Ceta approvato dal Parlamento Ue

ceta11Via libera del Parlamento europeo al Ceta, l’accordo di libero scambio tra il Canada e l’Unione Europea. Il trattato (Comprehensive Economic and Trade Agreement), firmato lo scorso autunno dalla Commissione europea e il governo canadese, è stato approvato all’assemblea plenaria di Strasburgo con 408 voti favorevoli, 254 contrari e 33 astensioni. L’intesa, le cui negoziazioni sono cominciate nel 2009, si è sviluppata all’ombra del TTIP, l’accordo discusso tra Stati Uniti ed Europa incoraggiato da Barack Obama e messo definitivamente nel cassetto da Donald Trump, che fin dall’inizio del suo mandato si è invece dato da fare per smantellare alcuni dei più importanti accordi multilaterali siglati dagli Stati Uniti. Non a caso ieri il presidente del Ppe Manfred Weber aveva sottolineato come ” il voto sul Ceta è la risposta di Europa e Canada alla politica di Donald Trump, una risposta anti-protezionista”.

Molto accese le proteste degli oppositori dell’intesa fuori dalla sede del Parlamento, dove alcune decine di manifestanti hanno provato a bloccare l’accesso alla struttura.

I PUNTI PRINCIPALI

L’entrata in vigore. Dopo il via libera del Parlamento europeo il trattato entra in vigore in fase transitoria, in attesa della ratufica dei singoli Parlamenti nazionali.

Gli obiettivi. L’accordo tra Ue e Canada prevede l’abolizione del 99% dei dazi doganali. Dall’entrata in vigore del Ceta, il Canada abolirà dazi sulle merci originarie dell’Ue per un valore di 400 milioni di euro, mentre alla fine di un periodo di transizione la cifra – secondo le stime della Commissione – dovrebbe superare i 500 milioni l’anno.

Apertura alle imprese Ue per le gare d’appalto. Con il Ceta, il Canada apre le proprie gare d’appalto pubbliche alle imprese dell’UE in misura maggiore rispetto a quanto abbia fatto con gli altri suoi partner commerciali. Le imprese europee potranno partecipare a gare d’appalto per la fornitura di beni e servizi non solo a livello federale ma anche a livello provinciale e municipale.

Riconoscimento reciproco delle professioni. Il trattato elimina alcuni ostacoli significativi per alcune professioni regolamentate come quelle di architetto, ingegnere e commercialista che verranno reciprocamente riconosciute, rendendo più facile l’interscambio professionale tra queste categorie di lavoratori

La tutela della proprietà intellettuale e del diritto d’autore. Il trattato prevede anche una maggiore forme di protezione della proprietà intellettuale e l’adeguamento e l’adeguamento del Canada agli standard europei delle norme sul diritto d’autore

Nuovo modello per le controversie fra investitori e Stati.  Il nuovo meccanismo per la risoluzione delle controversie tra investitore e Stato, quando un governo legifera nell’interesse pubblico arrecando danni all’investitore, rappresenta uno degli elementi  più discussi del Ceta, così come lo è stato per il TTIP. La differenza sostanziale però è che il Ceta prevede un meccanismo diverso da quello inizialmente inserito nel trattato transtlantico, il cosiddetto ISDS, fondato sugli arbitrati privati, sostituito invece da un nuovo sistema giudiziario per la protezione degli investimenti (ICS), con un tribunale pubblico composto da giudici indipendenti e di carriera, nominati dall’Ue e dal Canada. Le procedure saranno trasparenti, grazie a udienze pubbliche e pubblicazione dei documenti. L’accordo prevede che, in caso di disputa, un soggetto pubblico non potrà essere costretto a modificare un testo di legge o condannato al pagamento di danni punitivi. Un compromesso che potrebbe attenuare uno dei rischi evocati più spesso dai detrattori dell’intesa, quello che uno Stato potesse essere giudicato da un tribunale privato per azioni che avessero danneggiato l’attività di una multinazionale.

