La finestra del debito

debyIl nuovo Quantitative easing della Bce introdurrà misure che renderanno meno difficile la gestione del nostro debito. Aprendo una finestra di intervento sui conti pubblici, per ridurre spesa e tasse.

Succede alle montagne, quando gli strati geologici slittano sotto la superficie senza che l’impatto sia visibile subito. Anche nel debito pubblico dell’Italia certi cambiamenti rischiano di passare inosservati mentre in Europa se ne discute accanitamente. A Bruxelles resta sotto sorveglianza la sua enorme taglia rispetto all’economia del Paese, in Germania preoccupa l’esposizione delle banche su di esso, in Italia la politica parla d’altro come se quella montagna non ci fosse.

Nel frattempo pochi notano un dettaglio sempre più determinante: stanno cambiando i proprietari. Fra i detentori di titoli di Stato italiani si sta imponendo un soggetto la cui presenza è destinata ad aprire la finestra di un’opportunità di quelle che si presentano poche volte in un secolo. Se l’Italia ci salterà dentro, potrà uscirne avendo radicalmente diluito il veleno del debito che la intossica da tre decenni. In caso contrario le antiche vulnerabilità sono destinate a riemergere tra pochi anni, specie quelle che oggi crescono inosservate sotto la superficie. In vista del Documento di economia e finanza che il governo deve varare a metà a aprile, è questo l’aspetto forse più rilevante eppure meno discusso.

Il soggetto che sta emergendo non è nuovo: si trova a meno di tre chilometri dal dipartimento del Tesoro. Da oltre un anno la Banca d’Italia compra sul mercato, in media, circa otto miliardi al mese di titoli di Stato del proprio Paese in esecuzione di un mandato della Banca centrale europea. Il quantitative easing, il programma di acquisti di titoli varato dalla Bce nel 2015, funziona esattamente così: le decisioni sono prese a maggioranza dal Consiglio direttivo di Francoforte ma le operazioni sui titoli di Stato vengono delegate alle banche centrali nazionali, in modo che il rischio resti tutto confinato nei bilanci di queste ultime. I titoli del Tesoro italiano sono comprati solo dalla Banca d’Italia, e solo ad essa spettano tanto i rischi di perdite che i relativi rendimenti.

Con le ultime decisioni della Bce qualcosa cambia: da aprile il ritmo degli acquisti accelera da 60 a 80 miliardi al mese per l’area euro e per l’Italia salirà a circa 9 miliardi al mese in titoli sovrani. Entra così pienamente in azione una forza che rende la finanza pubblica meno difficile da gestire, perché la Banca d’Italia alla fine del 2017 finirà per detenere debito pubblico del Paese per (almeno) 215 miliardi di euro. È molto più di quanto investono in debito pubblico le famiglie italiane, più di quanto detengano le compagnie assicurative.

Questa progressione è iscritta nel quantitative easing. L’anno scorso la Banca d’Italia ha comprato titoli del Tesoro per circa 96 miliardi di euro, nel 2016 e almeno fino a marzo del 2017 accelererà al ritmo di 108 miliardi l’anno. Inoltre, la Bce si è impegnata a far reinvestire in nuovi titoli sia quelli che scadono che i relativi proventi d interessi versati dai governi: per la Banca d’Italia ciò equivale ad acquisti di titoli del Tesoro per altri sette miliardi.

Tutto ciò significa che il governo finirà presto per pagare ogni anno alla Banca d’Italia gli interessi su un decimo del proprio debito, circa 7 miliardi l’anno almeno fino a fine decennio; a sua volta poi la Banca d’Italia restituirà gran parte di quei fondi proprio al Tesoro sotto forma di profitti di esercizio e di tasse sulle plusvalenze. Già solo nel 2015 questi versamenti sono stati di oltre sei miliardi. È come se il debito fosse diventato di colpo più piccolo. Qualcosa di simile accade in tutti gli altri Paesi dell’euro (Germania inclusa) e ancora di più in Giappone, Gran Bretagna e Stati Uniti: come nota un rapporto di Goldman Sachs, la banca centrale di Tokyo detiene ormai quasi la metà del debito pubblico nazionale, quella di Londra il 25%, la Federal Reserve circa il 20% e presto anche la Bundesbank sarà a un livello simile.

Niente di tutto questo risolve il problema del debito ma il governo italiano oggi ha l’ultima occasione per ridurre la spesa e le tasse, e ridistribuire queste ultime in modo da rendere l’intero sistema più efficiente prima che la magia della Bce svanisca. Se sprecasse l’occasione distribuendo risorse a pioggia e dimenticando la spesa, il contraccolpo arriverebbe con l’esaurirsi del quantitative easing. Le faglie oggi in movimento aprirebbero nuove voragini nell’economia. Già oggi gli italiani vedono assorbiti in interessi sul debito pubblico ben nove euro ogni cento pagati in tasse, più che in Grecia. E gli investitori esteri ormai si tengono sempre più a distanza: ormai detengono solo il 39% dello stock dei titoli del Tesoro, uno dei livelli in assoluto più bassi d’Europa.

La Bce e la Banca d’Italia oggi aprono una finestra. Solo l’Italia può approfittarne, oppure no.

