Protezionismo, Fed e dollaro. I (primi) timori della svolta

images6Quattro aspetti economici preoccupano della presidenza Trump. Il primo, e più generale, è che Trump non sarà «moderato» da un congresso a maggioranza democratica. Per almeno due anni, un solo partito, il repubblicano, controllerà la Casa Bianca, il Senato e la Camera. Il governo degli Stati Uniti funziona meglio quando un solo partito non controlla tutto: sono le checks and balances in azione.

Ad esempio questa moderazione non ci sarà quando si dovranno scegliere i nuovi membri della Corte Suprema, giudici nominati a vita e la cui influenza quindi si esercita per decenni dopo la fine di una presidenza. In questo senso un ruolo essenziale lo giocheranno i deputati e i senatori repubblicani moderati. Fra questi il senatore McCain, che si era apertamente opposto alla candidatura di Trump. Per alcune decisioni importanti in Senato è necessaria una maggioranza di 60 voti, che il Partito Repubblicano non ha. Se il Senato riuscirà ad evitare che Trump assuma posizioni estreme, e quanto lui lo ascolterà, è fondamentale per il futuro del partito.

La seconda preoccupazione è il protezionismo. Sul commercio internazionale il presidente degli Stati Uniti ha poteri esecutivi, ad esempio può decidere da solo di imporre un dazio su alcune importazioni. Il rischio di un’evoluzione protezionistica nel mondo è di una gravità senza precedenti. Un freno al commercio internazionale potrebbe segnare la fine della ripresa in atto dopo la crisi finanziaria. Su questo l’establishment repubblicano tradizionale, di tendenza liberista, deve assolutamente alzare la voce.

La terza preoccupazione è il debito pubblico. Durante la crisi finanziaria il debito pubblico americano è salito dal 60 a quasi il 100 per cento del Pil. Trump ha ripetuto, anche nel suo primo discorso dopo la vittoria, di voler lanciare un grande programma di investimenti in infrastrutture: ha citato ponti, autostrade, scuole e ospedali. In questo, per la verità, il suo programma non è gran che diverso da quello di Hillary Clinton e dei suoi consiglieri economici keynesiani.

La differenza sta nel fatto che, al contrario di Clinton, Trump vuole anche ridurre, e di molto, le imposte. Quindi il debito si impennerà ancor più di quanto avrebbe fatto se avesse vinto la sua rivale. Oggi il debito è a buon mercato, ma i tassi di interesse non rimarranno così bassi per sempre. Non solo, Trump non ha detto nulla sui programmi di Medicare (assistenza sanitaria gratuita per anziani) e pensioni, anzi ha detto che con la sua mirabolante conduzione dei conti pubblici non ci sarà bisogno di far nulla.

Fra le tante promesse poco credibili di Trump questa è la più grave. Tutti sanno che senza una riforma di questi due programmi il debito pubblico americano è destinato ad esplodere. Insomma la sua politica fiscale esula dalle più ovvie leggi dell’aritmetica. Se Trump farà davvero ciò che promette, il suo successore sarà eletto nel bel mezzo di una crisi fiscale. Spesso però (per fortuna in questo caso) le promesse pre elettorali rimangono nel cassetto.

E a proposito di altre promesse e di muri ai confini col Messico: gli Stati Uniti hanno una disoccupazione bassissima. È vero che la partecipazione alla forza lavoro è scesa, ma tutti questi faraonici investimenti pubblici probabilmente richiederanno più immigrati, soprattutto dal Messico, non meno come proclama Trump.

Infine l’indipendenza della banca centrale. La Federal Reserve non è parte della Costituzione americana, è stata creata nel 1913 con una legge ordinaria. Il Congresso potrebbe cambiarla, eliminare l’indipendenza e sostituire i vertici ridefinendo la durata dei loro mandati. Ciò sarebbe molto grave. L’indipendenza della banca centrale dal via vai della politica è una delle istituzioni che storicamente hanno garantito politiche monetarie sagge e stabili. Nell’immediato è probabile che una nuova Fed non più indipendente, aumenterebbe i tassi più in fretta di quanto avrebbe fatto Janet Yellen, dato che da tempo i repubblicani (compreso Trump) criticano la Fed per una politica monetaria troppo espansiva. Quindi l’aumento dei tassi di interesse accelererebbe, e con questo il dollaro si rafforzerebbe, ma il peso del debito pubblico per i contribuenti salirebbe.

