Conti pubblici, il rigore non frena lo sviluppo

Il Fiscal compact sembra essere diventato il nemico principale di quasi tutte le forze politiche. Ma è un errore. Quelle regole europee che vengono presentate come una rigida camicia imposta ai nostri conti pubblici, regole che sembrano esigere solo sacrifici, sono invece quelle che oggi possono permetterci di guardare al futuro con sufficiente tranquillità. Troppo spesso si confonde il rigore sui conti pubblici come un freno allo sviluppo. Non è vero. È grazie alla prudenza fiscale seguita quando l’economia va bene che, nel momento in cui arriva una recessione, si possono usare tasse e spesa per attenuarne gli effetti sulle famiglie. Tanto più che l’Italia già oggi rispetta le regole del Fiscal compact. Contrariamente al marzo 2012, quando lo approvammo solennemente nel mezzo di una grave recessione, oggi applicarne le regole è nel nostro interesse. Ma che cos’è il Fiscal compact ? È un trattato europeo negoziato inizialmente dal governo Berlusconi e poi firmato dal governo Monti nel 2012, che è fatto di tre regole: 1) il deficit pubblico deve non essere superiore a mezzo punto di Prodotto interno lordo (con una clausola che consente deficit più alti durante una recessione); 2) l’impegno per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del Pil, di ridurne ogni anno l’eccedenza di un ventesimo, che per l’Italia significa ridurre il debito ogni anno di tre punti e mezzo del Pil. E infine il punto 3): l’impegno a mantenere il deficit al di sotto del 3 per cento del Pil sempre, cioè senza tener conto di un eventuale ciclo economico negativo. 
La legge di Stabilità appena approvata dal Parlamento prevede un deficit corretto per il ciclo economico pari all’1 per cento del Pil quest’anno (superiore quindi di mezzo punto rispetto alla prima regola) e 0,2 nel 2020, quindi al disotto della soglia del Fiscal compact. La stessa legge prevede anche un deficit (non corretto per il ciclo economico) che scende dall’1,6 per cento di quest’anno allo 0,2 nel 2020, entrambi ben al di sotto della soglia del 3 per cento. Infine un rapporto debito-Pil che scende poco meno del 2 per cento quest’anno e poco più del 3 per cento nel 2020.
Questi conti sono basati su una stima realistica della crescita, intorno all’1,5 per cento l’anno, e sull’ipotesi che i tassi di interesse riprendano a crescere (e lo faranno). Ma la vita media dei nostri titoli pubblici è stata allungata a circa 7 anni e questo attenuerà l’effetto di un aumento dei tassi sul costo del debito. Insomma, i criteri indicati dal Fiscal compact sostanzialmente già li rispettiamo.
Nel 2012, quando il trattato fu approvato dal Parlamento (con soli 24 voti contrari al Senato su 216, e solo 65 contrari alla Camera, su 368) rispettarlo era impossibile: il Pil cadeva di oltre il 2 per cento l’anno e il costo del debito assorbiva oltre 5 punti di Pil, contro i 3,5 di oggi. Per poter rispettare le regole del Fiscal compact era necessario che l’economia ripartisse ed ora è ripartita.
Alcune riforme hanno funzionato (come quella del mercato del lavoro). Anche i tagli alle tasse sul reddito dei lavoratori dipendenti, come gli «80 euro» del 2014, hanno aiutato. I ricercatori della Banca d’Italia (Neri, Rondinelli e Scoccianti, «The marginal propensity to consume out of a tax rebate: the case of Italy», 2015) hanno stimato che circa metà del bonus erogato nel 2014 è stata spesa nel corso dello stesso anno producendo un incremento nei consumi di circa 3,5 miliardi di euro, pari a circa il 40 per cento dell’aumento della spesa complessiva delle famiglie nel 2014.
Rispettare il Fiscal compact significa però non cancellare alcune riforme fatte anche sull’onda dell’emergenza. Ad esempio l’abolizione della legge Fornero comporterebbe da sola uno sforamento del deficit di un punto e mezzo di Pil l’anno.
Rimanere all’interno del Fiscal compact ci consente di accumulare «munizioni» fiscali da spendere se e quando ci sarà un’altra recessione. Nel 2008 l’Italia entrò in una profonda crisi con un debito talmente alto che non fu possibile reagire con interventi fiscali espansivi come invece fecero altri Paesi in cui il debito non preoccupava i mercati. Gli investitori si chiesero se saremmo stati in grado di sostenere il debito, e i tassi di interessi schizzarono in alto imponendo misure restrittive immediate, prima ancora di uscire dalla recessione. E questo spiega perché, nel mezzo di una crisi, il governo di emergenza di Monti varò soprattutto aumenti di imposte. Se avessimo avuto un debito del 60 per cento del Pil come prescrive il Fiscal compact avremmo avuto molto più spazio e tempo per una politica di bilancio che avrebbe permesso di non infierire su cittadini e imprese con tasse o mancate agevolazioni.
La grande recessione dalla quale siamo appena usciti non sarà purtroppo l’ultima. Pensare oggi di abbandonare una politica fiscale prudente, soprattutto dal lato delle spese, che oggi ci permette di guardare al futuro con meno preoccupazioni, sarebbe miope e vorrebbe dire buttare al vento gli sforzi fatti da famiglie e imprese per uscire dalla crisi. Insomma danneggerebbe i cittadini ai quali si chiede il voto.

