“Il taglio di tasse più grande della Storia”

«Il taglio di tasse più grande della Storia», annuncia Gary Cohn, consigliere economico della Casa Bianca. «Le imprese americane saranno ancora più competitive e riporteranno migliaia di miliardi negli Stati Uniti», aggiunge il Segretario al Tesoro Steven Mnuchin.

Grande enfasi, ma numeri ancora da precisare: Cohn e Mnuchin hanno presentato ieri lo schema della riforma fiscale, una delle promesse bandiera del presidente Donald Trump. La manovra sarà discussa nel Congresso, dove i repubblicani sono preoccupati per la tenuta dei conti pubblici, tanto da spingere il presidente a rinunciare al finanziamento immediato per la costruzione del muro con il Messico.

Diverse le novità illustrate in diretta televisiva e accolte dal rialzo, quasi record, di Wall Street. Innanzitutto cambia il sistema di imposte sulle persone fisiche: gli scaglioni passano da sette a tre. Oggi il picco del prelievo è il 39,6%: scenderà al 35%. Poi ci saranno solo altre due fasce: 10 e 20%. Saranno abolite diverse deduzioni chiave, ma rimarranno quelle ultra popolari sugli interessi per il mutuo della casa.

Secondo Cohn alla fine «le famiglie del ceto medio e basso pagheranno meno imposte». Mnuchin ha fatto un esempio: una coppia non verserà nulla sui primi 24 mila dollari guadagnati in un anno. Di fatto si crea una specie di «no tax area» per i meno abbienti

L’altro capitolo tocca le imprese. Confermata la riduzione della «corporate tax» dal 35% al 15% su tutta la platea di imprese, comprese le piccole e quelle a conduzione famigliare. Con questa mossa, sostiene Mnuchin, le società americane riporteranno sul territorio nazionale «migliaia di miliardi» parcheggiati nei Paesi con un prelievo più basso.
Per fare rientrare la liquidità bisognerà, però, versare un prelievo una tantum: una misura, ancora allo studio, simile allo scudo fiscale sperimentato anche in Italia negli anni passati. I parlamentari e gli osservatori si interrogano sulle coperture di bilancio. Secondo gli esperti del centro studi «Tax Foundation» di Washington, la riduzione delle tasse sulle imprese scaverà un buco di duemila miliardi di dollari nelle entrate fiscali

È una cifra che si può calcolare facilmente analizzando le stime fornite dall’«Office Management and Budget» della Casa Bianca. Solo nel 2018 verranno a mancare 283 miliardi di dollari. Per Steven Mnuchin il piano complessivo è «in grado di ripagarsi da solo». Il Segretario al Tesoro prevede «massicci incassi fiscali, grazie alla ripartenza dell’economia». Il meccanismo è quello della cosiddetta «Curva di Laffer»: il taglio delle tasse stimola consumi e investimenti che a loro volta alimentano la crescita. Sulla nuova ricchezza prodotta si applicano le imposte e quindi l’erario dovrebbe recuperare il gettito perso all’inizio del ciclo. Ma nella storia americana questa leva ha funzionato parzialmente solo con Ronald Reagan (1981-1989): il Prodotto interno lordo salì fino al 4,1%, ma il buco fiscale si scaricò sul debito.

La riforma prevede altri sgravi, ancora da definire nei dettagli. Saranno riviste le imposte sugli immobili e sui capital gain, i guadagni da attività finanziarie. Sparirà la tassa di successione.