Quali le conseguenze economiche per l’Europa e l’Italia? Pessima evidentemente la svolta protezionistica, ad esempio nel caso Trump imponesse dazi sui prodotti tessili e agricoli che esportiamo negli Usa. Peggio ancora se una svolta protezionistica in Usa scatenasse reazioni da altri Paesi come Cina e Giappone. Bene invece un eventuale rafforzamento del dollaro che ha l’effetto opposto delle tariffe. Gli effetti di un forte aumento del debito publico americano sono difficili da prevedere ma se i titoli pubblici degli Stati Uniti perdessero la loro assoluta affidabilità ci muoveremmo in acque finanziarie inesplorate nella storia recente.

Infine un effetto indiretto e interessante è quello sulla costruzione di una politica militare europea. Trump dice di voler «smettere di sussidiare la Nato». Gli Stati Uniti spendono in difesa il 3,5% del Pil. Francia e Gran Bretagna intorno al 2 per cento, tutti gli altri Paesi europei pochissimo. Trump potrebbe essere lo choc che convince l’Ue a dotarsi di un proprio esercito, una decisione che le gelosie nazionali (e le lobby militari nazionali) hanno sempre bloccato. Un esercito Europeo sarebbe un grande passo avanti nella costruzione dell’Europa e, nel breve periodo, un progetto europeo molto più utile dei vari e fumosi «piani Juncker».

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

Corriere della Sera 10 novembre 2016

http://www.corriere.it/economia/16_novembre_09/protezionismo-fed-dollaro-primi-timori-svolta-49de86ae-a6be-11e6-b4bd-3133b17595f4.shtml

Pil, consumi e mattone: chi sta pagando di più il conto della Brexit

glovrbtiyNegli uffici studi delle istituzioni finanziarie nella City si stanno disegnando gli scenari economici del dopo Brexitcon cui David Cameron stava tentando di vincere il referendum, oggi quei dubbi sul martellamento di minacce gridate ai quattro venti sono superati. La realtà suggerisce che il divorzio di Londra regala instabilità, incertezza e la prospettiva di una robusta frenata.
È vero che il primo ministro ora dimissionario e con lui tutte le grandi banche nelle ultime settimane hanno messo in campo armi di dissuasione di massa, la dissuasione dalla Brexit, dai contenuti esageratamente allarmistici. Ed è vero che quel tipo di campagna non è servita perché certe visioni apocalittiche hanno infastidito e spinto alla reazione opposta. Ma, ora che il voto è alle spalle, i conti bisogna farli sul serio e non sui numeri di fantasia o sulle proiezioni virtuali. è e costringe a riprogrammare i piani della politicaeconomia, a osservare e studiare le ricadute che già ha e che potrà avere sulla vita quotidiana. Chi ci perde?
Due analisti dell’ufficio studi della Barclays, Michael Gavin e Ajay Rajadhyaksha, certificano che la contrazione degli investimenti è cominciata e che alla fine del 2016 sarà pari all’ 1,6%. Ancora maggiore nel 2017 con un meno 2,6. Questo si tradurrà in un raffreddamento del Pil che per l’anno prossimo era stimato in un più 1,9. Si fermerà invece a un modesto 0,4. Pesante lo scivolamento sulla forza lavoro: il tasso di disoccupazione che si sarebbe dovuto attestare sul 5% sarà più alto di oltre un punto, al 6,1. Ma, attenzione, rimarcano: «Data la dimensione della potenziali difficoltà di business, non è difficile immaginare un quadro ancora più negativo».

