Trump studia i dazi contro i prodotti europei. Colpita l’Italia, dalla Vespa alla San Pellegrino

Far scattare le ganasce commerciali alla Vespa per vendicare il blocco europeo alle carni americane. Colpisce anche il gioiello di casa Piaggio il braccio di ferro con cui l’amministrazione Trump intende impostare le relazioni commerciali tra le due sponde dell’Atlantico. In particolare il capitolo che riguarda il divieto di importazione nel Vecchio Continente di carni derivate da bestiame trattato con ormoni, in riposta del quale sono al vaglio misure tariffarie sino al 100% del valore del prodotto. E che colpirebbero, ad esempio, l’acqua minerale Perrier e il formaggio Rocquefort di produzione francese, e la Vespa Piaggio, il mitico scooter simbolo dell’Italia che riscuote da anni un enorme successo anche in Usa. Complessivamente nel mirino dovrebbero finire importazioni per 100 milioni di dollari l’anno. La questione delle carni Usa trattate con ormoni è stata oggetto di discussione dinanzi all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e l’organismo si era pronunciato nel 2008 a favore degli Usa. A Washington era stato riconosciuto il diritto a mantenere le tariffe introdotte su prodotti europei in risposta al divieto alle carni perché quest’ultimo era stato considerato da Wto una violazione alle regole di commercio internazionale. Gli Usa tuttavia hanno sospeso le tariffe in questione dopo che, nel 2009, Bruxelles acconsentì alle carni americane non trattate con ormoni di avere accesso al Vecchio Continente. In realtà, secondo i produttori Usa, l’Europa non ha mai attuato in pieno l’apertura decisa da Bruxelles, tanto che nel 2016 l’export verso l’Europa di carni bovine americane era meno di un quarto di quello diretto in Giappone o Corea, e meno della metà di quello destinato a Canada e Messico. Il Congresso, nel 2015, ha quindi approvato una misura che rendeva più facile all’amministrazione americana, allora guidata da Obama, di adottare tariffe come ritorsione al mancato adeguamento europeo. Assieme al congelamento di tutta una serie di trattative sul libero scambio inquadrate nel più vasto negoziato Ttip, il trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico. Con l’arrivo di Trump le misure sanzionatorie potrebbero trovare attuazione in tempi brevi.

Francesco Semprini

la Stampa, 30 marzo 2017

http://www.lastampa.it/2017/03/30/economia/contro-il-blocco-della-carne-americana-gli-stati-uniti-mettono-i-dazi-sulle-vespe-7x3apuN1FCgvf4nxLg9JSP/pagina.html

 

Ceta approvato dal Parlamento Ue

ceta11Via libera del Parlamento europeo al Ceta, l’accordo di libero scambio tra il Canada e l’Unione Europea. Il trattato (Comprehensive Economic and Trade Agreement), firmato lo scorso autunno dalla Commissione europea e il governo canadese, è stato approvato all’assemblea plenaria di Strasburgo con 408 voti favorevoli, 254 contrari e 33 astensioni. L’intesa, le cui negoziazioni sono cominciate nel 2009, si è sviluppata all’ombra del TTIP, l’accordo discusso tra Stati Uniti ed Europa incoraggiato da Barack Obama e messo definitivamente nel cassetto da Donald Trump, che fin dall’inizio del suo mandato si è invece dato da fare per smantellare alcuni dei più importanti accordi multilaterali siglati dagli Stati Uniti. Non a caso ieri il presidente del Ppe Manfred Weber aveva sottolineato come ” il voto sul Ceta è la risposta di Europa e Canada alla politica di Donald Trump, una risposta anti-protezionista”.

Molto accese le proteste degli oppositori dell’intesa fuori dalla sede del Parlamento, dove alcune decine di manifestanti hanno provato a bloccare l’accesso alla struttura.

I PUNTI PRINCIPALI

L’entrata in vigore. Dopo il via libera del Parlamento europeo il trattato entra in vigore in fase transitoria, in attesa della ratufica dei singoli Parlamenti nazionali.

Gli obiettivi. L’accordo tra Ue e Canada prevede l’abolizione del 99% dei dazi doganali. Dall’entrata in vigore del Ceta, il Canada abolirà dazi sulle merci originarie dell’Ue per un valore di 400 milioni di euro, mentre alla fine di un periodo di transizione la cifra – secondo le stime della Commissione – dovrebbe superare i 500 milioni l’anno.

Apertura alle imprese Ue per le gare d’appalto. Con il Ceta, il Canada apre le proprie gare d’appalto pubbliche alle imprese dell’UE in misura maggiore rispetto a quanto abbia fatto con gli altri suoi partner commerciali. Le imprese europee potranno partecipare a gare d’appalto per la fornitura di beni e servizi non solo a livello federale ma anche a livello provinciale e municipale.

Riconoscimento reciproco delle professioni. Il trattato elimina alcuni ostacoli significativi per alcune professioni regolamentate come quelle di architetto, ingegnere e commercialista che verranno reciprocamente riconosciute, rendendo più facile l’interscambio professionale tra queste categorie di lavoratori

La tutela della proprietà intellettuale e del diritto d’autore. Il trattato prevede anche una maggiore forme di protezione della proprietà intellettuale e l’adeguamento e l’adeguamento del Canada agli standard europei delle norme sul diritto d’autore

Nuovo modello per le controversie fra investitori e Stati.  Il nuovo meccanismo per la risoluzione delle controversie tra investitore e Stato, quando un governo legifera nell’interesse pubblico arrecando danni all’investitore, rappresenta uno degli elementi  più discussi del Ceta, così come lo è stato per il TTIP. La differenza sostanziale però è che il Ceta prevede un meccanismo diverso da quello inizialmente inserito nel trattato transtlantico, il cosiddetto ISDS, fondato sugli arbitrati privati, sostituito invece da un nuovo sistema giudiziario per la protezione degli investimenti (ICS), con un tribunale pubblico composto da giudici indipendenti e di carriera, nominati dall’Ue e dal Canada. Le procedure saranno trasparenti, grazie a udienze pubbliche e pubblicazione dei documenti. L’accordo prevede che, in caso di disputa, un soggetto pubblico non potrà essere costretto a modificare un testo di legge o condannato al pagamento di danni punitivi. Un compromesso che potrebbe attenuare uno dei rischi evocati più spesso dai detrattori dell’intesa, quello che uno Stato potesse essere giudicato da un tribunale privato per azioni che avessero danneggiato l’attività di una multinazionale.

Agricoltura e Indicazioni di origine. Con il Ceta il Canada si è impegnato a aprire il suo mercato a formaggi, vini e bevande alcoliche, prodotti ortofrutticoli e trasformati. Tutte i prodotti importanti dovranno essere conformi alle disposizioni dell’Ue, per esempio sulla carne agli ormoni. Il Canada ha accettato di proteggere 143 prodotti tipici che beneficiano dell’indicazione di origine, come il formaggio francese Roquefort.
Per l’Italia, il Ceta prevede la protezione di 41 prodotti di denominazione di origine: dalla bresaola della Valtellina all’aceto Balsamico di Modena, passando per la Mozzarella di Bufala Campana e il Prosciutto di Parma. I prodotti europei godranno di una protezione dalle imitazioni analoga a quella offerta dal diritto dell’Unione e non correranno più il rischio di essere considerati prodotti generici in Canada.

