L’India cresce ancora del 7 per cento

innnddddL’India si avvia a chiudere, il 31 marzo prossimo, il terzo anno fiscale consecutivo con un tasso di crescita dell’economia superiore al 7%, in questo momento il ritmo di sviluppo più importante al mondo. I dati diffusi ieri dell’ufficio centrale di statistica sulla crescita del terzo trimestre, ottobre-dicembre, hanno infatti smentito le previsioni pessimistiche di una caduta del tasso di crescita dell’economia sotto la soglia del 7%, come conseguenza della manovra del governo di demonetizzare l’economia. L’8 novembre scorso, il premier Modi aveva messo fuori corso all’improvviso i tagli da 500 e 1.000 rupie, l’86% della liquidità in circolazione, garantendo il loro progressivo riampiazzamento con nuove banconote, con l’obiettivo di assestare un colpo grosso all’economia in nero. I disagi hanno provocato un’immediata caduta dei consumi, dal momento che gli indiani sono abituati a utilizzare il contante anche per acquisti importanti (auto, elettrodomestici, prodotti di elettronica e così via).
Piaggio, leader delle due ruote in India, ha risentito molto di una caduta delle vendite della motocicletta low cost appena lanciata sul mercato e dei veicoli a tre ruote. In compenso c’è stata un’esplosione degli acquisti in e-commerce, di cui hanno beneficiato i big del settore come Flipkart e Amazon, e un maggiore utilizzo di carte di credito e di pagamento.
Alla fine del trimestre, il termometro della crescita si è fermato quindi a +7% su base annua, dato che ha consentito al ministro federale per gli Affari economici di chiarire che «l’India crescerà di oltre il 7% anche quest’anno,» smentendo gli analisti del Fondo Monetario che ipotizzavano una caduta al 6,6%. Per il 2017-2018 gli analisti concordano che la crescita dovrebbe accelerare, portandosi vicino al 7,3%. La realtà è che gli investimenti pubblici danno fiato allo sviluppo, secondo la ben nota ricetta keynesiana, marciando a pieno ritmo. Quest’anno il governo dovrebbe spendere ben 44 miliardi di euro in investimenti, il 10% in più dell’anno scorso, di cui 34 per fare autostrade, nuove ferrovie (sono previsti altri 3.500 chilometri), migliorare il sistema dei trasporti urbano ed extraurbano con metropolitane.
Con un’inflazione di poco superiore al 4%, i tassi di riferimento fermi al 6,25%, le entrate fiscali in sostanziosa crescita (+12,7%) nelle previsioni del governo anche grazie alla riforma della Good&Service tax, l’Iva indiana, che dovrebbe entrare in vigore nella seconda metà dell’anno, i maggiori indicatori macro dell’economia, impegnata in un gigantesco piano di upgrading tecnologico, si mantengono sul bello. Tanto più che i prezzi del petrolio, di cui l’India è grande importatore, restano sui livelli bassi degli ultimi 18 mesi, mentre la bilancia commerciale è in deciso surplus. Attratti anche da questi indicatori e dal piano di liberalizzazione dell’economia, nuovi gruppi internazionali stanno guardando al subcontinente come base operativa per i loro piani di sviluppo in Asia. Tra gli ultimi nomi illustri c’è Saks Fifth Avenue che sta definendo con Aditya Birla Fashion Retail il suo ingresso nel mercato dei grandi mall. Boeing ha comunicato che costruirà un nuovo stabilimento per produrre velivoli per la difesa e Abb produrrà in India sistemi di trasmissione dell’elettricità e micro-grid.

ETTORE MAZZOTTI,

ItaliaOggi, 3 marzo 2017

http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=2160038&codiciTestate=1&sez=giornali

Pil mondiale: stime al ribasso

pil mondiale  2016+3,2%, è la stima di crescita del Pil mondiale fornita dall’Fmi per il 2016

+1,9%, è la crescita stimata del Pil Inglese per quest’anno, cifra al ribasso a causa del potenziale Brexit

+1,5%, è la stima di crescita dell’economia europea per quest’anno

L’economia globale cresce a ritmi troppo lenti. Lo confermano Christine Lagarde e Maurice Obstfeld, rispettivamente direttore e capo economico dell’Fmi. Per quest’anno il Fondo monetario internazionale ha previsto un andamento del Pil globale del +3,2%, poco al di sopra dell’anno precedente (3,1%).

Gli economisti dell’Fmi hanno portato al ribasso quasi tutte le stime di crescita mondiale, a partire da quella della Gran Bretagna che inizialmente per il 2016 doveva essere del +2,2% mentre è stata portata all’1,9% (a causa dell’instabilità creata dal potenziale Brexit). Per l’Unione Europea le previsioni sono decisamente poco rosee e vedono per quest’anno una crescita di 1,5 punti percentuali (mentre per il prossimo anno dovrebbe essere dell’1,7%). La Cina, invece, vedrà un leggero calo nei prossimi due anni (dai +6,5% del 2016 passerà ai +6,2% del prossimo anno).