ALBERTO ALESINA E FRANCESCO GIAVAZZI

Corriere della Sera, 19 gennaio 2018

 

http://www.corriere.it/editoriali/18_gennaio_19/conti-pubblici-rigore-non-frena-sviluppo-fiscal-compact-39f0a7a0-fc93-11e7-80a4-a8d109924739.shtml

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Se l’America se ne va dal Trattato di Parigi l’effetto serra ha vinto

Che cos’è il Trattato di Parigi sul clima da cui Trump vorrebbe uscire?
È un accodo internazionale che mira a frenare il riscaldamento globale. È stato firmato abbastanza di recente, nel 2015, ma ha alle spalle una lunga elaborazione essendo erede di varie iniziative convergenti, fra cui il famoso protocollo di Kyoto del 1997, primo grande impegno sulla questione.
In che cosa consiste il riscaldamento globale?
Si tratta di un fenomeno accertato, anche se è impossibile provare al di là di ogni dubbio che sia di origine umana. Nel XX secolo la temperatura media del pianeta è aumentata di tre quarti di grado, che possono non sembrare tanti a noi profani ma in realtà bastano a influenzare in profondità il ciclo delle piogge a livello mondiale, il ricambio delle acque negli oceani, l’umidità o la siccità sulle terre emerse eccetera. Inoltre c’è un problema di prospettiva: fenomeni di questa portata hanno un’inerzia fortissima, le tendenze non si invertono se non nel lungo periodo e a prezzo di sforzi enormi, anzi c’è il forte rischio che il riscaldamento acceleri. Il timore è che nel XXI secolo la temperatura media aumenti non più di frazioni di grado, come ha fatto finora, ma di diversi gradi tondi, rendendo il nostro pianeta irriconoscibile.
Che impegni ha stabilito il Trattato di Parigi?
L’obiettivo è di limitare l’incremento della temperatura media della Terra in questo secolo a meno di 2 gradi centigradi rispetto al livello pre-industriale. Molti climatologi ritengono che questo sia già troppo perché il pianeta lo possa sopportare, ma per le ragioni dette sopra non sarebbe realistico proporsi obiettivi più ambiziosi. Anche i 2°C comunque sono problematici: bisognerebbe azzerare le emissioni di gas a effetto serra nel 2050. Ma i gas serra sono emessi dalla combustione di benzina, carbone e metano; è dura farne a meno.
Perché l’enfasi è sulla riduzione dei gas serra?
Perché c’è un vasto consenso fra i climatologi sul fatto che il riscaldamento globale sia dovuto all’effetto serra. Attenzione: i due concetti, spesso usati come sinonimi, non coincidono. I pochi scettici ammettono il riscaldamento globale, ma non credono che sia dovuto ai gas serra emessi dalle attività umane; fanno notare che in passato la Terra ha vissuto periodi anche più caldi di quello attuale, e che queste oscillazioni sono state dovute a cause naturali, quando ancora l’uomo non esisteva, o non era in grado di influire sul clima; anche stavolta le cause potrebbero essere quelle. Chi crede nell’effetto serra fa invece notare che la curva dell’aumento delle temperature e quella dell’aumento dei gas serra sono parallele, e che mai in passato le fluttuazioni climatiche sono state rapide come oggi.
Perché Trump è scettico sul mutamento del clima?
Non sembra che faccia obiezioni scientifiche ma che voglia evitare all’industria americana una costosa riconversione alle energie verdi e al risparmio energetico.
Se Trump disconosce il Trattato di Parigi che cosa succede?
I casi sono due. Se il presidente decide di non rispettare il Trattato di Parigi, ma l’America non lo segue, non cambia niente. E questo è uno scenario possibile, perché l’industria degli Usa, nel suo complesso, ha già fatto molti investimenti verso la transizione energetica, e adesso avrebbe difficoltà a cambiare strada un’altra volta (c’è una forte inerzia anche in questo, non solo nel riscaldamento globale). Se invece Trump riesce a convincere il suo Paese ad abbandonare la lotta all’effetto serra, questo può vanificare tutto lo sforzo globale in tal senso: magari l’Europa andrà avanti comunque, per convinzione, ma altri Paesi penseranno che sia stupido impegnarsi mentre gli Usa non lo fanno; tutto tornerebbe in discussione, e gli obiettivi al 2050 diventerebbero irrealistici.

