Biglietti aerei, il prezzo dipende da un algoritmo

L’intenzione è concedersi una pausa a New York. Partenza il 6 novembre, ritorno otto giorni dopo: 382 euro, tasse incluse, calcola l’app sul telefonino mentre la metropolitana è ferma in una zona periferica di Milano. Pochi minuti dopo si tenta l’acquisto, stavolta dal computer di lavoro, in pieno centro: 421 euro per lo stesso volo, la stessa classe. «Uno potrebbe pensare che intanto qualcun altro ha prenotato, riducendo i sedili liberi a disposizione e incrementando il valore dei biglietti successivi», sintetizza un manager di una grande compagnia aerea europea. «Ma la verità è che l’algoritmo del vettore ha fatto un’analisi più sofisticata: ha notato che il viaggiatore, una volta davanti alla scrivania, si trova in un’area dove il reddito medio è elevato — il centro città — e gli orari sono quelli di ufficio, quindi magari la trasferta è per motivi professionali e a pagare sarebbe l’azienda».

I big data

L’ambito è l’«airline revenue management». Tradotto in modo esplicito: dimmi dove ti colleghi, quando e con quale dispositivo così potrò stabilire il prezzo massimo che riesco a farti pagare. Il tutto grazie ai big data, l’ammasso di informazioni digitali raccolte da ogni tipo di fonte possibile e incrociati tra loro. «È una versione moderna del rivenditore di auto», commenta Rafi Mohammed, noto consulente sulle strategie di prezzo, nell’ultimo numero della rivista Harvard Business Review. Se a quelli bravi «bastano uno sguardo all’abbigliamento, domande sulla residenza e sulla professione e un paio di battute per intuire quanto può spendere al massimo per un veicolo ogni singolo cliente», allo stesso modo funzionano anche gli algoritmi elaborati per conto di alcune compagnie aeree e motori di ricerca dei viaggi.

La «discriminazione»

Mohammed racconta come la discriminazione tariffaria abbia colpito anche lui. «Quando ho usato l’app di Orbitz per un pacchetto vacanza nella Grande Mela mi dava un prezzo, ma quando ho deciso di acquistarlo, da un computer, la cifra era più alta del 6,5%». La società ha spiegato che la variazione dipende dalla fluttuazione tipica della domanda e della risposta. Ma l’esperto ribatte: «A parità di servizio a certi utenti vengono mostrati prezzi diversi dagli altri». Ufficialmente i vettori, grandi e piccoli, smentiscono. Ufficiosamente diversi di loro decidono i prezzi usando i big data per massimizzare il profitto all’interno di una stessa classe di volo. «In una Economy ci sono quindici diverse fasce di prezzo», spiega il manager della compagnia aerea. Così il viaggio da Milano a New York, a parità di sedile, può costare 300 o 900 euro.

Come funziona

La geolocalizzazione dell’utente è una delle voci più importanti: questo tipo di algoritmo, infatti, è così sofisticato che riesce a differenziare il prezzo per l’utente incrociando i dati del suo posizionamento — in centro o in periferia, in città o in campagna, al Nord o al Sud — con le fasce di reddito relative di ogni area. Il dispositivo elettronico è un’altra variabile rilevante: su tablet e smartphone compare un prezzo diverso — di solito più elevato, a parità di località — rispetto al computer. Così come influisce sul costo finale anche il sistema operativo: iOs, di Apple, è considerata appannaggio della fascia medio-alta di una popolazione a differenza di Android, che verrebbe utilizzato di più da chi ha una capacità di spesa inferiore. Poi c’è la questione tempo. Le prenotazioni nei primi cinque giorni della settimana tendono a vedersela con tariffe più elevate: l’algoritmo ipotizza si tratti di trasferta di lavoro. Da venerdì sera a domenica sera la media si abbassa: l’incrocio dei big data immagina che si tratti di un viaggio di piacere o di un’esigenza famigliare.«Bisogna chiedersi a questo punto se questa personalizzazione dei prezzi sia etica — ragiona Mohammed —, anche perché può produrre, senza volerlo, risultati ingiusti».