 

http://www.repubblica.it/economia/2017/02/15/news/ceta_accordo_canada_ue-158351566/?ref=HREC1-32

 

Guida al neoprotezionismo l’America che esalta Wall Street

trump-protezionismoNel giorno del Muro col Messico, Wall Street segna un record storico con l’indice Dow Jones a quota 20.000. I mercati celebrano la svolta di Donald Trump. America First — slogan che racchiude protezionismo commerciale, nazionalismo economico, restrizioni sugli immigrati — lungi dal provocare incertezze tra gli investitori, ne alimenta l’ottimismo. Siamo agli effetti- annuncio, ma c’è una coerenza implacabile nella raffica di “ordini esecutivi” firmati nei primi tre giorni lavorativi alla Casa Bianca. Molti pensarono che certe proposte erano slogan da comizio elettorale. Lui li smentisce: fa quel che aveva promesso. C’è un disegno organico, un progetto di economia e di società molto diverso dall’America che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni.
MURO, TPP, AUTO
Lunedì ha abbandonato il trattato di libero scambio con l’Asia- Pacifico (Tpp), ha annunciato che rinegozierà il mercato unico nordamericano (Nafta), venerdì riceve Theresa May con un gesto di omaggio a Brexit. È protezionismo commerciale classico. Trump non crede che la riduzione delle barriere agli scambi abbia giovato all’economia americana. Ai chief executive dell’automobile ha proposto un modello alternativo: smettetela di costruire fabbriche nei paesi emergenti, rimpatriate la produzione, io vi ricompenso con meno tasse sui profitti e meno regole anti-inquinamento. Per chi non obbedisce c’è la minaccia di super-dazi sulle importazioni. Il Muro col Messico? Per ora è un annuncio simbolico, peraltro un pezzo di fortificazione esiste già e la fece costruire Bill Clinton. Ma siamo ancora nell’ambito del protezionismo, questa volta “demografico”. Il segnale di Trump è una priorità ai bisogni degli americani, sposando la tesi che gli immigrati creano insicurezza.
È POSSIBILE RITIRARSI DENTRO GLI STATI-NAZIONE?
Quale America e quale mondo prefigura Trump? Nulla che non sia già accaduto. I più pessimisti evocano un ritorno agli anni Trenta, quando la Grande Depressione fu propagata e aggravata da misure protezionistiche e rappresaglie (in Italia ci fu l’autarchia mussoliniana). C’è un precedente meno apocalittico: gli anni Cinquanta, segnati da un commercio estero più controllato, con restrizioni valutarie e limiti ai movimenti di capitali. Un moderato protezionismo commerciale fu praticato da Ronald Reagan, convinse la Toyota a costruire auto in America. Per l’immigrazione, l’attuale apertura degli Stati Uniti è frutto di una svolta recente, alla metà degli anni Sessanta; prima ci furono periodi di chiusura, con restrizioni drastiche verso alcune etnie. Nel mondo contemporaneo ci sono modelli nazionali che scoraggiano l’immigrazione (Cina, Giappone, di recente l’Australia).
TRUMP NON È L’UNICO ANTI-GLOBAL
La critica agli effetti nefasti della globalizzazione esplose nel 1999 con la protesta di Seattle contro un vertice del Wto. C’è sempre stata un’opposizione di sinistra al liberoscambismo. Bernie Sanders l’ha ereditata da Occupy Wall Street e in campagna elettorale ha detto cose simili a Trump. Tra gli economisti i premi Nobel Angus Deaton e Joseph Stiglitz denunciano da anni la “redistribuzione alla rovescia” che ha accompagnato la globalizzazione: pur riducendosi le diseguaglianze Nord-Sud o Occidente- Oriente, sono peggiorate all’interno di ciascuna nazione. L’impoverimento della classe operaia poi del ceto medio; l’inversione delle aspettative coi figli destinati a stare peggio dei genitori, coincidono con una concentrazione dei benefici a vantaggio di ristrette élites (grandi azionisti e top manager, dalla finanza alla Silicon Valley). Trump ha cavalcato un disagio diffuso, incarna un nazionalismo economico di destra, ma ci sono convergenze con la sinistra.
A CHI FA MALE IL PROTEZIONISMO?
La crescita non è un gioco a somma zero in cui se tu ti arricchisci io divento più povero; l’aumento degli scambi diffonde benefici a tutte le nazioni; se invece io alzo le barriere e pretendo di consumare solo ciò che produco in casa mia, alla fine gli altri faranno lo stesso, le industrie esportatrici saranno rovinate e ci ritroveremo tutti più poveri. Questo è l’argomento classico contro il protezionismo in nome delle regole dell’economia di mercato: se io sono aperto a comprare i prodotti altrui, gli altri compreranno i miei, è un circolo virtuoso. La pratica è diversa dai manuali accademici. Anche nella globalizzazione ci sono protezionismi nascosti (vedi la Cina) che non hanno reso perfettamente reciproche le aperture dei mercati. Inoltre è mancato un elemento del circolo virtuoso: la globalizzazione non ha esportato diritti, le potenze emergenti come la Cina non hanno adottato le nostre libertà sindacali. Peggio ancora, paesi straricchi come Inghilterra e Lussemburgo hanno fatto “dumping fiscale” attirando le multinazionali nei paradisi dell’elusione.
GUERRA ASIMMETRICA (E POVERA ITALIA)
Così come alcune nazioni (Cina) hanno guadagnato più di altre dalla globalizzazione, per lo stesso motivo qualcuno può trarre almeno a breve termine dei vantaggi da una retromarcia. Gli Stati Uniti hanno un vasto mercato interno, e sono in deficit commerciale da sempre verso Cina, Germania. Perciò sono un caso da manuale in cui un ritorno ai dazi può dare benefici, almeno nell’immediato. L’Italia sta dal lato delle economie estroverse ed esportatrici come la Germania. L’euforia di Wall Street si spiega anche così: i mercati scommettono che il mix trumpiano di nazionalismo economico, sgravi fiscali, investimenti pubblici (armamenti e infrastrutture), deregulation, possa dare stimolo a crescita e profitti. Nel lungo termine il rischio è che gli altri rispondano con rappresaglie, danneggiando perfino un’economia grossa e relativamente autosufficiente come gli Usa. C’è la variante bluff: poiché l’America ha meno da perdere, la minaccia del protezionismo può costringere la Cina a una maggiore reciprocità?
CONSUMATORI O LAVORATORI
È il dilemma antico della globalizzazione. Il made in China (o in Vietnam, Bangladesh, Messico, Romania) mi costa meno e quindi è un beneficio per me in quanto consumatore, rafforza il potere d’acquisto. Ma se io lavoro in un settore che viene smantellato e spostato in un paese emergente, il mio potere d’acquisto crolla. Questo dilemma ha una versione “macro”. La globalizzazione ha creato un mondo di deflazione, prezzi fermi o calanti, che contribuiscono al ristagno. Trump può fabbricare inflazione, cosa che non sono riusciti a fare le banche centrali stampando moneta e comprando bond. Tutti gli scenari sono sconvolti.
MERCI O MIGRANTI
Una contraddizione c’è fra Muro e protezionismo commerciale. È più facile ridurre i flussi migratori se i paesi emergenti possono esportare merci anziché esseri umani. L’emigrazione di messicani si è ridotta quando l’economia del loro paese è andata meglio. Chiudere le frontiere alle merci e anche agli immigrati è dirompente. I problemi sono acuti per alcuni settori: Apple ha una complessa catena di fornitori di componenti elettronici sparpagliati nel mondo intero, rilocalizzare tutto negli Stati Uniti è difficile. Inoltre la Silicon Valley, così come altri settori dell’economia Usa, nell’immigrazione qualificata ha trovato un motore di dinamismo, creatività.
Federico Rampini
La Repubblica 26 gennaio 2017

