Telecom parlerà spagnolo

telecomtelcoLa «scatola cinese» che controlla Telecom che diventa una scatola spagnola;…… Questa mattina un annuncio ufficiale spiegherà che una complessa struttura societaria che vede un manipolo di soci controllare Telecom Italia con appena il 22,4% del capitale riunito nella finanziaria Telco – quella che in gergo finanziario si chiama una scatola cinese, per l’appunto – cambierà in parte padrone.

Ne trarranno però beneficio solo alcuni soci. Gli spagnoli di Telefonica, finora al 46% della Telco, saliranno al 60%, conquistando quindi la maggioranza assoluta della scatola societaria e guadagnando di fatto il controllo – che nel tempo aumenterà – della stessa Telco e di conseguenza della Telecom. I soci che vendono parte delle loro quote – Mediobanca, Intesa-Sanpaolo, le Generali – ne avranno qualche consolazione perchè loro – e solo loro – si vedranno riconosciuto un prezzo di favore per quello che è, o almeno assomiglia molto, al cambio di controllo della Telecom.

La società telefonica si è orribilmente svalutata da quando i suoi soci finanziari, ligi al ruolo di banche e assicurazioni «di sistema» e troppo ossequiosi di fronte alle richieste della politica che non voleva vedere i telefoni italiani cadere in mani straniere – entrarono nel capitale. Allora pagarono le azioni 2,8 euro l’una; qualche mese fa le hanno svalutate per l’ennesima volta a 1,2 euro, ma sempre considerando un ricco premio di controllo, visto che ancora ieri sul mercato per un qualsiasi acquirente o venditore le stesse azioni valevano solo 59 centesimi. Adesso Telefonica riconoscerà a quelle azioni «più uguali» delle altre, che stanno in Telco, un valore di oltre un euro. il tutto, ovviamente, senza passare per la strada maestra dell’Opa, l’offerta che tocca tutti gli azionisti, perché la legge italiana prevede che questo strumento entri in azione solo se passa di mano almeno il 30% di una società. Adesso la – debole – speranza di un piccolo azionista può essere solo quella che qualche altro operatore decida di sfidare Telefonica percorrendo proprio al strada dell’Opa.

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http://www.lastampa.it/2013/09/24/economia/dalle-scatole-cinesi-a-quelle-spagnole-cos-perde-il-mercato-KMXde8ig85DZzrodNiIvfN/pagina.html

Connessi e distanti

distrattiGran parte delle nostre tecnologie della comunicazione sono iniziate come sostituti inferiori di un’attività impossibile. Non potevamo incontrarci sempre a quattr’occhi, così il telefono ha reso possibile mantenerci in contatto anche a distanza. Non si sta sempre in casa, così la segreteria telefonica ha reso possibile un tipo di interazione anche senza che l’interlocutore debba stare accanto al suo telefono. La comunicazione online è nata come sostituto della comunicazione telefonica, che per chissà quale motivo era considerata troppo gravosa o sconveniente. Ed ecco i messaggi di testo, che hanno facilitato e reso ancora più rapida e più mobile la possibilità di inviare messaggi. Queste invenzioni non sono state create per essere sostituti migliori rispetto alla comunicazione faccia a faccia, bensì come evoluzioni di sostituti accettabili, per quanto inferiori.
Poi, però, è successa una cosa buffa: abbiamo iniziato a preferire i sostituti inferiori. È più facile fare una telefonata che darsi la pena di incontrare qualcuno di persona. Lasciare un messaggio alla segreteria telefonica di qualcuno è più comodo che conversare al telefono: si può dire ciò che si deve dire senza attendersi risposta. Le notizie difficili si comunicano così più facilmente. È più agevole farsi vivi senza la possibilità di lasciarsi coinvolgere. Di conseguenza abbiamo iniziato a telefonare quando sapevamo che nessuno dall’altra parte avrebbe alzato la cornetta.
Spedire email a raffica è più facile ancora, perché si ci può nascondere dietro l’assenza di un’inflessione vocale e naturalmente non c’è il rischio di imbattersi in qualcuno per caso. Gli sms sono ancora più facili, in quanto le aspettative dell’articolazione delle parole sono ancora minori, e c’è a disposizione una corazza in più dietro la quale nascondersi. Ogni passo “avanti” è stato reso più facile, appena un po’, giusto per eludere il peso emotivo di essere presente, di trasmettere informazioni invece che umanità.
Il problema dell’accettare – del preferire – i sostituti inferiori è che col passare del tempo anche noi diventiamo sostituti inferiori. Le persone abituate a dire poco si sono abituate ad avere poche sensazioni………