Agricoltura e Indicazioni di origine. Con il Ceta il Canada si è impegnato a aprire il suo mercato a formaggi, vini e bevande alcoliche, prodotti ortofrutticoli e trasformati. Tutte i prodotti importanti dovranno essere conformi alle disposizioni dell’Ue, per esempio sulla carne agli ormoni. Il Canada ha accettato di proteggere 143 prodotti tipici che beneficiano dell’indicazione di origine, come il formaggio francese Roquefort.
Per l’Italia, il Ceta prevede la protezione di 41 prodotti di denominazione di origine: dalla bresaola della Valtellina all’aceto Balsamico di Modena, passando per la Mozzarella di Bufala Campana e il Prosciutto di Parma. I prodotti europei godranno di una protezione dalle imitazioni analoga a quella offerta dal diritto dell’Unione e non correranno più il rischio di essere considerati prodotti generici in Canada.

 

http://www.repubblica.it/economia/2017/02/15/news/ceta_accordo_canada_ue-158351566/?ref=HREC1-32

 

Guida al neoprotezionismo l’America che esalta Wall Street

trump-protezionismoNel giorno del Muro col Messico, Wall Street segna un record storico con l’indice Dow Jones a quota 20.000. I mercati celebrano la svolta di Donald Trump. America First — slogan che racchiude protezionismo commerciale, nazionalismo economico, restrizioni sugli immigrati — lungi dal provocare incertezze tra gli investitori, ne alimenta l’ottimismo. Siamo agli effetti- annuncio, ma c’è una coerenza implacabile nella raffica di “ordini esecutivi” firmati nei primi tre giorni lavorativi alla Casa Bianca. Molti pensarono che certe proposte erano slogan da comizio elettorale. Lui li smentisce: fa quel che aveva promesso. C’è un disegno organico, un progetto di economia e di società molto diverso dall’America che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni.
MURO, TPP, AUTO
Lunedì ha abbandonato il trattato di libero scambio con l’Asia- Pacifico (Tpp), ha annunciato che rinegozierà il mercato unico nordamericano (Nafta), venerdì riceve Theresa May con un gesto di omaggio a Brexit. È protezionismo commerciale classico. Trump non crede che la riduzione delle barriere agli scambi abbia giovato all’economia americana. Ai chief executive dell’automobile ha proposto un modello alternativo: smettetela di costruire fabbriche nei paesi emergenti, rimpatriate la produzione, io vi ricompenso con meno tasse sui profitti e meno regole anti-inquinamento. Per chi non obbedisce c’è la minaccia di super-dazi sulle importazioni. Il Muro col Messico? Per ora è un annuncio simbolico, peraltro un pezzo di fortificazione esiste già e la fece costruire Bill Clinton. Ma siamo ancora nell’ambito del protezionismo, questa volta “demografico”. Il segnale di Trump è una priorità ai bisogni degli americani, sposando la tesi che gli immigrati creano insicurezza.
È POSSIBILE RITIRARSI DENTRO GLI STATI-NAZIONE?
Quale America e quale mondo prefigura Trump? Nulla che non sia già accaduto. I più pessimisti evocano un ritorno agli anni Trenta, quando la Grande Depressione fu propagata e aggravata da misure protezionistiche e rappresaglie (in Italia ci fu l’autarchia mussoliniana). C’è un precedente meno apocalittico: gli anni Cinquanta, segnati da un commercio estero più controllato, con restrizioni valutarie e limiti ai movimenti di capitali. Un moderato protezionismo commerciale fu praticato da Ronald Reagan, convinse la Toyota a costruire auto in America. Per l’immigrazione, l’attuale apertura degli Stati Uniti è frutto di una svolta recente, alla metà degli anni Sessanta; prima ci furono periodi di chiusura, con restrizioni drastiche verso alcune etnie. Nel mondo contemporaneo ci sono modelli nazionali che scoraggiano l’immigrazione (Cina, Giappone, di recente l’Australia).
TRUMP NON È L’UNICO ANTI-GLOBAL