Resta il problema, ma per l’Italia è l’ultima occasione per ridurre spesa e tasse

Federico Fubini

Corriere della Sera 28 marzo 2016

http://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera/20160329/281870117572443/textview

La Bce non tocca i tassi

dadtassNessun cambiamento del costo del denaro nell’Eurozona: come da attese, la Banca centrale europea ha lasciato il tasso principale di rifinanziamento al minimo storico dello 0,05%.

Spiegando la scelta, il governatore Mario Draghi ha convinto con le sue parole i mercati della volontà – crescente in seno a Francoforte – di essere ancora più accomodanti, cioè pompare più denaro nel sistema. Ha sì confermato ampiezza e portata del piano d’acquisto di titoli lanciato a marzo scorso (Quantitative easing), che sta dando risultati sul miglioramento delle condizioni dell’accesso ai finanziamenti. Ma ha anche rilanciato: possibili modifiche per dare ulteriore supporto all’economia sono rimandate a dicembre, quando saranno disponibili le nuove stime dello staff di economisti della Bce sull’andamento dell’economia e dell’inflazione. Gli investitori hanno interpretato la posizione dell’Eurotower come un annuncio di qualcosa che accadrà, semplicemente poco più avanti nel tempo: l’euro è sceso sotto la soglia di 1,12 dollari, le Borse europee hanno guadagnato quasi tutte il 2% e lo spread tra Btp e Bund tedeschi è calato sotto 100 punti (non accadeva da marzo)……
Secondo gli analisti di Ig Markets, “Draghi ha voluto lasciar intendere in modo forte e chiaro che la Bce terrà una posizione aggressiva sui mercati pronta a intervenire se le pressioni deflazionistiche dovessero aumentare”. Per gli esperti di Barclays, le parole del governatore rafforzano un incremento del Qe entro fine anno e il suo prolungamento – per sei o nove mesi – oltre la scadenza naturale del settembre 2016.

Le attese sono state così centrate: i mercati si aspettavano parole ‘da colomba’, che segnalassero la volontà di agire modulando il ritmo e la quantità degli acquisti di titoli (anche di Stato) nell’ambito del Quantitative easing lanciato nel marzo scorso. “Pensiamo che la Bce segnalerà che è pronta ad agire, se necessario, e che la porta è aperta per un ulteriore allentamento, ma più probabilmente in occasione delle riunioni dicembre o gennaio”, riferivano gli economisti di JPMorgan in una nota.

Già l’austriaco membro del board, Edwald Nowotny, ha notato nei giorni scorsi che fino ad ora non si sono visti grandi risultati sul fronte dell’inflazione. A settembre i prezzi al consumo dell’Eurozona hanno mostrato una dinamica negativa (-0,1% su anno) e, se un livello di inflazione prossimo allo zero proseguisse, la Banca centrale potrebbe decidere di estendere durata o portata del suo programma di acquisto di asset privati e pubblici da 60 miliardi di euro al mese. Il Qe è stato lanciato a marzo per contribuire a riportare il tasso verso l’obiettivo di un rialzo annuo “sotto ma prossimo al 2%”, come da mandato della Bce. Timidi segnali di ripresa sulla dinamica dei prezzi sono emersi dalla lieve risalita del tasso swap cinque anni su cinque anni, cioè l’inflazione che il mercato si aspetta di prevedere fra altri cinque sulla distanza di altri cinque anni. …

Raffaele Ricciardi

La Bce non tocca i tassi, Draghi sposta a dicembre l’ampliamento del Qe

Repubblica 22 ottobre 2015

http://www.repubblica.it/economia/2015/10/22/news/bce_draghi_tassi_interesse_quantitative_easing-125654325/?ref=HREC1-19

 

 

Come parla Draghi

Cambiano i tempi e cambia anche il lessico pop della finanza. Archiviati da tempo gli anni Settanta e Ottanta, con il «serpente monetario», la «superinflazione» a due cifre (pensare che oggi il pericolo è la deflazione fa sorridere) e la «svalutazione della lira», appannati i «BoT people» e scomparso il «panino e listino» della bolla di fine millennio, oggi gli italiani devono fare i conti con una terminologia nuova e in parte ancora oscura. A partire dalla parola simbolo della crisi dell’eurozona: lo «spread», ovviamente del BTp con il «Bund tedesco» (altra new entry). ….

Enrico Marro – Il Sole 24 Ore

E tu, quanto ne sai della terminologia della Banca centrale europea? Ecco un quiz per metterti alla prova e vedere quante “parole misteriose” dell’Eurotower conosci.

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2015-06-08/capisci-draghi-quando-parla-test-scopri-sigle-misteriose-bce-174331.shtml?uuid=ABPtLhuD

Scende l’euro, sale la Ue

dolleuroyenI due valori più importanti dell’economia mondiale sono in calo, un calo rapido e inaspettato. A luglio 2014 un barile di petrolio costava 114 dollari, ora ne costa 46. , Un euro costava 1,36 dollari e ora 1,08: nell’ultimo anno la moneta unica ha perso circa il 23 per cento del suo valore nei confronti del dollaro statunitense e il 19 per cento rispetto alla media delle altre dieci valute più importanti.