Il catastrofismo non aiuta. E non siamo neppure di fronte a circostanze che lo giustifichino. Il governatore della Banca d’Inghilterra ha usato un’immagine suggestiva ed esemplificativa: «Non è che in una notte, la notte del 23 giugno, la nostra economia-Rolls Royce si è trasformata in una economia-Trabant (la berlina della Germania comunista dell’Est ndr )». Mark Carney, che molto si era speso contro la Brexit, ha il compito anche di fare il pompiere e di evitare che si crei il panico. Ciò non toglie che sia suo dovere accendere la spia della luce rossa quando si manifestano i sintomi della malattia. Già nei primi mesi dell’anno la banca centrale aveva tagliato dello 0,7% le stime di crescita. La Brexit ha complicato la situazione. «Non sappiamo con esattezza quanto sarà profonda la flessione ma nessuno può sottostimare l’impatto che il voto ha e avrà». L’instabilità politica e il vuoto di leadership generano preoccupazione, inducono gli investitori a cambiare rotta e addensano nubi sulla ruota del credito all’impresa e alle famiglie. Sfidando la platea dei suoi interlocutori, la scorsa settimana Carney ha chiesto: «Qualcuno in questa stanza è in grado di affermare che i rischi da noi illustrati prima della Brexit non abbiano già cominciato a manifestarsi?». Si è dato una risposta: «Io vedo che il rallentamento materiale della crescita è partito». Spia rossa.
È sempre difficile passare da allarmi generici ad allarmi più concreti ma le parole del governatore hanno, ovviamente, più di un fondamento. A parte il crollo della sterlina, ampiamente previsto, sono altri i sintomi che il virus Brexit ha evidenziato. Sette fondi immobiliari inglesi, in pochi giorni dal 4 luglio, hanno dovuto sospendere i rimborsi delle quote. Sono colossi che hanno capitalizzato nel mattone commerciale e residenziale: Aviva, Standard Life, M&G, Henderson Global Investor, Columbia Threadneedle, Canada Life e Aberdeen Asset Management. Gli investitori e i risparmiatori, spaventati dal circo della politica, hanno sollecitato la liquidazione dei loro capitali. I volumi sono stati così ampi che i fondi hanno chiuso le casse: 13 miliardi di sterline restano dove sono, misura precauzionale. Ma il settore immobiliare è sotto stress.
Da tempo il mercato della casa è in fibrillazione. La domanda è cresciuta fino al 2015 sia perché arrivavano arabi, russi, cinesi, indiani, europei pronti a comperare (quasi il 50% degli investimenti immobiliari nel Regno Unito è di origine internazionale), sia perché la facilità di mutuo incentivava le famiglie a indebitarsi (la Banca d’Inghilterra calcola che il debito privato complessivo sia vicino al 140% del Pil). Con la Brexit la bolla viene a galla. I capitali stranieri sono in pausa meditazione o in ritirata. Ancora una volta è l’ansia del vuoto politico e istituzionale che pesa e induce alla riflessione. All’indomani del voto sono andati in fumo accordi per compravendite pari a 650 milioni di sterline. Di punto in bianco è stata cancellata l’intesa da 465 milioni che prevedeva l’acquisizione di un palazzo per uffici nel cuore della City da parte del fondo tedesco Union Investment (a vendere era il gruppo americano Hines). Il mattone è l’anello debole della catena. Se si congelano i flussi di capitali stranieri e i prezzi calano, se il valore delle case acquisite dalle famiglie col mutuo va in caduta, allora cosa può accadere? Sembra di tornare al 2008, al quadro pre-crisi globale. Stavolta, per fortuna, le difese immunitarie esistono. La Banca d’Inghilterra si sussurra abbia in mente un ulteriore ritocco al ribasso dei tassi per creare una cinghia di sicurezza sui mutui che se dovessero diventare insostenibili per le famiglie farebbero saltare la baracca.
La sfiducia dei consumatoriLa principale preoccupazione del governatore Carney, in questo momento, è assicurare che l’offerta di moneta non si blocchi in modo che il salvagente per l’economia reale sia pronto ed efficace. Un conto è che si mettano in posizione di attesa i grandi investitori e un conto che sia la gente comune a schiacciare il freno per le preoccupazioni sul futuro da decifrare (quale governo? quale divorzio dall’Ue?) e a causa di un eventuale blackout finanziario. Nell’immediato post Brexit, le immagini che ritraggono la vita quotidiana non sono rassicuranti. L’indice di GfK, società che misura la fiducia dei consumatori, è crollato di 8 punti nella settimana dal 30 giugno al 5 luglio. Il livello più basso dal ‘94. I cittadini con reddito medio (da 25 a 50 mila sterline annue) manifestano timori di impennata nei prezzi e hanno avviato la revisione di spesa al ribasso. A conferma il Financial Times, che ha costruito il «barometro Brexit», segnala alcune ricadute nel commercio al dettaglio (con la contrazione dell’1% circa nelle vendita ai grandi magazzini John Lewis), negli annunci di lavoro online (nella settimana dopo il 23 giugno erano 800 mila, la metà rispetto allo stesso periodo del 2015), nelle vendite di abbigliamento sportivo, con una perdita di quasi 6 punti. Nel Regno Unito una delle parole più gettonate nelle ricerche su Google è stata «recessione». Solo una coincidenza?
Eccoli i piccoli e grandi segnali «di rallentamento della crescita» che sottolineava la Banca d’Inghilterra. Il sistema britannico ha la forza per reggere all’urto. Ma la luce rossa è accesa. La Brexit è un «mostro» da domare con cautela. A Londra anche i più accaniti antieuropeisti non sorridono più.