Trump contro la globalizzazione

esspGli anti-global hanno vinto, i protezionisti sono al governo. E ora? Con Donald Trump alla Casa Bianca dal 20 gennaio, Theresa May già a Downing Street, magari a maggio François Fillon all’Eliseo, alcune fra le maggiori potenze occidentali sono in mano a leader che hanno promesso una vigorosa marcia indietro rispetto alla globalizzazione, una ri-nazionalizzazione delle politiche economiche. Con quali conseguenze? Nel programma dei primi 100 giorni di Trump ci sono già alcune risposte. Stop al Tpp, quel trattato con 11 nazioni dell’Asia-Pacifico che era arrivato a un passo dalla ratifica. Peraltro quell’accordo era moribondo: Barack Obama aveva rinunciato a chiederne l’approvazione al Congresso, perfino Hillary Clinton prese le distanze. Trump non parla dell’altro accordo di libero scambio, il Ttip con l’Europa. È realistico pensare che sia finito su un binario morto. Già in Europa c’erano resistenze, se Trump volesse rinegoziarlo sarebbe per spuntare condizioni più favorevoli alle multinazionali americane, rendendolo ancor più inaccettabile per i partner Ue. Sull’altro fronte protezionista, quello dell’immigrazione, per adesso la montagna Trump ha partorito un topolino: dell’espulsione di milioni di stranieri non c’è traccia nel programma dei 100 giorni, vi appare solo un’offensiva contro “le frodi sui visti d’ingresso”, per adesso una misura minimalista.

Sul piano dell’immagine però Trump incassa già un successo. La Ford annuncia che manterrà la produzione di un modello Suv a Louisville (Kentucky), rinunciando a delocalizzarlo in Messico. Sembra un’operazione di relazioni pubbliche, perché in realtà la produzione di quel Suv nei piani del colosso automobilistico doveva essere sostituita con altri modelli, sempre a Louisville. Ma il comunicato della Ford è una vistosa apertura di credito al presidente-eletto: “Siamo fiduciosi che il presidente e il Congresso aumenteranno la competitività americana”. Che cosa si attende esattamente una multinazionale come la Ford? Per appagarla basta che Trump mantenga due promesse elettorali: l’abbattimento della tassa sugli utili societari dal 35% al 15%. E l’abbandono delle regole ambientali di Obama, che costringevano le case automobilistiche a produrre modelli meno inquinanti.

È replicabile su vasta scala l’esempio Ford? Il protezionismo alla Trump può davvero invertire una tendenza trentennale e indurre le multinazionali a rimpatriare fabbriche, ri-localizzare sul territorio nazionale posti di lavoro che erano finiti in Cina o in Messico? Per altri settori industriali la sfida è più complessa. La regina dell’hi-tech, Apple, ha una catena produttiva e logistica basata su calcoli di costo e anche di qualità. Assembla in Cina, ma integra componenti sofisticati prodotti in Giappone, Taiwan, Germania. Riportare quella galassia di filiali e fornitori in un paese solo, gli Stati Uniti, sarebbe un’operazione lunga e costosa. Forse Trump si accontenterebbe che Apple, invogliata da un maxi-condono fiscale (aliquota secca promessa al 10%), riportasse in America una parte dei capitali parcheggiati in Irlanda, oltre 200 miliardi. Se Wall Street continua a macinare record storici è perché si concentra su questi benefici: regali fiscali alle aziende, deregulation ambientale in favore di Big Oil, più forse il maxi-piano da 1.000 miliardi di investimenti in infrastrutture.

Ma Trump non è solo al mondo, ci saranno contro-reazioni. Il vertice dei paesi Asia-Pacifico (Apec) che riuniscono il 60% del Pil mondiale, ha già dato un assaggio delle possibili risposte. Dalla Nuova Zelanda al Cile, è un coro: andremo avanti lo stesso con accordi commerciali, anche senza gli Usa. La Cina ha lanciato le grandi manovre per attirare i delusi da Trump: recluta alleati nel suo trattato alternativo, la Regional Comprehensive Economic Partnership. Anche se la Russia è un nano economico rispetto alla Cina, a sua volta Vladimir Putin può rilanciare il suo progetto di una grande area economica Eurasiatica, un’idea che fu accantonata dopo la crisi dell’Ucraina. Se Trump cancella le sanzioni, sarà più facile per la Russia tornare anche a giocare sullo scacchiere geoeconomico oltre che su quello militare. C’è infine il modello Theresa May: per evitare l’isolamento Londra sta già negoziando accordi bilaterali separati, per esempio con la Corea del Sud (in flagrante violazione delle regole europee: non potrebbe finché non ha “consumato” Brexit).

Ben presto Trump dovrà bilanciare il dosaggio fra i due protezionismi: commerciale e migratorio. Negli anni di Obama gli arrivi di immigrati dal Messico erano calati, perché l’economia messicana generava più posti di lavoro. Se si chiudono le frontiere alle merci, lo shock economico può ravvivare i flussi migratori.

FEDERICO RAMPINI

La Repubblica, 23 novembre 2016

http://www.repubblica.it/esteri/2016/11/23/news/il_neo-presidente_cancella_il_trattato_con_il_pacifico-152591406/

PECHINO SFIDA TRUMP SUL LIBERO COMMERCIO L’EUROPA È NEL MEZZO

dollremimSembra un mondo alla rovescia, che pare annunciare una nuova era. L’America si chiude e la Cina si propone come un campione del libero commercio, puntando a giocare un ruolo da protagonista della globalizzazione dopo l’elezione di Donald Trump. «La Cina non chiuderà la porta al mondo esterno, ma la aprirà ancora di più», ha affermato il presidente cinese Xi Jinping in Perù, al vertice dei 21 Paesi dell’Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation), promettendo un «pieno coinvolgimento» di Pechino nella liberalizzazione degli scambi internazionali. E da Lima il leader cinese ha rilanciato le iniziative (alternative) per liberalizzare il commercio nella regione dell’Asia-Pacifico, spiegando che «la costruzione di una zona di libero scambio dell’Asia-Pacifico è un’iniziativa strategica vitale per la prosperità a lungo termine della regione» da «affrontare con fermezza». È una risposta al protezionismo sventolato da Trump, per proteggere i posti di lavoro americani contro la concorrenza cinese e messicana a basso costo. Durante la campagna elettorale il miliardario americano ha minacciato nuovi dazi contro la Cina e attaccato con violenza la partnership transpacifica (Tpp ) voluta dal presidente Barack Obama, anche per arginare l’ascesa del gigante cinese che è infatti escluso dall’intesa siglata nel 2015 tra 12 Paesi, incluso il Giappone (Trump ha inoltre promesso la morte del Ttip, il Trattato di libero scambio con l’Europa). Ma se sul piano economico-commerciale la mossa di Xi punta a riempire il vuoto del probabile abbandono del Tpp, che deve ancora essere ratificato dal Congresso Usa; sul piano geopolitico l’azione senza precedenti di Pechino punta ad attribuire alla Cina, già seconda potenza economica mondiale, un ruolo di leadership sullo scacchiere asiatico alla luce di un possibile disimpegno militare degli Stati Uniti nella regione. Inevitabilmente preludio di un nuovo ordine mondiale. Con l’Europa nel mezzo.

