Il rebus della Bce: potenziare il bazooka se l’inflazione delude

bzzkkDopo un anno e mezzo di colpi di bazooka della Banca centrale europea sul mercato, con il Quantitative easing, l’inflazione annuale nella zona euro è appena dello 0,2 per cento. E le aspettative del mercato sul carovita fra 10 anni non sono mai state così basse. Ciò fa capire che se laBce non avesse agito per contrastarla, la deflazione sarebbe stata disastrosa. Eppure nella riunione del Consiglio direttivo di oggi e domani Mario Draghi e il board dell’istitutodi Francoforte constateranno che, da sola, la Bce per ora non ha ancorato la dinamica dei prezzi su equilibri stabili.
Mario Draghi sarà ricordato a lungo per il «whatever it takes» del 2012: la Banca centrale europea presieduta da lui – assicurò – avrebbe fatto «qualunque cosa serva» per preservare l’euro. Ma il successo di quelle tre parole rischia di oscurarne altre. Nel novembre 2015 Draghi disse che la banca era disposta a fare «tutto il necessario», un mese che avrebbe agito «senza limiti né indebiti ritardi», e il mese ancora successivo ricordò: «Non molliamo». Parlava della diga che stava alzando contro una minaccia di deflazione sempre più evidente nell’area euro.
Draghi in seguito è passato dalle parole ai fatti. Nel 2015 la lanciato un piano di acquisti di titoli in gran parte pubblici, un anno dopo lo ha rafforzato e in questi giorni quel programma ha superato quota mille miliardi di euro. Eppure queste azioni della Bce non hanno avuto lo stesso successo schiacciante del «whatever it takes», per un motivo che Draghi stesso ricorda di frequente: la Bce, da sola, non può risolvere la carenza di investimenti nell’area euro.
Queste settimane stanno confermando che una banca centrale non è onnipotente neanche a pieno regime. Dopo un anno e mezzo di colpi di bazooka della Bce sul mercato, l’inflazione annuale nella zona euro è appena di 0,2% malgrado prezzi del petrolio stabili rispetto a 12 mesi fa. Le aspettative del mercato sul carovita fra dieci anni non sono mai state così basse. Ciò fa capire che se la Bce non avesse agito per contrastarla, la deflazione sarebbe stata disastrosa: quando i prezzi in tutta l’economia cadono, famiglie e imprese rinviano le spese in attesa di migliori affari domani, mentre il peso dei vecchi debiti aumenta rispetto ai ricavi di chi deve rimborsarli.
La Bce lo ha evitato. Eppure nella riunione del Consiglio direttivo di oggi e domani constaterà che, da sola, per ora non ha ancorato la dinamica dei prezzi su equilibri stabili. Lo zoccolo dell’inflazione di base in area euro oggi è persino più sottile di pochi mesi fa, al punto che il bazooka sembra ogni mese meno efficace. Un sostegno dai governi aiuterebbe, se favorissero un programma di investimenti coordinati almeno da 800 miliardi di dollari sul modello dell’amministrazione americana nel 2009. Ma quell’aiuto non arriverà: l’Italia e la Francia hanno bilanci già troppo carichi di stress e di sprechi; in Germania solo i 40 miliardi impegnati per 1,1 milioni di rifugiati impedirà al governo di chiudere l’anno con un colossale surplus non speso. La Bce dovrà continuare a contrastare la marea della deflazione con le proprie armi, oltre l’attuale scadenza nel programma d’interventi nel marzo prossimo. Il problema è che deve cambiare al più presto le proprie stesse regole, perché in base a quelle attuali tra non molto non ci saranno più titoli tedeschi (e portoghesi) da comprare sul mercato. Ma non sarà facile. Concentrare gli acquisti solo sui bond di alcuni Paesi può suscitare tensioni politiche; anche accettare bond tedeschi a rendimenti molto negativi creerebbe problemi, perché per la banca centrale questo provocherebbe forti perdite. Altre soluzioni tecniche non mancano, eppure sembra sempre più difficile che la Bce possa continuare a comprare nuovi titoli di Stato oltre la fine del 2017. A quel punto,secondo Goldman Sachs, la Banca d’Italia per conto della Bce avrà già incamerato titoli di Roma equivalenti a cinque anni dell’attuale deficit pubblico. Il vero vincolo per lo Stato, più del Patto di stabilità Ue, sarà riuscire a vendere debito sul mercato quando questa grande mano protettrice di Francoforte si sarà ritirata.

