tratta di Paesi che hanno una classe media incredibilmente istruita. Chi arriva ha spesso valori che la Germania desidera

Cos’è che mobilita i tedeschi? Solidarietà? Senso del dovere?

«È quella parte di ideologia tedesca universalista che considera tutti gli individui uguali, al di là della pelle, della lingua, della nascita. Che punta alla legge universale. Un’ideologia che puoi sempre usare. Ora, è la Germania al suo meglio, in certi momenti è stata al suo peggio». Da dove viene?

«In questo momento non pensiamo come tedeschi ma come esseri. Deriva dall’Illuminismo dei primi tempi, una prevalenza che in Germania è tornata dopo la Seconda guerra mondiale».

Gioca un ruolo anche il senso di colpa per il passato?

Forse in parte e per qualcuno. Ma non scordiamo che questo è un Paese di immigrati da decenni. Persone arrivate da altrove che oggi sono tedesche a tutti gli effetti. Non conta come sei: la Germania è cosmopolita. La vecchia Germania è finita nel 1989, con una rivoluzione. E con la riunificazione siamo diventati definitivamente un Paese di immigrati.
Conta anche la religione? La Germania sembra un Paese secolarizzato.

Guardi che il4o %dei tedeschi vota per i cristiano-democratici. Il presidente federale Joachim Gauck era un pastore. Non direi che siamo un Paese secolarizzato. Vero, si può dire che l’Italia è un Paese cattolico e non si può dire che la Germania sia cattolica o protestante o musulmana. Ma ha una struttura molto teologica e il movimento di questi giorni ha anche una componente religiosa, di obbligo cristiano».
Quali radici filosofiche ci vede?

«La Germania è cosmopolita in senso kantiano. Per un certo periodo, fino ad anni recenti, hanno prevalso filosofie che spingevano al nazionalismo, compreso Heidegger. Ora, Kant e Habermas hanno preso il sopravvento. Ora l’idea prevalente è: essere tedeschi non è niente più che avere la cittadinanza tedesca e parlare la lingua. Non ci sono più consuetudini e usanze tedesche. Sono sparite. Nel bene e nel male».

Perché i Länder dell’Est sono più restii ad accettare i rifugiati?

«A dire il vero, opposizioni ci sono anche nel Baden-Württemberg, che è il Land più ricco con la Baviera, a Heidelberg. A Est, dove la popolazione è meno benestante, c’è più paura della concorrenza di chi arriva da fuori, si teme che porti via posti di lavoro. A fianco della nuova Germania c’è anche una Germania razzista che ha una sua idea di Heimat, di Patria».

Lei parla esplicitamente di Nuova Germania.

Senza dubbio. La trasformazione si vede nella nazionale di calcio, dai Mondiali del 2006 (anche se non potremo mai vincere contro l’Italia). Müller e Ozi] fanno parte dello stesso team, senza differenza. E nessuno ne dubita. Durante la crisi greca questa Nuova Germania non è stata capita da molti osservatori, che hanno visto un atteggiamento imperialista e repressivo nei confronti di Atene. E che spesso emerge quest’idea della Germania che cerca l’egemonia. Idea razzista: come dire che l’Italia è pizza e pasta. E incomprensione del fatto che c’è una Nuova Germania»

A proposito di Grecia: quanto pesa la buona salute economica del Paese sulla disponibilità dei cittadini ad accettare i profughi?

«Conta. Non credo che i tedeschi siano più caritatevoli di altri. Vista la sua situazione economica, la Germania può permettersi di mettere denaro a disposizione di altri. Se invece sei in difficoltà economiche il problema è molto diverso».

Quindi va ringraziato il ministro delle Finanze Schäuble.

«In qualche modo sì. Ma soprattutto va ringraziata la Cina, che finora è stato un partner economico fondamentale. Questo è il problema: beneficiamo tutti di un regime illiberale».