di Giuliana Ferraino

Corriere della Sera, 21 Nov 2016

 

http://www.corriere.it/economia/16_novembre_20/xi-sfida-protezionismo-trump-cina-leader-libero-commercio-cina-usa-scambi-tpp-f1f79bde-af04-11e6-8815-37f3520714e8.shtml

I RISCHI CHE CORRE L’EUROPA

brexityyyIpotizzare il peggio può aiutare ad aguzzare l’ingegno, a ricercare le soluzioni se il peggio si realizzasse. In questo momento, l’Europa è con il fiato sospeso in attesa del referendum britannico del 23 giugno. Ma le tegole che potrebbero cadere in testa all’Europa nel giro di pochi mesi sono due. Nello scenario più cupo, la Gran Bretagna abbandona l’Unione Europea e pochi mesi dopo Donald Trump viene eletto presidente degli Stati Uniti. Se questi due eventi si realizzassero entrambi, l’Europa si troverebbe a fare i conti con un mondo completamente diverso rispetto a quello fin qui conosciuto e dovrebbe molto presto scegliere fra rassegnarsi alla propria definitiva implosione o impegnarsi in una radicale riorganizzazione di se stessa.

Le conseguenze di una vittoria dei fautori dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione — tutti gli osservatori concordano — sono imprevedibili. I danni economici per la Gran Bretagna sarebbero, presumibilmente, ingenti ma lo sarebbero anche per gli altri Paesi europei data la stretta interdipendenza esistente. I danni politici sono ancora meno calcolabili. È vero che l’Unione sarebbe forse tentata di trattare con la massima durezza la Gran Bretagna allo scopo di farle pagare un prezzo economico salatissimo cercando così di scoraggiare il contagio, di rendere il più possibile difficile la vita agli imitatori, a tutti coloro che in giro per l’Unione vorrebbero seguire le orme del Regno Unito.

Èanche vero che la Gran Bretagna non è la Grecia e che colpirla troppo duramente potrebbe rivelarsi un boomerang, provocare danni altrettanto gravi ai Paesi membri, come hanno giustamente osservato Alesina e Giavazzi sul Corriere di due giorni fa.

In ogni caso, le conseguenze di Brexit sarebbero di vasta portata. Il prestigio e la reputazione dell’Unione, già piuttosto bassi di questi tempi, diminuirebbero ancora nel momento in cui uno Stato membro così importante se ne andasse sbattendo la porta. Lungo tutta la loro storia, le istituzioni europee avevano potuto contare sul fatto che i vari Paesi facessero la fila per entrare, non per uscire. Inoltre, la Brexit modificherebbe i rapporti di forza dentro l’Unione facendo venire meno un contrappeso, che comunque esisteva, rispetto alla potenza tedesca. Da ultimo (ma questo pare interessare solo ai pochi europei che ancora hanno a cuore l’economia liberale), verrebbe meno un elemento di resistenza a quegli eccessi di dirigismo economico sempre troppo apprezzati e praticati sul Continente. In ogni caso, la natura dell’Unione cambierebbe.

Ma l’attenzione spasmodica per la possibile tegola numero 1, la Brexit, non dovrebbe farci dimenticare la possibilità che ci arrivi in testa, nel giro di pochi mesi, anche la tegola numero 2. Forse (qualunque europeo dovrebbe augurarselo) Hillary Clinton vincerà le elezioni presidenziali americane. E forse no. Data la scarsa simpatia che l’ex segretario di Stato riscuote persino fra gli elettori democratici, date le affinità di fondo (il comune sentire economicamente protezionista e politicamente isolazionista) che esistono fra l’elettorato che ha votato Sanders e quello che vota Trump, una vittoria finale di quest’ultimo non può essere esclusa.

Fuori dagli Stati Uniti, chi più potrebbe rallegrarsi per il trionfo di Trump sarebbe Vladimir Putin. Trump significherebbe il definitivo affossamento del trattato di libero scambio fra Europa e Stati Uniti. Ma significherebbe, soprattutto, l’apertura di una crisi, la più grave da quando l’organizzazione esiste, della Nato. Gli Stati Uniti di Trump pretenderebbero, come egli ha già anticipato, un impegno finanziario assai più ampio dell’attuale da parte dei Paesi membri dell’organizzazione.

Ma l’America ha sempre accettato fino ad oggi di sopportare gli oneri finanziari maggiori in cambio del riconoscimento della sua leadership da parte degli europei. Un diverso atteggiamento significherebbe rinunciare alla leadership. E poiché i Paesi europei membri della Nato difficilmente potrebbero accedere alle richieste americane, la conseguenza sarebbe una crisi del sistema di sicurezza occidentale.

Si sfregherebbero le mani soddisfatti tutti coloro che, da sempre, vogliono sbarazzarsi dell’«impero» americano. Ma si aprirebbe anche una voragine: chi potrebbe, e come, sostituire la Nato come garante della sicurezza europea? Nascerebbe finalmente il famoso «esercito europeo» sognato da sempre dai federalisti spinelliani? Chi conosce lo stato dell’Europa sa che questa è solo un’illusione. In materia di sicurezza, gli europei, senza gli americani, sono in grado di combinare poco o nulla. È anche la ragione per cui Putin brinderebbe a champagne in caso di elezione di Trump. La sua influenza politica sull’Europa (come sul Medio Oriente) si accrescerebbe. I gravissimi problemi economici della Russia non impedirebbero alla più grande potenza militare che incombe sui nostri confini orientali di sfruttare ogni occasione per condizionarci sul piano politico. Per la gioia dei tanti amici europeo-occidentali dell’uomo forte di Mosca.

Già duramente provati a causa dell’incapacità di trovare soluzioni condivise nel governo dei flussi migratori, gli europei si troverebbero a dover fronteggiare la peggiore combinazione possibile: i danni economici e politici provocati da Brexit e l’avvento di un presidente americano isolazionista e protezionista.

Se ci arrivassero addosso tutte e due le tegole, l’Europa continentale dovrebbe decidere in fretta — prossime elezioni francesi e tedesche permettendo — come riorganizzarsi. Si noti per giunta che una riorganizzazione, che a quel punto dovrebbe anche farsi carico della sicurezza (un tema con cui l’Europa, nonostante Maastricht, non ha alcuna dimestichezza) in una Unione resa ancora più «tedesca» di oggi dall’uscita della Gran Bretagna, richiede rebbe di essere condotta con grande tatto e abilità: per non alimentare sentimenti ancora più forti di quelli che già oggi circolano di ostilità per la Germania.