Federico Fubini
Corriere della Sera 6 settembre 2016

 

http://www.corriere.it/economia/16_settembre_06/rebus-bce-potenziare-bazooka-se-l-inflazione-delude-784cf632-746a-11e6-b267-7b6340139127.shtml

Tassi immobili

dollars rrrLa Fed mantiene i tassi di interesse ai minimi storici fra lo zero e lo 0,25%, rimandando ancora una volta la prima stretta dal 29 giugno 2006. A pesare sono i timori per l’economia globale e l’inflazione che resta bassa, al di sotto del target del 2% della banca centrale. L’appuntamento ora è per ottobre, quando è in calendario la prossima riunione della Fed. Un incontro per il quale non è prevista nessuna conferenza stampa che, però, potrebbe essere convocata se si deciderà di aumentare i tassi

http://www.lastampa.it/2015/09/17/economia/usa-la-fed-lascia-i-tassi-invariati-gUCyNWcyNdbSyltJHEm4hK/pagina.html

10 cose da sapere

Che cosa è successo?

La Federal Reserve non alza i tassi d’interesse e li lascia invariati tra lo 0 e lo 0,25%.

Da quanto tempo non si alzano i tassi Usa?

È la cinquantacinquesima volta che non ritocca i tassi all’insù. L’ultimo rialzo dei tassi Usa risale al lontano 2006. All’epoca, come spiega un divertente grafico del Wall Street Journal, gli operatori di Borsa avevano la Bmw come auto preferita è in tasca il BlackBerry. Oggi, invece, bikesharing e IPhone.

Ma allora quando saliranno i tassi?

Il comunicato della Fed non indica una prossima data entro la quale è previsto un rialzo dei tassi.

Che cosa vuol dire questo?

Significa che la Fed non dà indicazioni di una stretta alla politica monetaria. È stata molto più “colomba” di quanto si aspettassero i mercati.

Dunque l’economia Usa non sta correndo e non ha bisogno di una frenata con un rialzo dei tassi?

La Fed considera che l’inflazione non sia per ora assolutamente preoccupante. Ma dice anche che nel 2015 gli USA cresceranno più del previsto.

Ma allora perché non cominciare con un piccolo rialzo?

La Fed è preoccupata per l’agitazione dei mercati internazionali (vedi Cina) e dei riflessi possibili sul quadro economico. Per questo dice che “sta seguendo gli sviluppi all’estero”. Una frasetta che è però molto significativa.

Erano tutti d’accordo all’interno della Fed?

La decisione è stata presa non all’unanimità, ma a maggioranza. Tutti i governatori erano a favore tranne uno, che voleva invece un rialzo.

La Borsa che ne pensa? Wall Street, dopo una piccola fiammata iniziale, è scesa all’annuncio che i tassi restano invariati?

Wall Street non ha ancora capito se guardare il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.

E il dollaro che fa?

Alla notizia, cala sull’euro. I tassi di interesse sui titoli di stato Usa non saliranno quindi non ci sarà la corsa a comprarli.

Buona o cattiva notizia, il calo del dollaro?  

Per chi importa prodotti pagati in dollari – petrolio compreso – buona: in euro costeranno meno. Per chi esporta verso gli USA cattiva notizia: ci sarà l’effetto contrario.

Francesco Manacorda

http://www.lastampa.it/2015/09/17/economia/la-federal-reserve-non-alza-i-tassi-dinteresse-dieci-cose-da-sapere-irD3mczWLWeiNVhOIUS4GP/pagina.html

 

Gli euro di Draghi e l’eco del Faust

 

mefffCon il quantitative easing voluto da Mario Draghi, governatore della Banca centrale europea, è stato varato un massicio piano d’acquisto di titoli di Stato che, nei fatti, rappresenta un formidabile incremento della quantità di moneta in circolazione, un sostegno ai Paesi più indebitati (tra cui l’Italia è in prima linea) e, certamente, anche un aiuto a tutte quelle banche che in questi anni si sono riempite di titoli pubblici. Al di là di taluni specifici risvolti tecnici (sempre un po’ differenti e legati ai vari contesti storici e finanziari), la decisione della Banca centrale europea non rappresenta qualcosa di assolutamente nuovo. Al contrario, si tratta dell’ennesimo tentativo di uscire da una grave situazione economica in questo caso legata ad elevati debiti pubblici di taluni Paesi membri dell’Unione usando artifici di natura monetaria: in particolare, facendo ricorso a una moltiplicazione della valuta in circolazione che dovrebbe stimolare una ripresa. Ma è lecito essere scettici.