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2016/04/13/pil-mondiale-stime-dellfmi-al-ribasso-per-il-2016-la-crescita-sara-solo-del-32/

 

Diseguaglianze frenano la crescita

Lo studio Ocse spacca la ricca Germania

disugualE’ guerra totale tra gli economisti tedeschi su un tema riemerso con la Grande crisi, riproposto a ritmi martellanti dai premi Nobel Krugman e Stiglitz ma anche dalla star degli economisti emergenti, Piketty: l’aumento delle diseguaglianze in Occidente. Al di là dell’aspetto morale, il punto è che l’abisso tra ricchi e poveri fa male alla crescita, sostengono ormai molti studiosi – e non solo di orientamento keynesiano. Ma la polemica è esplosa nel Paese di Angela Merkel da quando qualcuno ha osato avanzare l’ipotesi che questo principio possa valere anche per la prima economia europea. La tesi di un economista molto noto ma molto discusso in Germania, Marcel Fratzscher, sta spaccando il mondo accademico.

Fratzscher è uno dei rarissimi economisti non ordoliberali del Paese di Angela Merkel e insiste da anni che la Germania fa troppi pochi investimenti e ha un problema drammatico di domanda interna che sacrifica sull’altare del rigore. Ma nell’ultimo libro, La battaglia dell’equità, lo studioso cita dati dell’Ocse per dimostrare che l’economia tedesca ha perso ben sei punti di crescita a causa delle crescenti differenze tra ricchi e poveri. Apriti cielo.

Michael Huether, a capo dell’autorevole istituto di ricerca di Colonia IW, ha usato un’ardita metafora per offenderlo. A volte bisogna mettersi gli stivali di gomma e calpestare il fango dei dati per capire, ha detto. E qualcuno, ha aggiunto, preferisce invece lasciare gli stivali nell’armadio per buttarsi su “tesi superficiali” sulla diseguaglianza. E se Fratzscher cita a suo sostegno numeri dell’Ocse che dimostrano come tra il 1990 e il 2010 il Pil tedesco sarebbe potuto crescere del sei per cento in più, Huether ne mette in dubbio la metodologia. E sostiene l’esatto opposto: in Germania le diseguaglianze mettono il turbo alla crescita. Con l’Iw si sono schierati non soltanto colleghi come Andreas Peichl, dello ZEW; persino i “saggi economici” di Angela Merkel hanno invitato a prendere lo studio dell’Ocse “con le pinze”.

L’IW ha dunque messo a punto un contro-studio che contesta le tesi di Fratzscher (e dell’Ocse). Primo, è sbagliato pensare che Paesi poco iniqui come la Norvegia o molto iniqui come gli Stati Uniti possano subire gli stessi effetti quando le diseguaglianze crescono. E l’Ocse non tiene conto neanche, sottolinea Huether, delle differenze nella mobilità sociale, nel sistema di istruzione o nella politica dei vari Paesi.

Anche l’Iw arriva alla conclusione che le diseguaglianze danneggino l’economia, ma solo se la differenza tra ricchi e poveri è già grande, cioè se il coefficiente Gini che le misura è al di sopra di 0,35. La Germania è sotto.

Inoltre bisogna distinguere tra Paesi industrializzati e in via di sviluppo. Solo in Paesi con redditi sotto i 9000 dollari all’anno, l’iniquità fa male alla crescita. Secondo l’Iw le diseguaglianze hanno dunque regalato ben 2,3 punti al Pil tedesco, tra il 1990 e il 2010. Il contrario delle tesi di Fratzscher e dell’Ocse.

Intanto, però, le diseguaglianze crescono, e sono più grandi che in altri Paesi europei. Lo sostiene la Bundesbank in uno studio che dimostra come il dieci per cento più ricco possieda ormai il 59,8 per cento della ricchezza; quindici anni fa era ancora il 45,1 per cento. Il segreto dei “paperoni”, secondo l’esperto della banca centrale tedesca Tobias Schmidt, è aver investito nel mattone, in questi anni di tassi di interesse ai minimi.

“C’è un forte legame – ha spiegato l’economista – tra il possesso di immobili e la ricchezza”, anche se “l’aumento del prezzo delle case va a vantaggio soprattutto dei più abbienti”. Metà di coloro che hanno proprietà immobiliari hanno visto il loro valore crescere di circa 33mila euro, in media. Chi vive in affitto si è arricchito appena di mille euro, negli anni presi in esame (2010-14). E il 50 per cento più povero, calcolano gli uomini di Jens Weidmann, possiede appena il 2,5 per cento della ricchezza nazionale.

Anche tra Est e Ovest ricomincia ad aprirsi uno iato, dopo due decenni e mezzo di convergenza tra le due Germanie. Ma i dati, in questo caso, quelli della fondazione Ebert usciti in questi giorni sono un po’ vecchi, restituiscono una tendenza registrata all’inizio della Grande crisi, tra il 2009 e il 2012, quando la differenza del Pil pro capite tra regioni occidentali e orientali è salita al 26,6 per cento. Altro che i “paesaggi in fiore” di Helmut Kohl.