Leonard Berberi

Corriere della Sera, 28 ottobre 2017

http://www.corriere.it/cronache/17_ottobre_28/voli-se-algoritmo-ti-alza-19135ce6-bb50-11e7-8ef5-94a13146dc45.shtml

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La Vallonia non firma il Ceta e disintegra l’Europa: la colpa è tedesca

cetakAlla fine, gli storici diranno forse che la colpa è di Schaeuble. Per ora si può dire che la costruzione europea si sta sfarinando davanti ai nostri occhi, mese dopo mese. Non per le leggi dell’economia, come da sempre pensano tanti americani, ma per esaurimento interno. L’ultimo campanello d’allarme è il rifiuto di una regione del Belgio, la Wallonia, a firmare il Ceta, l’accordo di commercio euro-canadese. E’ passato, infatti, il principio che il trattato debba essere approvato da tutti gli attori politici europei, ciò che, in base alla costituzione belga, significa il voto di sette diverse entità e regioni. Non bastano, insomma, i 28 sì dei 28 governi, ma ce ne vogliono una quarantina. E la Wallonia ha puntato i piedi.

Ai molti avversari di accordi che vanno a toccare assai più regolamenti e norme che tariffe, e, dunque, mettono sul tavolo le tutele igieniche e sanitarie a cui l’Europa ci ha abituato, la resistenza di Mons, Namur, Liegi è benvenuta. E’ una ulteriore prova che l’assai più pervasivo Ttip, l’accordo commerciale con un partner più scomodo e potente dei canadesi, gli Usa, probabilmente non arriverà mai alla fine di un tunnel del genere. Ma, comunque, vada a finire, nei prossimi giorni, la vicenda del trattato euro-canadese, deve essere chiaro che c’è un prezzo da pagare e che, in parte, è stato già pagato: la capacità della Ue di fare politica.

Donald Tusk, il presidente del Consiglio europeo,osserva che, se fallisce il Ceta, la Ue non sarà più in grado di firmare un accordo commerciale. Primo fra tutti, quello che sancirà la Brexit: stenderlo sarà difficile, farlo approvare da tutti un incubo. Ma non c’è solo il commercio. E’ assai difficile pensare che una nuova politica dell’energia o le sanzioni alla Russia possano passare con 40 sì. La Ue rischia la paralisi. O, più esattamente, l’impotenza. Se non addirittura l’irrilevanza, come sta avvenendo per la politica dell’immigrazione, dove le proposte di Bruxelles per la condivisione e la solidarietà sono cadute nel vuoto, quando non ridicolizzate.

Aspettiamoci lo stesso per i richiami ad Austria e Germania a sbaraccare i controlli, formalmente temporanei, alle frontiere che svuotano Schengen. E, per quanto siano fondati e ragionevoli gli appelli di Renzi a superare l’austerità, che questo avvenga chiudendo un occhio su bilanci fuori linea o rinunciando alle multe, come già avvenuto con Spagna e Portogallo, invece che con un ripensamento  esplicito della strategia economica della Ue è un ulteriore indebolimento della leadership comunitaria.

Abbastanza paradossalmente, a lagnarsene oggi e, ancor più in futuro, sono e saranno quelli che hanno reso possibile lo svuotamento dei poteri della Commissione, invocando – ancor prima che ci pensassero gli inglesi – poteri e prerogative sempre maggiori a favore dei Parlamenti nazionali, ritenuti i veri depositari della democrazia europea, a scapito degli organismi comunitari. In prima fila, il Bundestag e la magistratura tedesca, gelosi custodi della supremazia della legislazione nazionale. Ma, sull’onda del populismo euroscettico, molti governi trovano oggi conveniente sparare su Bruxelles.

Ed è qui che viene in ballo Schaeuble. La frattura fra Ue e opinione pubblica è avvenuta anzitutto sul testardo tentativo di imporre all’intera Europa una dottrina economica, quella dell’austerità, a cui, peraltro, assai pochi economisti (e nessuno fuori dalla Germania) credono. E’ allora che l’Europa è apparsa a molti matrigna e nemica e anche assai difficilmente difendibile. Lo scontro sui migranti avrebbe potuto essere diverso in una situazione economica diversa. La frattura decisiva, in Europa, è avvenuta prima, di fronte all’accanimento quasi sadico con cui Berlino ha amministrato il dossier Grecia, decretando il collasso economico del paese e prolungandolo ancora, in nome degli equilibri politici interni alla Germania, in vista delle prossime elezioni.

Maurizio Ricci

 

La Repubblica 23 ottobre 2016

http://www.repubblica.it/economia/rubriche/eurobarometro/2016/10/22/news/ceta_eurobarometro-150299617/?ref=HRLV-4

Cos’è il CETA

L’accordo economico e commerciale globale (CETA) è un trattato tra l’UE e il Canada negoziato di recente. Una volta applicato, offrirà alle imprese europee nuove e migliori opportunità commerciali in Canada e sosterrà la creazione di posti di lavoro in Europa.