La critica agli effetti nefasti della globalizzazione esplose nel 1999 con la protesta di Seattle contro un vertice del Wto. C’è sempre stata un’opposizione di sinistra al liberoscambismo. Bernie Sanders l’ha ereditata da Occupy Wall Street e in campagna elettorale ha detto cose simili a Trump. Tra gli economisti i premi Nobel Angus Deaton e Joseph Stiglitz denunciano da anni la “redistribuzione alla rovescia” che ha accompagnato la globalizzazione: pur riducendosi le diseguaglianze Nord-Sud o Occidente- Oriente, sono peggiorate all’interno di ciascuna nazione. L’impoverimento della classe operaia poi del ceto medio; l’inversione delle aspettative coi figli destinati a stare peggio dei genitori, coincidono con una concentrazione dei benefici a vantaggio di ristrette élites (grandi azionisti e top manager, dalla finanza alla Silicon Valley). Trump ha cavalcato un disagio diffuso, incarna un nazionalismo economico di destra, ma ci sono convergenze con la sinistra.
A CHI FA MALE IL PROTEZIONISMO?
La crescita non è un gioco a somma zero in cui se tu ti arricchisci io divento più povero; l’aumento degli scambi diffonde benefici a tutte le nazioni; se invece io alzo le barriere e pretendo di consumare solo ciò che produco in casa mia, alla fine gli altri faranno lo stesso, le industrie esportatrici saranno rovinate e ci ritroveremo tutti più poveri. Questo è l’argomento classico contro il protezionismo in nome delle regole dell’economia di mercato: se io sono aperto a comprare i prodotti altrui, gli altri compreranno i miei, è un circolo virtuoso. La pratica è diversa dai manuali accademici. Anche nella globalizzazione ci sono protezionismi nascosti (vedi la Cina) che non hanno reso perfettamente reciproche le aperture dei mercati. Inoltre è mancato un elemento del circolo virtuoso: la globalizzazione non ha esportato diritti, le potenze emergenti come la Cina non hanno adottato le nostre libertà sindacali. Peggio ancora, paesi straricchi come Inghilterra e Lussemburgo hanno fatto “dumping fiscale” attirando le multinazionali nei paradisi dell’elusione.
GUERRA ASIMMETRICA (E POVERA ITALIA)
Così come alcune nazioni (Cina) hanno guadagnato più di altre dalla globalizzazione, per lo stesso motivo qualcuno può trarre almeno a breve termine dei vantaggi da una retromarcia. Gli Stati Uniti hanno un vasto mercato interno, e sono in deficit commerciale da sempre verso Cina, Germania. Perciò sono un caso da manuale in cui un ritorno ai dazi può dare benefici, almeno nell’immediato. L’Italia sta dal lato delle economie estroverse ed esportatrici come la Germania. L’euforia di Wall Street si spiega anche così: i mercati scommettono che il mix trumpiano di nazionalismo economico, sgravi fiscali, investimenti pubblici (armamenti e infrastrutture), deregulation, possa dare stimolo a crescita e profitti. Nel lungo termine il rischio è che gli altri rispondano con rappresaglie, danneggiando perfino un’economia grossa e relativamente autosufficiente come gli Usa. C’è la variante bluff: poiché l’America ha meno da perdere, la minaccia del protezionismo può costringere la Cina a una maggiore reciprocità?
CONSUMATORI O LAVORATORI
È il dilemma antico della globalizzazione. Il made in China (o in Vietnam, Bangladesh, Messico, Romania) mi costa meno e quindi è un beneficio per me in quanto consumatore, rafforza il potere d’acquisto. Ma se io lavoro in un settore che viene smantellato e spostato in un paese emergente, il mio potere d’acquisto crolla. Questo dilemma ha una versione “macro”. La globalizzazione ha creato un mondo di deflazione, prezzi fermi o calanti, che contribuiscono al ristagno. Trump può fabbricare inflazione, cosa che non sono riusciti a fare le banche centrali stampando moneta e comprando bond. Tutti gli scenari sono sconvolti.
MERCI O MIGRANTI
Una contraddizione c’è fra Muro e protezionismo commerciale. È più facile ridurre i flussi migratori se i paesi emergenti possono esportare merci anziché esseri umani. L’emigrazione di messicani si è ridotta quando l’economia del loro paese è andata meglio. Chiudere le frontiere alle merci e anche agli immigrati è dirompente. I problemi sono acuti per alcuni settori: Apple ha una complessa catena di fornitori di componenti elettronici sparpagliati nel mondo intero, rilocalizzare tutto negli Stati Uniti è difficile. Inoltre la Silicon Valley, così come altri settori dell’economia Usa, nell’immigrazione qualificata ha trovato un motore di dinamismo, creatività.
Federico Rampini
La Repubblica 26 gennaio 2017