Fabio Cavalera

Corriere della Sera 11 luglio 2016

 

 

 

 

 

 

 

Tassi a zero

drgqI tassi di interesse resteranno ‘ai livelli attuali o più bassi per un esteso periodo di tempo’, è quanto ha affermato il presidente della Bce, Mario Draghi che ha deciso di azzerare i tassi d’interesse, sorprendendo i mercati finanziari. Le misure varate dalla Bce rappresentano una decisa accelerazione della politica monetaria per contrastare i timori di deflazione.Il piano di acquisti proseguirà ‘se necessario’ oltre la scadenza prevista del marzo 2017 – ha spiegato Draghi – e in ogni caso fino a quando vedremo una sostenuta risalita della dinamica di inflazione a valori coerenti con gli obiettivi. In più, ha annunciato Draghi, la Bce ha tagliato le sue previsioni di crescita sull’area euro, all’1,4% sul 2016, all’1,7% sul 2017 mentre sul 2018 stima un più 1,8%.Queste misure decise dalla Bce non sono una reazione eccessiva alla caduta del petrolio, ma la risposta ‘ad un cambiamento significativo’ delle condizioni generali in cui la Bce opera e puntano a ‘rafforzare lo slancio dell’economia’ e favorire il ritorno dell’inflazione media dell’area euro ai valori obiettivo.Si tratta in particolare del taglio ai tassi di interesse con quello sui depositi che scende a -0,40%, del potenziamento di 20 miliardi al mese del Qe, dell’allargamento degli acquisti ai corporate bond, e un nuovo Tltro…

http://www.lettera43.it/attualit/draghi-taglia-i-tassi-d39interesse-resteranno-cos-a-lungo—la-notizia_43675237872.htm

Ecco le cinque mosse:

1. Il tasso scende allo 0,0%

Si diceva che non sarebbe mai sceso oltre la soglia definita «invalicabile» dello 0,25%, e invece a sorpresa il consiglio direttivo della Banca centrale europea ha portato a zero il tasso di rifinanziamento principale delle banche, ovvero quanto gli istituti pagano per finanziarsi presso la Bce. Una mossa con la quale la banca centrale prova a smuovere, a cascata, tutti gli altri tassi.

2. Il taglio sui depositi e il mondo dei margini negativi

La Bce ha anche portato il tasso sui depositi a -0,40%. Tradotto, vuol dire che le banche potranno ricevere il denaro a costo zero ma che se lo depositano di nuovo presso la Banca centrale europea dovranno pagare un piccolo interesse. Infatti questa misura non incontra le simpatie delle banche e degli istituti di credito europee, perché va a incidere (non poco) sugli interessi dei prodotti finanziari (leggi, in primis, assicurazioni, prestiti, mutui, ecc).

3. Da aprile 20 miliardi in più ogni mese

Non più 60 ma 80 miliardi al mese sul programma di acquisizione del debito avviato lo scorso anno dalla Banca centrale europea. Con l’acquisto di titoli di Stato da parte della Bce finora si è registrato un effettivo abbassamento del costo del debito, e uno dei paesi dell’area euro a beneficiarne è stato certamente l’Italia. Ora il piano di Quantitative Easing aumenterà di altri 20 miliardi, un terzo in più di quanto acquisito finora. Inoltre i limiti sugli acquisti possibili da parte della Bce per una singola emissione di bond saliranno al 50% (attualmente è il 33%).

4. La Bce potrà comprare anche i bond delle grandi aziende

Se ne parlava, ma sembrava più fantafinanza, invece adesso davvero la Bce potrà finanziare direttamente le grandi aziende, attraverso l’acquisto di bond societari, purché abbiano un rating con livello d’investimento (cioè non speculativo). Fino ad ora il Quantitative easing ha riguardato in primis titoli di Stato e pochi altri bond emessi da agenzie europee o entità nazionali di rango istituzionale (come la Cassa depositi e prestiti).

