SE IL CAFFE’ DELLA BREBEMI VAL SUL CONTO DELLO STATO

caffPer tre punti allineati passa una sola retta. Ma la verità euclidea, se applicata a un’autostrada, non traduce necessariamente quella retta nella via più economica né tantomeno in quella più redditizia. Ed è il caso della Brebemi, la Brescia-Bergamo-Milano, nata come un’opera infrastrutturale capace di decongestionare il traffico sulla direttrice Lombardia-Veneto, tagliando la pianura con una retta parallela alla A4. La tempistica è quasi da record: ideata nel 1996, lavori iniziati nel 2009, in esercizio da luglio dello scorso anno. Il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni parla di straordinario successo, si allinea il premier Matteo Renzi. Ma i risultati parlano di un flop, con pesanti ripercussioni economiche. Gli ultimi dati finanziari disponibili segnalano 14mila veicoli in transito in media al giorno, mentre le previsioni ne stimavano 60 mila. Così i ricavi da pedaggio si sono fermati a 11,7 milioni di euro, inferiori persino ai costi operativi (14,2 milioni), e il primo bilancio ha registrato un passivo di 35,4 milioni. La società spera nell’aiuto della tangenziale esterna di Milano (qualche progresso nel recente traffico c’è stato) e attribuisce il cattivo risultato all’avviamento e alla crisi economica. Crisi a senso unico, visto che sulla parallela A4 il traffico è aumentato del 2,5 per cento. In sostanza per il momento l’opera non solo non riesce a pagare il debito contratto con le banche, ma continua ad accrescerlo. E i soci guardano con preoccupazione al futuro, specialmente Intesa San Paolo, che è azionista di maggioranza con il 42 per cento di Autostrade Lombarde, che a sua volta controlla il 79% circa di BreBeMi. Ora la società cerca di correre ai ripari incentivando il consumo di chilometri sul suo asfalto con tecniche da supermercato: sconti del 15 per cento sul pedaggio e addirittura un caffè omaggio a chi effettua una sosta nelle aree di servizio. Offerta, quest’ultima, quanto meno pittoresca se si pensa che l’autostrada doveva servire ad abbreviare i tempi di percorrenza; il caffè renderà magari più vigili i conducenti, ma di certo non riduce i tempi, anche se è gratis. E in ogni caso non risanerà il bilancio. Così tutti sperano nell’intervento del Cipe, che era stato già ventilato nella legge di stabilità 2014, sotto forma di contributo alla realizzazione di “opere di interconnessione di tratte autostradali per le quali è necessario un concorso finanziario per assicurare l’equilibrio del Piano economico e finanziario”. Se questo avvenisse, assisteremmo all’ennesima opera che nasce come iniziativa dei privati, ma che alla fine vede lo Stato subentrare come pagatore di progetti sbagliati. Il Cipe ancora non ha deliberato, ma le pressioni sono tante. Vediamo se quel caffè gratis offerto da BreBeMi, alla fine, finisce sul conto del debito pubblico italiano. 

Fabio Bogo

Repubblica

(01 giugno 2015)

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2015/06/01/news/se_il_caff_della_brebemi_val_sul_conto_dello_stato-115854267/?ref=search

IL CIPE

http://www.programmazioneeconomica.gov.it/

 

Traffico di organi tra verità e leggenda

C’è un viaggio peggiore di quello della speranza, fatto sui barconi, verso le nostre coste. È quello che porta in Pakistan, Turchia, Tunisia, Egitto, Iran, e in altri Paesi dell’Europa dell’Est, dell’America centrale o del Medio Oriente. Il viaggio per vendere una parte di sé: viaggio dei trapianti, dove il commercio è legale.

Anche tra i profughi in fuga verso Lampedusa e altre coste della Sicilia cresce il pericolo broker. L’allarme è ormai diffuso. È in agguato – prima o dopo la traversata – chi è pronto a offrire denaro in cambio di un rene o di una parte di fegato. Così, tra leggende metropolitane e storie reali e inimmaginabili, si consuma la disperazione più estrema. Già nel 2009, l’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni parlò durante la presentazione del rapporto umanitario dell’Unicef di 400 bambini scomparsi proprio da Lampedusa. Notizia choc mai confermata, mentre è noto che accanto a Paesi dove comprare e vendere organi è legale, Pakistan, Mozambico e Moldavia sono crocevia anche di un mercato nero.