La maggior parte degli esperti prevede che fra non molto un euro varrà quanto un dollaro, e continuerà a scendere. Le conseguenze del crollo del prezzo del petrolio sono note: non altrettanto si può dire della svalutazione della moneta europea. Ma i due processi sono ugualmente importanti: sia il prezzo dell’energia che quello dell’euro, la seconda valuta più utilizzata al mondo, influiscono sui prezzi di quasi tutti i prodotti che consumiamo, dai dentifrici alle automobili e ai pomodori. Prima di parlare dei motivi della discesa dell’euro e di quali conseguenze avrà è utile sgombrare il campo da “un’idea zombie” sul valore delle monete (Agnes Quisumbing definisce “idee zombie” le teorie che non muoiono nonostante sia già stato dimostrato che non hanno fondamento ).

Non è scontato che un Paese si indebolisca se la sua moneta si svaluta. In alcuni casi, la svalutazione della moneta rafforza l’economia: se l’euro perde valore rispetto al dollaro, una bottiglia di vino spagnolo, un aereo francese o un’auto italiana nel resto del mondo costeranno meno, incoraggiando le vendite dei prodotti e facendo crescere le esportazioni. E questo è un bene per l’occupazione e l’economia in generale. Sull’altro versante, la svalutazione dell’euro rende più cari i beni prodotti al di fuori dell’Eurozona, per esempio un iPhone, un macchinario industriale o una vacanza a Disneyworld.

Per fortuna dell’Europa, l’impatto sui prezzi dei prodotti importati arriva in un momento in cui la minaccia per il continente non è l’inflazione bensì il contrario, la deflazione ( nel 2004 i prezzi inEuropa sono scesi dello 0,02percento). Questa malattia dell’economia consiste in una caduta persistente dei prezzi dovuta all’inadeguatezza della domanda e conduce a una stagnazione cronica, come quella che affligge il Giappone. La svalutazione della moneta è un buon antidoto contro la deflazione. Non tutte le svalutazioni producono effetti positivi. Quando la moneta perde valore rispetto alle altre a causa di una fuga di capitali provocata da una sfiducia nell’economia del Paese, la svalutazione è nociva. E lo è anche quando contribuisce a far esplodere l’inflazione e a frenare gli investimenti e la crescita. È quello che sta succedendo in Russia o in Venezuela, due dei Paesi più colpiti dalla caduta dei prezzi del petrolio e da altri problemi. Perché l’euro si sta deprezzando? La ragione principale è che la Banca centrale europea sta iniettando liquidità monetaria per stimolare gli investimenti e i consumi, mentre la sua omologa statunitense, la Federal Reserve, sta tirando i remi in barca; anzi, lascia intendere che potrebbe alzare i tassi di interesse per contrastare le pressioni inflazionistiche generate da un’economia in crescita e da un tasso di disoccupazione che si avvicina al limite oltre il quale la scarsità di lavoratori provoca aumenti dei prezzi. Nulla si muove più rapidamente del denaro. Di fronte a questa nuova situazione economica (anzi, anticipandola ), gli investitori hanno spostato i soldi dagli Stati Uniti all’Europa. Dall’inizio dell’anno è entrata nei fondi di investimento europei la cifra record di 35,6 miliardi di dollari, mentre dai fondi americani sono defluiti 33,6 miliardi. Da gennaio a oggi le Borse europee hanno superato quelle americane, sia in termini di aumenti del prezzo delle azioni quotate sia in termini di volume degli afflussi di fondi. Questi movimenti sono determinati dall’aspettativa che le grandi imprese esportatrici statunitensi, a causa del “dollaro forte”, che rende i loro prodotti più cari all’estero, vedranno ridursi entrate e utili, e di conseguenza anche il valore delle azioni. Secondo un sondaggio della rivista Duke/Cfo, due terzi delle imprese esportatrici americane affermano che l’apprezzamento del dollaro le ha danneggiate. Ma c’è anche un altro fattore che avrà un impatto enorme. Da anni le imprese americane non finanziarie stanno accumulando liquidità in proporzioni colossali e possono usare questa liquidità per comprare altre imprese. E ora, con l’euro che costa meno, costano meno anche le imprese europee per chi ha dollari in abbondanza: dobbiamo aspettarci un’ondata di acquisizioni di grandi imprese europee. Questi sono solo alcuni effetti della svalutazione dell’euro, ce ne sono molti altri. Ma in definitiva, se qualcuno si chiede se la svalutazione dell’euro sia un bene per l’Europa, la risposta è semplice: sì.

MOÏSES NAÌM

Repubblica 22 marzo 2015

Come funziona il bazooka

bzzzAcquistare una montagna da almeno 1.140 miliardi di euro di titoli, in gran parte di Stato, per rimettere in linea di galleggiamento l’Europa. E dare beneficio ai Paesi membri, come l’Italia, ma anche la Germania che l’ha osteggiato. E’ questo l’effetto atteso dal Quantitative easing della Bce, annunciato da Mario Draghi a fine gennaio e ora pronto a partire. Francoforte armerà le Banche centrali nazionali per acquistare 60 miliardi di obbligazioni al mese, almeno fino al settembre 2016, una quarantina dei quali saranno bond sovrani. L’intento è riportare l’Eurozona, sulla quale pesa la deflazione, verso l’obiettivo di una crescita dei prezzi vicina al 2% nel medio termine, fissato nel mandato della Bce stessa. Far risalire i prezzi serve a rompere il circolo vizioso di rinvio dei consumi e stagnazione economica. Ma aiuta anche a far sentire di meno il costo del denaro: è vero che ora i rendimenti dei Btp sono ai minimi ma, in caso di inflazione a zero, un tasso nominale dell’1% pesa interamente sul portafoglio del debitore. Se il Qe rilancerà l’inflazione, ad esempio all’1%, allora il costo reale dello stesso Btp sarà azzerato. Così facendo, Draghi spera anche di stimolare l’economia. E l’Italia si prepara a raccogliere il dividendo dell’operazione: potrebbe ritrovarsi a risparmiare fino a 6 miliardi già quest’anno, in minore spesa per interessi. Senza considerare i ben accetti effetti collaterali: la svalutazione dell’euro e il relativo vantaggio competitivo per le imprese esportatrici. Proprio quelle imprese che spingono la locomotiva tedesca: Berlino ha fatto di tutto per bloccare il piano della Bce, ma con l’Olanda ne beneficierà più di altri. Ecco come funziona il bazooka di Draghi………..