Draghi vuole vedere a tutti i costi un effetto sull’economia reale. Più liquidità alle aziende, soprattutto nelle regioni d’Europa in cui industria, manifattura e agricoltura sono attualmente in crisi, significa non solo farle ripartire. E vederne già tra un anno gli effetti sul Pil dell’eurozona.

5. Soldi subito alle banche che aiutano l’economia

Da giugno la Bce immetterà sul mercato un pacchetto di quattro prestiti “TLtro” alle banche. Tradotto, gli istituti di credito e le banche pagheranno un tasso tanto più negativo (a partire dallo 0,00% del tasso principale) quanto più faranno credito. E per la prima volta il tasso su questi prestiti sarà non più il tasso principale ma il tasso sui depositi, quindi negativo: in pratica la Bce pagherà alle banche che ricevono un prestito un tasso dello 0,40%.

Aldo V. Pecora

http://smartmoney.startupitalia.eu/analisi/53049-20160310-draghi-5-mosse-bce-spiegate

Rendimenti negativi: un paradosso

Investire in titoli a reddito fisso per ottenere un rendimento negativo — vale a dire pagare un interesse a chi si indebita prendendo in prestito il nostro denaro — è uno dei grandi paradossi della crisi finanziaria. Già nel 2011 i rendimenti dei Bund tedeschi erano scesi per la prima volta sotto zero, ma a partire dall’agosto del 2014, quello che fino ad allora era stato un fenomeno isolato è diventato una consuetudine. Attualmente i titoli tedeschi fino a una scadenza di 7-8 anni pagano un tasso negativo, ad esempio il Bund a due anni offre il -0,32%. Le emissioni elvetiche a dieci anni sono state il primo esempio di bond a lungo termine con un tasso inferiore allo zero. Ma come funziona, tecnicamente, il paradosso di un rendimento negativo? La cedola va in rosso quando il prezzo a cui viene acquistata una emissione è superiore al valore di rimborso del capitale, più gli interessi. Questa circostanza si verifica o quando l’emissione viene lanciata a un prezzo superiore alla pari (paghi 101 e ti rimborso 100), oppure, più frequentemente, quando la quotazione di un bond — a causa della forte domanda degli investitori — sale così tanto da superare la somma di tutti i flussi cedolari futuri più il valore di rimborso.

Corriere della Sera 12 marzo 2016

L’età dell’oro per le cedole

É molto lontana l’epoca in cui i rendimenti dei Btp veleggiavano al di sopra della doppia cifra. Oltre 20 anni fa, nel marzo del 1995, la remunerazione offerta dal titolo decennale italiano raggiungeva infatti il 13,5% ma in corrispondenza di un tasso di inflazione che in quell’anno andava oltre il 5%. Il Bot annuale, alla stessa data, offriva un rendimento stellare del 12,2%. Dopo di allora il processo di convergenza delle politiche monetarie e dei tassi di interesse che portò alla nascita ufficiale dell’euro il primo gennaio del 1999, spinse i rendimenti verso il basso. Quando la moneta unica fu tenuta a battesimo dai mercati il Btp a dieci anni rendeva il 4,03% e i Bot a un anno il 2,88%. Chi avesse investito sui massimi di rendimento del 1995, acquistando Btp, in appena 4 anni avrebbe realizzato un guadagno di quasi il 60% grazie al forte incremento delle quotazioni. L’impennata più recente risale invece al novembre del 2011. Quell’anno la crisi degli spread esplose portando il differenziale a 556 punti, in corrispondenza di un rendimento del Btp del 7,11% (il Bot, a dicembre, toccò il 6,1%). Ai prezzi di ieri il Btp a dieci anni offre l’1,34% mentre il titolo quinquennale lo 0,40%.