Luigi Grassia

La Stampa, 29 maggio 2017

 

http://www.lastampa.it/2017/05/29/esteri/se-lamerica-se-ne-va-dal-trattato-di-parigi-leffetto-serra-ha-vinto-PaEx43JK8GApkTGA5WrQgJ/pagina.html

Salvo il trattato Ceta, sì in extremis del Belgio

bruzzz Il governo belga è riuscito a trovare un accordo con la Vallonia, la regione di Bruxelles capitale e la comunità francofona, che impedivano al Belgio di firmare il trattato commerciale tra Europa e Canada (Ceta) rendendone impossibile l’entrata in vigore.
Il compromesso prevede che il sistema di arbitraggio privato dei contenziosi tra imprese e governi, contestato dai valloni, venga sottoposto al vaglio della Corte di Giustizia di Lussemburgo e non sia comunque applicato fino alla completa ratifica dell’accordo da parte di tutti i Parlamenti. Un iter che potrebbe prendere alcuni anni.
Il nuovo accordo potrebbe essere approvato da tutti i governi europei già entro oggi. A quel punto potrà essere firmato dai rappresentanti della Ue e del Canada e, dopo la ratifica del Parlamento europeo, entrare in vigore già a partire dall’anno prossimo, seppure in regime temporaneo in attesa che si completi la procedura delle ratifiche nazionali.
La svolta nei negoziati intra-comunitari belgi è arrivata ieri mattina, proprio mentre circa duecento manifestanti dimostravano contro il Ceta, suonando pentole e casseruole davanti alla sede della Commissione europea, che è stata imbrattata di vernice. Nella mediazione per arrivare ad un’intesa hanno svolto un ruolo importante sia il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, sia il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, entrambi socialisti come il leader vallone, Paul Magnette.
Il probabile via libera all’intesa permetterà di ristabilire un po’ della credibilità internazionale perduta dalla Ue. Lo stop imposto dal parlamento della Vallonia aveva infatti minato l’attendibilità della Commissione, cui spetta il compito di negoziare gli accordi economici e commerciali per conto di tutta l’Unione, ma che poi deve passare sotto le forche caudine di ben 38 approvazioni da parte dei parlamenti nazionali e regionali.

Andrea Bonanni
La Repubblica 28 ottobre 2016

Macchinari, bevande, formaggi e medicinali: l’Europa rischia di perdere affari per 12 miliardi

cettQuali vantaggi (o svantaggi) porterebbe l’approvazione del Ceta per l’Italia e per l’Europa?  

Come sempre con questo genere di accordi commerciali, i vantaggi e gli svantaggi cambiano a seconda dei punti di vista. Se per molti soggetti il Ceta viene visto come una minaccia, per molti altri è un’opportunità. In quest’ultima categoria rientrano le imprese che esportano verso il Canada.

Quale sarebbe l’impatto sull’export?  

L’abolizione dei dazi farebbe risparmiare 500 milioni di euro l’anno alle aziende europee. Il volume degli scambi di beni e servizi tra Ue e Canada vale 86 miliardi di euro l’anno: il Ceta potrebbe incrementare di 12 miliardi di euro l’anno il Pil Ue.

E per quanto riguarda l’Italia?  

Il commercio bilaterale italo-canadese vale 7,2 miliardi di euro l’anno e il volume dell’export verso il Canada è superiore a quello dell’import. Macchinari, bevande e prodotti farmaceutici sono i prodotti più venduti.

Quali sono i settori maggiormente toccati dall’eliminazione dei dazi?

Il Ceta prevede l’eliminazione dei dazi ad valorem (quelli espressi in percentuale al valore dell’import) per prodotti a base di zucchero, cacao, pasta, biscotti, frutta e verdura, che oggi sono pari al 10-15%. Al primo posto dell’export nel settore agricolo ci sono i vini e gli spiriti, per i quali verranno eliminate anche le barriere non tariffarie.

Sì, ma sul fronte opposto? Chi si oppone al Ceta parla di «un’invasione di 130 mila tonnellate di carne canadese».  