Tonia Mastrobuoni

La Repubblica 29 marzo 2016

 

http://www.repubblica.it/economia/2016/03/28/news/disuguaglianze_pil_crescita_germania_ocse-136141080/

IW Colonia

http://www.iwkoeln.de/en/

 

Cina: l’economia che rallenta non fa paura

dracusPer tutti i Paesi avanzati, alle prese con una congiuntura insoddisfacente, il rallentamento della crescita cinese è uno splendido alibi: se frenano addirittura i campioni della crescita che cosa possiamo fare noi europei, fanalini di coda? Per il rallentamento dell’economia globale, che si profila sempre più chiaramente all’orizzonte, abbiamo già trovato un capro espiatorio. Uno sguardo più attento induce a ridefinire il problema. Nel terzo trimestre di quest’anno, la Cina ha realizzato una crescita pari al 6,9% annuale, dopo il 7% dei 6 mesi precedenti, mentre i mercati si aspettavano solo il 6,7%. Un rallentamento dello 0,1% è di scarsa entità ed era più che previsto. L’espansione economica cinese prosegue a una velocità tripla di quella degli Usa. Un trimestre di crescita cinese equivale, in termini percentuali, ad almeno 7-8 trimestri della nascente ripresa italiana. 

La crescita cinese sta rallentando per motivi strutturali e, per il momento, si tratta di una frenata del tutto fisiologica, come aveva già scritto, su queste colonne, Bill Emmott due anni fa: dopo aver realizzato investimenti eccessivi nell’industria dell’acciaio e del cemento, sotto la spinta di nuovi bisogni, Pechino sta ora investendo nei settori dei servizi, nei quali la produttività è minore ma probabilmente rendono la crescita stessa più sostenibile.

I cinesi chiedono più sanità, istruzione, tempo libero, disinquinamento, una migliore qualità di vita, come pressoché tutti i Paesi quando raggiungono il livello di sviluppo della Cina attuale. Qualcosa di analogo si verificò nell’Italia del 1963 quando finì la fase più dinamica del miracolo economico e l’Italia «cambiò marcia»: anche con una marcia diversa, l’Italia fu ancora capace di una lunga crescita.

Anche Pechino sta «cambiando marcia» e siamo ben lontani da una caduta rovinosa. Per Pechino si tratta di lasciare alle spalle un modello di crescita «di rottura» che ha determinato, oltre a uno straordinario salto all’insù della ricchezza media, una lunga lista di nuovi problemi, dalla crescente disparità sociale alla decrescente qualità dell’aria.

I problemi della Cina, prima di tutto sociali e politici, si traducono però in problemi congiunturali molto seri per molti Paesi non ricchi. La minor crescita cinese provoca un rallentamento della domanda di prodotti minerari, di cui la Cina è il miglior cliente, in molti Paesi africani e asiatici, i quali, a loro volta, possono vedersi costretti a rallentare l’acquisto dall’estero di un ampio ventaglio di beni. Ci sono poi i casi particolari dell’Australia e del Brasile (per entrambi la Cina è un cliente privilegiato). Si tratta di un problema che un mondo bene organizzato avrebbe dovuto anticipare; è stato invece trascurato per la crescente inefficacia delle istituzioni economiche internazionali e per il clima di generale non collaborazione tra le banche centrali.

Per quanto detto sopra, l’Europa e l’Italia non devono aspettarsi, per il momento, una «gelata» del mercato cinese (non è pensabile, a esempio che i cinesi cancellino senza motivi specifici contratti già in essere) e bisogna anche avere il senso delle proporzioni: l’ultimo dato disponibile sull’entità delle esportazioni italiane è relativo all’agosto scorso e mostra chiaramente che la Cina assorbe il 2,6 per cento di tutte le esportazioni italiane mentre verso la Svizzera si dirige il 4,8 per cento dei nostri prodotti destinati all’estero. Le esportazioni italiane verso le cosiddette «economie dinamiche asiatiche», con in testa la Corea del Sud e la Thailandia, pesano per il 3,6 per cento, quasi una volta e mezza quelle verso la Cina.

Tutto ciò induce alla conclusione che gli effetti immediati di un rallentamento della crescita cinese che continuasse a questo ritmo non sarebbero certo terrificanti. Dovrebbero invece indurci a maggiore cautela per quanto riguarda gli effetti indiretti, anziché quelli diretti, sullo stato dell’economia globale: non tanto nei prossimi 2-3 trimestri bensì nei prossimi 2-3 anni. La lezione che dal piccolo rallentamento della Cina devono trarre l’Europa e l’Italia è che non ci si può aspettare che il Drago Cinese risolva i problemi degli altri, come ha fatto dopo le cadute produttive del 2008 e degli anni successivi. A cominciare da un’Europa che appare ancora dominata dalla paura di far crescere la propria domanda interna; e forse, più in generale, dalla paura di crescere. 

