La nazione invisibile

unhcrLa nazione invisibile non esiste e non esistono i suoi cittadini. Ma esiste una marea umana che si muove alla ricerca di un posto che li accolga. Sono circa 60 milioni di persone, uomini, donne, minori, la maggior costretti a migrare per motivi economici. Di questi 11,7 milioni scappano dal proprio paese a causa di guerre e persecuzioni. Alcuni nella fuga perdono, oltre alla propria casa, anche il diritto di cittadinanza. Ci sono poi 10 milioni di persone nel mondo per cui l’apolidia resterà uno status insuperabile. Senza documenti la vita è difficile. Non si può lavorare, se non al nero. Non si può accedere alle cure, a parte i ricoveri urgenti. Non ci si può sposare né si possono seguire percorsi di formazione. Non si hanno diritti, almeno tutti quelli garantiti da una cittadinanza.

Il grado zero. Tutti iniziano da un grado zero: la maggior parte di coloro che fugge da guerre e persecuzioni non ha documenti. Quando poi arrivano nel paese ospite, con mezzi di fortuna o per vie al 99% illegali, si trovano a dover affrontare il mostro della burocrazia. Si parte con una domanda di asilo in cui si dichiara, tramite autocertificazione, la propria provenienza, i dati anagrafici e il motivo della fuga. Poi la pratica deve seguire il suo iter e in Italia la disamina tocca alle Commissioni territoriali, che attraverso un’intervista approfondita dovranno riconoscere lo status di rifugiato. Ma l’attesa per un appuntamento può durare mesi, a volte addirittura anni, durante i quali la loro vita sarà a ricasco di organizzazioni umanitarie e sistemi assistenziali. In Europa e Nord America sono circa 900 mila le domande di asilo in attesa di una risposta ufficiale.

Requisiti. Capita poi che il richiedente non sia in possesso dei requisiti giusti per ottenere lo status di rifugiato. Nel 2014, secondo i dati Cir, su 64.886 domande presentate solo il 50% è stato esaminato e di queste 36.330 solo 21.861 hanno avuto un responso positivo. Il restante 37% ha visto rifiutata la propria richiesta. Nel frattempo la vita continua. Per chi si ritrova in questa condizione di semi-legalità, in attesa di un responso o con il visto negato, non resta che arrangiarsi con permessi temporanei, in attesa dei ricorsi al Tribunale, che permettono di prendere tempo, aspettando che arrivi una sanatoria o il miracolo di un santo qualsiasi.

Diverso iter. Ancora più marginale rimane la posizione degli apolidi, i quali senza volerlo hanno scarsissime possibilità di vedere riconosciuto ufficialmente il loro status. L’apolide infatti, nonostante abbia il diritto di veder riconosciuta la propria condizione e successivamente di acquisire la cittadinanza italiana, segue un iter diverso per l’istruttoria. Proprio loro, a cui per definizione manca un riconoscimento giuridico documentato, devono produrre prove documentali della loro residenza sul territorio. Questo paradosso crea ovviamente enormi difficoltà per la domanda. Dai dati del Ministero dell’Interno risulta, infatti, che negli ultimi 10 anni solo l’1% delle domande di certificazione presentate in via amministrativa è stata accolta. Il riconoscimento dell’apolidia ottenuto tramite questo percorso è infatti precluso a tutti coloro che non possiedono, cumulativamente, un titolo di soggiorno in Italia, un certificato di nascita e un certificato di residenza. Altra strada percorribile sarebbe quella giudiziale, ma ha un costo spesso troppo elevato per chi si trova a doverla affrontare. In entrambe i casi alla base c’è una grossa carenza di informazioni……….