Nel mercato alimentare ci sono alcuni prodotti che sono stati definiti «sensibili», come ad esempio manzo, maiale e mais per l’Europa; mentre invece il Canada considera tali le carni di pollo e tacchino, oltre ai prodotti lattiero-caseari. L’Unione europea, per compensare l’ingresso di carne canadese a dazio zero, ha ottenuto l’apertura di un nuovo contingente di formaggi pari a 17.700 tonnellate, di cui 16.000 destinate a formaggi di qualità (si tratta di un incremento pari al 130 per cento rispetto ai valori attuali).

Dunque porte aperte alla carne trattata con ormoni e agli Ogm, visto che il Canada ne è il terzo produttore mondiale?

No, il Ceta non prevede l’eliminazione delle restrizioni in vigore nell’Ue sulle carni bovine contenenti ormoni della crescita né quelle sugli Ogm.

È vero che il Ceta prevede la privatizzazione di servizi essenziali come per esempio l’acqua?  

No, perché non riguarda i servizi pubblici. Gli Stati continueranno a decidere liberamente se e quali servizi privatizzare.

Si parla di «riconoscimento delle Indicazioni geografiche»: quali sono i prodotti che avranno maggiore tutela?

Oggi il sistema delle Indicazioni di Origine non esiste in Canada, questo porta in commercio molte imitazioni. Il Ceta prevede il riconoscimento di 145 indicazioni geografiche protette, di cui 125 godranno di piena tutela. Per quanto riguarda l’Italia sono coinvolti 41 prodotti, tra cui il Prosciutto di Parma, il San Daniele e il Prosciutto Toscano. Ci sarà una tutela pure per il Parmigiano Reggiano, anche se resteranno in commercio prodotti con il nome di «Parmesan». Un discorso simile vale per i formaggi Asiago, Fontina e Gorgonzola.

È vero che le imprese europee avrebbero pari diritto di accesso agli appalti pubblici in Canada?  

Sì, non solo a quelli statali, ma anche a quelli a livello provinciale, che rappresentano una quota significativa della spesa pubblica. «Privilegio» che finora non era stato concesso dal Canada ad alcun Paese.

Marco Bresolin

25 ottobre 2016

http://www.lastampa.it/2016/10/25/economia/macchinari-bevande-formaggi-e-medicinali-leuropa-rischia-di-perdere-affari-per-miliardi-dABlIbo7RqpXIV7pKqGm6M/pagina.html

 

 

La Vallonia non firma il Ceta e disintegra l’Europa: la colpa è tedesca

cetakAlla fine, gli storici diranno forse che la colpa è di Schaeuble. Per ora si può dire che la costruzione europea si sta sfarinando davanti ai nostri occhi, mese dopo mese. Non per le leggi dell’economia, come da sempre pensano tanti americani, ma per esaurimento interno. L’ultimo campanello d’allarme è il rifiuto di una regione del Belgio, la Wallonia, a firmare il Ceta, l’accordo di commercio euro-canadese. E’ passato, infatti, il principio che il trattato debba essere approvato da tutti gli attori politici europei, ciò che, in base alla costituzione belga, significa il voto di sette diverse entità e regioni. Non bastano, insomma, i 28 sì dei 28 governi, ma ce ne vogliono una quarantina. E la Wallonia ha puntato i piedi.

Ai molti avversari di accordi che vanno a toccare assai più regolamenti e norme che tariffe, e, dunque, mettono sul tavolo le tutele igieniche e sanitarie a cui l’Europa ci ha abituato, la resistenza di Mons, Namur, Liegi è benvenuta. E’ una ulteriore prova che l’assai più pervasivo Ttip, l’accordo commerciale con un partner più scomodo e potente dei canadesi, gli Usa, probabilmente non arriverà mai alla fine di un tunnel del genere. Ma, comunque, vada a finire, nei prossimi giorni, la vicenda del trattato euro-canadese, deve essere chiaro che c’è un prezzo da pagare e che, in parte, è stato già pagato: la capacità della Ue di fare politica.

Donald Tusk, il presidente del Consiglio europeo,osserva che, se fallisce il Ceta, la Ue non sarà più in grado di firmare un accordo commerciale. Primo fra tutti, quello che sancirà la Brexit: stenderlo sarà difficile, farlo approvare da tutti un incubo. Ma non c’è solo il commercio. E’ assai difficile pensare che una nuova politica dell’energia o le sanzioni alla Russia possano passare con 40 sì. La Ue rischia la paralisi. O, più esattamente, l’impotenza. Se non addirittura l’irrilevanza, come sta avvenendo per la politica dell’immigrazione, dove le proposte di Bruxelles per la condivisione e la solidarietà sono cadute nel vuoto, quando non ridicolizzate.