Stop al TPP

trumptppDonald Trump si è messo al lavoro: e come primo atto formale della sua amministrazione ha firmato l’ordine esecutivo che sancisce il ritiro degli Stati Uniti dal Tpp, quel Trans Pacific Partnership, accordo di libero scambio con 11 paesi affacciati sul Pacifico che Barack Obama aveva fortemente voluto e che gli erano costati due anni di sforzi diplomatici. Trump lo ha sempre giudicato “pericoloso per l’industria americana”: e nel primo giorno di lavoro dimostra ai suoi supporter di essere alla Casa Bianca per tener fede ad una delle promesse fatte in campagna elettorale. La più facile, in fondo: visto che il Tpp non era mai stato ratificato dal Congresso americano.

Accecato dai flash dei fotografi e sotto lo sguardo evidentemente soddisfatto dei collaboratori, lo stratega Steven Bannon in testa, Donald Trump ha dunque posto la sua firma sotto questo e altri due ordini esecutivi. Che ha poi mostrato a favore di telecamere dicendo: “Stiamo facendo grandi cose per i lavoratori americani”. L’obiettivo della Casa Bianca, ora, è siglare accordi bilaterali con le nazioni asiatiche. Ed è anche un curioso regalo alla Cina, che al Tpp si era sempre fortemente opposta perché tagliata fuori, e adesso può potenzialmente lavorare ad un blocco alternativo, proprio quello che Obama voleva scongiurare. Ha poi firmato l’ordine che congela le assunzioni del governo federale “fatta eccezione per i militari” anche questa, una promessa elettorale cara alla destra. Infine ha reintrodotto il “Mexico City abortion rules” di fatto ristabilendo il divieto di finanziare con fondi federali le Organizzazioni non governative internazionali che praticano aborti: un vecchio braccio di ferro fra conservatori e democratici. Introdotto per la prima volta nel 1984 dai repubblicani, è stato da allora revocato dai democratici e reintrodotto dai repubblicani, a ogni cambio di presidente.

Ma la giornata di Trump era in realtà iniziata ore prima: alle 9 del mattino ha incontrato infatti alcuni big dell’industria americana, gente come Michael S. Dell, capo, dell’omonima compagnia tecnologica, Alex Gorsky di Johnson&Johnson, Jeff Fields di Ford e, unico industriale di Silicon Valley presente, Elon Musk di SpaceX. A loro chiede di aiutarlo a rilanciare l’industria manufatturiera. Chiedendogli di elaborare un piano che stimoli il settore. Nel corso dello stesso incontro, Trump ha minacciato pesantissimi dazi a quelle aziende che sposteranno la produzione fuori dagli Stati Uniti per poi esportare in America Nello stesso incontro Trump ha promesso di ridurre le tasse a società e classe media del 15-20 per cento, contro l’attuale 35: “Tutto quel che dovete fare per aiutarmi – ha detto il Presidente agli industriali – è restare in America. E non licenziare i vostri lavoratori negli Usa”.