Giuseppe Sarcina

Corriere della Sera, 27 aprile 2017


http://www.corriere.it/esteri/17_aprile_27/riforma-fiscale-trump-il-taglio-tasse-piu-grande-storia-e29d5634-2abe-11e7-aac7-9deed828925b.shtml

 

2.217,7 miliardi

A fine 2016 il debito pubblico era pari a 2.217,7 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 2.172,7 miliardi (il 132,3% del Pil) di fine 2015. Lo stima la Banca d’Italia,

In crescita anche l’andamento delle entrate tributarie, che l’anno scorso sono salite a 438,577 miliardi dai 433,430 miliardi del 2015: si tratta di un rialzo dell’1,18 per cento

 

 

 

Protezionismo, Fed e dollaro. I (primi) timori della svolta

images6Quattro aspetti economici preoccupano della presidenza Trump. Il primo, e più generale, è che Trump non sarà «moderato» da un congresso a maggioranza democratica. Per almeno due anni, un solo partito, il repubblicano, controllerà la Casa Bianca, il Senato e la Camera. Il governo degli Stati Uniti funziona meglio quando un solo partito non controlla tutto: sono le checks and balances in azione.

Ad esempio questa moderazione non ci sarà quando si dovranno scegliere i nuovi membri della Corte Suprema, giudici nominati a vita e la cui influenza quindi si esercita per decenni dopo la fine di una presidenza. In questo senso un ruolo essenziale lo giocheranno i deputati e i senatori repubblicani moderati. Fra questi il senatore McCain, che si era apertamente opposto alla candidatura di Trump. Per alcune decisioni importanti in Senato è necessaria una maggioranza di 60 voti, che il Partito Repubblicano non ha. Se il Senato riuscirà ad evitare che Trump assuma posizioni estreme, e quanto lui lo ascolterà, è fondamentale per il futuro del partito.

La seconda preoccupazione è il protezionismo. Sul commercio internazionale il presidente degli Stati Uniti ha poteri esecutivi, ad esempio può decidere da solo di imporre un dazio su alcune importazioni. Il rischio di un’evoluzione protezionistica nel mondo è di una gravità senza precedenti. Un freno al commercio internazionale potrebbe segnare la fine della ripresa in atto dopo la crisi finanziaria. Su questo l’establishment repubblicano tradizionale, di tendenza liberista, deve assolutamente alzare la voce.

La terza preoccupazione è il debito pubblico. Durante la crisi finanziaria il debito pubblico americano è salito dal 60 a quasi il 100 per cento del Pil. Trump ha ripetuto, anche nel suo primo discorso dopo la vittoria, di voler lanciare un grande programma di investimenti in infrastrutture: ha citato ponti, autostrade, scuole e ospedali. In questo, per la verità, il suo programma non è gran che diverso da quello di Hillary Clinton e dei suoi consiglieri economici keynesiani.

La differenza sta nel fatto che, al contrario di Clinton, Trump vuole anche ridurre, e di molto, le imposte. Quindi il debito si impennerà ancor più di quanto avrebbe fatto se avesse vinto la sua rivale. Oggi il debito è a buon mercato, ma i tassi di interesse non rimarranno così bassi per sempre. Non solo, Trump non ha detto nulla sui programmi di Medicare (assistenza sanitaria gratuita per anziani) e pensioni, anzi ha detto che con la sua mirabolante conduzione dei conti pubblici non ci sarà bisogno di far nulla.

Fra le tante promesse poco credibili di Trump questa è la più grave. Tutti sanno che senza una riforma di questi due programmi il debito pubblico americano è destinato ad esplodere. Insomma la sua politica fiscale esula dalle più ovvie leggi dell’aritmetica. Se Trump farà davvero ciò che promette, il suo successore sarà eletto nel bel mezzo di una crisi fiscale. Spesso però (per fortuna in questo caso) le promesse pre elettorali rimangono nel cassetto.

E a proposito di altre promesse e di muri ai confini col Messico: gli Stati Uniti hanno una disoccupazione bassissima. È vero che la partecipazione alla forza lavoro è scesa, ma tutti questi faraonici investimenti pubblici probabilmente richiederanno più immigrati, soprattutto dal Messico, non meno come proclama Trump.