Danilo Taino

Corriere della Sera 6 settembre 2015

 

 

 

La tecnica unirà l’Europa

tervIl problema dell’unità politica dell’Europa richiede di essere affrontato tenendo conto di due tendenze che, sebbene contrastate, sono nell’ordine delle cose. La prima è quell’infittirsi dei rapporti economici tra Europa e Russia che (nonostante l’attuale stato di tensione) prelude a forme sempre più strette di cooperazione, peraltro ostacolate dagli Stati Uniti. La seconda — che include la prima ed è la più decisiva — consiste nella progressiva trasformazione degli Stati più ricchi in società tecnocratiche (che tra l’altro hanno di per sé la capacità di risolvere il problema della fame nel mondo e alla fine saranno esse, appunto in quanto tecnocratiche, a risolvere il problema della pressione dei popoli poveri su quelli ricchi).
Tendenze entrambe contrastate e in se stesse contrastanti in modo estremamente complesso. L’avvicinamento dell’Europa alla Russia, ad esempio, è rallentato dagli Stati Uniti, che però stanno prendendo coscienza di ciò che li unisce alla Russia — cioè la necessità di far fronte comune contro il fondamentalismo islamico — e che quindi li rende meno intransigenti rispetto a quell’avvicinamento (e alla questione nucleare iraniana). E d’altra parte esso è oggettivamente favorito proprio da quelle forze che in Europa sarebbero le più disposte alla cosiddetta Grexit e che insieme sono le più intransigenti nei confronti della Russia. Infatti è venuto del tutto in chiaro che l’uscita della Grecia dall’euro sarebbe un’occasione, per la Russia, di presentarsi come salvatrice dell’economia greca, aumentando in modo consistente, anche se oneroso, la propria presenza in Europa e nel Mediterraneo.
L’unità politica dell’Europa non conviene alla Germania. Tra i vari motivi, anche perché un Superstato europeo dovrebbe pur sempre mostrare di essere democratico, in cui l’assegnazione del potere sarebbe il risultato di libere elezioni dove gli interessi della Germania potrebbero venir posti in minoranza. Non solo, ma, se ci si porta al fondo del problema — e nonostante quello che si continua a dire — l’unità politica dell’Europa non conviene nemmeno all’Europa. È un seme che tende a generare un frutto già vecchio.
Perché, infatti, si continua a invocare da più parti l’unità politica, sostenendo che l’unità monetaria non basta? Perché, si risponde, una moneta unica sulla cui gestione possono influire forze diverse e tra loro contrastanti, cioè gli Stati nazionali europei, circola in modo esso stesso contraddittorio, non può cioè assolvere ai propri compiti. E si conclude dicendo che, responsabili di questa disfunzione essendo appunto gli Stati nazionali, è necessario sostituirli con l’unione politica dell’Europa, con un Superstato politico.
Proviamo a saggiare la consistenza di questo ragionamento. È viziato, perché da una premessa valida trae una conclusione arbitraria: dalla necessità di una gestione unitaria della moneta unica (premessa valida) inferisce arbitrariamente che tale gestione non possa esser data che dall’unità politica dell’Europa. Il presupposto è che tale gestione possa venir praticata soltanto dallo Stato inteso come forza politica.
Ma la politica è in crisi. Come sono in crisi — e inevitabilmente — tutti i valori della tradizione occidentale. A questi valori la politica si è ispirata. Oggi la democrazia procedurale gestisce valori in crisi — ed è essa stessa in crisi perché nonostante la sua apparente neutralità condivide a sua volta alcuni di quei valori (eguaglianza, libertà, ad esempio). Da tempo la politica ha ceduto all’economia la guida della società. Nelle società capitalistiche la politica (ormai anche quella di sinistra) mira a garantire il miglior funzionamento dell’economia di mercato. Di fatto, lo Stato non è più Stato politico, ma economico. Ne è una prova, in Europa, l’esistenza di più di sessant’anni di cooperazione economica tuttavia priva di unità politica — questo, anche se la cooperazione non ha certo eliminato i contrasti politico-nazionali e la gestione contraddittoria della moneta unica. Proporsi l’unità politica dell’Europa è comunque mirare a una politica che garantisca la gestione unitaria, dunque efficiente, del capitalismo europeo.
Ma è già in atto il processo in cui l’economia sta a sua volta cedendo alla tecnica la guida della società. Come altre volte ho chiarito anche in questa sede, lo scopo delle società capitalistiche tende a non esser più l’incremento indefinito del profitto privato, ma l’incremento indefinito della potenza prodotta dalla tecno-scienza. Un processo che si lascia alle spalle ogni nostalgia del marxismo, della politica, della tradizione morale-religiosa. Un processo, dunque, dove è il capitalismo stesso a portare al tramonto se stesso. Lasciandosi alle spalle il proprio scopo, infatti, il capitalismo non è più capitalismo.