Eliminerà i dazi doganali, porrà fine alle restrizioni nell’accesso agli appalti pubblici, aprirà il mercato dei servizi, offrirà condizioni prevedibili agli investitori e, cosa non meno importante, contribuirà a prevenire le copie illecite di innovazioni e prodotti tradizionali dell’UE.

http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ceta/index_it.htm

http://europa.eu/!FN83jX

Cos’è la Vallonia

Dal 1993 è uno Stato federale, nel quale trovano riconoscimento le regioni autonome di Fiandra, Vallonia e Bruxelles e le tre comunità linguistiche francese, nederlandese e tedesca. La comunità tedesca è unita amministrativamente alla Vallonia.

http://www.treccani.it/enciclopedia/belgio/

 

 

Accordo sul Tpp

tppppp I lavori per il Ttip, l’accordo di libero scambi tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, procedono al rilento. Gli Usa, però, possono consolarsi con l’intesa raggiunta questa mattina con 11 Paesi del Pacifico sul Trans-Pacific Partnership (Tpp) dopo 9 giorni di intense trattative. L’intesa abbatterà le barriere al commercio e – secondo i negoziatori – aumenterà il lavoro e gli standard ambientali tra le nazioni che rappresentano circa il 40% della produzione economica mondiale. L’accordo dovrà essere approvato ora dal Congresso Usa e dai rispettivi governi degli altri 11 Paesi.

Tra i paesi asiatici è coinvolto il Giappone, ma non la Cina. L’ultima disputa risolta ha riguardato la protezione di brevetti farmaceutici, sulla quale insistevano gli americani. Trattative difficili sono inoltre avvenute sul settore auto, sui latticini e in generale sulla proprietà intellettuale. L’accordo alla fine apre mercati agricoli di Canada e Giappone e rende più severe la norme sui brevetti a vantaggio di società farmaceutiche e tecnologiche. Soprattutto crea un blocco per contenere la crescente influenza economica della Cina nella regione. Il patto rappresenta una sofferta vittoria per il presidente americano Barack Obama, che ne aveva fatto una priorità sfidando l’opposizione di esponenti del suo stesso partito democratico.

Non tutti, però, sono entusiasti dell’accordo. E in molti già denunciano che il libero scambio distruggerà posti di lavoro anziché crearne di nuovi. Nel dettaglio, l’accordo sul Tpp prevede l’eliminazione delle barriere tariffarie e non-tariffarie e l’adeguamento degli standard commerciali in una vasta area dell’Asia-Pacifico, associando l’economia statunitense a quella di altri undici Paesi: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. I partner si impegnano a cooperare anche sul fronte delle valute.

Obama però esulta: “Ho passato ogni giorno della mia presidenza a combattere per far crescere la nostra economia e rafforzare la classe media. In un momento in cui il 95% dei nostri clienti vivono fuori dai confini degli Stati Uniti, non possiamo far scrivere a paesi come la Cina le regole dell’economia globale. Dobbiamo scrivere queste regole, aprendo nuovi mercati ai prodotti americani e allo stesso tempo fissare alti standard per proteggere i lavoratori e conservare il nostro mercato”. Poi il presidente ha aggiunto: “questo è quello che l’accordo raggiunto oggi ad atlanta farà”.

“La chiusura del negoziato è un passo fondamentale verso la costruzione di un’ampia area di libero scambio di importanza globale che, una volta concluso anche il Ttip metterà insieme il 63 per cento del Pil mondiale” dice in una nota il vice ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda: “E’ una svolta fondamentale nella globalizzazione – sottolinea il vice ministro – che mira a un riequilibrio dei rapporti economici e commerciali rispetto alla prima fase della stessa. Per i Brics sarà molto più difficile continuare a indulgere in pratiche protezionistiche e di dumping. Ora dobbiamo lavorare rapidamente per completare il negoziato per il Ttip prima delle elezioni presidenziali americane”.
L’inchiesta sul Ttip.

http://www.repubblica.it/economia/2015/10/05/news/ttp_asia_usa_pacifico-124384385/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10/05/tpp-raggiunto-laccordo-sul-trattato-di-libero-scambio-tra-11-paesi-del-pacifico/2098406/

 

 

Com’è andata a finire?