Aspettiamoci lo stesso per i richiami ad Austria e Germania a sbaraccare i controlli, formalmente temporanei, alle frontiere che svuotano Schengen. E, per quanto siano fondati e ragionevoli gli appelli di Renzi a superare l’austerità, che questo avvenga chiudendo un occhio su bilanci fuori linea o rinunciando alle multe, come già avvenuto con Spagna e Portogallo, invece che con un ripensamento  esplicito della strategia economica della Ue è un ulteriore indebolimento della leadership comunitaria.

Abbastanza paradossalmente, a lagnarsene oggi e, ancor più in futuro, sono e saranno quelli che hanno reso possibile lo svuotamento dei poteri della Commissione, invocando – ancor prima che ci pensassero gli inglesi – poteri e prerogative sempre maggiori a favore dei Parlamenti nazionali, ritenuti i veri depositari della democrazia europea, a scapito degli organismi comunitari. In prima fila, il Bundestag e la magistratura tedesca, gelosi custodi della supremazia della legislazione nazionale. Ma, sull’onda del populismo euroscettico, molti governi trovano oggi conveniente sparare su Bruxelles.

Ed è qui che viene in ballo Schaeuble. La frattura fra Ue e opinione pubblica è avvenuta anzitutto sul testardo tentativo di imporre all’intera Europa una dottrina economica, quella dell’austerità, a cui, peraltro, assai pochi economisti (e nessuno fuori dalla Germania) credono. E’ allora che l’Europa è apparsa a molti matrigna e nemica e anche assai difficilmente difendibile. Lo scontro sui migranti avrebbe potuto essere diverso in una situazione economica diversa. La frattura decisiva, in Europa, è avvenuta prima, di fronte all’accanimento quasi sadico con cui Berlino ha amministrato il dossier Grecia, decretando il collasso economico del paese e prolungandolo ancora, in nome degli equilibri politici interni alla Germania, in vista delle prossime elezioni.

Maurizio Ricci

 

La Repubblica 23 ottobre 2016

http://www.repubblica.it/economia/rubriche/eurobarometro/2016/10/22/news/ceta_eurobarometro-150299617/?ref=HRLV-4

Cos’è il CETA

L’accordo economico e commerciale globale (CETA) è un trattato tra l’UE e il Canada negoziato di recente. Una volta applicato, offrirà alle imprese europee nuove e migliori opportunità commerciali in Canada e sosterrà la creazione di posti di lavoro in Europa.

Eliminerà i dazi doganali, porrà fine alle restrizioni nell’accesso agli appalti pubblici, aprirà il mercato dei servizi, offrirà condizioni prevedibili agli investitori e, cosa non meno importante, contribuirà a prevenire le copie illecite di innovazioni e prodotti tradizionali dell’UE.

http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ceta/index_it.htm

http://europa.eu/!FN83jX

Cos’è la Vallonia

Dal 1993 è uno Stato federale, nel quale trovano riconoscimento le regioni autonome di Fiandra, Vallonia e Bruxelles e le tre comunità linguistiche francese, nederlandese e tedesca. La comunità tedesca è unita amministrativamente alla Vallonia.

http://www.treccani.it/enciclopedia/belgio/

 

 