Infine l’indipendenza della banca centrale. La Federal Reserve non è parte della Costituzione americana, è stata creata nel 1913 con una legge ordinaria. Il Congresso potrebbe cambiarla, eliminare l’indipendenza e sostituire i vertici ridefinendo la durata dei loro mandati. Ciò sarebbe molto grave. L’indipendenza della banca centrale dal via vai della politica è una delle istituzioni che storicamente hanno garantito politiche monetarie sagge e stabili. Nell’immediato è probabile che una nuova Fed non più indipendente, aumenterebbe i tassi più in fretta di quanto avrebbe fatto Janet Yellen, dato che da tempo i repubblicani (compreso Trump) criticano la Fed per una politica monetaria troppo espansiva. Quindi l’aumento dei tassi di interesse accelererebbe, e con questo il dollaro si rafforzerebbe, ma il peso del debito pubblico per i contribuenti salirebbe.

Quali le conseguenze economiche per l’Europa e l’Italia? Pessima evidentemente la svolta protezionistica, ad esempio nel caso Trump imponesse dazi sui prodotti tessili e agricoli che esportiamo negli Usa. Peggio ancora se una svolta protezionistica in Usa scatenasse reazioni da altri Paesi come Cina e Giappone. Bene invece un eventuale rafforzamento del dollaro che ha l’effetto opposto delle tariffe. Gli effetti di un forte aumento del debito publico americano sono difficili da prevedere ma se i titoli pubblici degli Stati Uniti perdessero la loro assoluta affidabilità ci muoveremmo in acque finanziarie inesplorate nella storia recente.

Infine un effetto indiretto e interessante è quello sulla costruzione di una politica militare europea. Trump dice di voler «smettere di sussidiare la Nato». Gli Stati Uniti spendono in difesa il 3,5% del Pil. Francia e Gran Bretagna intorno al 2 per cento, tutti gli altri Paesi europei pochissimo. Trump potrebbe essere lo choc che convince l’Ue a dotarsi di un proprio esercito, una decisione che le gelosie nazionali (e le lobby militari nazionali) hanno sempre bloccato. Un esercito Europeo sarebbe un grande passo avanti nella costruzione dell’Europa e, nel breve periodo, un progetto europeo molto più utile dei vari e fumosi «piani Juncker».

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

Corriere della Sera 10 novembre 2016

http://www.corriere.it/economia/16_novembre_09/protezionismo-fed-dollaro-primi-timori-svolta-49de86ae-a6be-11e6-b4bd-3133b17595f4.shtml

Porta via tempo oltre al denaro

 

taxxxxTroppe tasse. Lo dicono i cittadini privati e lo dicono le imprese ogni volta che giunge la stagione in cui il governo italiano si siede intorno al tavolo per decidere la programmazione fiscale dell’anno venturo. E a confermare il triste primato ci pensa il rapporto ‘Paying Taxes 2014’ della Banca Mondiale che inchioda l’Italia al 138° posto per tasse pagate su 189 Paesi presi in esame. Un dato che il governo dovrebbe tenere a portata di mano, sulla propria scrivania, quando si appresta a pubblicare il Documento di programmazione economica e finanziaria (Def), la serie di impegni messi nero su bianco che entro dicembre porteranno a scrivere la Legge di Stabilità per il 2016. Per aggredire la propria posizione l’Italia dovrebbe impegnarsi a migliorare i tre indicatori che la Banca mondiale utilizza per redigere la classifica: il Total tax rate, ovvero il carico fiscale complessivo, il tempo necessario per gli adempimenti relativi alle principali tipologie d’imposta e di contributi (imposte sui redditi, imposte sul lavoro e contributi obbligatori, imposte sui consumi) e il numero di versamenti effettuati. Anche perché il triste record italiano non solo non attira le aziende straniere, ma è tale da far scappare quelle italiane all’estero, ultimo rilevamento del rapporto della Banca mondiale, il carico fiscale complessivo dell’Italia è il più alto d’Europa, pari al 65,8% dei profitti commerciali, in miglioramento rispetto al 2012 (68,3%), ma contro una media europea scesa al 41,1% dal 42,6% del 2012 e una media mondiale del 43,1%, anch’essa in miglioramento rispetto al 44,7% dell’anno prima.