Da un articolo di  JONATHAN SAFRAN FOER, la Repubblica  13 Giugno 2013

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/27-stili-di-vita-e-di-consumo/45719-2013-06-13-06-34-50.html

Come pesci nell’acquario

acquL’uomo moderno ha rinunziato alla possibilità d’essere felice in cambio di un po’ di sicurezza, diceva Sigmund Freud. Se la felicità degli uomini è come quella degli uccelli, se vibra attraverso un battito d’ali libere nell’aria, allora sì: siamo meno liberi, e siamo più infelici. È questa la lezione che ci impartisce lo scandalo del «Prism», il sistema di controllo usato dal Dipartimento di Stato americano per spiare email, telefonate, carte di credito, contatti informatici di milioni di cittadini. Nel loro interesse, come no: per proteggerli dagli attentati. Ma anche a loro insaputa, e questo apre un fronte che ci riguarda tutti, non solo chi abita sotto una bandiera a stelle e strisce. Perché ormai viviamo tutti in una sorta di libertà vigilata (in Gran Bretagna le telecamere a circuito chiuso sono già 4 milioni). Perché ciascuno di noi lascia una scia elettronica quando parla al cellulare o chatta con gli amici. E perché siamo inquilini d’una «società del rischio», come la definisce Beck: rischio atomico, ecologico, finanziario, migratorio, terroristico. Ma il rischio alleva la paura, e le paure si convertono in pulsioni autoritarie – a scapito, per l’appunto, delle nostre libertà.

Da qui un grumo di domande: fin dove può spingersi la protezione dello Stato? Ed è lecito che lo Stato ti protegga, non solo dagli altri, bensì pure da te stesso? Succede quando al divieto di fumo s’accompagna un interdetto per le bibite gassate, o castighi fiscali per gli obesi. Quando insomma il salutismo converte il diritto alla salute in un dovere: sicché lo Stato, per salvarti la pelle, t’impedisce di vivere. Anche in questo caso è la privacy che va a farsi benedire, non meno che durante un’intercettazione telefonica. Perché la privacy costituisce un argine contro l’invadenza dei poteri pubblici e privati, e segna quindi la linea di confine che protegge l’individuo dallo Stato protettore. The right to be let alone , dicono gli americani: il diritto d’essere lasciati soli. Anche nelle proprie scelte, nei propri stili di vita.

Ma sta di fatto che non ne abbiamo mai avuta così poca come da quando sulla privacy vigila un plotone di garanti, ciascuno col suo codice in mano (quello italiano comprende 186 articoli). Colpa della tecnologia, che ci denuda come pesci nell’acquario. Colpa altresì delle nostre insicurezze. Quelle invocate da Obama a sua discolpa, in nome della prevenzione. D’altronde ormai pure le guerre sono quasi sempre preventive: si fa la guerra per evitare la guerra.

Mentre ci aggiriamo in questo teatro dell’ossimoro, mentre ci interroghiamo a vuoto sul bilanciamento fra libertà e sicurezza, esistono però tre condizioni che andrebbero sempre rispettate. Primo: serve un preavviso. Quando lo Stato si arroga il diritto d’origliare, noi abbiamo il diritto di saperlo. Secondo: il preavviso si giustifica solo in situazioni d’emergenza. Terzo: ogni emergenza è per definizione temporanea, ed è regolata dal diritto. E infatti loro, gli americani, dal 2001 hanno il Patriot Act. Invece da noi è ancora vigente un decreto regio del 1938, che ospita la legge di guerra. Magari sarà il caso d’aggiornarlo.