Comincia la Conferenza di Parigi sul clima. Molto ottimismo

 
parisclimatSaranno le dimensioni imponenti della macchina che è stata messa in piedi per questi Stati Generali sulla salute della Terra: 25 mila delegati di 190 Paesi, 147 capi di Stato e di governo per una maratona negoziale di due settimane.
Sarà che, mentre rinuncia a fare il «gendarme del mondo» nei Paesi in guerra, sull’ambiente Barack Obama ci mette la faccia, negoziando personalmente accordi coi grandi inquinatori mondiali, dalla Cina all’India, e sfidando il suo stesso Congresso.
 Sarà, infine, che, dopo gli attentati che hanno scosso il mondo, da Parigi al Mali, per i leader politici è divenuto ancor più imperativo trovare un accordo sul tema più nobile che hanno davanti: il salvataggio del Pianeta. Fatto sta che la Conferenza di Parigi sul Clima che verrà inaugurata domattina (ma i lavori cominciano oggi) nel centro congressi messo su a Le Bourget, nell’area del vecchio aeroporto cittadino, inizia in un clima di fiducia e ottimismo come non si vedeva da anni nel mondo dell’ecologia.
Un’opportunità (ma grandi ostacoli)
Ottimismo di facciata o è la volta buona? Nessuno lo sa oggi e sarà difficile avere certezze anche ad accordi fatti, alla fine della conferenza, vista la molteplicità e la grande complessità dei problemi: l’Occidente, ad esempio, vorrebbe superare i combustibili fossili ma «Big oil» non ne vuole sapere, mentre l’India intende continuare a usare il carbone senza limiti e la Russia trova addirittura vantaggioso il global warming che potrebbe rendere coltivabili le lande gelate della Siberia. Il Terzo mondo, poi, ci sta solo se i Paesi ricchi finanziano la sua riconversione energetica. E il fondo di 100 miliardi di dollari l’anno per gli emergenti a suo tempo creato in ambito Onu, non solo è poca cosa, ma è stato fin qui finanziato per due terzi soltanto. E quello che verrà raggiunto sarà comunque un accordo a «maglie larghe» con ogni probabilità non giuridicamente vincolante (molti Paesi non accettano limiti alla loro sovranità), come ha ribadito ieri il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, e quindi non avrà la forma di un trattato (che negli Usa non supererebbe il veto di un Congresso ostile ad Obama).
Nonostante tutti questi ostacoli, l’ottimismo è comunque giustificato: è la prima volta che i grandi inquinatori – dalla Cina all’India agli stessi Stati Uniti – vanno a un vertice internazionale pronti ad assumere impegni per ridurre le emissioni che alterano il clima. Sono 175 i Paesi che hanno presentato piani per abbassare la produzione di gas-serra: dopo decenni di dibattiti si è arrivati a una consapevolezza diffusa, quasi universale. Ma, oltre a essere sostanzialmente volontari, questi impegni (almeno per ora) sono largamente insufficienti: l’obiettivo fissato da scienziati e politici è limitare entro i 2 gradi centigradi l’innalzamento della temperatura terrestre rispetto all’era pre-industriale, mentre, anche se venissero centrati tutti gli obiettivi, gli impegni fin qui presi da 175 Paesi non consentirebbero di scendere sotto un incremento delle temperature di 2,7 gradi. Certo, meglio dei +4,3° verso i quali si andrebbe in assenza di interventi, ma non basta per impedire eventi catastrofici come la scomparsa di interi arcipelaghi per lo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento del livello dei mari.
Da Stoccolma a Cop21 via Kyoto
Cop21, la ventunesima conferenza sul clima da quando, nel ‘95, alcuni Paesi presero impegni vincolanti, viene vista da molti come il punto d’arrivo di una lunga marcia – quella della graduale acquisizione della consapevolezza della gravità dei problemi climatici – iniziata ben prima del Cop1 di Berlino: la prima conferenza dell’Onu sullinquinamento si tenne a Stoccolma nel ‘72, ma allora non erano chiare le dimensioni dei problemi, né le soluzioni istituzionali e tecnologiche possibili. La prima vera iniziativa contro l’effetto-serra (CO2, metano e gli altri gas che fanno salire la temperatura del Pianeta) arriverà solo con Cop3 che a Kyoto porta alla firma dell’omonimo Protocollo: siglato nel ‘97 ma attuato a partire dal 2005. Doveva essere un cambio di rotta per tutto il mondo, ma Kyoto escludeva i Paesi emergenti (a partire dalla nuova potenza cinese) non disposti a frenare il loro sviluppo e convinti che l’onere della lotta al global warming dovesse gravare sui Paesi ricchi, cresciuti grazie allo sfruttamento dei combustibili fossili. Alla fine il Protocollo non fu ratificato nemmeno dagli Usa, contrari a fare sacrifici in assenza di un coinvolgimento di tutti i grandi inquinatori. Un fallimento per i più, ma Kyoto ha consentito una prima presa di coscienza ed è divenuto la traccia per i negoziati successivi, la palestra per sperimentare meccanismi come la fissazione di un prezzo per le emissioni che alterano il clima.
Caldo record a ripetizione
Negli ultimi anni, così, le temperature di terre e mari hanno continuato a crescere (record nel 2014, già battuto nei primi dieci mesi del 2015, come si vede dai grafici a fianco) nonostante gli sforzi di sviluppare fonti non inquinanti alternative ai combustibili fossili (soprattutto sole e vento) fatti dall’Europa ma anche da Stati Uniti e Cina che, benché non vincolati dal Protocollo, si sono buttati sul business del solare. Ma, mentre i Paesi industrializzati, tra massicci investimenti nelle rinnovabili e rallentamenti delle economia dopo la Grande Recessione, hanno contenuto lo sviluppo delle emissioni, nelle nuove potenze emergenti la produzione di CO2 è esplosa anche per il boom industriale alimentato da un ricorso massiccio alla risorsa energetica più a buon mercato: il carbone. Così la Cina, che nel ‘95, l’anno di Cop1, produceva 2,8 tonnellate di CO2 pro capite, all’inizio del decennio attuale è arrivata a quota 6,7. Solo un terzo dell’anidride carbonica prodotta dall’americano medio, certo, ma, moltiplicando questo numero per il miliardo e 300 milioni di abitanti del gigante asiatico, si scopre che la Cina è il primo inquinatore mondiale.
Obama-Xi, il patto di Pechino
La svolta è arrivata un anno fa quando, davanti a questa realtà e all’inquinamento che soffoca Pechino e altre città cinesi, il presidente Xi Jinping si è fatto convincere da Obama a siglare un accordo bilaterale di reciproci impegni a combattere il global warming fissando obiettivi di lungo periodo. Ancora scottato dall’insuccesso della conferenza ambientale di Copenaghen del 2009 e deciso a concludere il suo mandato alla Casa Bianca da regista di un grande accordo mondiale sul clima, il presidente Usa nell’ultimo anno ha cercato di convincere molti altri Paesi, dall’India all’Indonesia, a seguire l’esempio di Pechino. Così, rispetto a sei anni fa, stavolta si arriva a Parigi con una rete di impegni reciproci già definiti. Da qui l’ottimismo dei leader. Sanno che potranno vendere alle loro opinioni pubbliche un accordo «nobile»: la politica che per una volta guarda lontano e prende impegni a vantaggio delle generazioni future. Ma saranno anche intese di sostanza? È quasi impossibile che si arrivi fin d’ora a centrare l’obiettivo dei 2 gradi. La speranza è che a Parigi venga fissato un calendario di verifiche periodiche, sia per controllare il rispetto degli impegni, sia per assumerne di nuovi, fino a raggiungere i sospirati 2 gradi. Ma per fare questo tutti i Paesi dovranno impegnarsi a riaprire il dossier clima ogni 4-5 anni. E magari finiranno per ricorrere anche alle nuove, rischiose tecniche della geoingegneria per raffreddare artificialmente l’atmosfera (ad esempio spruzzando cristalli di sale tra le nubi) se le misure dirette si riveleranno insufficienti
Massimo Gaggi
Corriere della Sera, domenica 29 novembre 2015