Protezionismo che però non sta facendo bene ai mercati: visto che secondo gli analisti l’euro sta consolidandoi guadagni, mentre il dollaro è calato ai suoi minimi da un mese e mezzo, con la valuta a 1,073. Ma Trump insiste: “Taglieremo anche massicciamente i regolamenti, forse del 75 per cento. Aprire una nuova fabbrica, creare un’impresa, sarà velocissimo”.

Anna Lombardi

La Repubblica 23 gennaio 2017

http://www.repubblica.it/esteri/2017/01/23/news/trump_alza_il_primo_muro_stop_al_tpp_l_accordo_trans-pacifico-156712877/?ref=HREA-1

 

Trump contro la globalizzazione

esspGli anti-global hanno vinto, i protezionisti sono al governo. E ora? Con Donald Trump alla Casa Bianca dal 20 gennaio, Theresa May già a Downing Street, magari a maggio François Fillon all’Eliseo, alcune fra le maggiori potenze occidentali sono in mano a leader che hanno promesso una vigorosa marcia indietro rispetto alla globalizzazione, una ri-nazionalizzazione delle politiche economiche. Con quali conseguenze? Nel programma dei primi 100 giorni di Trump ci sono già alcune risposte. Stop al Tpp, quel trattato con 11 nazioni dell’Asia-Pacifico che era arrivato a un passo dalla ratifica. Peraltro quell’accordo era moribondo: Barack Obama aveva rinunciato a chiederne l’approvazione al Congresso, perfino Hillary Clinton prese le distanze. Trump non parla dell’altro accordo di libero scambio, il Ttip con l’Europa. È realistico pensare che sia finito su un binario morto. Già in Europa c’erano resistenze, se Trump volesse rinegoziarlo sarebbe per spuntare condizioni più favorevoli alle multinazionali americane, rendendolo ancor più inaccettabile per i partner Ue. Sull’altro fronte protezionista, quello dell’immigrazione, per adesso la montagna Trump ha partorito un topolino: dell’espulsione di milioni di stranieri non c’è traccia nel programma dei 100 giorni, vi appare solo un’offensiva contro “le frodi sui visti d’ingresso”, per adesso una misura minimalista.

Sul piano dell’immagine però Trump incassa già un successo. La Ford annuncia che manterrà la produzione di un modello Suv a Louisville (Kentucky), rinunciando a delocalizzarlo in Messico. Sembra un’operazione di relazioni pubbliche, perché in realtà la produzione di quel Suv nei piani del colosso automobilistico doveva essere sostituita con altri modelli, sempre a Louisville. Ma il comunicato della Ford è una vistosa apertura di credito al presidente-eletto: “Siamo fiduciosi che il presidente e il Congresso aumenteranno la competitività americana”. Che cosa si attende esattamente una multinazionale come la Ford? Per appagarla basta che Trump mantenga due promesse elettorali: l’abbattimento della tassa sugli utili societari dal 35% al 15%. E l’abbandono delle regole ambientali di Obama, che costringevano le case automobilistiche a produrre modelli meno inquinanti.

È replicabile su vasta scala l’esempio Ford? Il protezionismo alla Trump può davvero invertire una tendenza trentennale e indurre le multinazionali a rimpatriare fabbriche, ri-localizzare sul territorio nazionale posti di lavoro che erano finiti in Cina o in Messico? Per altri settori industriali la sfida è più complessa. La regina dell’hi-tech, Apple, ha una catena produttiva e logistica basata su calcoli di costo e anche di qualità. Assembla in Cina, ma integra componenti sofisticati prodotti in Giappone, Taiwan, Germania. Riportare quella galassia di filiali e fornitori in un paese solo, gli Stati Uniti, sarebbe un’operazione lunga e costosa. Forse Trump si accontenterebbe che Apple, invogliata da un maxi-condono fiscale (aliquota secca promessa al 10%), riportasse in America una parte dei capitali parcheggiati in Irlanda, oltre 200 miliardi. Se Wall Street continua a macinare record storici è perché si concentra su questi benefici: regali fiscali alle aziende, deregulation ambientale in favore di Big Oil, più forse il maxi-piano da 1.000 miliardi di investimenti in infrastrutture.