Quanto è soltanto leggenda metropolitana? «Un tempo – dicono il nefrologo Giuseppe Segoloni, e il collega Mauro Salizzoni, responsabile del centro trapianti di fegato della Città della Salute di Torino, primo in Europa per numero di interventi – si raccontava di ragazzi trovati anche in Italia sulle panchine dei giardini, mezzi intontiti, con una cicatrice fresca lungo il fianco. Oggi si parla di profughi partiti e mai arrivati che verrebbero uccisi, e utilizzati come macchine da organi». Storie impossibili, secondo i medici, ma la realtà non è molto diversa: «Attorno alla disperazione ci sono i procacciatori di organi». E se quelli sui barconi non sono rapimenti ma offerte o minacce per chi non può pagare, la sostanza non è molto diversa.

«Prelevare qualunque organo – spiega il professor Salizzoni – è un intervento chirurgico complesso che non si può certo fare in una sala operatoria creata in un sottoscala». Qualsiasi organo, dopo le analisi sulla compatibilità, deve essere prelevato a cuore battente, tenuto vivo in ospedale, e questo esclude l’ipotesi delle uccisioni dei clandestini per il traffico d’organi: «Le cliniche dove i trapianti avvengono legalmente e dove la compravendita non è un ostacolo sono note, e gli interventi fatti a regola d’arte. Nessuna comprometterebbe il proprio business con un traffico di cadaveri o di uomini, donne o bimbi rapiti», osserva Salizzoni.

Anche il commercio di organi viaggia naturalmente su Internet. Ma non è il caso dei disperati. Per loro il contatto avviene «in viaggio». Su Internet invece tutto si pianifica in poltrona: qui il prezzo è fatto da chi vende, e come per le offerte dei telefonini se porti un amico guadagni il 20 per cento in più sul tuo rene o parte del fegato venduti. Per i disperati no, il valore è deciso dai broker, prendere o lasciare, perché ci sarà sempre un disperato più disperato pronto a dare una parte di sé senza pretese: un rene comprato in Yemen viene pagato 5 mila dollari per essere rivenduto a 60 mila; in Cina pagato 15 mila e venduto a 47 mila e 500, in Israele comprato a 10 mila e venduto per l’impianto anche a 135 mila.

In Italia è vietato vendere o comprare organi, ma anche nel nostro Paese arrivano le offerte da oltre confine. I ……..

http://www.lastampa.it/2013/10/27/italia/cronache/incubo-trafficanti-di-organi-tra-verit-e-leggende-4iokrylasjuSDONJPBhEhI/pagina.html

Un cellulare a un euro

Alcatel[1]Ma la crisi impone con forza anche un altro mercato. Quel del low cost. Anzi del super low cost. Come nel caso del telefonino di Alcatel, One Touch 232: in GranScordatevi gli smartphone. Qui si telefona e si mandano sms, con uno schermo da 1,5 pollici. Ma c’è anche una funzione torcia, qualche giochino, la sveglia, la calcolatrice, un calendario.

In verità c’è il “trucco”: il costo di 1 euro, è come si dice in gergo, sussidiato (cioé coperto in parte) dall’operatore, in questo caso il britannico O2. Oltre alla sterlina è obbligatorio tirarne fuori altre 10, in traffico telefonico (10 e basta, non 10 al mese). L’offerta resta comunque straordinaria, non solo da un punto di vista economico ma anche simbolico. Da tempo si parla della trasformazione dei telefoni in commodities. Beni fungibili, indifferenziati e dai margini bassissimi se non nulli per i produttori. Il telefono da 1 euro sembra realizzare la profezia, anche se prima che queste dinamiche si trasferiscano al più ricco mercato degli smartphone servirà tempo Bretagna lo si porta a casa con una sola sterlina (1,14 euro al cambio).

Un euro di cellulare: sembra uno scherzo ma provate a pensare all’uso che fate del vostro telefono. Se nel 98% dei casi usate solo il tasto per chiamare e l’icona degli sms siete certi che vi serva uno smartphone?….

http://malditech.corriere.it/2013/03/12/il-telefonino-da-un-euro-voi-lo-comprereste/