Ttip: favorevoli e contrari

tttt«Quando il 92% di coloro che sono coinvolti nelle trattative sono lobbisti, i consumatori hanno tutte le ragioni di sospettare che a beneficiare del TTIP saranno soprattutto le grandi corporation, a scapito della democrazia». Sono le parole usate dal Guardian, il giornale britannico, a proposito del Ttip, l’accordo per facilitare gli scambi economici tra Europa e Stati Uniti. Un accordo di cui si parla dal 2013, anno di avvio delle trattative e che è arrivato ormai all’ottavo round negoziale. La fase di studio è finita. «Ci sono state finora quasi 1500 ore di colloqui» ha fatto sapere il commissario Ue per il commercio Cecilia Malmstrom. Con da una parte i detrattori e dall’altra i sostenitori del libero mercato che vedono nel Ttip una possibilità di creare nuovi posti di lavoro, rilanciare la crescita e ridurre i prezzi dei consumatori. Proprio come si legge sul sito della Commissione europea.

Cos’è il Ttip

Ma che cos’è di preciso il TTIP? Un sistema per far circolare le merci più facilmente senza le barriere definite dai tecnici «non tariffarie». Ossia quei controlli e leggi che oggi impediscono ancora l’import-export di alcuni prodotti tra Europa e Usa. Un esempio? I salumi. Era il 1971 quando Dino Risi portava sugli schermi Sofia Loren nei panni di un’operaia di un salumificio che doveva raggiungere New York per coronare il suo sogno di nozze. I colleghi le regalano una mortadella gigante, un regalo di matrimonio che la bloccherà all’aeroporto per giorni interi a causa di una legge americana che vieta l’importazione di insaccati per vincoli di natura veterinaria. La mortadella di Bologna oggi negli Stati Uniti può arrivare, ma non una serie di alimenti la cui esportazione è limitata da leggi restrittive. Leggi che ora, con il Ttip, potrebbero cambiare. Perchè tra gli obiettivi di questo accordo c’è proprio la necessità di uniformare le regole sui controlli delle filiere, di certificazione del Dop e dell’Igp, di sistemi di allevamento, di ormoni nei mangimi, di utilizzo della chimica e di semi transgenici nei campi, di etichettatura e tracciabilità. Allargando così le maglie del libero scambio.