http://www.repubblica.it/economia/2015/03/04/news/ecco_il_bazooka_di_draghi_da_mille_miliardi-108724035/?ref=HREC1-1

 

Stampare moneta

qeeDopo una gestazione di almeno due anni e un dibattito infinito e, a volte, anche acido, Mario Draghi e il board della Bce faranno partire nei prossimi giorni, sulla scia del modello americano, il Qe, il Quantitative easing all’europea. Una decisione presa a maggioranza, che ha lasciato veleni ancora non completamente riassorbiti. Per l’Europa, infatti, è una strategia rivoluzionaria. Ridotta all’osso, consiste nello stampare moneta per comprare titoli e debiti di Paesi stra-indebitati. Le monarchie di una volta cercavano lo stesso effetto di liquidità riducendo la quantità di oro e argento nelle monete. Per l’ortodossia monetaria cara ai tedeschi il Quantitative easing, insomma, prima ancora che rivoluzionario, è eretico.
E perchè l’hanno accettato?
Perchè tutte le altre strade per fermare la deflazione che interessa l’Europa non hanno funzionato. E i tedeschi hanno dovuto accettare che la Bce realizzi il Qe, comprando proprio i titoli di Stato, perchè non ci sono abbastanza titoli di altro tipo sui mercati. Draghi, infatti, rastrellerà titoli in misura massiccia: più di 40 miliardi di euro al mese, almeno fino al settembre 2016. Cioè 800 miliardi di euro. Più altri 340 in titoli di altro tipo. È una valanga di carta moneta.
E fra un anno e mezzo si ferma?
Niente affatto. Questo è un punto chiave, su cui molto avevano insistito gli economisti. La Bce continuerà a comprare titoli fino a quando l’inflazione, dallo zero di oggi, non sarà tornata vicino al 2%. I mercati lo sanno e possono quindi gestire i propri affari, sapendo che ci sarà denaro disponibile in abbondanza e a lungo.
È perchè c’è questa montagna di carta moneta in più che si chiama Quantitative easing, cioè allentamento quantitativo?
Esatto. Normalmente, la politica monetaria rilancia l’economia abbassando i tassi di interesse. Stavolta non si può, perchè sono già a zero. E allora si stampa carta moneta.
Ma se i tassi sono già a zero a che serve?
Probabilmente, se fosse partito prima, il Qe sarebbe stato più efficace. Comunque, anche così, agirà sui tassi. A zero sono i tassi nominali. Quelli che contano, cioè quelli reali, no. Se c’è una deflazione dell’1%, il tasso nominale zero diventa un tasso reale dell’1%, perchè prezzi e redditi sono scesi. Al contrario, se il Qe rilancia l’inflazione, il tasso reale scende: con l’inflazione all’1%, il tasso nominale zero diventa un tasso reale meno 1.
È a questo che serve il Qe?
Non solo. Anzitutto, quando la Bce compra, come pare, 120 miliardi di euro di titoli di Stato italiani alleggerisce il peso del debito sul bilancio, diminuendone il costo e lasciando più spazio alle misure di rilancio dell’economia. Qualcuno ha fatto anche notare che se Francoforte concentrasse i suoi acquisti su titoli ventennali o trentennali, l’effetto sarebbe quello di allungare le scadenze del debito, aumentando il respiro dell’economia. Chi vende quei titoli a Draghi (banche, assicurazioni, fondi) impiegherà il ricavato per comprare altri titoli, facendo salire i loro prezzi e generando un “effetto ricchezza”.
Quale ricchezza?
Se prima avevo in cassaforte titoli che valevano 100 euro e, adesso, quei titoli valgono 120, sono più ricco. Soprattutto, ho riserve più ampie e posso aumentare gli investimenti.
Questo vale anche per le banche?
Certo. Poichè in Europa l’80% dei finanziamenti alle imprese passa per le banche, è decisivo che le banche si sentano sufficientemente tranquille da fare prestiti. Il Qe, liberandoli dei grossi pacchetti di titoli di Stato e aumentando il valore delle riserve dovrebbe consentire proprio questo.
Intanto, però, il valore dell’euro è sceso E meno male. Con l’euro a 140 sul dollaro le esportazioni erano strangolate. Per essere competitivo, l’export italiano, calcolavano gli esperti aveva bisogno di un cambio sul dollaro a 117. Oggi è a 112 e le esportazioni stanno andando bene, anche se chi ci guadagna di più sono proprio i tedeschi, che esportano più di noi. Eppure i tedeschi, dopo essersi opposti, ora rischiano di sabotare il Qe, sia pure senza volerlo.
Come è possibile?
È un paradosso, figlio della testardaggine con cui la Merkel si rifiuta di fare, in patria, una politica espansiva. Il risultato è che la Germania si avvia al pareggio di bilancio, nel momento peggiore.
Perchè?
Come compra 120 miliardi di euro di titoli italiani, la Bce vuole comprare 200 miliardi di titoli tedeschi. Ma se lo Stato tedesco non spende, non si indebita, resta in pareggio e non emette titoli sul mercato, quei 200 miliardi di titoli, semplicemente, non ci sono. Si rischia un testa-coda.
Se farà il suo corso, il Qe è la svolta attesa?
Draghi l’ha già detto: la politica monetaria non basta. Puoi mettere soldi a disposizione, ma se le imprese non li chiedono perchè hanno paura ad investire, il meccanismo si inceppa e siamo al punto di partenza. Occorrono le riforme, si dice. Ma, soprattutto, occorre una politica economica che rilanci la domanda, invogliando le imprese ad investire perchè possono tornare a guadagnare.