Per gli adempimenti fiscali, poi, in Italia le società impiegano 269 ore all’anno contro le 179 ore impiegate in media da un’impresa europea e le 268 ore l’anno della media mondiale.

Quanto infine ai pagamenti, le imprese tricolori effettuano 15 pagamenti contro i 13,1 europei e i 26,7 richiesti mediamente a livello globale. I numeri sono disarmanti e il trend non lascia spazio a grandi speranze perché rispetto all’anno precedente l’Italia è indietreggiata di sette gradini, dal 131° posto al 138°. Il recupero di competitività del Paese deve passare anche da qui. …………

Il governo ha messo mano all’elevata tassazione sulle imprese con l’ultima legge di Stabilità cancellando l’Irap. Per le aziende la riduzione fiscale complessiva vale 6,5 miliardi: gli imprenditori da quest’anno potranno dedurre per intero il costo del lavoro dalla base imponibile che serve per calcolare l’Imposta. Secondo le simulazioni del governo, ciò significherebbe (nelle grandi aziende che impiegano molti lavoratori e hanno un business ‘labour intensive’) andare a risparmiare alla fine il 65% dell’imposta. Per le piccole il vantaggio scenderebbe (sotto il 10% di risparmio), ma sarebbe comunque un sollievo importante: l’impatto sul Pil è stimato intorno a 0,1 punti percentuali subito e poi di 0,4 punti a regime.

Nel Def pubblicato la scorsa settimana il premier Renzi e il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, hanno voluto precisare che la pressione fiscale è scesa nel 2014 di 0,4 punti percentuali collocandosi al 43,1 e non è, invece, salita dal 43,4 del 2013 al 43,5 del 2014 come aveva detto l’Istat attenendosi alle regole alla contabilità europea. La discesa proseguirà nel corso del 2015, se si tiene conto dell’effetto del bonus di 80 euro, al 42,9 (e non salirà al 43,5 per cento). Così come dal 2016, considerando la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva, è destinata a posizionarsi a quota 42,6 contro il 44,1 a ‘legislazione vigente’.

La pressione fiscale indica il rapporto tra il gettito fiscale ed il Pil ed è un altro strumento statistico per indicare quanto lo Stato grava sui cittadini, da non confondere tuttavia con il Total tax rate, preso in considerazione per la classifica della Banca mondiale che indica la somma di tutte le imposte e i contributi obbligatori a carico delle imprese ed applicate ai profitti commerciali (ossia dopo la contabilizzazione di deduzioni consentite ed esenzioni), rispetto ai profitti commerciali complessivi

Walter Galbiati

Repubblica 20 aprile 2015

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2015/04/20/news/porta_via_tempo_oltre_al_denaro_il_sistema_fiscale_inchioda_litalia-112469369/

 

Ecco il DEF ..

defffIl Documento di economia e finanza è un testo di natura programmatica, che contiene gli indirizzi di politica economica, l’aggiornamento delle principali variabili macroeconomiche (Pil, deficit, debito, interessi, tasso di disoccupazione, previsioni sull’occupazione) per l’anno in corso e per il triennio successivo. Nessuna misura immediatamente operativa, dunque. Il complesso dei documenti comprende sia il Def vero e proprio, sia l’aggiornamento del Programma di stabilità, sia infine il Programma nazionale di riforma (in cui viene riassunta la strategia sul fronte delle riforme, con una proiezione fino al 2020)

 

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-04-08/dieci-cose-sapere-def-cos-e-def–195109.shtml?uuid=ABbpgKMD

Il Documento di economia e finanza spiegato in un minuto

http://www.lastampa.it/2015/04/10/multimedia/italia/che-cos-il-def-iIfKvne7MQZQ5iEsm2Y6gM/pagina.html