Fin dai tempi di Copernico e Jean Bodin coloro che hanno esaminato il rapporto tra la moneta e il suo valore si appoggiano su quella che a un certo punto è stata chiamata “teoria quantitativa della moneta”. In parole molto semplici l’idea è che un incremento della massa monetaria (in questo caso, degli euro in circolazione) produrrà fenomeni inflattivi. D’altro canto, non si immettono più di mille miliardi di euro nell’economia senza che l’euro non veda ridursi, e si presume in maniera rilevante, il proprio potere d’acquisto. Ciò significache quanti hanno un reddito pagato nella valuta comunitaria o risparmi in euro saranno più poveri. Chi ogni mese guadagnamille o duemilaeuro sappia che questa massiccia iniezione di moneta tanto magnificata dai media e dai politici farà sì che il suo reddito reale calerà.

Gli esempi storici
Gli esempi storici sono numerosi. Il più noto è quello tedesco, dove nel 1923 si ebbe una crisi drammatica, anche legata ai “debiti” conseguenti ai trattati di pace e caratterizzata da iperinflazione.
In brevissimo tempo ci vollero miliardi di marchi anche per acquistare un chilo di pane e tale choc mise in ginocchio la società nel suo insieme, ponendo pure le premesse per l’avvento, un decennio dopo, del regime nazista.
Sul piano numerico appare ancor più incredibile quanto è accaduto recentemente nello Zimbabwe, dove l’illusione di poter impunemente manipolare la moneta ha finito per generare politiche che hanno prodotto un’inflazione a moltissimi zeri e del tutto fuori controllo. Alle 5 pomeridiane del 7 luglio 2008 una birra costava 100 miliardi di dollari locali, ma solo un’ora dopo il prezzo era già di 150 miliardi.
Entrambe queste situazioni sono estreme, quasi ai confini della realtà, e al momento non c’è motivo di descrivere scenari di questo tipo per l’Europa. Ma processi inflattivi si sono però già visti un po’ ovunque, soprattutto da quando, a inizio anni Settanta, l’America ha definitivamente sganciato il dollaro da un rapporto fisso con l’oro. Al tempo del gold standard, la convertibilità imponeva che ogni produzione di moneta fosse accompagnata dalla disponibilità, da parte della banca centrale, di un determinato quantitativo in oro; poi si é passati a una moneta detta fiduciaria, che poggia soltanto su se stessa e che quindi può essere prodotta in maniera illimitata: ad libitum.

Dal dopoguerra a oggi
La stessa Italia del dopoguerra ha conosciuto una significativa inflazione, se si considera che una banconota da diecimila lire del 1960 aveva un potere di acquisto di circa 100 euro attuali e veniva scambiata, 50 anni dopo, a soli 5 euro. Il che sta a dire che in mezzo secolo l’inflazione ha ero so circa il 95% del valore della valuta italiana. Ora da parte della Bce si annuncia l’arrivo di una “buona inflazione”, che dovrebbe collocarsi intorno al 2%. Il linguaggio è un poco orwelliano, dal momento che non si capisce come un’inflazione (anche moderata) possa essere “buona”, se riconsidera che si tratta di una sottrazione di ricchezza sotto altra forma e di una redistribuzione che segue logiche assai perverse: punendo i risparmiatori e favorendo quei Paesi che sono vissuti al di sopra delle loro possibilità, ad esempio. In questo senso non è fuori strada chi, come il quotidiano tedesco “Handelsbatt”, paragona il quantitative e asing di Draghi a una droga e sostiene che con questa politica monetaria “agevoliamo anche chi fa debiti”.
Una buona moneta è una moneta stabile e quindi in grado di svolgere al meglio le sue funzioni principali: facilitando gli scambi, permettendo la capitalizzazione e fungendo da unità di conto. Ma una moneta che svanisce come neve al sole non è più in condizione di operare correttamente in tal senso. Il risultato finale è il paradosso di un mercato globale che si basa su monete totalmente politicizzate, manipolate dalle banche centrali, moltiplicabili a piacere e usate anche per operare massicce redistribuzioni.