Esso è diventato dominante perché la produzione industriale si serve della forza che si mostra la più potente di tutte: la tecnica moderna. La potenza di questa serva è destinata a diventare la padrona — a differenza dei cosiddetti «governi tecnici» comparsi in Europa, che rimangono al servizio del capitale. Il capitalismo stesso è interessato a rendere sempre più potente lo strumento tecnico di cui esso si serve.
Gli Stati nazionali europei, da Stati politici (cioè economici) stanno pertanto diventando sempre più funzionali al Superstato tecnico europeo, esso stesso in via di formazione, ossia tendono a cedere la propria sovranità non a un Superstato politico, ma ad una organizzazione tecnica dello Stato, in grado tra l’altro di gestire la moneta unica in modo unitario, e per definizione razionale, senza gli inconvenienti della gestione politica. (Quindi il reciproco avvicinamento di Europa e Russia di cui si diceva all’inizio è destinato a non avere un carattere politico, ma a realizzarsi come marcia di entrambe, certamente lunga e non priva di incognite anche gravi, in direzione del Superstato tecnico).
Orbene, là dove lo scopo della società riesce a diventare la crescita indefinita della potenza, il denaro rappresenta pur sempre beni, strumenti, competenze, ecc., tuttavia coordinati non più alla crescita del profitto, ma alla crescita della potenza. Marx rileva che alla circolazione delle merci, dove il denaro serve a scambiare un certo tipo di merce con un altro, il capitalismo ha sostituito una circolazione dove la produzione delle merci serve ad accrescere il capitale inizialmente investito. (Descrizione difficilmente contestabile — a meno che non si voglia sottoscrivere l’improbabile tesi che il capitalista produca merci allo scopo di farle consumare agli acquirenti). Nello Stato tecnico il denaro abbandona il proprio carattere di scopo e riprende quello di rappresentazione, ma, questa volta, di rappresentazione di beni, strumenti, competenze, eccetera, coordinati alla crescita della potenza.
D’altra parte il capitalismo fornisce alla tecnica lo schema della crescita indefinita di ciò che viene inizialmente impiegato. Ma il capitalismo impiega il denaro, la tecnica impiega la potenza. Inoltre il capitalismo non produce beni che non siano merci, ossia beni da vendere. Invece, nello Stato tecnico i beni prodotti possono sì diventare merci, ma non li si produce allo scopo di renderli merce, bensì allo scopo di aumentare la potenza complessiva dello Stato. Nel quale il denaro può sì continuare a produrre merci per incrementare se stesso (ossia per realizzare profitto), tuttavia questo incremento non è più lo scopo della produzione, come invece avviene nel capitalismo, ma la stessa produzione capitalistica diventa mezzo per accrescere la potenza — e dunque è una produzione che non è più capitalistica. L’incremento tecnico della potenza è il «bene comune» destinato a prevalere anche sul «bene comune» che il cristianesimo esorta a perseguire in modo che a esso il profitto resti subordinato.
Si continua a sostenere che la crisi del capitalismo non è dovuta al capitalismo in quanto tale, ma a quella forma del capitalismo finanziario che ha separato la circolazione del denaro dalla produzione di beni. Da questo punto di vista, una volta eliminata tale separazione, il capitalismo tornerebbe in salute e sarebbe anche in grado di evitare la propria subordinazione alla tecnica. Sennonché quella separazione non appartiene alla patologia, bensì alla fisiologia del capitalismo. Ne è lo sviluppo fisiologico. Infatti è il capitalismo in quanto tale, sin dal suo inizio, a separare il denaro dalla produzione dei beni. Se il bene prodotto serve primariamente a incrementare il capitale — e pertanto è merce —, alla produzione capitalistica è indifferente quale merce produrre. La produzione è sì unita alla merce in generale, ma è separabile da ogni merce determinata. Nelle esorbitanze del capitalismo finanziario questa separabilità fa poi perdere di vista anche quell’unità.
Le considerazioni che abbiamo tratteggiato non hanno nulla a che vedere con una esortazione — l’esortazione alla tecnica. Sono piuttosto la constatazione di un processo in atto, tanto più incisivo e inevitabile quanto meno ci si accorge della sua presenza e quanto più le forze oggi dominanti credono di poter continuare a servirsi della tecnica senza che i nodi abbiano mai a venire al pettine. Non si esortano i fiumi a scendere verso il mare.
Si tratterà poi di vedere quali minacce il mare tenga in serbo.
Emanuele Severino
Corriere della Sera 3 agosto 2015

Emanuele Severino