Da Repubblica  del 2 marzo 2015

Draghi è il motore

draghingiSu Mario Draghi esistono giudizi complessivamente positivi che però differiscono sui tratti caratteriali che lo distinguono. Alcuni lo vedono come un “homo oeconomicus“, altri come economista, certo, ma anche politico, anzi soprattutto politico perché mette l’economia al servizio del bene comune. Credo che questo secondo giudizio sia quello giusto. Del resto lo storicismo, cioè il frutto maturo dell’Illuminismo, identifica economia e politica; l’economia ha infatti l’etica come cintura di sicurezza o, se volete, l’amore per se stesso (economia) e quello per gli altri (etica). La politica li condiziona tutti e due e la dinamica fa sì che a volte predomini l’uno e a volte l’altro senza però che l’aspetto più debole scompaia del tutto.

Draghi è, secondo me, il tipico esempio di chi mette gli strumenti dell’economia che la Bce possiede, al servizio della politica e usa il mercato non solo come stimolo alla crescita ma come sviluppo delle istituzioni europee verso l’obiettivo d’uno Stato federale.

Da domani avrà inizio l’intervento della Bce e delle Banche centrali nazionali sul mercato dei titoli pubblici. L’operazione è attesa già da due mesi. È stata deliberata definitivamente un mese fa e domani comincia. Gli effetti sul mercato sono stati registrati da tempo ma giovedì e venerdì scorsi hanno compiuto ancora un balzo: il prezzo dei titoli è aumentato al massimo facendo diminuire lo spread rispetto ai Bund tedeschi a 100 punti-base e praticamente allineando il tasso di cambio tra l’euro e il dollaro alla parità con vantaggi evidenti sulle esportazioni.

Bisogna sottolineare ancora un aspetto di questa operazione: il grosso degli acquisti sarà compiuto dalle Banche centrali nazionali (l’80 per cento del totale) e il 20 direttamente dalla Bce. Le conseguenze politiche che quel 20 eserciterà sono la proprietà europea di quei titoli perché stanno nel portafoglio della Bce, istituzione europea per eccellenza del cui capitale sono azionisti tutti gli Stati membri dell’Unione.
Il significato è evidente: un quinto dei debiti nazionali diventa debito europeo.

Il giornale “Il Foglio” di giovedì scorso, in un articolo di Aresu e Garnero, ha paragonato Draghi ad Alexander Hamilton, uno dei padri fondatori dell’indipendenza dell’America e ministro del Tesoro nel governo di George Washington. Una delle operazioni di Hamilton fu di considerare i debiti degli Stati dell’Unione come debiti federali. Ed è in questa stessa direzione che sta operando Draghi. Quel 20 per cento porta inevitabilmente, specie attraverso l’unione bancaria europea, alla nascita per ora parziale ma certamente evolutiva, dell’assunzione dei debiti nazionali in debito sovrano europeo con annessa garanzia europea dei depositi bancari, della vigilanza europea sulle banche e, di fatto e di diritto, alla cessione di sovranità fiscale e del bilancio unico dell’Unione monetaria e politica. Alcune di queste misure sono già in atto altre saranno l’evoluzione necessaria della costituzione dello Stato federale……

Da: Perché è Draghi il motore della crescita europea. Di E. Scalfari  – 1 marzo 2015 – Repubblica

http://www.repubblica.it/politica/2015/03/01/news/perch_draghi_il_motore_della_crescita_europea-108440662/

 

L’Hamilton riluttante

A Draghi si chiede di agire da politico. Ma il banchiere centrale non può né vuole farlo fino in fondo

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/126097/rubriche/draghi-hamilton-riluttante.htm

 

Come funziona il Quantitative Easing.

 

Che cos’è il quantitative easing?
Questo termine è entrato con forza nella discussione pubblica nel 2009, quando la Federal Reserve varò il primo programma di acquisto di titoli del Tesoro e di titoli immobiliari americani dopo il fallimento di Lehman Brothers nel settembre del 2008. QE significa esattamente questo: creazione da parte di una banca centrale di moneta il cui valore è basato sulla fiducia nell’assetto istituzionale e nei fondamentali economici alle sue spalle; questa moneta viene creata con il QE per comprare sul mercato titoli pubblici o privati, immettendo così liquidità nell’economia.