Mario Deaglio

La Stampa

20 ottobre 2015

http://www.lastampa.it/2015/10/20/cultura/opinioni/editoriali/cina-leconomia-che-rallenta-non-fa-paura-2ckZhmxYDXqjfBGv9En89O/pagina.html

 

L’economista scozzese Angus Deaton ha vinto il premio Nobel per l’Economia 2015

L’economista scozzese Angus Deaton ha vinto il premio Nobel per l’Economia 2015 “per la sua analisi dei consumi, della povertà e del benessere”. Tecnicamente, non si tratta di un Nobel vero e proprio, ma del Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel. «Per delineare delle politiche che promuovano il welfare e riducano la povertà dobbiamo prima comprendere le scelte di consumo individuale» ha detto il comitato comunicando la premiazione. Il merito maggiore di Deaton è stato nel mostrare che i poveri non amministrano le loro spese allo stesso modo di tutti gli altri.

http://www.ilpost.it/2015/10/12/live-premio-nobel-economia-2015/

http://www.bloomberg.com/news/articles/2015-10-12/angus-deaton-wins-2015-nobel-prize-in-economics

http://www.lavoce.info/archives/37794/il-nobel-per-leconomia-ad-angus-deaton/

 

Per capire meglio il personaggio, vale la pena ricordare che sotto la lente di Deaton è finito anche l’adagio `i soldi non fanno la felicità´. In uno studio firmato ad un altro premio Nobel all’economia, Daniel Kahneman, ha analizzato i risultati del sondaggio «Well being index» realizzato su 450.000 americani nel periodo 2008-2009 e ne ha dedotto che se la felicità cresce di pari passo al reddito, c’è però una soglia di «benessere medio» a quota 75.000 dollari oltre la quale la qualità di vita non viene percepita migliore. La conclusione è che «dare alla gente più soldi oltre i 75.000 dollari non migliora di molto il loro umore quotidiano, ma dà comunque la sensazione di avere successo nella vita».

http://www.lastampa.it/2015/10/12/economia/il-nobel-per-leconomia-a-deaton-per-lanalisi-sui-consumi-la-povert-e-il-welfare-ShPHtR567lKY7na96DTmJN/pagina.html

 

 

Expo e multinazionali

imagmacexpNelle chiacchiere da metropolitana tornando da Rho il tema del rapporto tra multinazionali ed Expo occupa sempre un posto centrale. Tra i visitatori con figli minorenni che hanno affollato il ristorante di McDonald’s e il padiglione della Lindt, gli intellettuali politicamente corretti che storcono il naso per una contaminazione che non avrebbero voluto. Nel mezzo ci sono le nostre multinazionali, Barilla e Ferrero in testa. La prima ha avuto un ruolo decisivo nell’ispirare la Carta di Milano, la seconda ha diversi padiglioni sparsi qua e là. Poi c’è un’altra corporation che fa discutere più delle altre ed è l’americana Manpower, che organizzando le selezioni per assumere i lavoratori dell’Expo è entrata giocoforza nel mirino dei rapper no global.

Dunque il tema delle multinazionali sarà sicuramente divisivo ma se l’Expo queste cose non le prende di petto è destinata a restare una piccola Disneyland nella cintura milanese. Gli organizzatori sono convinti che il rischio vada corso e parlano di una «triangolazione necessaria» ovvero di un equilibrio dialettico che si deve stabilire tra le istituzioni, le associazioni non profit e le imprese. Per questo hanno invitato, e si stanno definendo in questi giorni le date, i tre amministratori delegati di Coca Cola, Nestlé e McDonald’s – al secolo rispettivamente Muhtar Kent, Paul Bulcke e Steve Easterbrook – ovvero il Gotha del capitalismo alimentare globale. Ma riusciranno i nostri eroi a istruire un gioco che non sia un inutile blabla e che ingaggi davvero il diavolo e l’acqua santa, McDonald’s e Slow food?
Noi italiani con le multinazionali abbiamo un rapporto contrastato. Da una parte vogliamo attrarle – tutti in tv lo dicono anche se militano in Sel o nella Lega – ma poi le consideriamo ingombranti e predatorie. Qualcuna riesce, grazie ai prodotti, a far breccia nel nostro cuore e quindi ci dimentichiamo che Apple o Ikea siano yankee o scandinave, entrano a far parte del nostro quotidiano e non ne escono più. Altre non ce la fanno magari solo perché hanno prodotti di minor fascino o perché, come le agenzie interinali, vengono accusate dai NoExpo «di trattare il lavoro come fosse merce».