Ma Trump non è solo al mondo, ci saranno contro-reazioni. Il vertice dei paesi Asia-Pacifico (Apec) che riuniscono il 60% del Pil mondiale, ha già dato un assaggio delle possibili risposte. Dalla Nuova Zelanda al Cile, è un coro: andremo avanti lo stesso con accordi commerciali, anche senza gli Usa. La Cina ha lanciato le grandi manovre per attirare i delusi da Trump: recluta alleati nel suo trattato alternativo, la Regional Comprehensive Economic Partnership. Anche se la Russia è un nano economico rispetto alla Cina, a sua volta Vladimir Putin può rilanciare il suo progetto di una grande area economica Eurasiatica, un’idea che fu accantonata dopo la crisi dell’Ucraina. Se Trump cancella le sanzioni, sarà più facile per la Russia tornare anche a giocare sullo scacchiere geoeconomico oltre che su quello militare. C’è infine il modello Theresa May: per evitare l’isolamento Londra sta già negoziando accordi bilaterali separati, per esempio con la Corea del Sud (in flagrante violazione delle regole europee: non potrebbe finché non ha “consumato” Brexit).

Ben presto Trump dovrà bilanciare il dosaggio fra i due protezionismi: commerciale e migratorio. Negli anni di Obama gli arrivi di immigrati dal Messico erano calati, perché l’economia messicana generava più posti di lavoro. Se si chiudono le frontiere alle merci, lo shock economico può ravvivare i flussi migratori.

FEDERICO RAMPINI

La Repubblica, 23 novembre 2016

http://www.repubblica.it/esteri/2016/11/23/news/il_neo-presidente_cancella_il_trattato_con_il_pacifico-152591406/

PECHINO SFIDA TRUMP SUL LIBERO COMMERCIO L’EUROPA È NEL MEZZO

dollremimSembra un mondo alla rovescia, che pare annunciare una nuova era. L’America si chiude e la Cina si propone come un campione del libero commercio, puntando a giocare un ruolo da protagonista della globalizzazione dopo l’elezione di Donald Trump. «La Cina non chiuderà la porta al mondo esterno, ma la aprirà ancora di più», ha affermato il presidente cinese Xi Jinping in Perù, al vertice dei 21 Paesi dell’Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation), promettendo un «pieno coinvolgimento» di Pechino nella liberalizzazione degli scambi internazionali. E da Lima il leader cinese ha rilanciato le iniziative (alternative) per liberalizzare il commercio nella regione dell’Asia-Pacifico, spiegando che «la costruzione di una zona di libero scambio dell’Asia-Pacifico è un’iniziativa strategica vitale per la prosperità a lungo termine della regione» da «affrontare con fermezza». È una risposta al protezionismo sventolato da Trump, per proteggere i posti di lavoro americani contro la concorrenza cinese e messicana a basso costo. Durante la campagna elettorale il miliardario americano ha minacciato nuovi dazi contro la Cina e attaccato con violenza la partnership transpacifica (Tpp ) voluta dal presidente Barack Obama, anche per arginare l’ascesa del gigante cinese che è infatti escluso dall’intesa siglata nel 2015 tra 12 Paesi, incluso il Giappone (Trump ha inoltre promesso la morte del Ttip, il Trattato di libero scambio con l’Europa). Ma se sul piano economico-commerciale la mossa di Xi punta a riempire il vuoto del probabile abbandono del Tpp, che deve ancora essere ratificato dal Congresso Usa; sul piano geopolitico l’azione senza precedenti di Pechino punta ad attribuire alla Cina, già seconda potenza economica mondiale, un ruolo di leadership sullo scacchiere asiatico alla luce di un possibile disimpegno militare degli Stati Uniti nella regione. Inevitabilmente preludio di un nuovo ordine mondiale. Con l’Europa nel mezzo.