Quando nel “Faust” di Goethe un diavolo assai scaltro come Mefistofele incontra un re alle prese con difficoltà di bilancio, il suo consiglio consiste proprio nell’usare la leva monetaria, creando (falsa) ricchezza dal nulla. E un consiglio diabolico, però, dal momento che mina una base importante della vita sociale e rappresenta una variante legalizzata del ladrocinio.
In effetti, come già nel diciottesimo secolo fu evidenziato da Richard Cantillon, ogni espansione della moneta arricchisce alcune impoverisce altri. La prima valuta nuova che viene utilizzata ha ancora un valore pieno, non dissimile da quello che aveva prima della creazione di denaro. Ma quando poi la valuta inizia a circolare, la gente percepisce quanto sia stata aumentata la quantità di moneta: e ogni singolo titolo perde capacità di acquisto. A trarre beneficio, allora, sono i primi utilizzatori della moneta, mentre a pagarne lo scotto sono gli ultimi.

Prospettive grigie
Per giunta, nessuno sa a quale effettivo livello si definirà la perdita di potere d’acquisto della moneta a seguito dell’iniziativa della Bce. La teoria quantitativa è solida quando afferma che quanto più vi sono euro nel mercato tanto minore sarà il potere d’acquisto di ogni singolo euro, ma bisogna sempre tenere in considerazione che ogni valore è connesso al credito, alla reputazione, alle prospettive previste. E certamente il cosiddetto “bazooka” utilizzato da Draghi non promette nulla di buono per il prestigio della moneta comune e per le prospettive dell’economia di tutto il continente.

di Carlo Lottieri
Da La Provincia, 26 gennaio 2015

Gli strumenti dell’Europa per aiutare le economie in difficoltà

Quali sono gli strumenti che l’Europa mette o ha messo a disposizione per aiutare le economie nazionali a superare la crisi dei debiti sovrani? Da dove provengono i soldi stanziati? Sono diverse le sigle che ritornano, dai fondi Esm ed Efsf alle operazioni Ltro («Long Term Refinancing Operation») oppure Omt (Outright monetary transactions). I fondi sono finanziati dagli Stati, Italia inclusa, in proporzioni diverse. Ad esempio, nel 2013 l’Italia ha speso 44,156 miliardi di euro per gli aiuti ai Paesi dell’eurozona sotto programma di assistenza internazionale, in particolare Grecia, Irlanda e Portogallo. Il contributo della Francia è stato pari a 50,3 miliardi, quello della Germania a 67 miliardi e quello della Spagna a 29 miliardi.

Il fondo Efsf e l’Esm

Il Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf) è uno strumento costituito dagli Stati membri dell’eurozona, il 9 maggio 2010 in seguito alla crisi economica del 2008-2010, per aiutare finanziariamente gli Stati membri, preservando la stabilità finanziaria dell’eurozona in caso di difficoltà economica. Dal luglio 2012 è stato sostituito dal Meccanismo europeo di stabilità (Esm), che per ottenere il definitivo via libera ha avuto bisogno del pronunciamento della Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe, il 18 marzo 2014. Il fondo Efsf poteva essere attivato in tempi veloci, ma solo su richiesta del singolo Stato e sulla base di determinate condizioni (come nuovi risparmi e riforme). È stato usato per «salvare» Portogallo, Irlanda e Grecia.
L’Esm è una vera organizzazione intergovernativa soggetta al diritto internazionale (a differenza dell’Efsf che è semplicemente una società di diritto lussemburghese). Può operare a più ampio raggio e inoltre agisce in collaborazione con la Banca centrale europea.

 

Le misure non convenzionali della Bce

Era il 2 agosto 2012 e l’eurozona era nel pieno della crisi, con i titoli di Stato di Italia e Spagna sotto attacco degli speculatori e gli spread dei Paesi periferici a livelli record sul Bund tedesco. Al consiglio direttivo della Bce il governatore Mario Draghi pronunciò l’ormai famosa frase che placò i mercati: «Nell’ambito del suo mandato, la Bce è pronta a salvaguardare l’euro con ogni mezzo. E credetemi, sarà sufficiente». A cosa si riferiva Draghi? Il meccanismo di trasmissione della politica monetaria è il processo attraverso il quale la Bce mira a influire sui prezzi nell’insieme dell’area dell’euro agendo sui tassi di interesse di riferimento. La Bce può intervenire qualora il meccanismo sia ostacolato da disfunzioni in alcuni segmenti di mercato e il segnale insito nei tassi della Bce non si trasmetta in modo uniforme a tutta l’area. In periodi di eccezionali tensioni sui mercati finanziari l’Eurosistema può ricorrere a qualsiasi strumento compatibile con il Trattato che sia indispensabile al conseguimento degli obiettivi fissati. Pertanto, può decidere di contrastare queste tensioni avvalendosi di misure non convenzionali, che formano parte degli strumenti di attuazione della politica monetaria a sua disposizione, ma che per definizione sono di natura straordinaria e temporanea. Queste misure sono in genere dirette al settore bancario, poiché le imprese dell’area dell’euro dipendono soprattutto dal finanziamento delle banche, piuttosto che dal finanziamento sui mercati dei capitali.