Magari poi il fosco scenario sopra immaginato non si realizzerà. La Gran Bretagna resterà nell’Unione (i fautori del

Remain vinceranno con un buon margine) e Trump verrà sonoramente sconfitto da Hillary Clinton. L’Europa, allora, continuerà a galleggiare restando così come è oggi ancora per un po’.

Angelo Panebianco

Corriere della Sera 16 giugno 2016

Ttip :Transatlantic trade and investment partnership

ttip[1]Le ostriche coltivate in Europa vengono controllate per provare l’assenza di elementi nocivi, in America invece si controlla l’acqua in cui crescono: test scientifici hanno accertato che è esattamente la stessa cosa: si tratta solo di armonizzare le regole. Le creme solari vengono accuratamente testate per verificare che non contengano sostanze tossiche sia in Europa che in America: le autorità sanitarie hanno detto che è inutile ripetere i test quando le creme sono vendute sull’altro lato dell’oceano. Un batterio del prosciutto, Lysteria monocytogens, è accettato in piccole dosi in Europa mentre in America c’è tolleranza zero. Ma è maturo l’accordo per far venire gli ispettori americani in Europa a certificare gli stabilimenti Lysteria-free. E via dicendo. Tutto questo sarà reso possibile dal Ttip (Transatlantic trade and investment partnership), il trattato di libero scambio Usa-Ue.

L’Ambrosetti ha confrontato i rapporti ufficiali e ha tratto la media: una volta approvato il trattato, il Pil crescerà di oltre lo 0,5% l’anno in Europa (73,2 miliardi di euro dei quali 5,6 in Italia) e dello 0,6 in America (85,5 miliardi). L’auto e l’alimentare cresceranno rispettivamente del 21,4 e del 9,4%, il valore aggiunto dell’export europeo reso possibile dai miglioramenti nei bilanci delle aziende esportatrici supererà i 190 miliardi, solo in Italia saranno possibili 30mila assunzioni entro tre anni.

Ma allora perché il Ttip ha tanti nemici?

Perché duecentomila manifestanti hanno sfilato sotto la Porta di Brandeburgo a Berlino e una petizione con tre milioni di firme è stata consegnata a Bruxelles per chiedere di interrompere le trattative? Per rispondere, l’unica è andare a vedere nel dettaglio cosa comprende il Ttip. Per la prima volta è possibile perché, a differenza degli altri accordi commerciali che vengono svelati al momento della discussione parlamentare, dopo la fase negoziale, questa volta, proprio per consentire una serena e consapevole valutazione, il Consiglio europeo ha reso noto il “mandato” con cui investe la Commissione della trattativa. Che si concluderà non prima del prossimo anno: una volta siglato, il trattato dovrà essere discusso e approvato dal Parlamento europeo e poi dai Parlamenti nazionali. E qui c’è una prima risposta all’opposizione che non ci sarebbe un controllo democratico.

Altrettanto laborioso l’iter in America, “anche se grazie alla Trade promotion authority ottenuta prima dell’estate, che le consente di negoziare gli accordi senza il vaglio sistematico del Congresso, e avendo appena chiuso l’altro trattato con l’Asia-Pacifico puntualizza Licia Mattioli, responsabile per l’internazionalizzazione della Confindustria – l’amministrazione Usa può convogliare tutte le risorse e le energie negoziali sul Ttip per provare a rendere possibile la conclusione prima dello scadere del mandato di Obama. I risultati di questo nuovo impulso sono già visibili”.

Dal Ttip è esplicitamente escluso il settore culturale nonché audiovisivo (compresa Internet), proprio i due punti d’attacco della contestazione. Ancora: i servizi pubblici non saranno privatizzati, e quindi nessuna norma impedirà a Stati e enti locali di continuare a gestire acqua, sanità, istruzione. “Non si tratta dunque di capire se e come gli americani accetteranno queste eccezioni, semplicemente il tema non è nella disponibilità dei negoziatori”, commenta Carlo Calenda, viceministro allo Sviluppo con delega al commercio estero. “Allo stesso modo il mandato chiarisce che non verrà modificato il principio di precauzione che regola l’ingresso degli Ogm in Europa: non sarà consentito finché non verrà conclamata la loro non pericolosità, esattamente il contrario dell’America dove sono ammessi finché qualcuno non prova che sono nocivi”.

L’Italia, tra l’altro, ha recentemente chiarito che non ammetterà sul suo territorio neanche la coltivazione, e che le importazioni sono consentite in pochissimi casi solo per i mangimi. “La mobilitazione contro il Ttip – commenta Calenda nasconde una battaglia ideologica contro l’economia di mercato, o forse contro l’America. Intendiamoci, sono non solo legittime queste battaglie ma a volte persino necessarie per stimolare un confronto ed evitare pensieri unici che non fanno bene alla democrazia, purché però si abbia il coraggio di farle apertamente senza diffondere informazioni false per alimentare paure e allarmismi”.

Ma allora, cosa c’è nel Ttip? Il trattato è diviso in tre capitoli: 1) barriere tariffarie, 2) barriere normative, 3) regole di enforcement.

Ognuno ha un’infinità di sottocapitoli dedicati ai più svariati problemi e attività economiche. Al round negoziale di Miami (l’undicesimo della serie iniziata nella primavera del 2013 conclusosi in modo interlocutorio venerdì scorso) sono stati al lavoro 50 gruppi settoriali. Vediamo allora punto per punto.

I dazi doganali fra Europa e Usa sono già bassi, poco più del 3% in media. Ma ci sono diverse punte clamorose: l’America impone una tariffa del 350% sulle sigarette e sul tabacco da pipa, del 160% sui prodotti agricoli (quando ne permette l’importazione), del 56% sulle scarpe, fino al 40% su tessile e abbigliamento. L’Europa non è da meno: penalizza le forniture in entrata dagli Stati Uniti fino al 25% per l’agricoltura, il 22% per i camion, il 17% sulle scarpe, il 12% sui vestiti, e così via. Di tutto questo dopo il Ttip non resterà praticamente nulla: l’obiettivo è azzerare fino al 97% di tutte le tariffe esistenti.