Michele Ainis

Articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 9 giugno 2013

 

http://www.corriere.it/editoriali/13_giugno_09/come-pesci-acquario_1b0657a0-d0be-11e2-9e97-ce3c0eeec8bb.shtml

Tagli al carrello della spesa

carrelloUn miliardo di euro di telefonate in meno. Sei miliardi (potenziali) risparmiati su benzina e gasolio per l’auto, 18 miliardi sulla casa. Basta cappuccino al bar e niente macchina nuova. Le famiglie tricolori festeggiano, si fa per dire, il successo della loro personalissima spending review. I conti domestici faticano non tornano da tempo: la pressione fiscale è salita in un anno dal 42,5% al 44,7%, il potere d’acquisto è crollato del 4,1%….

L’auto è la vittima eccellente dell’austerity casalinga. Una scelta quasi obbligata: la raffica di aumenti delle accise (sulla verde sono salite del 22% tra gennaio e agosto 2012, sul diesel del 33%) ha fatto decollare i prezzi del carburante. E noi, difficile fare diversamente, ne compriamo sempre meno…

Nessuno si stupisce, visti i costi di gestione, se in tantissimi hanno rimandato l’acquisto dell’auto. Le vendite sono crollate del 20% rispetto a un anno fa e quest’anno gli italiani investiranno “solo” 28,7 miliardi per sostituire la loro quattroruote, 7 miliardi in meno del 2011….

Piange il telefono. Di fronte alla corsa dello spread e al calo delle entrate familiari, gli italiani  –  facendo violenza a se stessi  –  hanno imparato a usar meno il cellulare. Nei primi nove mesi dell’anno le entrate di Tim, Vodafone e Wind sono calate di oltre un miliardo di euro….

Nel terzo trimestre di quest’anno le compravendite di abitazioni tra privati    sono state 95mila, il 26% in meno di un anno fa quando già il mercato batteva la fiacca. La spesa totale degli italiani per il mattone calerà a fine anno di 18 miliardi. Volumi ridotti al lumicino come non si vedeva dagli anni ’90. I crolli dei prezzi (-8,4% nel 2012, ma per l’Istat potremmo arrivare a -20%) non sono bastati a scaldare gli aspiranti compratori…

Più pollo e meno pesce. Più pane e meno vino. Più farina, cacao e uova e meno merendine confezionate. La finanziaria fai-da-te ha cambiato pure l’identikit del nostro carrello della spesa. Compriamo meno cibo (- 1,5% nel 2012), risparmiamo puntando sui prodotti senza marca (arrivati ormai al 20% del mercato) e sugli hard discount (l’unica tipologia di punti vendita ancora in attivo) e rivedendo il mix dei piatti in tavola. Il boom delle vendite di olio d’oliva (+7%), farina (+8%) e latte (+2%)  –  materie prime della gastronomia domestica  –  sono la testimonianza di come negli ultimi mesi siano state tagliate le uscite al ristorante e il cappuccino al bar.
Tengono anche cibi poveri come pane e pasta (+3%) mentre la scure dell’austerity  –  per la gioia dei bovini  –  ha ridotto del 6% la spesa per la bistecca. Resta invece in quota (+1%) la domanda per i poveri polli, rei solo di essere più economici. L’onda lunga dell’austerity non risparmierà nemmeno Babbo Natale. La spending review non fa mai festa e gli italiani spenderanno per regali e cenoni “solo” 36,8 miliardi, uno in meno del 2011. San Silvestro, stavolta, si dovrà accontentare di fuochi d’artificio low-cost.

http://www.repubblica.it/economia/2012/12/12/news/tagli_e_risparmi_per_33_miliardi_ecco_la_spending_review_delle_famiglie-48567656/