Ltro è l’acronimo di «Long term refinancing operation» o piano di rifinanziamento a lungo termine. Consiste in un’asta di liquidità in cui la Bce concede un prestito alle banche richiedenti, della durata di tre anni oppure di cinque. In questo modo Francoforte finanzia stabilmente (appunto, fino a cinque anni) le banche europee, alimentando gli acquisti dei titoli di Stato in asta e sul mercato secondario da parte degli stessi istituti sui rispettivi mercati domestici.
Omt è l’acronimo di «Outright monetary transactions». Consistono nell’acquisto diretto da parte della Bce di titoli di Stato a breve termine emessi da Paesi in difficoltà economica, che abbiano avviato un programma di aiuto finanziario o un programma precauzionale con il Meccanismo europeo di stabilità (Ems) o con l’Efsf. La data di avvio, la durata e la fine delle Omt sono decise dal Consiglio direttivo della Bce in totale autonomia e in accordo con il suo mandato istituzionale.
Mro è l’acronimo per «Main refinancing operations», cioè operazioni di rifinanziamento principale: è il tasso che stabilisce la Banca centrale europea per fornire liquidità temporanea alle banche che operano nell’eurosistema.
In circostanze normali, nel condurre le proprie operazioni di mercato aperto l’Eurosistema valuta il fabbisogno complessivo di liquidità del settore bancario e assegna poi tale ammontare in aste competitive. Solitamente queste aste sono a tasso variabile, ossia le banche corrispondono l’interesse che stabiliscono al momento di presentare le offerte. L’Eurosistema può eseguire anche aste a tasso fisso, determinato preventivamente, in cui le banche specificano l’importo che intendono negoziare al tasso di interesse prestabilito. In circostanze straordinarie quali la crisi finanziaria e quella del debito sovrano, la Bce può decidere anticipatamente di assegnare l’importo complessivo di liquidità che le banche desiderano ottenere, vale a dire accogliere tutte le richieste, a un tasso di interesse fisso

http://www.corriere.it/economia/speciali/2014/europa/notizie/gli-strumenti-dell-europa-aiutare-economie-difficolta-cc04c422-cff2-11e3-bf7e-201ea72c5359.shtml

Sull’orlo dell’abisso

…..«fiscal cliff», abisso fiscale.

fiscal-cliff[1]O il presidente Obama e i repubblicani della Camera, guidati dallo Speaker John Boehner, trovano un accordo o scattano 600 miliardi di dollari (€ 460 miliardi) in tasse e tagli alla spesa automatici, inclusi 50 miliardi di dollari alla Difesa. Senza intesa, l’Ufficio del Bilancio stima una caduta del 4% nel prodotto interno Usa, il Paese che scivola in recessione, sei mesi con caduta libera fino a -2,9 nella crescita e solo da giugno a dicembre 2013 un lentissimo ritorno a un gracile +1,9%. Tutti gli americani, ricchi e poveri, pagheranno più tasse, tre milioni di disoccupati, da qui a marzo, perderanno i 290 dollari di sussidio settimanale, 25 milioni di lavoratori a basso salario non riceveranno più vari sussidi, da sanità a scuola. Otto milioni di bambini rischiano la povertà.

….. se lo Zio Sam cade, sia un abisso o solo una botola fiscale, anche l’Unione Europea e l’Italia si faranno male. L’America in recessione, il caos a Washington, la rissa politica permanente dell’ultima potenza, non gioveranno nei prossimi 12 mesi, con il Giappone che prova nuovi equilibri politici, la leadership debuttante in Cina, Italia e Germania alla vigilia di difficili elezioni.