Le barriere non tariffarie rappresentano il vero cuore del Ttip. “In sostanza si tratta di armonizzare e quindi eliminare, secondo standard che di regola saranno i più rigorosi fra quelli vigenti sulle due sponde dell’Atlantico – dalle regole antinquinamento fino a quelle sulla sicurezza – una lunga serie di vincoli“, spiega Alessandro Terzulli, capo economista della Sace. Se gli Ogm sono fuori discussione il settore alimentare è fitto di esempi. In alcuni casi le differenze sono insormontabili, “perché radicate nella cultura dei rispettivi Paesi “, dice Calenda. Nessuno potrà evitare che gli americani continuino a somministrare ormoni ai bovini, però nessuno obbligherà gli europei a importarne. Così questo comparto non sarà oggetto dell’accordo: “Altrimenti si rischia di far saltare tutto, se uno dei due lati si accanisce su qualche punto”. Ma su tanti altri capitoli si sta lavorando. Per l’Italia è di particolare importanza imporre per la regola che blocchi l'”evocazione” di un prodotto Made in Italy, il famoso caso del Parmesan o del “Grana like” per intenderci. Non è una battaglia facile perché gli americani valorizzano non il fattore provenienza geografica bensì l’effetto-marca, proprio il contrario di quanto è nei nostri interessi. Eppure qualcosa comincia a muoversi: si sta facendo leva sul fatto che tutto sommato anche a loro conviene che non esistano più i jeans Real Texas fatti ad Afragola o a Treviso. Altro punto, il procurement, cioè l’aggiudicazione delle opere pubbliche che spesso è riservata a compagnie Usa. “Anche qui si sta andando lentamente verso una difficile intesa”, spiega Calenda. “Dove invece è inutile forzare è sugli slot aeroportuali delle linee interne, dove fatalmente i vettori locali continueranno a essere favoriti”. In generale, il tentativo è di creare un sistema di decision making “che metta le imprese in grado di fabbricare i prodotti una volta sola, evitando duplicazioni di modelli e test e riconoscendo standard validi per entrambi i continenti”, spiega Mattioli di Confindustria. Nell’auto il costo medio delle diverse norme è il 35% del prodotto esportato, nell’alimentare del 40, nell’aerospazio del 55. “Spesso il fatto di dover fabbricare due diversi prodotti per i due mercati scoraggia talmente tanto le piccole imprese, da far sì che queste desistano perdendo quote di mercato importantissime”, riprende Calenda, che così risponde a un’altra obiezione ricorrente, che il Ttip sarebbe disegnato su misura per le grandi imprese. “È vero tutto il contrario”. A Miami “con una tabella di marcia ancorata a date precise e risultati concreti” dice Mattioli “i negoziati sono finalmente entrati nel vivo. Il progetto di armonizzare gli standard tecnici e industriali punta sulla pattuglia avanzata di nove settori-apripista: chimica, cosmetica, engineering (frigoriferi, prese elettriche, trattori, apparecchi a pressione), l’Ict, apparecchiature medicali, pesticidi, farmaceutica, tessile, auto“.

Per rendere obbligatorie le regole, l’unica è creare un sistema di sanzioni con un organismo in grado di comminarle in modo cogente. Per rendere più forte il sistema e più vicino alle abitudini europee, la commissaria alla concorrenza Cecilia Malmstrom ha proposto di modificare la cosiddetta “clausola Isds” che prevede che l’investitore o l’esportatore possa chiamare in causa uno Stato presso un gruppo arbitrale internazionale se si ritiene vittima di discriminazione o esproprio da parte del Paese che ospita l’investimento. Ora invece dovrebbe essere creato un vero e proprio tribunale con giudici professionisti di entrambi i continenti, che darebbe più garanzie contro i conflitti d’interesse. È importante includere uno strumento di tutela nel Ttip anche per creare un precedente rispetto ad altri trattati, tipo con la Cina o altri Bric, dove la necessità di proteggere i nostri investitori è più forte perché il valore della rule of law è inferiore rispetto agli Usa. E così si potrà in futuro pensare ancora più in grande: a un’area di libero scambio che comprenda i Bric e tutto il pianeta.

Eugenio Occorsio

26 ottobre 2015

Affari &Finanza

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2015/10/26/news/usa-ue_commercio_senza_pi_barriere_perch_i_no-ttip_attaccano_il_trattato-125967435/

INCHIESTA: IL TRATTATO GLOBALE CHE FA PAURA

Da due anni Europa e Stati Uniti discutono in segreto del Ttip, l’accordo di libero scambio che dovrebbe creare il più grande mercato economico mondiale, liberalizzando commerci e investimenti. La promessa è quella di aumentare ricchezza e occupazione, ma sulle due sponde dell’oceano l’opposizione si fa sempre più vasta. Il timore è soprattutto quello di concedere troppo potere alle multinazionali e di aprire i nostri supermercati a prodotti che non garantiscono gli stessi standard di sicurezza conquistati dai consumatori europei

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2015/05/04/news/inchiesta_ttip-113488532/

Accordo sul Tpp

tppppp I lavori per il Ttip, l’accordo di libero scambi tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, procedono al rilento. Gli Usa, però, possono consolarsi con l’intesa raggiunta questa mattina con 11 Paesi del Pacifico sul Trans-Pacific Partnership (Tpp) dopo 9 giorni di intense trattative. L’intesa abbatterà le barriere al commercio e – secondo i negoziatori – aumenterà il lavoro e gli standard ambientali tra le nazioni che rappresentano circa il 40% della produzione economica mondiale. L’accordo dovrà essere approvato ora dal Congresso Usa e dai rispettivi governi degli altri 11 Paesi.

Tra i paesi asiatici è coinvolto il Giappone, ma non la Cina. L’ultima disputa risolta ha riguardato la protezione di brevetti farmaceutici, sulla quale insistevano gli americani. Trattative difficili sono inoltre avvenute sul settore auto, sui latticini e in generale sulla proprietà intellettuale. L’accordo alla fine apre mercati agricoli di Canada e Giappone e rende più severe la norme sui brevetti a vantaggio di società farmaceutiche e tecnologiche. Soprattutto crea un blocco per contenere la crescente influenza economica della Cina nella regione. Il patto rappresenta una sofferta vittoria per il presidente americano Barack Obama, che ne aveva fatto una priorità sfidando l’opposizione di esponenti del suo stesso partito democratico.

Non tutti, però, sono entusiasti dell’accordo. E in molti già denunciano che il libero scambio distruggerà posti di lavoro anziché crearne di nuovi. Nel dettaglio, l’accordo sul Tpp prevede l’eliminazione delle barriere tariffarie e non-tariffarie e l’adeguamento degli standard commerciali in una vasta area dell’Asia-Pacifico, associando l’economia statunitense a quella di altri undici Paesi: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. I partner si impegnano a cooperare anche sul fronte delle valute.

Obama però esulta: “Ho passato ogni giorno della mia presidenza a combattere per far crescere la nostra economia e rafforzare la classe media. In un momento in cui il 95% dei nostri clienti vivono fuori dai confini degli Stati Uniti, non possiamo far scrivere a paesi come la Cina le regole dell’economia globale. Dobbiamo scrivere queste regole, aprendo nuovi mercati ai prodotti americani e allo stesso tempo fissare alti standard per proteggere i lavoratori e conservare il nostro mercato”. Poi il presidente ha aggiunto: “questo è quello che l’accordo raggiunto oggi ad atlanta farà”.

“La chiusura del negoziato è un passo fondamentale verso la costruzione di un’ampia area di libero scambio di importanza globale che, una volta concluso anche il Ttip metterà insieme il 63 per cento del Pil mondiale” dice in una nota il vice ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda: “E’ una svolta fondamentale nella globalizzazione – sottolinea il vice ministro – che mira a un riequilibrio dei rapporti economici e commerciali rispetto alla prima fase della stessa. Per i Brics sarà molto più difficile continuare a indulgere in pratiche protezionistiche e di dumping. Ora dobbiamo lavorare rapidamente per completare il negoziato per il Ttip prima delle elezioni presidenziali americane”.
L’inchiesta sul Ttip.

http://www.repubblica.it/economia/2015/10/05/news/ttp_asia_usa_pacifico-124384385/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10/05/tpp-raggiunto-laccordo-sul-trattato-di-libero-scambio-tra-11-paesi-del-pacifico/2098406/

 

 

Latouche a Bergamo

decr3es“La globalizzazione è mercificazione”. Peggio: “Il libero scambio è come la libera volpe nel libero pollaio“. E ancora: “L’Expo è la vittoria delle multinazionali, non certo dei produttori”. Serge Latouche, francese, classe 1940, è l’economista-filosofo teorico della decrescita felice, dell’abbondanza frugale “che serve a costruire una società solidale”. Un’idea maturata anni fa in Laos, “dove non esiste un’economia capitalistica, all’insegna della crescita, eppure la gente vive serena”.