NUMERI

Nel 2015, calcola  il governo, il peso del fisco rispetto al Pil scenderà al 42,9%, per poi ridursi ulteriormente al 42,6% nel 2016 e passare anche sotto la soglia del 42% nel 2018. La discesa è dovuta in gran parte alla neutralizzazione degli aumenti di Iva e accise previsti dalla legge di stabilità di quest’anno, oltre che della clausola lasciata in eredità dal governo Letta che avrebbe portato ad un taglio automatico e generalizzato delle detrazioni fiscali. Una manovra complessiva che nel 2016 avrebbe pesato per 16,8 miliardi di euro e che avrebbe determinato aumenti del prelievo fiscale pari all’1% del Pil. Se da una parte viene quindi scongiurato il taglio lineare alle detrazioni al 18% e al 17% inserito nella legge di stabilità 2014 dall’ex ministro Saccomanni, dall’altro però le tax expenditures (agevolazioni ed esenzioni fiscali) entrano comunque nel mirino. L’intenzione è di metterci mano e non in modo lieve. Dalla loro «riduzione», si legge esplicitamente nel Def, il governo conta di raccogliere lo 0,15% del Pil, ovvero un importo pari a circa 2,4 miliardi di euro  …….

IL TESORETTO

Nel testo il Tesoro spiega di stimare entro la fine dell’anno un deficit lievemente inferiore a quello programmato. Da qui deriva il “tesoretto” di 1,6 miliardi, che sarà utilizzato «per rafforzare l’attivazione delle riforme strutturali già avviate», come si legge a pagina 36 del documento….

I TAGLI

Fatta salva la destinazione del bonus, il Documento di economia e finanza per il 2015 delinea in realtà la strategia per l’anno prossimo e conferma la linea scelta finora dal premier: sì al rispetto delle regole europee, sfruttando però al massimo la flessibilità che nel frattempo la nuova Commissione ha deciso di concedere. I tagli ad esempio: è vero che il governo intende imporne per dieci miliardi di euro, ma rispetto a quel che sarebbe necessario per far tornare i conti sono persino pochi. Basti dire che la clausola di salvaguardia per il 2016 prevede, in assenza di interventi di copertura, l’aumento delle tasse per oltre 16 miliardi. Reperire dieci miliardi non sarà in ogni caso una passeggiata perché – almeno sulla carta – non si tratta di confermare tagli già previsti dalla scorsa manovra, ma di aggiungerne di nuovi. Regioni e Comuni ad esempio sono già chiamati a garantirne rispettivamente per quattro e un miliardo, il premier ha promesso che «non ce ne saranno di aggiuntivi». Il governo esclude tagli alle pensioni e alla spesa sociale, che anzi promette di aumentare.

LE TASSE

La pressione fiscale andrà progressivamente riducendosi negli anni, grazie alla disattivazione delle clausola di salvaguardia (aumento di Iva e accise e revisione delle detrazioni fiscali) e alla «corretta» – come la definisce il governo – classificazione del bonus da 80 euro come effettivo sgravio fiscale. Già nel 2015 scenderà sotto il 43% riducendosi ulteriormente fino al 2018, anno in cui passerà al di sotto della soglia del 42%. Anche nelle Renzi la pressione dovrebbe scendere: «Il tempo delle tasse che aumentano è finito». Sarà decisiva l’introduzione della tassa unica sulla casa e i margini che verranno dati ai Comuni sul prelievo. Ad oggi mancano i fondi per confermare anche nel 2016 la decontribuzione, ovvero lo sgravio a favore di chi assume a tempo indeterminato. …

ADDIO IMU E TASI, LOCAL TAX A PARTIRE DAL 2016

Via l’Imu e la Tasi per sostituirle con una unica «local tax». Nei piani del governo c’è una forte spinta alla semplificazione: a partire dal 2016 sulla casa ci sarà un solo tributo. L’esecutivo ci ha già provato nel 2014, ma la partita con i Comuni è talmente complicata da aver determinato uno slittamento, con ogni probabilità, alla Legge di Stabilità di quest’anno. Per i sindaci si tratta di un impegno importante: la local tax assorbirà tutti i tributi comunali sugli immobili e permetterà ai consigli di approvare bilanci di previsione credibili. Sarebbe la prima volta dopo anni di incertezze: il leader dell’Anci Piero Fassino ha calcolato 27 leggi in poco più di tre anni. A dicembre, prima che il dossier fosse congelato, a Palazzo Chigi si erano fatte delle simulazioni: l’aliquota standard avrebbe dovuto valere il 2,5 per mille innalzabile fino al 5 per mille, e con una detrazione per i redditi bassi. «L’impegno è in ogni caso di non aumentare il prelievo complessivo», ha assicurato il responsabile economia del Pd Filippo Taddei.  ….