di Giuliana Ferraino

Corriere della Sera, 21 Nov 2016

 

http://www.corriere.it/economia/16_novembre_20/xi-sfida-protezionismo-trump-cina-leader-libero-commercio-cina-usa-scambi-tpp-f1f79bde-af04-11e6-8815-37f3520714e8.shtml

Accordo sul Tpp

tppppp I lavori per il Ttip, l’accordo di libero scambi tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, procedono al rilento. Gli Usa, però, possono consolarsi con l’intesa raggiunta questa mattina con 11 Paesi del Pacifico sul Trans-Pacific Partnership (Tpp) dopo 9 giorni di intense trattative. L’intesa abbatterà le barriere al commercio e – secondo i negoziatori – aumenterà il lavoro e gli standard ambientali tra le nazioni che rappresentano circa il 40% della produzione economica mondiale. L’accordo dovrà essere approvato ora dal Congresso Usa e dai rispettivi governi degli altri 11 Paesi.

Tra i paesi asiatici è coinvolto il Giappone, ma non la Cina. L’ultima disputa risolta ha riguardato la protezione di brevetti farmaceutici, sulla quale insistevano gli americani. Trattative difficili sono inoltre avvenute sul settore auto, sui latticini e in generale sulla proprietà intellettuale. L’accordo alla fine apre mercati agricoli di Canada e Giappone e rende più severe la norme sui brevetti a vantaggio di società farmaceutiche e tecnologiche. Soprattutto crea un blocco per contenere la crescente influenza economica della Cina nella regione. Il patto rappresenta una sofferta vittoria per il presidente americano Barack Obama, che ne aveva fatto una priorità sfidando l’opposizione di esponenti del suo stesso partito democratico.

Non tutti, però, sono entusiasti dell’accordo. E in molti già denunciano che il libero scambio distruggerà posti di lavoro anziché crearne di nuovi. Nel dettaglio, l’accordo sul Tpp prevede l’eliminazione delle barriere tariffarie e non-tariffarie e l’adeguamento degli standard commerciali in una vasta area dell’Asia-Pacifico, associando l’economia statunitense a quella di altri undici Paesi: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. I partner si impegnano a cooperare anche sul fronte delle valute.

Obama però esulta: “Ho passato ogni giorno della mia presidenza a combattere per far crescere la nostra economia e rafforzare la classe media. In un momento in cui il 95% dei nostri clienti vivono fuori dai confini degli Stati Uniti, non possiamo far scrivere a paesi come la Cina le regole dell’economia globale. Dobbiamo scrivere queste regole, aprendo nuovi mercati ai prodotti americani e allo stesso tempo fissare alti standard per proteggere i lavoratori e conservare il nostro mercato”. Poi il presidente ha aggiunto: “questo è quello che l’accordo raggiunto oggi ad atlanta farà”.

“La chiusura del negoziato è un passo fondamentale verso la costruzione di un’ampia area di libero scambio di importanza globale che, una volta concluso anche il Ttip metterà insieme il 63 per cento del Pil mondiale” dice in una nota il vice ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda: “E’ una svolta fondamentale nella globalizzazione – sottolinea il vice ministro – che mira a un riequilibrio dei rapporti economici e commerciali rispetto alla prima fase della stessa. Per i Brics sarà molto più difficile continuare a indulgere in pratiche protezionistiche e di dumping. Ora dobbiamo lavorare rapidamente per completare il negoziato per il Ttip prima delle elezioni presidenziali americane”.
L’inchiesta sul Ttip.

http://www.repubblica.it/economia/2015/10/05/news/ttp_asia_usa_pacifico-124384385/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10/05/tpp-raggiunto-laccordo-sul-trattato-di-libero-scambio-tra-11-paesi-del-pacifico/2098406/

 

 

Usa: paralisi politica un rischio per tutti

midL’ECONOMIA globale è come un aereo a quattro motori di cui però ne funziona uno solo. E ora rischia di spegnersi anch’esso, con le conseguenze che potete immaginare”. Nouriel Roubini, economista della Nyu, guarda con terrore allo stallo politico che deriverebbe dal successo elettorale dei repubblicani: “Sarebbe un grosso problema per l’America e per il mondo”.