Ecco un post del settembre 2012…

Com’è andata a finire?

Il caso di una nuova azienda ( start up) che sfida l’oligopolio nel settore della telefonia cellulare

E’ partito ufficialmente Bip Mobile, il primo operatore italiano di telefonia mobile low-cost. Tante le promesse: una tariffa unica (così non bisogna cervellarsi con mille calcoli) e competitiva. Non una tariffa bando (come qualcuno si aspettava) ma un 3×3: 3 centesimi al minuto verso tutti (e non solo in Italia) con scatto alla risposta di 16 cent, senza opzioni né canoni. Si tratta della tariffa più bassa sul mercato: il 75% in meno dei 12 cent che applicano attualmente gli altri operatori……

Ci sono tre parole che sintetizzano la mission di Bip Mobile: be smart, fast e simple.Tre parole che riassumono un mondo nuovo: quello di un’azienda che utilizza la logica cloud ed ha una struttura di costi completamente innovativa. Be smart, per dire al cliente che può fare una scelta intelligente, spendendo di meno e ottenendo un servizio di qualità. Be fast, perché l’azienda sarà veloce e reattiva alle esigenze del mercato, capace di cambiare gli elementi competitivi in pochi giorni. Be simple, perché i clienti e anche i rivenditori devono capire nell’immediato quello che si offre..

La società punta a 700.000 clienti entro 6 -8 mesi (break even) e a un milione  entro un anno…

L’Antitrust qualche giorno fa  ha avviato un’istruttoria nei confronti di Telecom Italia, Vodafone e Wind per verificare che i tre colossi non abbiamo messo in atto una sorta di cartello per ostacolare l’ingresso sul mercato del nuovo operatore.

http://www.helpconsumatori.it/secondo-piano/bip-mobile-al-via-la-tariffa-3×3-delloperatore-low-cost/52611

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Gennaio 2014

Brutta sorpresa di fine anno per i 220 mila italiani con un numero di cellulare Bip Mobile: da due giorni si trovano con la linea staccata. Non possono più fare né ricevere telefonate. E ora su quest’operatore mobile virtuale, caratterizzato da tariffe molto low cost, si rincorrono voci di imminente chiusura. Le linee sono mute, infatti, perché il fornitore di Bip Mobile, Telogic, ha staccato la linea il 30 dicembre accusando il cliente di una pesante insolvenza.

http://www.repubblica.it/economia/2014/01/01/news/bip_mobile-74929860/

PARTE LA CLASS ACTION..

http://www.repubblica.it/tecnologia/2014/01/03/news/bip_mobile_class_action-75043680/

Risolto il problema esistenziale di Paperino

Da decenni Topolino, Paperino, Pluto e tutta la famiglia Disney si dibattevano in un dubbio amletico: “Siamo animali o, piuttosto, umanoidi pure noi come quei raccomandati di Cenerentola, Spiderman e Barbie”. Ad evitare che Zio Paperone spendesse i suoi fantastilioni di dollari in psicanalisti, ci hanno pensato i giudici della Commissione Tributaria Regionale della Liguria. La sezione 8, presieduta da Renato Delucchi, ha così risolto una lunga disfida che opponeva l’Agenzia delle Dogane di Genova e la società Promoplast di Torino, leader dell’importazione di giochi dalla Cina, che era difesa in giudizio dall’avvocato Sara Armella, attuale presidente di Fiera Genova.
In ballo non c’era l’equilibrio psichico dei personaggi dei fumetti più amati al mondo, bensì un forziere, anzi meglio un container di euro. Dentro i contenitori, nel porto di Genova, arrivano dalla Cina, infatti, milioni di pupazzetti di plastica ispirati ai personaggi dei fumetti ma, secondo direttive europee, non possono essere catalogati sotto la stessa voce doganale. Per essere più chiari, le norme prevedono per “le figure umanoidi ” l’applicazione di un dazio pari al 4,7% mentre per giocattoli “raffiguranti animali o soggetti non umani” la tassa è assai inferiore. Una differenza burocratica che, moltiplicata per milioni di pezzi, significa centinaia di migliaia di euro in più o in meno.
E, infatti, la Promoplast si era vista contestare, dalle Dogane, una sanzione di decine di migliaia di euro per un carico. Sostenendo la buona fede della società, la circostanza che in passato tale distinzione non fosse stata fatta, e soprattutto che “Paperino è un papero, Gambadilegno un gatto, Archimede un gallo e Pippo un cane” mentre sono umani “la Bella Addormentata, Batman e pure Walker Texas Ranger”, l’avvocato Armella aveva ottenuto l'”assoluzione” dei suoi clienti in Commissione Tributaria Provinciale.
Ma in secondo grado, quello regionale appunto, la sentenza è stata ribaltata e Promoplast dovrà pagare la sanzione. La norma dice che sono umanoidi “le figure che rappresentano personaggi… senza parti mobili e senza indumenti staccabili, fissi su un supporto … che consente di mantenere la posizione senza sostengo”. Scrivono i giudici tributari: “I prodotti importati da Promoplast presentano tali caratteristiche… non possono essere considerati semplici animali… i personaggi Disney hanno caratteristiche che li rendono affini a esseri umani, parlano, ragionano, camminano in posizione eretta, sono dotati di mani… per cui senza ombra di dubbio debbono essere considerati umanoidi”. E per essere ancora più chiari, i magistrati sottolineano che Topolino e C. “sono forniti di caratteri “simili o tendenti all’umano” come definiti dal dizionario della lingua italiana Zingarelli”. Così, la Commissione ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle Dogane. E con uno sbaraquack di esultanza, Zio Paperone ha commentato la notizia.