In realtà non siamo in grado di definire una sorta di rating sociale delle multinazionali, non sappiamo giudicarle in base ai comportamenti concreti. Senza rifarci a parametri oggettivi (investimenti sulla ricerca e sviluppo, rapporto con il territorio, welfare aziendale o meno) ci muoviamo al buio, magari amiamo la singola multinazionale ma ne odiamo la categoria. La realtà di tutti i giorni di spunti ne fornisce in quantità: prendiamo i francesi che hanno conquistato i nostri calzaturifici della Riviera del Brenta ma alla fine appaiono come degli spartani affascinati dalla cultura ateniese. Oppure proprio la Nestlé che ha fatto della San Pellegrino un’acqua venduta sui mercati globali dando occupazione e reddito alla Lombardia. Gli svizzeri volevano fare lo stesso con la Pizza Buitoni, prodotta a Benevento, e farne un altro brand globale ma nessuno ha dato loro retta né a Roma né in Campania.
L’Expo è il luogo giusto per far vivere queste contraddizioni e se i Ceo delle grandi corporation capiscono che ha senso venire a Canossa possono scaturirne delle sintesi interessanti. L’amministratore delegato di McDonald’s Italia, Roberto Masi, ogni volta che gli capita di parlare sostiene che sta spostando il budget degli acquisti tutto verso l’Italia e aggiunge che nei suoi menu ha inserito pasta, frutta e verdura ovvero la summa della dieta mediterranea. Persino Coca Cola avrebbe intenzione di aumentare gli acquisti in Italia di arance siciliane e quanto a Barilla il principio è che il grano si compra là dove si produce la pasta. Vale per l’Italia ma anche per la Turchia, la Grecia e gli States.
Ai no global tutte queste appariranno buone intenzioni e niente di più, di vero c’è che finora le multinazionali non hanno firmato la Carta di Milano. Gli organizzatori dell’Expo però ci sperano fortemente, «i grandi attori devono essere parte di questo processo» e avendo deciso che il documento sarà consegnato a fine Expo nelle mani del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon confidano che ciò produca una persuasione morale sui grandi manager del cibo. Per ottenere questo risultato è comunque al lavoro una diplomazia sotterranea che vede protagonisti il nostro ministro dell’Agricoltura Martina e la responsabile del padiglione statunitense Dorothy Hamilton.
Vedremo come andrà a finire, intanto però Stefano Scabbio, l’amministratore delegato di Manpower, ci tiene a supportare il buon nome delle multinazionali del lavoro e racconta: «Noi agiamo per portare legalità. E in questi giorni abbiamo contrattualizzato i lavoratori del padiglione polacco che stavano operando senza norme. In accordo con il commissario governativo di Varsavia li abbiamo regolarizzati e così faremo con gli altri padiglioni di Paesi esteri che si dovessero trovare nella stessa situazione».
Dario Di Vico
Multinazionali? Non sono tutte uguali Responsabilità (e marketing) a Expo

Non all’aperto….

Nel 2013, Amartya Sen aveva pubblicato con Jean Drèze un nuovo libro su Un’incerta gloria: l’India e le sue contraddizioni , tornando sul tema prediletto di un’economia incurante della qualità e soprattutto della condizione dei più poveri e delle donne. Nel libro, l’India aveva ancora il secondo posto fra le economie più espansive: ora ha preso il primo. Questa posizione, invidiabile in tempi di crisi che non risparmiano i Brics, rende però più clamorose le contraddizioni. «Restano inadeguati — scrivevano Sen e Drèze — i servizi sociali come la scuola e le cure mediche, e le cose materiali come l’acqua sicura, l’elettricità, il sistema idraulico e fognario, i trasporti, e insomma i servizi sanitari e igienici ».

tltProprio ieri nel Bengala occidentale, lo Stato di Calcutta in cui Sen è nato, abbiamo assistito a una memorabile manifestazione: 200mila persone, nel distretto di Nadia, hanno formato una catena umana lunga 122 chilometri (un record mondiale, secondo gli entusiasti promotori, il “magistrato del distretto”, l’Unicef qui diretta da Asadur Rahman, e una miriade di gruppi civili) per metter fine alla “Open defecation”.

Nel paese più espansivo del pianeta ancora il 48 per cento della popolazione (1 miliardo e 254 mila) defeca e orina a cielo aperto. Il superamento di questo retaggio è un obiettivo universale: il governo Modi l’ha ambiziosamente fissato per il 2020, il governo bengalese addirittura per il 2016. Non si tratta “solo” di costruire tubature idrauliche e fognarie e gabinetti, ma di insegnare e abituare a usarli e manutenerli. Spiega Maria Fernandez, spagnola dell’Unicef: «Costruisci i gabinetti in un villaggio, e può succedere che le persone non lo usino perché la casa è un posto troppo sacro per defecare ». Anche nella catena umana di ieri c’era un impegno solenne da prendere collettivamente: «Non solo userò il gabinetto, ma mi preoccuperò che lo usino tutti i miei famigliari ». Decisivo com’è per l’igiene e la salute (la spaventosa mortalità infantile di diarrea), il tema coinvolge la sicurezza e la dignità, soprattutto delle donne. Se ne parlò da noi quando episodi agghiaccianti di stupri e uccisioni rivelarono che le ragazze vanno a fare i loro bisogni prima della luce del giorno e dopo il tramonto, e che quel tragitto è un’occasione prediletta per gli agguati. Un capitolo peculiare riguarda le mestruazioni: il tabù della comunicazione, l’ignoranza — possono essere contagiose, possono provocare una gravidanza se ci si avvicina ai ragazzi — l’uso di cenci fonti di infezioni. «L’Unicef, il governo locale e le ong hanno cominciato insieme alla gente dei villaggi e degli slum due anni fa a censire le case, una per una. In due anni sono stati costruiti oltre 260 mila gabinetti». Nei villaggi incontriamo bambine e ragazze piene di grazia e intelligenza: nel migliore e più raro dei casi hanno un gabinetto in comune per una dozzina di famiglie. È una specie di miracolo, e sarebbe bello farne a meno. Una gloria meno incerta, e “defecation free”.