La lezione americana, comunque finisca, indica elementi di nuova, ruvida, politica che anche da noi presto si imporrà. Il no alle tasse dei repubblicani, radicato da una generazione, non è politico ed economico, è culturale. Indica la fine di un senso civico di comunità, non si vogliono pagare imposte perché tanti ceti si rivolgono a scuola, sanità e pensioni private, vivono in «gated community», quartieri residenziali chiusi, e trovano assurda l’idea di provvedere ai concittadini meno fortunati. La politica, il governo, le burocrazie federali, hanno dissipato, tra sprechi, corruzione e inefficienze, la loro credibilità davanti a milioni di cittadini. Egoismo, certo, ma anche sfiducia consumata nello Stato fiscale, il welfare, la spesa. Mezzo secolo fa i democratici di Kennedy e Johnson dichiararono guerra alla povertà, investirono miliardi per debellarla, ma oggi le minoranze più prospere sono quelle che hanno scommesso su se stesse, sul lavoro, il business, l’etica del lavoro, non sui sussidi pubblici: gli asiatici….

Da qui a gennaio, con una possibile, drammatica, coda fino a primavera, il duello fiscale continuerà, poi gli Stati Uniti troveranno un accordo, vedremo quanto fragile e provvisorio. Ma, come dicevano gli antichi favolisti latini, De te fabula narratur, la favola dell’abisso fiscale parla di noi, italiani, europei. Le divisioni politiche, sia pur radicali, sono la forza della democrazia, l’alternanza di proposte liberiste e keynesiane, accompagna feconda le diverse stagioni economiche. Quel che rischia di fermare tutti è il contrapporsi di sprechi, corruzioni, egoismo, guerra di tribù sociali. Non è il 13 a rendere sfortunato il 2013, è lo smarrimento del senso e della ragione di cittadinanza comune. I Tea Party originali, nel Settecento, chiedevano «No taxation without representation», niente tasse senza diritti politici pieni, perché erano fieri dei diritti e della politica che li rappresentava ed erano disposti a pagarne il prezzo fiscale. Perduta la fiducia nella politica, il prezzo del biglietto fiscale sembrerà sempre troppo esoso, in America e da noi.

http://www.lastampa.it/2012/12/28/cultura/opinioni/editoriali/l-abisso-usa-che-spaventa-il-mondo-4k4cLmbdTGRSaLH8JAO5sM/pagina.html

Cos’è il FISCAL CLIFF

http://www.ilpost.it/2012/12/28/guida-fiscal-cliff/

Cosa rischiano gli Usa

http://www.repubblica.it/economia/2012/12/27/news/fiscal_cliff_scheda-49503403/?ref=HREC1-12

Ue: accordo sulla supervisione bancaria

bceDopo una maratona negoziale durata quasi 17 ore, i ministri delle finanze della Ue hanno dato il via libera alla prima fase dell’unione bancaria, ovvero la supervisione unica: dal 1 marzo 2014, la Bce avrà il potere di monitorare tutte le banche della zona euro – e dei Paesi fuori dalla moneta unica che aderiranno all’unione – con asset per almeno 30 miliardi di euro o che rappresentano il 20% del pil del Paese. Saranno più di cento, almeno nell’immediato, le banche che finiranno sotto la supervisione di Francoforte da marzo 2014. 

 L’accordo sulla supervisione bancaria unica è «il primo fondamentale passo verso l’unione bancaria», e ha come obiettivo «restaurare la fiducia nel sistema e interrompere il circolo vizioso tra banche e crisi dei debiti», ha detto il commissario Ue al mercato Interno Michel Barnier al termine della riunione fiume. L’accordo finirà tra poche ore sul tavolo dei capi di Stato e di governo, che gli daranno il placet finale, e poi passerà al Parlamento europeo… 

La supervisione unica è la prima tappa dell’unione bancaria, e apre la strada anche alla ricapitalizzazione diretta delle banche da parte del fondo salva-Stati Esm, passo necessario per non far pesare sui debiti pubblici le operazioni di sostegno alle banche in difficoltà (oggi gli aiuti vengono dati agli Stati e non direttamente alle banche). Secondo quanto ha spiegato Barnier, fino a che la supervisione unica non sarà operativa, l’Esm potrà chiedere l’intervento singolo della Bce sulla banca che vuole ricapitalizzare

http://www.lastampa.it/2012/12/13/economia/via-libera-alla-supervisione-bancaria-ue-89jmRhPKbq9d0cXEYi6lVL/pagina.html