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2015/07/06/news/le_7_rotte_inseguite_dagli_immigrati-115332134/?ref=HREC1-35

Dieci milioni di senza patria

apolidA 50 anni dalla Convenzione internazionale che istituiva lo status di apolide, sono ancora dieci milioni le persone a cui è negata una cittadinanza nel mondo. Spesso sono le minoranze etniche ad essere colpite, mentre un terzo degli apolidi sono bambini. Luci e ombre per l’Italia, in cui gli apolidi sono 15mila de facto, ma solo 900 quelli riconosciuti. L’Unhcr lancia una campagna per porre fine all’apolidia nei prossimi dieci anni.
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Invisibili dalla culla alla tomba. Nel mondo ci sono 10 milioni di persone come lei, apolidi. Bambini, coppie, anziani, intere comunità, a cui viene negata una cittadinanza. Non hanno diritto ad un certificato di nascita, ma neanche a quello di morte. Oggi l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati lancia la campagna “I belong” per cancellare l’apolidia dalla faccia del pianeta nei prossimi dieci anni. “È un problema – spiega l’Unhcr – creato unicamente dall’uomo, facilmente risolvibile se ci fosse la volontà dei Governi”. Si può essere apolidi per generazioni, come succede ai bihari del Bangladesh, a 600mila ex cittadini sovietici ancora senza nazionalità a più di vent’anni dalla disgregazione dell’Urss, e agli oltre 800mila rohingya di fede islamica che in Myanmar, l’ex Birmania, si sono visti rifiutare la cittadinanza sulla base di una legge del 1982 che ne limita fortemente la libertà di movimento, quella religiosa e l’accesso all’istruzione. Ma si può anche diventare apolidi dal giorno alla notte: è successo nel 2013 a decine di migliaia di dominicani di origine haitiana, a cui una sentenza della Corte Costituzionale ha revocato la cittadinanza e i diritti ad essa connessi.

 Più di un terzo degli apolidi nel mondo sono bambini e lo stigma dell’apolidia può seguirli per il resto della loro vita. Talvolta significa che per loro non suona la campanella della scuola. In Myanmar, solo il 4,8% delle ragazze e il 16,8% dei ragazzi apolidi completano l’istruzione primaria, rispetto al 40,9% e al 46,2% dei coetanei con cittadinanza. Le guerre sono una delle cause principali: il 20% di tutti i rifugiati reinsediati dall’Unhcr nell’ultimo quinquennio erano anche apolidi e tra le eredità di quattro anni di guerra in Siria, ci sono oltre 50mila bambini che non sono mai stati registrati all’anagrafe perché nati da rifugiati siriani in Giordania, Iraq, Libano, Turchia ed Egitto.

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Ma chi sono gli apolidi nel Belpaese? Quasi tutti rom dell’ex Jugoslavia, spesso qui da due o tre generazioni; il resto provengono soprattutto dall’ex Urss, dalla Palestina, Tibet, Eritrea ed Etiopia. Helena Behr fa due esempi di cosa vuol dire essere apolidi in Italia: “Ho recentemente incontrato una ragazza che non riesce a sposarsi perché senza documento d’identità e un adolescente che, per lo stesso motivo, non può partecipare alla gita all’estero della sua classe”. A cinquant’anni dalla Convenzione del 1954 – è quindi l’appello dell’Unhcr – anche l’Italia ha ancora molta strada fare: aderire a quella del 1961, sburocratizzare le pratiche per l’ottenimento dell’apolidia, tutelare gli apolidi privi di documenti dal rischio di essere espulsi o ingiustamente detenuti. Infine una proposta concreta altrettanto importante: elaborare un manuale informativo sui diritti degli apolidi e sulle procedure di riconoscimento.

La Campagna Unhcr per porre fine all’apolidia nel mondo nei prossimi 10 anni

http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2014/11/04/news/10_milioni_nel_mondo_la_campagna_dellunhcr_per_cancellare_lapolidia_dalla_faccia_della_terra-99697918/

Figli e basta

flNessuna differenza tra i nati dentro e fuori dal matrimonio. Via dal codice civile, dunque, qualunque aggettivazione che possa introdurre possibili forme di discriminazione. È quanto stabilito dal Consiglio dei ministri di oggi, che ha dato il via libera a un decreto legislativo di revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione.