Corriere della Sera 12 marzo 2016

Risparmi per le casse del Tesoro

I mini tassi, sempre più tendenti al rosso, aiutano il Tesoro italiano e più in generale tutti i governi dell’euro a risparmiare soldi sul servizio del debito pubblico. Nel caso limite della Germania dove i tassi negativi dei Bund interessano le emissioni fino a sette anni di vita, lo Stato tedesco non solo risparmia ma incassa dei soldi da chi desidera appunto utilizzare le sue obbligazioni come parcheggio di sicurezza. Secondo alcune stime i titoli di Stato che pagano rendimenti negativi oggi in tutto il mondo hanno raggiunto e superato i 5 mila miliardi di euro. Quanto vale il risparmio da tasso negativo? In Italia il segno meno davanti ce l’hanno stabilmente i Bot, mentre i Btp più brevi finiscono con il meno davanti nei momenti in cui i rendimenti si comprimono molto. Un effetto che tenderà ad accentuarsi nei prossimi mesi, anche per effetto degli acquisti più massici da parte della Bce. Secondo alcune stime, finora, il Qe per l’Italia ha portato oltre 6,5 miliardi di risparmi per le casse del governo. Ma se non torna un po’ di inflazione, che rende meno oneroso qualunque prestito grazie alla svalutazione del capitale nel tempo, nessun risparmio da tasso negativo potrà intaccare seriamente il nostro mega debito.

Corriere della Sera 12 marzo 2016

La Bce non tocca i tassi

dadtassNessun cambiamento del costo del denaro nell’Eurozona: come da attese, la Banca centrale europea ha lasciato il tasso principale di rifinanziamento al minimo storico dello 0,05%.

Spiegando la scelta, il governatore Mario Draghi ha convinto con le sue parole i mercati della volontà – crescente in seno a Francoforte – di essere ancora più accomodanti, cioè pompare più denaro nel sistema. Ha sì confermato ampiezza e portata del piano d’acquisto di titoli lanciato a marzo scorso (Quantitative easing), che sta dando risultati sul miglioramento delle condizioni dell’accesso ai finanziamenti. Ma ha anche rilanciato: possibili modifiche per dare ulteriore supporto all’economia sono rimandate a dicembre, quando saranno disponibili le nuove stime dello staff di economisti della Bce sull’andamento dell’economia e dell’inflazione. Gli investitori hanno interpretato la posizione dell’Eurotower come un annuncio di qualcosa che accadrà, semplicemente poco più avanti nel tempo: l’euro è sceso sotto la soglia di 1,12 dollari, le Borse europee hanno guadagnato quasi tutte il 2% e lo spread tra Btp e Bund tedeschi è calato sotto 100 punti (non accadeva da marzo)……
Secondo gli analisti di Ig Markets, “Draghi ha voluto lasciar intendere in modo forte e chiaro che la Bce terrà una posizione aggressiva sui mercati pronta a intervenire se le pressioni deflazionistiche dovessero aumentare”. Per gli esperti di Barclays, le parole del governatore rafforzano un incremento del Qe entro fine anno e il suo prolungamento – per sei o nove mesi – oltre la scadenza naturale del settembre 2016.

Le attese sono state così centrate: i mercati si aspettavano parole ‘da colomba’, che segnalassero la volontà di agire modulando il ritmo e la quantità degli acquisti di titoli (anche di Stato) nell’ambito del Quantitative easing lanciato nel marzo scorso. “Pensiamo che la Bce segnalerà che è pronta ad agire, se necessario, e che la porta è aperta per un ulteriore allentamento, ma più probabilmente in occasione delle riunioni dicembre o gennaio”, riferivano gli economisti di JPMorgan in una nota.

Già l’austriaco membro del board, Edwald Nowotny, ha notato nei giorni scorsi che fino ad ora non si sono visti grandi risultati sul fronte dell’inflazione. A settembre i prezzi al consumo dell’Eurozona hanno mostrato una dinamica negativa (-0,1% su anno) e, se un livello di inflazione prossimo allo zero proseguisse, la Banca centrale potrebbe decidere di estendere durata o portata del suo programma di acquisto di asset privati e pubblici da 60 miliardi di euro al mese. Il Qe è stato lanciato a marzo per contribuire a riportare il tasso verso l’obiettivo di un rialzo annuo “sotto ma prossimo al 2%”, come da mandato della Bce. Timidi segnali di ripresa sulla dinamica dei prezzi sono emersi dalla lieve risalita del tasso swap cinque anni su cinque anni, cioè l’inflazione che il mercato si aspetta di prevedere fra altri cinque sulla distanza di altri cinque anni. …

Raffaele Ricciardi

La Bce non tocca i tassi, Draghi sposta a dicembre l’ampliamento del Qe

Repubblica 22 ottobre 2015

http://www.repubblica.it/economia/2015/10/22/news/bce_draghi_tassi_interesse_quantitative_easing-125654325/?ref=HREC1-19