Tratto  da Il Nobel e il premier. Sen contro Modi.. di Adriano Sofri

Repubblica 22 febbraio 2015

http://opendefecation.org/

http://timesofindia.indiatimes.com/city/kolkata/Swachh-Bharat-Lakhs-to-take-oath-to-use-toilets/articleshow/46287314.cms

Pledging never to defecate in the open, around 2.5 lakh people in Nadia district will form a first-of-its-kind 122-km-long human chain this Saturday.

The district administration, which is running the ‘Sobar Souchagar’ (toilets for all) campaign similar to Prime Minister Narendra Modi’s ‘Swachh Bharat’ movement, has already approached both the Limca and the Guinness world records’ team to validated the record of the longest human chain.

Il nuovo mondo

APXCIl mondo è in movimento rapido. Lo è da tempo. E’ cambiata sostanzialmente la geoeconomia del mondo e i riflessi geopolitici non sono ancora del tutto ben definiti. L’unica cosa certa è che il mondo non ha i tempi dell’Europa, che sembra stare a guardare. Nelle ultime settimane abbiamo assistito a due eventi che non possono essere liquidati solo per il loro impatto mediatico. La Cina ha ospitato a Pechino la riunione periodica dell’Asia-Pacific Economic Co-operation (Apec). Il presidente cinese ha ricevuto i grandi del mondo come il capo di una nazione “making the running” (copyright dell’Economist), cioè che conduce il gioco. Ha fatto scalpore l’annuncio dell’intesa con gli Stati Uniti sul controllo delle emissioni di CO2, e la promessa di un ulteriore accordo sull’eliminazione delle tariffe sui prodotti della “information technology”. Ma alla maggiore apertura mostrata su molti dossier spinosi, come si conviene a una potenza che si considera leader globale e, quindi, pronta a condividere la governance del mondo, si è affiancata l’azione di potenza che sta dietro l’annuncio della disponibilità a finanziare una nuova “via della seta”, cioè una strada di connessione tra l’Asia centrale e la Russia, con l’eventuale estensione fino all’Europa e al medioriente e all’Africa. Un programma d’investimenti di dimensioni enormi e che, soprattutto, sembra sottolineare lo spostamento dell’asse geoeconomico del mondo e il ruolo che la Cina si propone di giocare nel nuovo assetto, offrendo una base concreta di riavvicinamento sia alla Russia sia agli altri paesi asiatici interessati.

Altro segno di questa politica è stata la firma di un “memorandum of understanding” con altri venti paesi asiatici per istituire una nuova banca multilaterale di sviluppo, della quale la Cina sarà la principale azionista, e che probabilmente servirà anche a finanziare la nuova “via della seta”. Si susseguono anche accordi bilaterali con paesi emergenti per regolare l’interscambio in moneta nazionale e non più in dollari. E’ iniziata la sfida all’assetto di Bretton Woods, cioè alle istituzioni come la Banca mondiale e il Fmi. Istituzioni dominate dai paesi avanzati a guida americana, e poco propense a dare spazio nella loro governance ai paesi emergenti in base al loro nuovo peso economico nel mondo. Ancor più importante e significativa è stata la richiesta di Xi Jinping all’Apec di studiare la costituzione di una Free trade area of the Asia-Pacific (Ftaap). Qui si entra nel vivo della sfida per la leadership globale, perché è la risposta alla Trans pacific partnership, sponsorizzata dagli americani. Quest’ultima non piace alla Cina, che si confronta anche con l’avanzamento, sempre a guida americana, della Transatlantic trade and investment partnership (Ttip), destinata a creare una zona di libero scambio con l’Europa, con l’esclusione della Russia, in tal modo spinta verso l’Asia. Ciò ci conduce all’altro evento recente, la riunione del G20 di Brisbane, che in sintesi certifica tre cose. Il riconoscimento che non ci sarà crescita senza un impegno corale degli stati per sostenere un programma massiccio di investimenti. L’isolamento dell’Europa, accusata di essere l’area che frena la crescita mondiale con la sua insistenza nelle politiche di rigore fiscale. L’isolamento della Russia da parte degli Stati Uniti e dei membri europei del G20, con qualche attenuazione nella posizione italiana, per la sua politica aggressiva nell’est europeo, ma non il suo isolamento dal resto del mondo, in particolare dalla Cina.