Il dlgs in questione «modifica la normativa al fine di eliminare ogni residua discriminazione rimasta nel nostro ordinamento tra i figli nati nel e fuori dal matrimonio, così garantendo la completa eguaglianza giuridica degli stessi – spiega una nota di Palazzo Chigi sul Cdm di oggi – Dunque, come spiegato dal presidente del Consiglio, si «toglie dal codice civile qualunque aggettivazione alla parola figli: da adesso in poi saranno tutti figli e basta». Il testo, predisposto nell’ambito della Commissione istituita presso la presidenza del Consiglio dei ministri presieduta da Cesare Massimo Bianca, stabilisce «l’introduzione del principio dell’unicità dello stato di figlio, anche adottivo, e conseguentemente l’eliminazione dei riferimenti presenti nelle norme ai figli ‘legittimi’ e ai figli ‘naturali’ e la sostituzione degli stessi con quello di ‘figliò; il principio per cui la filiazione fuori dal matrimonio produce effetti successori nei confronti di tutti i parenti e non solo con i genitori; la sostituzione della nozione di ‘potestà genitoriale’ con quella di ‘responsabilità genitoriale’; la modifica delle disposizioni di diritto internazionale privato con previsione di norme di applicazione necessaria in attuazione del principio dell’unificazione dello stato di figlio».

Inoltre, nel recepire la giurisprudenza della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione, «si è deciso di limitare a cinque anni dalla nascita i termini per proporre l’azione di disconoscimento della paternità; introdurre il diritto degli ascendenti di mantenere ‘rapporti significativi’ con i nipoti minorenni». E ancora: «introdurre e disciplinare l’ascolto dei minori, se capaci di discernimento, all’interno dei procedimenti che li riguardano; portare a dieci anni il termine di prescrizione per l’accettazione dell’eredità per i figli nati fuori dal matrimonio; modificare la materia della successione prevedendo la soppressione del ‘diritto di commutazione’ in capo ai figli legittimi fino ad oggi previsto per l’eredità dei figli naturali».

http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/POLITICA/famiglia_decreto_matrimonio_figli/notizie/407305.shtml

http://www.repubblica.it/politica/2013/12/13/news/cdm_mai_pi_discriminazioni_tra_figli_naturali_e_legittimi-73529275/?ref=HREA-1

Il decreto era stato annunciato 5 mesi fa

http://www.lastampa.it/2013/07/12/italia/politica/si-del-governo-mai-piu-figli-di-serie-b-vi2sjtJrDy6zjBMxdmRZQO/pagina.html

Figli e basta

bambini[1]I figli sono figli e basta”: si potrebbe sintetizzare così lo spirito della L.  10/12/2012,  n. 219, intitolata Disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali e in vigore dal 1° gennaio di quest’anno. Il provvedimento, composto da sei articoli,  ha infatti spazzato via l’aggettivo “naturale” riferito ai figli, abolendo così, dal punto di vista del diritto, la distinzione tra filiazione legittima e filiazione naturale o illegittima.  Quest’ultima, a sua volta, può essere semplice (se i genitori sono liberi da vincoli matrimoniali), adulterina (quando almeno uno dei genitori è coniugato con persona diversa da quella con la quale ha concepito il figlio), e incestuosa, se fra i genitori intercorre taluno dei rapporti di parentela o affinità indicati dalla legge: parentela in linea retta all’infinito, in linea collaterale entro il secondo grado, affinità in linea retta.
La riforma ha conseguentemente attribuito ai figli, comunque concepiti, la stessa condizione giuridica, attraverso la riformulazione dell’art. 315 c.c. (il cui testo è ora “Tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico”), e abrogato l’istituto giuridico della legittimazione dei figli naturali, regolato dall’art. 280 e segg. c.c.

Riassumiamo in questo “focus” gli aspetti salienti della legge……..

http://www.lastampa.it/2013/02/27/italia/i-tuoi-diritti/famiglia-e-successioni/focus/l-uguaglianza-giuridica-tra-figli-legittimi-e-naturali-dm5DtF9NYqrOHyjyWANk4I/pagina.html