 

 

Tassi immobili

dollars rrrLa Fed mantiene i tassi di interesse ai minimi storici fra lo zero e lo 0,25%, rimandando ancora una volta la prima stretta dal 29 giugno 2006. A pesare sono i timori per l’economia globale e l’inflazione che resta bassa, al di sotto del target del 2% della banca centrale. L’appuntamento ora è per ottobre, quando è in calendario la prossima riunione della Fed. Un incontro per il quale non è prevista nessuna conferenza stampa che, però, potrebbe essere convocata se si deciderà di aumentare i tassi

http://www.lastampa.it/2015/09/17/economia/usa-la-fed-lascia-i-tassi-invariati-gUCyNWcyNdbSyltJHEm4hK/pagina.html

10 cose da sapere

Che cosa è successo?

La Federal Reserve non alza i tassi d’interesse e li lascia invariati tra lo 0 e lo 0,25%.

Da quanto tempo non si alzano i tassi Usa?

È la cinquantacinquesima volta che non ritocca i tassi all’insù. L’ultimo rialzo dei tassi Usa risale al lontano 2006. All’epoca, come spiega un divertente grafico del Wall Street Journal, gli operatori di Borsa avevano la Bmw come auto preferita è in tasca il BlackBerry. Oggi, invece, bikesharing e IPhone.

Ma allora quando saliranno i tassi?

Il comunicato della Fed non indica una prossima data entro la quale è previsto un rialzo dei tassi.

Che cosa vuol dire questo?

Significa che la Fed non dà indicazioni di una stretta alla politica monetaria. È stata molto più “colomba” di quanto si aspettassero i mercati.

Dunque l’economia Usa non sta correndo e non ha bisogno di una frenata con un rialzo dei tassi?

La Fed considera che l’inflazione non sia per ora assolutamente preoccupante. Ma dice anche che nel 2015 gli USA cresceranno più del previsto.

Ma allora perché non cominciare con un piccolo rialzo?

La Fed è preoccupata per l’agitazione dei mercati internazionali (vedi Cina) e dei riflessi possibili sul quadro economico. Per questo dice che “sta seguendo gli sviluppi all’estero”. Una frasetta che è però molto significativa.

Erano tutti d’accordo all’interno della Fed?

La decisione è stata presa non all’unanimità, ma a maggioranza. Tutti i governatori erano a favore tranne uno, che voleva invece un rialzo.

La Borsa che ne pensa? Wall Street, dopo una piccola fiammata iniziale, è scesa all’annuncio che i tassi restano invariati?

Wall Street non ha ancora capito se guardare il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.

E il dollaro che fa?

Alla notizia, cala sull’euro. I tassi di interesse sui titoli di stato Usa non saliranno quindi non ci sarà la corsa a comprarli.

Buona o cattiva notizia, il calo del dollaro?  

Per chi importa prodotti pagati in dollari – petrolio compreso – buona: in euro costeranno meno. Per chi esporta verso gli USA cattiva notizia: ci sarà l’effetto contrario.

Francesco Manacorda

http://www.lastampa.it/2015/09/17/economia/la-federal-reserve-non-alza-i-tassi-dinteresse-dieci-cose-da-sapere-irD3mczWLWeiNVhOIUS4GP/pagina.html

 

Economic hokum: cavolata economica

 

 

ristCi sono bolle e bolle. Bolle che durano poco, bolle che durano tanto. Bolle che quando scoppiano fanno male e bolle che svaniscono senza lasciare tracce. Bolle nel campo degli affari e bolle nel campo delle idee. A questo ultimo campo appartiene l’idea della “stagnazione secolare”. Si tratta di una vecchia idea keynesiana (1937), formulata con questa terminologia da Alvin Hansen (1939), il “Keynes americano”. A riportarla alla luce poco più di un anno fa è stato uno degli economisti più brillanti e attivi della scena americana, Lawrence “Larry” Summers (Harvard University). Già segretario al Tesoro (Clinton) e rettore di Harvard, nonché illustre nipote (di Paul Samuelson e Kenneth Arrow, due Nobel), Summers ha rispolverato l’idea in una serie di interventi discorsivi e in qualche articolo di giornale.