2. Perché la Bce vuole lanciare questo programma?
Il compito primario della Bce è garantire la stabilità dei prezzi: né troppa inflazione né una caduta nel fenomeno opposto, la deflazione. È ben noto infatti che con la deflazione cadono i consumi e gli investimenti, l’economia ristagna e il peso del debito aumenta. L’obiettivo statutario della Bce è un carovita nella zona euro “vicino ma sotto al 2%”, ma oggi lo sta mancando. Il tasso d’inflazione nell’area è in frenata dall’inizio del 2012 e dall’ottobre del 2013 ha improvvisamente rallentato sotto l’1%. Da allora è calato ancora di più, fino a diventare negativo in dicembre (-0,2%), segnalando una contrazione dei prezzi. La Bce deve riportarlo all’obiettivo, ma non può più farlo con la tecnica convenzionale di ridurre i tassi d’interesse richiesti sui prestiti che pratica alle banche. Dopo vari tagli, quei tassi sono infatti già a zero. Non resta che la via “quantitativa”, cioè la creazione di moneta: il QE.

3. Come funziona il QE?
Nella sua visione più semplice, il QE può contribuire a risollevare la dinamica dei prezzi verso livelli normali proprio per effetto della quantità di moneta. Una quantità maggiore di euro in circolazione (3.000 miliardi invece di 2.000, secondo l’obiettivo espresso dalla Bce), a parità di prodotti in vendita, dovrebbe alzare il costo in euro di beni e servizi. L’esperienza della Fed, che con il QE dal 2008 a oggi ha espanso il suo bilancio da circa 600 miliardi a quasi 4.500 miliardi di dollari, dimostra le cinghie di trasmissione dalla banca centrale alla vita delle imprese e dei cittadini sono in realtà più articolate. Il QE della Fed ha ridotto i tassi a lungo termine in America, cioè il costo sostenuto da un imprenditore o da una famiglia per indebitarsi. In parte i tassi dei titoli a lungo termine scendono proprio perché dalla banca centrale arriva un’onda di liquidità per comprare quei bond. In parte lo fanno perché chi vende quei bond alla banca centrale, reinveste poi i proventi comprandone altri titoli sul mercato, dunque l’effetto di riduzione dei tassi si trasmette a cerchi concentrici in molte parti dell’economia. A loro volta tassi più bassi favoriscono gli investimenti, l’occupazione e la ripresa dell’attività e dei prezzi al consumo. L’altro effetto del QE, conseguenza diretta della enorme quantità di denaro creata, una svalutazione la moneta e dunque un aiuto all’export.

4. in Europa il QE può funzionare bene come negli Stati Uniti?

Alcuni indizi fanno sospettare di no. Un motivo di fondo è che le imprese in Europa e soprattutto in Italia attingono al credito in modo diverso rispetto a come avviene in America. Negli Stati Uniti le imprese si finanziano presso le banche per circa il 27% del credito che ottengono, e per il resto lo fanno emettendo titoli di debito (bond) sui mercati. Per loro l’aiuto della Fed, che riduce i tassi sui bond a sette o dieci anni, è dunque prezioso. In Europa invece circa metà del credito alle imprese passa dalle banche e in Italia la quota è ancora più alta. Per quanto riguarda poi le piccole e medie imprese, quelle dove si trova la gran parte dell’occupazione, il credito in bond in Europa rappresenta una frazione inferiore al 5% dei finanziamenti totali. Per funzionare in pieno in Europa, il QE dovrebbe essere accompagnato da un forte taglio delle tasse. Ma questo è reso più difficile dai vincoli europei al bilancio. Sta già funzionando in Europa l’altra cinghia di trasmissione del QE, la svalutazione della moneta che aiuta l’export. Da maggio scorso l’euro è già caduto del 15% sul dollaro e del 9% sul paniere delle valute dei Paesi con i quali gli europei commerciano di più.

5. Perché la Bundesbank è contraria al QE?

La Banca centrale tedesca teme che il QE, riducendo gli spread e i tassi sul debito pubblico, tolga la pressione al risanamento e alle riforme dai governi dei Paesi più fragili. Inoltre, ritiene scorretto che la Bce comprando quei titoli, assuma su di sé il rischio di subire perdite se quei Paesi facessero default. Quelle perdite infatti potrebbero essere suddivise pro-quota sulle banche centrali nazionali azioniste della Bce. Bundesbank inclusa.

http://www.repubblica.it/economia/2015/01/22/news/quantitative_easing_pi_moneta_in_circolazione_la_rete_dell_eurotower_contro_la_caduta_dei_prezzi-105484474/

Il Qe della BCE

qubce F acile dire “Quantitative easing”, una delle espressioni più utilizzate ultimamente da giornali, commentatori economici e addetti ai lavori e la cui popolarità cresce di giorno in giorno. Ma è difficile spiegare effettivamente che cos’è il Qe che Mario Draghi, il banchiere italiano che guida la Banca Centrale Europea, si appresta a lanciare sul territorio dell’eurozona, ufficialmente per salvaguardare la stabilità dei prezzi. Può facilmente diventare un passaggio storico per l’intera economia europea o un grande flop.