La base economica dei problemi strategico-politici è il mutamento delle prospettive geoeconomiche. Entro poco più di una decade il 70 per cento del pil mondiale sarà prodotto da quello che eravamo abituati a chiamare il sud del mondo (Asia e Africa in primo luogo) e il 30 per cento nel nord del mondo, cioè essenzialmente l’occidente. Nulla di strano, si ritorna ai pesi relativi degli inizi dell’Ottocento, ma in una situazione del tutto cambiata. La questione centrale non è il mutamento in atto dei pesi economici relativi, dovuto alla riduzione del gap tecnologico e di produttività e alla stessa demografia, ma il fatto che il mutamento deve essere governato. In altri termini, la strategia cinese pone di fronte al resto del mondo, agli Stati Uniti e all’Europa in primo luogo, l’alternativa tra cooperazione per la crescita o la concorrenza e il conflitto. I segnali sono che la Cina, e con lei parte dell’Asia, è ancora disponibile alla prima strada, ma è già pronta all’opzione più pericolosa. Forse gli Stati Uniti se ne accorgeranno in tempo, ma l’Europa brancola nel buio, colta sempre impreparata dalla rapida evoluzione dei contesti.

di Ernesto Felli e Giovanni Tria

Il Foglio  -23 novembre 2014

APEC

http://www.apec.org/

 

 

G20: i Paesi più ricchi crescono, ma aumenta la disuguaglianza

G20_Australia_Sono in teoria i Paesi più ricchi e influenti del mondo, ma sono anche molto più indebitati di prima, non riescono più a crescere come vorrebbero, non creano a sufficienza posti di lavoro e soprattutto costruiscono diseguaglianza. L’Italia eccelle in alcuni difetti: il debito in primo luogo, poi la crescita; qui a Brisbane è la Cenerentola del summit, 19esima per capacità di aumentare il prodotto interno, al 20esimo posto c’è la Russia di Putin.

La ricetta

I numeri e le statistiche del G20 sono in qualche modo impietosi: sabato e domenica i leader del pianeta cercheranno di mettere a punto una ricetta globale per la crescita, ma dal giorno in cui l’Australia ha assunto la presidenza del vertice, nel dicembre del 2013, la ricchezza complessiva dei 20 è cresciuta di 17 mila miliardi di dollari. Mica male, peccato che il 36% di questa crescita, 6200 miliardi, è andata all’1% dei più ricchi nei rispettivi Paesi. Alla ricerca disperata di crescita dunque ma anche di eguaglianza, come evidenziato in un rapporto pubblicato alla vigilia del summit da Oxfam International. Il problema è che per la crescita ci vogliono gli investimenti: in Australia ne attraggono a tassi che in Europa sono sconosciuti, e proprio il governo di Camberra ha pensato ad un hub finanziario e globale per coordinare gli investimenti internazionali.

Investimenti

….. Di sicuro la crescita che da Brisbane viene rincorsa ha come obiettivo diretto il Prodotto interno lordo, concetto diverso dalla ricchezza dei cittadini.

I Paesi del G20 rappresentano il 90% del Pil mondiale, l’80% degli scambi commerciali, ma ospitano anche la metà dei poveri del mondo.

E l’elusione fiscale della grandi corporation, che qui a Brisane verrà discussa e in qualche modo affrontata, farebbe perdere ai Paesi in via di sviluppo almeno 100 miliardi di dollari di mancate entrate fiscali. ….. Nel frattempo, mentre rincorrono la crescita, di sicuro aumenta la diseguaglianza: in 15 dei 19 Paesi del G20 (il ventesimo posto è della Ue), negli ultimi dodici mesi, il reddito è cresciuto in gran parte solo per l’1% della popolazione più ricca. Le 4 eccezioni sono Giappone, Arabia Saudita, Stati Uniti e Canada.

http://www.corriere.it/economia/14_novembre_15/g20-paesi-piu-ricchi-crescono-ma-aumenta-diseguaglianza-b33cad20-6ca9-11e4-b935-2ae4967d333c.shtml