http://www.lastampa.it/2015/04/11/economia/tesoretto-tagli-tasse-e-local-tax-ecco-il-def-wX5a67njfgOPVgckMZjyIJ/pagina.html

 

documento pdf – sezione i  Programma di stabilità

documento pdf – Sezione II –   Analisi e tendenze della finanza pubblica

allegato  Rapporto sullo stato di attuazione della riforma della contabilità e finanza pubblica

allegato  Relazione del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare

allegato  Relazione sugli interventi nelle aree sottoutilizzate

 

Tax freedom day: 23 giugno

mongIn libertà dall’Erario e da Comuni solo il 23 giugno, come nel 2014. In 25 anni perse due settimane.

Nel 1990 Google non era ancora nata. Internet, in pratica, non esisteva. Uno dei primi «portatili» di Nokia pesava 800 grammi, consentiva di telefonare per poco tempo e costava migliaia di euro. Giuseppe Tornatore vinceva l’Oscar con «Nuovo cinema Paradiso». A capo del governo c’era Giulio Andreotti. Il rapporto debito pubblico/Pil era a una quota tranquillizzante: il 95%.

Nostalgia per quei tempi? Sì e no, probabilmente. Ma se si guarda al fattore T, le tasse, la risposta non può che essere un sì convinto. Allora il Tax Freedom Day — il giorno della liberazione fiscale, vale a dire quello nel quale si finisce di lavorare per pagare tasse e contributi, dopo di che i guadagni sono destinati al proprio sostentamento — si festeggiava l’8 giugno. Nel 2015, invece, il contribuente tipo — un quadro con un reddito di 49.228 euro, una moglie e un figlio — dovrà lavorare, secondo l’elaborazione realizzata in collaborazione con l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, 173 giorni per sfamare l’appetito del Fisco e degli enti locali. E si libererà dal giogo tributario solo il 23 giugno. In 25 anni — da quando il Corriere ha cominciato a determinare il Tax Freedom Day — l’Erario si è divorato più di due settimane della nostra vita. E suscita davvero sconforto notare che nello stesso periodo, nonostante questo fortissimo aumento della pressione tributaria, il rapporto tra debito pubblico e Pil è salito dal 94,7% al 133,1%. Nel 1990 il debito ammontava a 663 miliardi, Ora supera i 2.000 miliardi.

 

Dal 2014 al 2015

Il  giorno di liberazione fiscale resta invariato, anche se si è verificato un ulteriore, sia pure minimo, aumento della pressione tributaria: dal 47,3% al 47,5%. Va notato, però, che l’anno scorso, a gennaio 2014, avevamo stimato che sarebbero bastati 172 giorni per saldare il conto dell’Erario. Invece ne sono serviti 173 per colpa di imposte locali più salate del previsto, Il pareggio rispetto al 2014, quindi, è un po’ stentato.

Va meglio, invece, all’altro contribuente — un operaio con moglie e figlio a carico e un reddito di 24.656 euro — che quest’anno si libererà dalla corvée fiscale con un giorno di anticipo: il 13 maggio invece del 14 e dopo 132 giorni di lavoro. La liberazione anticipata è dovuta al bonus Renzi, gli 80 euro in busta paga che spettano a chi ha un reddito non superiore a 24.000 euro. Il bonus quest’anno vale 960 euro, invece dei 640 del 2014 perché l’anno scorso è stato pagato solo da maggio in poi. Per entrambi i contribuenti un altro fattore positivo è dato dalla diminuzione delle accise sui carburanti. Mentre inciderà negativamente, soprattutto per il quadro, l‘aumento dell’aliquota sulle rendite finanziarie, passata dal primo luglio 2014 dal 20% al 26% (con esclusione dei titoli di Stato, ancora tassati al 12,5%)