Di più: la decrescita felice è una delle strade che portano alla pace. E Latouche ne parlerà il 12 maggio al Bergamo Festival (dall’8 al 24 maggio) dedicato al tema “Fare la pace”, anche attraverso l’economia. L’economista francese, in particolare, si concentrerà sulla critica alle dinamiche del capitalismo forzato che allarga la distanza fra chi riesce a mantenere il potere economico e chi ne viene escluso. Ecco perché, secondo Latouche, la decrescita sarebbe garanzia e compensazione di una qualità della vita umana da poter estendere a tutti. Anche per questo “considerare il Pil non ha molto senso: è funzionale solo a logica capitalista, l’ossessione della misura fa parte dell’economicizzazione. Il nostro obiettivo deve essere vivere bene, non meglio”.

Abbiamo sempre pensato che la pace passasse per la crescita e che le recessioni non facessero altro che acuire i conflitti. Lei, invece, ribalta l’assioma.
Fa tutto parte del dibattito. Per anni abbiamo pensato proprio che la crescita permettesse di risolvere più o meno tutti i conflitti sociali, anche grazie a stipendi sempre più elevati. E in effetti abbiamo vissuto un trentennio d’oro, tra la fine della Seconda guerra mondiale e l’inizio degli anni Settanta. Un periodo caratterizzato da crescita economica e trasformazioni sociali di un’intensità senza precedenti. Poi è iniziata la fase successiva, quella dell’accumulazione continua, anche senza crescita. Una guerra vera, tutti contro tutti.

Una guerra?
Sì, un conflitto che ci vede contrapposti gli uni agli altri per accumulare il più possibile, il più rapidamente possibile. E’ una guerra contro la natura, perché non ci accorgiamo che in questo modo distruggiamo più rapidamente il pianeta. Stiamo facendo la guerra agli uomini. Anche un bambino capirebbe quello che politici ed economisti fingono di non vedere: una crescita infinita è per definizione assurda in un pianeta finito, ma non lo capiremo finché non lo avremo distrutto. Per fare la pace dobbiamo abbandonarci all’abbondanza frugale, accontentarci. Dobbiamo imparare a ricostruire i rapporti sociali.

Un cambio rotta radicale. Sapersi accontentare, essere felici con quello che si ha non è certo nel dna di una società improntata sulla concorrenza. 
E’ evidente che un certo livello di concorrenza porti beneficio a consumatori, ma deve portarlo a consumatori che siano anche cittadini. La concorrenza non deve distruggere il tessuto sociale. Il livello di competitività dovrebbe ricalcare quello delle città italiane del Rinascimento, quando le sfide era sui miglioramenti della vita. Adesso invece siamo schiavi del marketing e della pubblicità che hanno l’obiettivo di creare bisogni che non abbiamo, rendendoci infelici. Invece non capiamo che potremmo vivere serenamente con tutto quello che abbiamo. Basti pensare che il 40% del cibo prodotto va direttamente nella spazzatura: scade senza che nessuno lo comperi. La globalizzazione estremizza la concorrenza, perché superando i confini azzera i limiti imposti dalla stato sociale e diventa distruttiva. Sapersi accontentare è una forma di ricchezza: non si tratta di rinunciare, ma semplicemente di non dare alla moneta più dell’importanza che ha realmente.

I consumatori però possono trarre beneficio dallo concorrenza.
Benefici effimeri: in cambio di prezzi più bassi, ottengono salari sempre più bassi. Penso al tessuto industriale italiano distrutto dalla concorrenza cinese e poi agli stessi contadini cinesi messi in crisi dall’agricoltura occidentale. Stiamo assistendo a una guerra. Non possiamo illuderci che la concorrenza sia davvero libera e leale, non lo sarà mai: ci sono leggi fiscali e sociali. E per i piccoli non c’è la possibilità di controbilanciare i poteri. Siamo di fronte a una violenza incontrollata. Il Ttip, il trattato di libero scambio da Stati Uniti ed Europa, sarebbe solo l’ultima catastrofe: il libero scambio è il protezionismo dei predatori.

Come si fa la pace?
Dobbiamo decolonizzare la nostra mente dall’invenzione dell’economia. Dobbiamo ricordare come siamo stati economicizzati. Abbiamo iniziato noi occidentali, fin dai tempi di Aristotele, creando una religione che distrugge le felicità. Dobbiamo essere noi, adesso, a invertire la rotta. Il progetto economico, capitalista è nato nel Medioevo, ma la sua forza è esplosa con la rivoluzione industriale e la capacità di fare denaro con il denaro. Eppure lo stesso Aristotele aveva capito che così si sarebbe distrutta la società. Ci sono voluti secoli per cancellare la società pre economica, ci vorranno secoli per tornare indietro.

Oggi preferisce definirsi filosofo, ma lei nasce come economista.
Sì, perché ho perso la fede nell’economia. Ho capito che si tratta di una menzogna, l’ho capito in Laos dove la gente vive felice senza avere una vera economia perché quella serva solo a distruggere l’equilibrio. E’ una religione occidentale che ci rende infelici.

Eppure ai vertici della politica gli economisti sono molti.
E infatti hanno una visione molto corta della realtà. Mario Monti, per esempio, non mi è piaciuto; Enrico Letta, invece, sì: ha una visione più aperta, è pronto alla scambio. Io mi sono allontanato dalla politica politicante, anche perché il progetto della decrescita non è politico, ma sociale. Per avere successo ha bisogno soprattutto di un movimento dal basso come quello neozapatista in Chiapas che poi si è diffuso anche in Ecuador e in Bolivia. Ma ci sono esempi anche in Europa: Syriza in Grecia e Podemos in Spagna si avvicinano alla strada. Insomma vedo molto passi in avanti.