L’ipotesi di Hansen era che a causa del declino demografico e di un eccesso di risparmio e la conseguente “soppressione” di domanda aggregata, la Grande depressione avrebbe potuto essere l’inizio di una nuova èra caratterizzata da disoccupazione crescente, stagnazione economica e nessuna forza riequilibratrice. Ergo, solo il deficit-spending del governo avrebbe potuto risollevare l’occupazione.

 

Secondo Summers, la crisi del 2007-8 potrebbe aver innescato una stagnazione secolare negli Stati Uniti. Nelle sue parole “i cambiamenti nella struttura dell’economia hanno determinato uno spostamento significativo nel normale equilibrio tra risparmi e investimenti, causando un declino nel tasso reale d’interesse d’equilibrio (‘naturale’), che è associato con la piena occupazione” (Business Economics, Febbaio 2014). Oltre al declino demografico indicato dallo stesso Hansen e oggi più rilevante nel determinare l’eccesso di risparmio, questi cambiamenti sono secondo Summers “la crescente ineguaglianza, i più bassi costi del capitale, l’accumulazione di riserve estere e i maggiori costi d’intermediazione finanziaria”. Questi fattori spingono il tasso “naturale” d’interesse in territorio negativo. In altre parole, la continua caduta nel tasso di rendimento del capitale, causata dall’eccesso di risparmio e dalla mancanza di opportunità d’investimento e  iniziata prima della stessa crisi finanziaria, è tale che le imprese avrebbero bisogno di un tasso d’interesse eccezionalmente basso, anche negativo, per essere indotte ad investire. Ma con tassi d’interesse nominali vicini allo zero e l’inflazione bassa, è impossibile portare i tassi reali sufficientemente in giù per fornire tali incentivi senza rischiare l’instabilità finanziaria. Ecco il motivo per il quale l’economia americana è condannata al ristagno. Summers non ha mancato di sottolineare le conseguenze del suo ragionamento per le politiche macroeconomiche, ed in particolare le difficoltà per la politica monetaria di porre rimedio a una situazione del genere, e quindi la necessità di rilanciare la domanda attraverso la politica fiscale.

Le ipotesi di Summers hanno suscitato un certo interesse. Naturalmente sono molto piaciute ai nuovi keynesiani come Paul Krugman, che vi ha visto un naturale completamento dei suoi ragionamenti sulle implicazioni di policy in una situazione di “trappola di liquidità”. L’interesse non è privo di motivazioni, ovviamente, alla luce del caso giapponese e della situazione europea, dove sono all’opera fattori simili – declino demografico, tassi nominali d’interesse a zero o nelle vicinanze, crescita ben al di sotto del livello normale.

 

Ma non tutti hanno gradito. John Taylor (Stanford University), anche lui al Tesoro come sottosegretario ma sotto Bush jr., ha definito “economic hokum” l’idea della stagnazione secolare, una cavolata economica (Wall Street Journal, 1° gennaio 2014). Per Taylor, il fatto innegabile che le imprese sono riluttanti a investire e occupare e che il rapporto tra investimenti e pil è al di sotto del livello normale è spiegato dall’incertezza delle politiche economiche e dall’eccesso di regolazione.

 

Certo, si può discutere il modo non straordinariamente argomentato con cui Taylor liquida l’ipotesi della stagnazione secolare. Il fatto è, però, che è lo stesso Larry Summers a essere diventato critico. In un articolo sul Financial Times (7 settembre 2014), ha affermato che sono le barriere dal lato dell’offerta a bloccare l’economia americana, che il problema non è una carenza di domanda ma un prodotto potenziale insufficiente. E di conseguenza, il supporto attivo della domanda non è più la cura. Invece, “sono essenziali le riforme strutturali, per migliorare la produttività sia dei lavoratori sia del capitale, e per aumentar il numero di persone capaci e disposte a lavorare produttivamente”. Ma a questo punto l’ipotesi della stagnazione secolare si è sgonfiata. E diventa più interessante capire come e quanto la crisi finanziaria abbia “danneggiato” il potenziale delle economie avanzate. Robert Hall, anche lui della Stanford University, ha fornito alcune stime per gli Stati Uniti (“Quantifying the Lasting Harm to the U.S. Economy from the Financial Crisis”, Nber, maggio 2014), dalle quali emerge che gli effetti negativi sulla produttività e sul tasso di partecipazione sono quelli più difficili da ribaltare.

Ernesto Felli e Giovanni Tria – Il Foglio 4 gennaio 2015

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/124263/rubriche/stagnazione-economic-hokum.htm