Il compito che Draghi ha davanti a sé è più arduo di quello affrontato dai suoi colleghi della Fed, della Bank of England e della Bank of Japan, dal 2009 a oggi. I loro programmi di quantitative easing erano obbiettivamente più semplici perché si rivolgevano a un solo paese. Il problema di Draghi è che in Europa esistono 19 paesi nell’euro e 28 partecipanti alla Ue ognuno con proprie emissioni di titoli di statointento di impedire che gli acquisti a pioggia di bond vadano in qualche modo a pesare sui bilanci degli Stati e quindi in ultima stanza sui contribuenti. Infine Draghi deve combattere contro lo scetticismo degli economisti, la maggior parte dei quali non è sicura che l’effetto finale del Qe possa tradursi in una ripresa dell’economia e quindi dell’inflazione verso la soglia minima del 2%, obiettivo esistenziale della Bce. Insomma una lunga serie di incognite circonda questo passaggio della politica monetaria europea e molte sono difficili da comprendere per il cittadino che però dovrebbe godere dei suoi benefici.

Vediamo di dipanare almeno in parte la matassa. Indebolire l’euro. Il primo effetto tangibile del Qe è quello di deprimere il cambio attraverso la creazione di base monetaria aggiuntiva. Si comprano i titoli di stato i cui rendimenti scendono e per questa via vi saranno meno afflussi di denaro verso i titoli denominati in euro. La svalutazione dell’euro è già in corso da qualche mese come diretta conseguenza degli annunci che via via Draghi ha fatto. Da 1,38 dollari per un euro si è passati a 1,18 ma l’obiettivo dovrebbe essere quello di arrivare ancora più giù. «È inevitabile che l’euro si indebo-lisca, solo con lo shale gas gli Usa hanno guadagnato il 4-5% di competitività rispetto all’Europa. Il Qe deve avere l’obiettivo di abbattere il cambio fino a 1-1,1 contro il dollaro e di sollecitare i governi a continuare sul terreno delle riforme strutturali», osserva Davide Serra, fondatore e gestore dei fondi Algebris basati a Londra. Dai suoi conti il petrolio sotto i 60 dollari al barile vale per l’Italia uno 0,4% di Pil mentre ogni 10 centesimi di svalutazione dell’euro aumentano del 10% le esportazioni delle aziende. L’effetto combinato di valuta e petrolio dovrebbe far uscire l’Europa dal tunnel della recessione e portare una ripresa sostenuta.

Le banche impiombate. Draghi si è convinto della necessità di un Qe sui titoli di Stato perché i tentativi fin qui portati avanti di far affluire liquidità all’economia reale non hanno funzionato. La cinghia di trasmissione si è inceppata. I primi prestiti alle banche di inizio 2012 si sono tradotti in profitti per gli istituti attraverso gli impieghi in titoli di Stato ma non si sono trasformati in maggiori prestiti alle imprese. Anche le più recenti aste “Tltro” finalizzate all’economia reale, hanno registrato bassa richiesta da parte del sistema bancario (212 miliardi sugli oltre 400 previsti). «Il declassamento del rischio paese e i maggiori requisiti di capitale richiesti dagli organismi di sorveglianza inducono le banche a chiedere uno spread più alto sugli impieghi per remunerare il capitale», spiega Davide Grignani, responsabile Financial institutions di Société Générale a Milano. Il risultato è che in Italia e in altri cavnnbvPaesi i crediti in sofferenza rappresentano il problema principale e le erogazioni di prestiti alle imprese è diventata più selettiva. Le aziende sane che chiedono soldi per aumentare gli investimenti quelle export- oriented mentre le altre sono guardate con diffidenza. Il cavallo non beve, come si dice in questi casi. E le banche non gli danno da bere.

Incognita Grecia. «Il Qe potrebbe incidere ancor di più sul cambio rinvigorendo la crescita delle esportazioni visto che il 50% dei ricavi delle imprese viene da fuori dell’area euro», spiega Maria Paola Toschi, market strategist di JP Morgan Asset Management. «Draghi ha creato una forte aspettativa sul Qe e se questo non dovesse essere risolutivo sorgerebbe un altro problema per la Bce». Il percorso è accidentato e lo spettro di una nuova crisi della Grecia è tornato a materializzarsi nelle scorse settimane. Con una vittoria di Tsipras alle elezioni del 25 (3 giorni dopo la riunione della Bce) il tema della rinegoziazione del debito greco tornerebbe d’attualità e il percorso di austerity imposto dalla Troika (Bce, Ue, Fmi) messo in dubbio. A questo punto il dilemma di Draghi è il seguente: se include i titoli di stato greci nel Qe solleva le proteste della Germania e degli altri paesi rigoristi; se discrimina la Grecia con il Qe il mercato potrebbe pensare che la Germania e le nazioni forti hanno deciso di lasciare la Grecia al suo destino anche fuori dall’euro, come è stato paventato dai giornali tedeschi nei giorni scorsi. «Un’eventuale perdita sui titoli greci andrebbe a pesare sul bilancio della Bce e quindi sugli Stati partecipanti », ricorda Serra. «La Bce dovrebbe dire ai governi: vi compro i titoli di stato se fate una serie di riforme».