Favorevoli e contrari

Tutte questioni che preoccupano i detrattori per diverse ragioni, prima tra tutte l’arrivo di cibi nell’Unione europea, ora vietati. Non è un caso che la stessa cancelliera Angela Merkel, abbia più volte fatto presente le sue perplessità. Dietro le difficoltà del negoziato c’è infatti l’idea che gli Usa userebbero l’accordo per imporre agli europei il famoso “pollo al cloro” o la carne imbottita di ormoni. In America ad esempio gli allevamenti avicoli hanno obblighi in materia di standard igienici e sanitari molto inferiori a quelli europei. «Non ci sarà alcuna modifica delle regole europee sulla sicurezza del cibo. Non cambierà il nostro principio di precauzione» ha rassicurato Paolo De Castro, 57 anni, eurodeputato del Pd e responsabile della trattativa per il capitolo forse più importante: l’agricoltura. Ma mentre i rappresentanti europei e statunitensi hanno continuato a dialogare su entrambe le sponde dell’Atlantico, sono aumentate le proteste di consumatori, ambientalisti, piccoli agricoltori che continuano a vedere in questo accordo, un rischio sui controlli delle tutele ambientali, etichettatura e tracciabilità dei prodotti. «Questo trattato viene spacciato come la soluzione di tutti i mali – spiega Tiziana Beghin, capo delegazione del Movimento 5 Stelle in Europa – persino alla crisi. Ma gli stati europei non stanno affatto avendo problemi commerciali. Ci dicono che questo accordo farà aumentare le esportazioni di alcuni prodotti, tipo i prosciutti. Vogliamo vedere quante aziende italiane ne beneficerebbero davvero? È piuttosto vero che chi acquisterà, lo farà scegliendo il prodotto economicamente più vantaggioso a discapito della qualità. Negli anni’ 90 in Messico con il trattato di libero scambio si promettevano più di 500 mila nuovi posti di lavoro – aggiunge Beghin -. Sapete com’è andata a finire? Un milione di posti di lavoro persi negli Stati Uniti e due milioni di imprenditori agricoli locali in meno, spazzati via dall’arrivo delle grandi multinazionali americane». Secondo il Movimento 5 stelle le lobby americane avranno libero accesso a tutti gli appalti pubblici indetti negli Stati membri dell’Unione europea distruggendo le piccole medie imprese e danneggiando la qualità dei servizi. Accuse definite da De Castro «di un certo anti-americanismo preconcetto, propagandato proprio dal Front National in Francia e dal Movimento 5 stelle in Italia». «Non siamo antiamericanisti – risponde Beghin – e con il Front National non abbiamo nulla a che spartire. Questa sarà una battaglia di prezzi e le nostre piccole aziende non saranno in grado di competere con le grandi multinazionali. Fino ad ora ci ha protetto la qualità , una volta che si apre?»

I complottismi

La materia, fin troppo tecnica, ha giustificato secondo l’Istituto Bruno Leoni, complottismi ingiustificati. «La competenza in materia di commercio con l’estero è devoluta in esclusiva all’Unione europea – ha scritto Giacomo Lev Mannheimer – gli esponenti delle istituzioni italiane non hanno nessun potere in proposito, se non meramente informale. Le trattative con gli USA, pertanto, sono condotte da una delegazione della Commissione. Da quanto emergerà da tali trattative, la Commissione formulerà una proposta di fronte al Parlamento europeo, il quale – rappresentando direttamente i cittadini dell’Unione europea – avrà l’ultima parola sul TTIP». E non si tratterebbe di una mera formalità: «nel 2012 – ha scritto ancora Mannheimer – il Parlamento europeo respinse la ratifica di un accordo commerciale plurilaterale noto come ACTA, i cui negoziati iniziarono già nel 2007». Inoltre non è affatto detto, secondo l’istituto, che il trattato andrà a vantaggio delle multinazionali. «Bisogna considerare che i costi causati dalla burocrazia fanno aumentare i prezzi dei beni importati tra UE e USA fino al 20%. L’eliminazione di tali costi, pertanto, consentirà ai produttori italiani ed europei di incrementare le vendite agli americani e ai consumatori di avere sempre più scelta e minori costi sui prodotti da acquistare. Sono proprio le piccole e medie imprese a esportare con più difficoltà al di fuori dell’UE, a causa delle tariffe doganali e dei costi della burocrazia». Nel frattempo la petizione online contro il Ttip è arrivata a raccogliere un milione e seicento mila firme di cittadini europei.

http://www.corriere.it/economia/15_marzo_20/pro-contro-perche-l-accordo-scambi-europa-usa-fa-discutere-ec771f5e-cf0e-11e4-8db5-cbe70d670e28.shtml