Brexit: hanno perso giovani, laureati e i liberal metropolitani

I giovani sarebbero rimasti, hanno votato in massa «Remain». Per loro hanno deciso quelli che sono nella fase declinante della parabola della vita, arroccati in difesa di posizioni e privilegi, spaventati da frontiere troppo lasche. Lo spiega bene l’analisi dell’istituto Yougov (che a chiusura seggi dava in vantaggio il Remain, con il 75% dei votanti tra i 18 e i 24 anni che hanno votato per rimanere nell’Unione.

Anche la maggior parte degli adulti tra i 25 e i 49 anni, quelli all’inizio o nel pieno della vita lavorativa, ha scelto la permanenza nella Ue. La curva dei voti flette nella fascia d’età che va dai 50 ai 65 anni (dove il Remain cala al 42%) per precipitare al 36% tra gli over 65, i più entusiasti per l’uscita. Grandi sconfitti i giovani, insomma.

Ma la spaccatura, oltre che generazionale, è anche di istruzione: fra chi ha una laurea, il 71% ha votato contro la Brexit e quindi per restare in Europa, il 29% a favore. Chi ha titoli di studio inferiori ha votato al 55% a favore della Brexit e al 45% per restare in Europa. Ed è pure di classe: per la vittoria del Leave è stato determinante il trionfo nelle contee conservatrici e nelle aree dove il Labour è più forte: Inghilterra del Nord e Galles. Per l’Independent, i lavoratori preoccupati per l’immigrazione hanno scelto di allontanarsi dall’Europa, mentre la classe metropolitana, liberale, ha votato per la globalizzazione.

E per rimanere nel campo delle frammentazioni: il corrispondente politico del Daily Telegraph Ben Riley-Smith fa la conta (Galles: Leave; Inghilterra: Leave; Scozia: Remain; Irlanda del nord: Remain) e si chiede: cosa ne sarà adesso del Regno «Unito»? Mentre il Washington Post ospita una proposta «provocatoria» di David Harsanyi, condirettore della rivista online The Federalist, che propone un esame di educazione civica per gli elettori, perché una democrazia non informata è «il preludio a una farsa o a una tragedia».

Antonella De Gregorio

Corriere della Sera 24 giugno 2016

http://www.corriere.it/esteri/brexit/notizie/brexit-hanno-perso-giovani-7591896a-39e8-11e6-b0cd-400401d1dfdf.shtml

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/brexit-mappa-voto-scozia-nord-irlanda-e-londra-pro-remain-1275618.html

mappa voto gb

 

La laurea non garantisce il posto

imagesCAUHEBO3Se fino a qualche anno fa, a torto o a ragione, il `pezzo di carta´ veniva visto come lasciapassare per il mondo del lavoro, adesso anche l’Istat certifica che la laurea non è più l’elemento chiave per poter essere assunti. Il 2012 registra infatti un’impennata di giovani laureati senza lavoro, con i `dottori´ under 35 a caccia di un impiego arrivati ormai a sfiorare quota 200 mila, una crescita di circa il 28% rispetto al 2011 e quasi del 43% a paragone con il 2008, l’anno di inizio della crisi.

I numeri più alti si registrano tra le ragazze e nel Mezzogiorno, ma si tratta di un fenomeno quasi senza confini, tanto che in tutto, senza guardare all’età, in Italia si contano oltre 300 mila persone disoccupate, nonostante nel cassetto conservino un titolo di studio universitario.

Le cifre fornite dall’Istat sulle forze lavoro nel 2012 arrivano quindi a confermare come ormai neanche il famigerato e spesso sudato `pezzo di carta´ possa oggi rendere immuni dalla crisi. La scarsa domanda di lavoro, la penuria di posti liberi da riempire, i tagli occupazionali sempre più marcati, si fanno sentire su chi può vantare l’istruzione più alta, ovvero un `certificato´ di laurea o post laurea, nonostante rappresentino ancora una piccola fetta della popolazione. Infatti, come è emerso dal Rapporto Istat-Cnel sul Benessere equo e sostenibile (Bes) nel 2011 solo il 20,3% dei 30-34enni risulta aver conseguito un titolo di studio universitario, il livello più basso tra tutti i Paesi dell’Unione europea. Eppure in questi anni si è rilevato un aumento dei `dottori´ di quella fascia d’eta sfornati dagli atenei italiani (un incremento di 4,7 punti percentuali tra il 2004 e il 2011). In particolare, secondo gli ultimi dati aggiornati dell’Istat, relativi al 2008, si erano laureate in Italia poco meno di 300 mila persone.

Nel dettaglio tra i 15 e 34 anni in Italia ci sono 197 mila disoccupati laureati, pari al complesso degli abitanti di una città come Taranto: a paragone con l’anno prima segnano un rialzo del 27,6%. Si tratta per lo più di giovani donne (125 mila) e, anche in questo caso, a pagare il prezzo più alto è il Sud, dove i ragazzi con titolo accademico senza lavoro sono 87 mila (65 mila al Nord e 45 al Centro). Se si fa riferimento a tutta la popolazione (15 anni e più) il numero dei disoccupati laureati diventa addirittura pari a 307 mila, in crescita del 32,3% su base annua. Un rialzo perfino superiore all’incremento medio dei disoccupati complessivi (+30,1%).

Naturalmente l’aumento dei `dottori´ alla ricerca di un lavoro è anche spinto dalla crescita delle persone con il titolo di studio più alto tra la popolazione attiva. Ecco che, analizzando i tassi di disoccupazione, la laurea rispetto ai titoli di studio più bassi conserva un vantaggio. Gli under 35 con il `passaporto´ accademico presentano un tasso di disoccupazione al 14,7%, cavandosela meno peggio a confronto con i coetanei fermi alle elementari (24,9%), alle medie (24,8%) o al diploma (18,9%). Andando oltre la disoccupazione, nel 2012 risultano a lavoro 1 milione 139 mila laureati, mentre gli inattivi, coloro che né lavorano né sono in cerca, sono più di mezzo milione (502 mila).

http://www.lastampa.it/2013/03/24/economia/disoccupazione-record-tra-i-laureati-under-7Oi1mXV6Bs13HF2e57BeOP/pagina.html