L’identikit

I contribuenti tipo utilizzati per i calcoli sono i medesimi degli anni precedenti: il reddito è stato incrementato dell’1,2% rispetto a quello del 2014 sulla base della variazione degli indici di rivalutazione contrattuali Istat. La stima dell’Iva a carico del contribuente si basa sul presupposto che questi, nelle sue abitudini di spesa, rifletta quelle medie delle famiglie italiane di tre componenti come rilevate dall’Istat nell’indagine annuale sui consumi.

L’operaio, con moglie e un figlio a carico, abita in una casa di sua proprietà di 90 metri quadrati con rendita catastale di 446 euro. In conto corrente ha circa 6.000 euro. Stesso nucleo familiare per il quadro che abita in una casa di sua proprietà di 150 metri quadrati con rendita catastale di 1.100 euro. I suoi risparmi ammontano a 40.000 euro di cui 12.160 in conto corrente e 27.840 in titoli e fondi.

…..

Cuneo fiscale e pressione tributaria

Il valore medio del cuneo fiscale e contributivo per i lavoratori dipendenti è pari al 49,1% del costo del lavoro“. Lo riferisce l’attuale presidente dell’Istat, Antonio Golini, in Commissione finanze del Senato, basandosi su un modello di microsimulazione sulle famiglie che si basa su dati 2012. “I contributi sociali – riferisce ancora – rappresentano la componente più elevata del cuneo fiscale (28% a carico del datore di lavoro e 6,7% a carico del lavoratore”. In busta paga, inoltre, “ai lavoratori vengono trattenute le imposte sul reddito (14,5%) inclusive dell’Irpef e delle addizionali regionali e comunali”.

Golini ha notato anche che “i percettori di un solo reddito da lavoro dipendente ricevono in media, nel 2012, una retribuzione netta di 16.153 euro circa all’anno, di poco superiore alla metà del valore medio del costo del lavoro (31.719 Euro)“. …

L’Istat nota poi che nel complesso, mentre tra il 2000 e il 2012 la pressione fiscale nei 27 paesi dell’Ue è diminuita complessivamente di 0,5 punti percentuali, in Italia è aumentata di quasi 3 punti, l’incremento più elevato se si escludono i casi di Malta e Cipro. La pressione fiscale nel Belpaese si attesta nel 2013 al 43,8% del Pil (44% nel 2012). Pessime notizie arrivano poi per le famiglie: nel 2012 il potere d’acquisto delle famiglie è calato quasi del 5% (4,7%). Una caduta “di intensità eccezionale” prodotta dall’aumento del prelievo fiscale (Imu, contributi sociali, ecc) che ha “notevolmente contribuito alla forte contrazione del reddito”: -2% quello “disponibile” 2012.  …

http://www.repubblica.it/economia/2014/03/11/news/fisco_il_cuneo_si_mangia_met_busta_paga-80748479/?ref=HREC1-1

Cos’è il CUNEO FISCALE

Con il termine cuneo fiscale o cuneo contributivo si intende, nel diritto tributario la differenza tra il costo del lavoro che una impresa deve sostenere verso i lavoratori, e la redistribuzione netta del salario che rimane a disposizione del lavoratore.

 In pratica il cuneo fiscale va a formarsi commisurando le imposte e i contributi relativi alla retribuzione del lavoratore, pagati dal lavoratore e dal suo datore di lavoro.

Quindi il cuneo fiscale è costituito da un insieme di componenti che vanno a gravare su più di un soggetto.

Dunque parliamo di cuneo fiscale intendendo la differenza fra ciò che il datore paga e quanto in realtà viene incassato dal lavoratore, considerando il resto dei contributi versati al fisco e agli enti di previdenza in generale.

http://www.portaldiritto.com/il-cuneo-fiscale.htm