Quali sono i quattro motori?
“Cominciamo dai tre in panne. L’Eurozona è sull’orlo della recessione con la Germania che resiste agli appelli per un necessario stimolo alla domanda. Il Giappone non riesce a riprendersi neanche con il quantitative easing dalla sua interminabile crisi. E i Paesi emergenti fronteggiano problemi speculari alle situazioni che li aiutavano: i prezzi delle materie prime a partire dal petrolio sono crollati, la crescita cinese scenderà presto al 5 dal 7%, le monete stanno svalutandosi per gli annunciati rialzi dei tassi americani e la fuga verso il dollaro. Dei Brics, Brasile, Russia e Sudafrica sono già in crisi, Cina e India non rispondono più alle aspettative”.

Il quarto motore è l’America?
“Sì, più la Gran Bretagna: è l’unico sistema mondiale che cresce a livelli più che soddisfacenti, addirittura sopra il potenziale. Ma tutto si può infrangere sui risultati elettorali. La paralisi arriverebbe di fronte a una serie di riforme strutturali che devono essere approvate in fretta”.

Quali sono queste riforme?
“Innanzitutto la revisione di Medicare e Social security, la sanità e la previdenza pubblica che drenano risorse in misura crescente per l’andamento demografico e fra poco saranno insostenibili. Connesso è il problema dell’indebitamento pubblico, che richiede complessi accordi politici bipartisan, che ora saranno tremendamente difficili. Già l’anno scorso il Paese è semifallito, poi si riuscì a trovare un’intesa sui tetti debitori perché i democratici controllavano il Senato, ora non so come andrà a finire. C’è poi da regolamentare l’immigrazione, una delle promesse iniziali di Obama rimaste inevase. Lo scontro è durissimo fra i due partiti per stabilire i flussi, decidere i visti differenziati per i lavoratori a bassa o alta professionalità, controllare l’afflusso di bambini. È una questione sociale ed economica (secondo un recente studio dell’università di Los Angeles regolarizzare gli immigrati aggiunge 1.500 miliardi di dollari in 10 anni al Pil Usa più 5,4 miliardi di tasse, e alza i salari per tutti generando consumi tali da poter creare 7-900mila nuovi posti, ndr ). Non è finita: va rivista la tassazione sulle imprese per porre fine alle diseguaglianze derivanti da tasse più vantaggiose per le rendite al punto da renderle le vere beneficiarie delle misure monetarie, riorganizzata la politica energetica, migliorata l’istruzione perché tanti giovani non hanno le competenze per muoversi nell’economia globalizzata, regolato il potere delle lobby che corrompono il sistema politico, fermati i continui brogli elettorali a livello di distretti, lanciato un piano di infrastrutture che rimetta in piedi il Paese per il quale va creata una banca apposita”.

Quale di questi problemi ha più influenza sul mondo?
“Tutti indeboliscono l’America. Ma forse quello che interessa più direttamente i partner commerciali è un altro ancora: il probabile stallo nei negoziati sui due trattati commerciali per il libero scambio, uno con la Cina e l’altro con l’Europa, i cosiddetti Tpp e Ttip. Sono già trattative complesse, e il loro successo potrebbe essere addirittura decisivo per il rilancio dei commerci mondiali. Ma con il presidente “zoppo” diventerebbero quasi proibitive”. 

 

http://www.repubblica.it/esteri/2014/11/04/news/roubini_paralisi_politica_un_rischio_per_tutti_senza_le_riforme_si_fermano_i_mercati-99703976/

https://twitter.com/Nouriel