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(12 gennaio 2015)

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2015/01/12/news/arriva_il_quantitative_easing_ecco_le_quattro_opzioni_bce_per_rilanciare_credito_e_crescita-104771044/

 

Anche Tokio fa Qe

japppL’AMERICA proclama vittoria e torna alla “normalità” monetaria, almeno ufficialmente. Il Giappone si ricrede e rincara la dose, imitando la politica della Federal Reserve alla puntata precedente. Con una mossa audace la banca centrale di Tokyo decuplica i suoi acquisti di bond, da 70 a 720 miliardi di dollari, per favorire la ripresa. L’Inghilterra lo ha fatto da tempo, con buoni risultati. Resta al palo fin qui la Banca centrale europea, grande assente nella gara monetaria che è anche fatta di svalutazioni competitive. La sfasatura dei cicli di crescita fra le grandi economie mondiali indica che è matura una “staffetta” nel quantitative easing. Se gli Stati Uniti non ne hanno più bisogno, l’eurozona ricaverebbe benefici dall’applicazione di quella terapia vincente. Restano irrisolti i nodi istituzionali (mandato della Bce) e quelli politici legati alle resistenze della Bundesbank tedesca, nella dinamica federale dell’istituto di Francoforte.
La settimana si è chiusa all’insegna di due svolte “storiche”. Da una parte, mercoledì la Fed ha annunciato la fine di un’epoca. Si conclude ufficialmente il quantitative easing, com’era stato chiamato dal dicembre 2008 l’esperimento senza precedenti per scongiurare depressione e deflazione. Per oltre cinque anni la Fed ha di fatto stampato moneta, in dimensioni mai viste nella storia. 4.500 miliardi di dollari hanno inondato l’economia americana (e in parte sono defluiti anche verso il resto del mondo, soprattutto i Brics). Quella liquidità, creata acquistando bond sul mercato aperto, è stata indirizzata in modo tale da aiutare l’economia reale, famiglie e imprese, non solo le banche com’è avvenuto nell’eurozona. Con un Pil che cresce del 3,5% e l’inflazione tornata ai livelli pre-crisi (5,9%), grazie a un mercato del lavoro che genera 220.000 assunzioni nette al mese nella media degli ultimi anni, la Fed può annunciare Mission Accomplished, missione compiuta. Questo è il senso della dichiarazione ufficiale di mercoledì. In realtà la svolta è meno netta di quanto appaia. Il quantitative easing non è veramente cessato, ha solo smesso di espandersi. Lo spiegano gli stessi economisti della Fed: finché la banca centrale Usa si tiene nel suo bilancio quei 4.500 miliardi di titoli, il sostegno monetario alla ripresa rimane in vigore. La fine del quantitative easing accadrà solo se e quando cominceranno le vendite parziali di quei bond: un’inversione di rotta che non appare all’orizzonte.
Il successo della politica americana ispira molti emuli. Londra ha seguito la stessa strada e non a caso è l’unica grande economia europea che cresce (ma fuori dall’euro). La Banca del Giappone aveva già lanciato la sua versione del quantitative easing, da giovedì ha deciso di rafforzarla con un balzo poderoso, e d’inseguire le dimensioni americane di quelle operazioni di acquisto di bond. E’ questa la seconda svolta storica della settimana, che ha innescato rialzi in tutte le Borse asiatiche. Favorendo anche la svalutazione competitiva dello yen.
Ma se c’è un buco nero nella crescita globale, è l’eurozona. Se ne discuterà a metà novembre a Brisbane, Australia, nel prossimo G20. Sul tavolo del G20 ci sarà il rallentamento della crescita globale, innescato prevalentemente dall’eurozona. La sfasatura tra la vigorosa crescita americana e la depressione europea chiama in causa le politiche monetarie. Fin qui l’inazione della Bce (i timidi tentativi di quantitative easing europeo non hanno sortito alcun effetto) è stata spiegata con le differenze di natura istituzionale. Il suo mandato le impone di assicurare la stabilità dei prezzi, mentre quello della Fed abbina la lotta all’inflazione con il perseguimento della piena occupazione. Dietro questa differenza istituzionale c’è la cultura Bundesbank, e l’influenza dei rappresentanti tedeschi in seno alla Fed, con gli alleati di alcuni paesi nordici. Di recente pero` dall’America si sono intensificati gli appelli perche` la Bce dia una lettura diversa del suo mandato: con diversi paesi dell’eurozona in deflazione, il non raggiungimento dell’inflazioneobiettivo (2% annuo) andrebbe considerato come uno smacco e quindi ne deriva l’obbligo di adottare politiche che “fabbrichino inflazione” attraverso la crescita, proprio come sta tentando di fare il Giappone. La deflazione, osserva la Casa Bianca, allontana di mese in mese gli stessi obiettivi del patto di stabilità europeo visto che il rapporto deficit/Pil e debito/Pil peggiora in conseguenza del calo dei prezzi (aumenta il valore reale di tutti i debiti). Un’altra interpretazione delle resistenze tedesche, fino al 2012, vedeva nella crisi dei paesi periferici dell’euro un beneficio indiretto per la Germania: le sue imprese godettero di un forte vantaggio sui costi dei finanziamenti all’epoca degli spread-record con l’Italia. Ma ormai l’indebolimento dei partner si ritorce contro la stessa Germania. Due settimane fa il calo della sua produzione industriale (meno 4%), ieri la caduta dei consumi (meno 3,2%) confermano che l’economia più forte d’Europa non è immune dal contagio.
“Sosteniamo la crescita” dopo la Fed anche Tokyo passa il testimone a Draghi ma la Bce resta ingessata
di Federico Rampini
Repubblica 1 novembre 2014
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