(11 novembre 2012)

http://genova.repubblica.it/cronaca/2012/11/11/news/animale_o_umanoide_il_dilemma_di_paperino-46366548/?ref=HREC2-2

L’indigestione delle imposte.

Le manovre varate negli ultimi 12 mesi, prima dal governo Berlusconi e poi dal governo Monti, si possono così riassumere (…) nell’arco di due anni, 2012 e 2013, le entrate delle amministrazioni pubbliche dovrebbero crescere di 82 miliardi, le spese scendere di 43. Di questi tagli, tuttavia, circa 23 miliardi sono minori trasferimenti a Comuni, Province e Regioni. Se questi enti, come sta accadendo, compenseranno la riduzione dei fondi che ricevono dallo Stato aumentando le tasse locali, il risultato complessivo di queste manovre sarà 105 miliardi di maggiori tasse e 20 di minori spese.
L’esperienza delle correzioni dei conti pubblici attuate negli ultimi 30 anni nei Paesi industriali ci insegna che questa composizione è recessiva. L’aumento della pressione fiscale sposterà ancor più in là la ripresa dell’economia e limiterà il miglioramento dei conti pubblici. Invece le manovre che hanno avuto minori effetti recessivi, e che quindi hanno ridotto più rapidamente il debito, sono state quelle con una composizione opposta rispetto alla nostra: tagli di spesa e minori aggravi fiscali.

Se ci limitiamo al caso italiano, l’esperienza degli ultimi 30 anni insegna che le manovre per lo più costruite su tagli di spesa (le poche che sono state fatte) hanno inciso sull’economia in misura trascurabile. Invece quelle attuate per lo più aumentando le imposte hanno avuto un «moltiplicatore» pari a circa 1,5: cioè per ogni punto di Pil (Prodotto interno lordo) di correzione dei conti l’economia si è contratta, nel giro di un paio d’anni, di un punto e mezzo.

Non si tratta di reperire qualche milione di euro qua e là (sebbene un taglio alle spese delle Regioni, dalle ostriche ai palazzi faraonici, aiuterebbe e non poco), ma di ripensare senza pregiudizi a come lo Stato spende il denaro dei contribuenti. Si è detto tante volte che il nostro Stato sociale, invece di proteggere i più deboli, disperde risorse sulle classi medie e medio-alte. Un modello diverso offrirebbe a queste classi aliquote più basse, ma eliminerebbe anche i sussidi di cui esse ora godono – dai trasporti, all’università, alla sanità – lasciando al mercato la produzione di alcuni servizi. Perché, ad esempio, la raccolta dei rifiuti o la distribuzione del gas devono essere gestiti da aziende di proprietà del sindaco? Insomma, userebbe la progressività del sistema fiscale per ridistribuire i redditi, detassando i meno abbienti anche con tasse negative (cioè sussidi) ma lasciando al mercato la produzione di beni e servizi a prezzi che coprano i costi. In questo modo si favorirebbe la concorrenza e quindi la qualità.

http://www.corriere.it/editoriali/12_ottobre_15/alesina-giavazzi-indigestione-imposte_e2b53c72-1687-11e2-be27-71fc27f55c26.shtml