A proposito, Bergamo è vicina a Milano. Potrebbe essere un’occasione per visitare l’Expo.
Non mi interessa. Non è una vera esposizione dei produttori, è una fiera per le multinazionali come Coca Cola. Mi sarebbe piaciuto se l’avesse fatto il mio amico Carlo Petrini. Si poteva fare un evento come Terra Madre: vado sempre a Torino al Salone del Gusto, ma questo no, non mi interessa. E’ il trionfo della globalizzazione, non si parla della produzione. E poi non si parla di alimentazione: noi, per esempio, mangiamo troppa carne. Troppa e di cattiva qualità. Ci facciamo male alla salute. Dovremmo riscoprire la dieta meditterranea. Però, nonostante tutto, sul fronte dell’alimentazione vedo progressi. Basti pensare al successo del movimento Slow Food.

http://www.repubblica.it/economia/2015/05/10/news/latouche_decrescita_felice-113782708/?ref=twhr&utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

Inconsistenze teoriche e limiti pratici della “decrescita felice”

http://www.ilfoglio.it/articoli/2014/10/01/latouche-inconsistenze-teoriche-e-limiti-pratici-della-decrescita-felice___1-v-121483-rubriche_c262.htm

Movimento per la decrescita felice

http://decrescitafelice.it/

Bergamo Festival

http://www.bergamofestival.it/

Ttip: favorevoli e contrari

tttt«Quando il 92% di coloro che sono coinvolti nelle trattative sono lobbisti, i consumatori hanno tutte le ragioni di sospettare che a beneficiare del TTIP saranno soprattutto le grandi corporation, a scapito della democrazia». Sono le parole usate dal Guardian, il giornale britannico, a proposito del Ttip, l’accordo per facilitare gli scambi economici tra Europa e Stati Uniti. Un accordo di cui si parla dal 2013, anno di avvio delle trattative e che è arrivato ormai all’ottavo round negoziale. La fase di studio è finita. «Ci sono state finora quasi 1500 ore di colloqui» ha fatto sapere il commissario Ue per il commercio Cecilia Malmstrom. Con da una parte i detrattori e dall’altra i sostenitori del libero mercato che vedono nel Ttip una possibilità di creare nuovi posti di lavoro, rilanciare la crescita e ridurre i prezzi dei consumatori. Proprio come si legge sul sito della Commissione europea.

Cos’è il Ttip

Ma che cos’è di preciso il TTIP? Un sistema per far circolare le merci più facilmente senza le barriere definite dai tecnici «non tariffarie». Ossia quei controlli e leggi che oggi impediscono ancora l’import-export di alcuni prodotti tra Europa e Usa. Un esempio? I salumi. Era il 1971 quando Dino Risi portava sugli schermi Sofia Loren nei panni di un’operaia di un salumificio che doveva raggiungere New York per coronare il suo sogno di nozze. I colleghi le regalano una mortadella gigante, un regalo di matrimonio che la bloccherà all’aeroporto per giorni interi a causa di una legge americana che vieta l’importazione di insaccati per vincoli di natura veterinaria. La mortadella di Bologna oggi negli Stati Uniti può arrivare, ma non una serie di alimenti la cui esportazione è limitata da leggi restrittive. Leggi che ora, con il Ttip, potrebbero cambiare. Perchè tra gli obiettivi di questo accordo c’è proprio la necessità di uniformare le regole sui controlli delle filiere, di certificazione del Dop e dell’Igp, di sistemi di allevamento, di ormoni nei mangimi, di utilizzo della chimica e di semi transgenici nei campi, di etichettatura e tracciabilità. Allargando così le maglie del libero scambio.

Favorevoli e contrari

Tutte questioni che preoccupano i detrattori per diverse ragioni, prima tra tutte l’arrivo di cibi nell’Unione europea, ora vietati. Non è un caso che la stessa cancelliera Angela Merkel, abbia più volte fatto presente le sue perplessità. Dietro le difficoltà del negoziato c’è infatti l’idea che gli Usa userebbero l’accordo per imporre agli europei il famoso “pollo al cloro” o la carne imbottita di ormoni. In America ad esempio gli allevamenti avicoli hanno obblighi in materia di standard igienici e sanitari molto inferiori a quelli europei. «Non ci sarà alcuna modifica delle regole europee sulla sicurezza del cibo. Non cambierà il nostro principio di precauzione» ha rassicurato Paolo De Castro, 57 anni, eurodeputato del Pd e responsabile della trattativa per il capitolo forse più importante: l’agricoltura. Ma mentre i rappresentanti europei e statunitensi hanno continuato a dialogare su entrambe le sponde dell’Atlantico, sono aumentate le proteste di consumatori, ambientalisti, piccoli agricoltori che continuano a vedere in questo accordo, un rischio sui controlli delle tutele ambientali, etichettatura e tracciabilità dei prodotti. «Questo trattato viene spacciato come la soluzione di tutti i mali – spiega Tiziana Beghin, capo delegazione del Movimento 5 Stelle in Europa – persino alla crisi. Ma gli stati europei non stanno affatto avendo problemi commerciali. Ci dicono che questo accordo farà aumentare le esportazioni di alcuni prodotti, tipo i prosciutti. Vogliamo vedere quante aziende italiane ne beneficerebbero davvero? È piuttosto vero che chi acquisterà, lo farà scegliendo il prodotto economicamente più vantaggioso a discapito della qualità. Negli anni’ 90 in Messico con il trattato di libero scambio si promettevano più di 500 mila nuovi posti di lavoro – aggiunge Beghin -. Sapete com’è andata a finire? Un milione di posti di lavoro persi negli Stati Uniti e due milioni di imprenditori agricoli locali in meno, spazzati via dall’arrivo delle grandi multinazionali americane». Secondo il Movimento 5 stelle le lobby americane avranno libero accesso a tutti gli appalti pubblici indetti negli Stati membri dell’Unione europea distruggendo le piccole medie imprese e danneggiando la qualità dei servizi. Accuse definite da De Castro «di un certo anti-americanismo preconcetto, propagandato proprio dal Front National in Francia e dal Movimento 5 stelle in Italia». «Non siamo antiamericanisti – risponde Beghin – e con il Front National non abbiamo nulla a che spartire. Questa sarà una battaglia di prezzi e le nostre piccole aziende non saranno in grado di competere con le grandi multinazionali. Fino ad ora ci ha protetto la qualità , una volta che si apre?»

I complottismi

La materia, fin troppo tecnica, ha giustificato secondo l’Istituto Bruno Leoni, complottismi ingiustificati. «La competenza in materia di commercio con l’estero è devoluta in esclusiva all’Unione europea – ha scritto Giacomo Lev Mannheimer – gli esponenti delle istituzioni italiane non hanno nessun potere in proposito, se non meramente informale. Le trattative con gli USA, pertanto, sono condotte da una delegazione della Commissione. Da quanto emergerà da tali trattative, la Commissione formulerà una proposta di fronte al Parlamento europeo, il quale – rappresentando direttamente i cittadini dell’Unione europea – avrà l’ultima parola sul TTIP». E non si tratterebbe di una mera formalità: «nel 2012 – ha scritto ancora Mannheimer – il Parlamento europeo respinse la ratifica di un accordo commerciale plurilaterale noto come ACTA, i cui negoziati iniziarono già nel 2007». Inoltre non è affatto detto, secondo l’istituto, che il trattato andrà a vantaggio delle multinazionali. «Bisogna considerare che i costi causati dalla burocrazia fanno aumentare i prezzi dei beni importati tra UE e USA fino al 20%. L’eliminazione di tali costi, pertanto, consentirà ai produttori italiani ed europei di incrementare le vendite agli americani e ai consumatori di avere sempre più scelta e minori costi sui prodotti da acquistare. Sono proprio le piccole e medie imprese a esportare con più difficoltà al di fuori dell’UE, a causa delle tariffe doganali e dei costi della burocrazia». Nel frattempo la petizione online contro il Ttip è arrivata a raccogliere un milione e seicento mila firme di cittadini europei.

http://www.corriere.it/economia/15_marzo_20/pro-contro-perche-l-accordo-scambi-europa-usa-fa-discutere-ec771f5e-cf0e-11e4-8db5-cbe70d670e28.shtml