https://www.g20.org/

2015: anno cruciale per lo sviluppo sostenibile

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Alain Elkann intervista  il Professor Jeffrey D. Sachs,
Professor Jeffrey D. Sachs, lei è direttore dell’Earth Institute alla Columbia University: come procede la sua battaglia per lo sviluppo sostenibile?
«E’ lunga e difficile. Le idee di sviluppo sostenibile circolano da decenni, ma la traiettoria del mondo non è nella giusta direzione. L’economia e la geopolitica mondiale hanno le loro dinamiche. Stiamo andando verso un aumento delle crisi sociali e dei danni ambientali. Soprattutto in Africa e Medio Oriente. Ridisegnare un sistema globale è una sfida, il 2015 sarà decisivo».
Perché?
«Si terranno i negoziati sul clima che si concluderanno a Parigi in dicembre.
A settembre i leader mondiali si riuniranno per tre giorni all’Onu per il più grande summit sullo sviluppo.
A luglio, un altro vertice sul sistema finanziario offrirà l’opportunità di indirizzare i risparmi in tutto il mondo verso scopi vitali: energia a basso tenore di carbonio, assistenza sanitaria e cura delle malattie per i poveri, città sostenibili, resilienza del clima, e altro. Reindirizzare la finanza in questo senso renderebbe il mondo più sicuro».
La questione del riscaldamento globale ha molti nemici?
«Abbiamo un sistema energetico mondiale basato sui combustibili fossili, ma ora sappiamo anche che distruggeranno il pianeta se continuiamo a usarli. Tuttavia le compagnie di combustibili fossili si stanno opponendo al cambiamento, soprattutto in Usa, Canada e Australia. ExxonMobil, Chevron, Koch Industries e altri giganti del settore si sono comprati i politici statunitensi. O ci muoviamo verso un’economia a basse emissioni di carbonio, o il pianeta andrà in rovina».
Non è facile, vero?
«Niente è facile. E la sfida ambientale su scala mondiale è senza precedenti. Non siamo pronti e il tempo sta per scadere».
E che dire di Ebola?
«Non è ancora sotto controllo. I Paesi più colpiti in Africa occidentale – Liberia, Guinea e Sierra Leone – sono tra i più poveri del mondo. Per molti anni quest’area si è trovata in stato di guerra, non aveva un sistema sanitario funzionante quando è scoppiata l’epidemia. Al momento le agenzie internazionali non hanno reagito. E ai Paesi ricchi non importa molto, hanno stanziato aiuti modesti. Lo so perché un anno fa ho cercato di raccogliere fondi per l’assistenza sanitaria in Liberia. Le agenzie donatrici mi hanno detto che non era possibile trovare neppure un paio di milioni di dollari. Ora il progetto per il controllo di Ebola costerà miliardi di dollari».
Possiamo fermare l’epidemia?
«Bisognerebbe rafforzare un sistema per il controllo dell’epidemia. Chi presenta i sintomi dovrebbe essere sottoposto ai test. Se è infetto dovrebbe essere portato in ambulanza a un’unità per il trattamento di Ebola. Tutto questo è possibile, ma richiede risorse».
Lei crede nella priorità dell’ istruzione? Come possiamo realizzarla?
«C’è una verità economica basilare nel XXI secolo. Senza una formazione scolastica superiore c’è solo una vita di povertà. A meno che non ci svegliamo e il mondo aumenti l’accesso all’istruzione e alla formazione al lavoro su larga scala. Con la tecnologia informatica possiamo fornire un’istruzione di qualità, anche nei villaggi più remoti e poveri del mondo. Il mio corso universitario on-line, per esempio, è gratuito».
Confida nella possibilità di cambiamenti radicali a favore delle popolazioni più povere del mondo?
«La nostra generazione può porre fine all’estrema povertà, se ci proviamo. Le persone più ricche del mondo (85 su 7,3 miliardi, ovvero lo 0,00000001 della popolazione mondiale) hanno un patrimonio netto di 2 trilioni di dollari. Supponiamo che quella ricchezza sia usata per combattere la povertà. Al 5% di interesse il flusso di reddito è pari a 100 miliardi di dollari l’anno. Per questa somma ogni bambino potrebbe andare a scuola; ogni comunità avere l’assistenza sanitaria; ogni famiglia accesso all’elettricità. Siamo un mondo ricco, ma lasciamo che un miliardo di persone soffrano».
Com’è lo stato reale dell’economia oggi? Gli Usa, i Paesi emergenti, l’Europa?
«Il problema di fondo è che cerchiamo di stimolare la crescita indotta dai consumi anziché quella trainata dagli investimenti. Gli Usa vogliono che le famiglie s’indebitino per acquistare beni che non si possono permettere piuttosto che spendere per energia pulita, trasporti sicuri, tutela dei corsi d’acqua, ricerca e sviluppo, educazione e salute di tutti i bambini. Stiamo perdendo la nostra ricchezza creando bolle finanziarie: mettiamo in pericolo il futuro per mancanza di investimenti a lungo termine. In Europa c’è anche un crollo dei finanziamenti pubblici. Persino le esigenze di base, come nuove linee elettriche per sfruttare le energie rinnovabili, vengono tagliate per pareggiare i bilanci. E’ un falso risparmio».
Qual è oggi la sua visione del mondo?
«Possiamo imboccare la via dello sviluppo sostenibile – la fine della povertà e la tutela dell’ambiente – o seguire un percorso di crescente disuguaglianza, sacche di povertà profonda e disastro ambientale. Questa è una scelta, non un destino. Il 2015 sarà un anno critico. Optiamo per lo sviluppo sostenibile».

http://www.lastampa.it/2014/11/02/societa/direttore-dellearth-institute-alla-columbia-university-y7jTJkwFRivxzGuGgcpSfJ/pagina.html

 

http://www.earth.columbia.edu/articles/view/1770