Le cinque incognite

euromigrLe sfide dell’immigrazione, fenomeno inevitabile che va governato al meglio. La ripresa che c’è, ma è troppo debole. Le sanzioni alla Russia che vedono l’Unione divisa. E poi due spettri, Grexit e Brexit, e i timori per ciò che potrebbero scatenare. Ecco i cinque capitoli che minano l’Europa.

 

 

 

GREXIT- LE INCERTEZZE DIETRO AL PIANO

Christine Lagarde, direttore del Fmi, non vuol più sentir pronunciare la parola Grexit, sigla che sintetizza la possibilità di uscita della Grecia dall’Unione. Però allo stesso tempo ammette che «la capacità di Atene di promuovere e rivendicare la proprietà delle misure di cui aveva bisogno è stata sopravvalutata». Dal 2010 a oggi la repubblica ellenica è stata spesso sul punto di lasciare il club di Bruxelles, spontaneamente o buttata fuori dai falchi teutonici. Nell’agosto scorso si è disegnato, a fatica, il piano per riportare il paese e la sua economia sul binario giusto. Oggi siamo ancora qui a parlarne, con la liquidità custodita all’ombra del Partenone che basta a rispettare gli impegni, nazionali e internazionali, sino a giugno. E poi? Serve un accordo per erogare il resto dei miliardi stanziati da Bruxelles con la Bce, soldi che potrebbe arrivare a ore, come no. Se si fallisce, può risaltare tutto. Se si ritarda, potrebbero aversi effetti sul referendum inglese e magari scatenare una bella tempesta sovrana che potrebbe indebolire chi ha più debito. L’Italia, per esempio. Livello di rischio: 5 su 10.

BREXIT- IL PERICOLO SGRETOLAMENTO

Si corre sul filo del rasoio. L’ultimo sondaggio diffuso dal Times sostiene che i «sì all’Europa» e «no all’Europa» sono al 39%, con gli indecisi fotografati al 17%. Finale incerto, più che mai. La macchina pro Ue spiega i pericoli dello star fuori a elettori che voteranno più con la pancia che con la testa. Chi vuole un muro in mezzo alla Manica attacca gli sprechi europei e professa le (dubbie) glorie del ritorno alla piena sovranità nazionale. Il Fmi stima che un voto «contro l’integrazione economica globale rischia di bloccare, se non di invertire, il trend del dopoguerra e rapporti commerciali ancora più aperti». Un rapporto Votewatch sottolinea la schizofrenia britannica, raccontando l’isola come lo stato che ha perso più voti in Consiglio dei ministri, ma anche quello che ha appoggiato il 97% delle decisioni; il socio Ue che ha perso potere negli anni in seno all’Europarlamento, ma che ha guadagnato influenza conquistando poltrone rilevanti. L’ipotesi Brexit sancirebbe la mortalità dell’Ue e creerebbe un precedente. L’unione potrebbe spezzarsi o cambiare forma. Ogni scenario negativo diventerebbe possibile. Livello di rischio: 8 su 10.

ECONOMIA – LA RIPRESA DEBOLE

La ripresa c’è, ma è debole. Troppo debole per cambiare gli umori. Nell’Eurozona i disoccupati restano oltre il 10%, ma se si guardano i giovani, sedici paesi dell’Unione passano il 20, con Grecia e Spagna in area 50, e l’Italia non lontana. Chi non ha, dispera di potersi salvare; chi ha, ha paura di perdere la sicurezza. Il populismo costruisce consensi sulla paura e la paura è merce a buon mercato. «I rischi per l’economia continentale sono al ribasso», ammette la Commissione Ue. Si è incrinata la fiducia, per mancanza di politiche, più che per le politiche adottate. È sparita la leadership, ci si è impiccati ai dogmatismi. Il terrore di sbagliare ha tenuto fermi i governi e le soluzioni, creando spazi per chi gioca contro. La Bce si è sostituita alle capitali e non potrà essere per sempre. Occorrono investimenti e sostegni comuni al ciclo che non scardinino i conti pubblici. Senza risposte, senza più soldi in tasca, senza prospettive, i cittadini si rivolteranno contro l’entità che reputano colpevole di tutto ciò. Non il loro governo, bensì i non meglio precisati «eurocrati di Bruxelles». È più facile anche se fa più male. Livello di rischio: 7 su 10.

MIGRAZIONI – OCCHI PUNTATI SULLA TURCHIA

I flussi dalla Turchia alla Grecia sono calati ai minimi. Ma non quelli verso la mezzaluna e intorno al Mediterraneo. La rotta che congiunge la Libia all’Italia è tornata ad affollarsi. La gente continua a scappare dalle guerre e inseguire un mondo migliore, cioè l’Europa. Dall’inizio dell’anno sono arrivate 179.552 persone, due volte la popolazione di Alessandria. L’Ue deve trovare un modo per controllare l’onda e ridurne il peso. Vuol dire mostrare solidarietà, quindi accoglienza. Vuol dire essere responsabili, dunque rispedire indietro chi non ha diritto di restare, e controllare bene le frontiere. Deve funzionare l’accordo coi turchi, costato 6 miliardi e parecchie concessioni in cambio dello stop ai flussi. Se non va, gli sbarchi riprenderanno copiosi, nella nostra penisola come nelle isole greche. Sarà il fallimento del modulo comunitario, probabilmente sancito in tutte le elezioni che verranno dall’estate in poi. L’insicurezza diffusa anzitutto per ragioni economiche, si materializza nella paura dell’altro e del diverso. Se si andrà troppo oltre, l’Europa annegherà nella sfiducia. Livello di rischio: 8 su 10.

RUSSIA – PAESI DIVISI SULLE SANZIONI

Scadono con giugno le sanzioni russe per la guerra civile in Ucraina. L’Ue ha ritenuto determinante il ruolo di Mosca nel generare le turbolenze che hanno scosso l’ordine nell’ex repubblica sovietica e portato al conflitto nelle sue regioni orientali. Per questo ha inferto allo Zar Putin una serie di sanzioni economiche che hanno fatto male alla Russia, non però senza danneggiare alcuni settori interni, come l’agricoltura. Bisogna decidere se rinnovare la linea dura. La condizione per sospendere le sanzioni è che il pieno rispetto degli accordi di Minsk, con il cessate il fuoco e il ritiro dei russi, cosa che non è ancora successa. Gli europei sono divisi: c’è il fronte del dialogo, più o meno scoperto (comprende l’Italia); e c’è quello del «niet», che abbraccia l’intera blocco centrorientale. Litigio in vista probabile, servirà un compromesso davvero abile. L’esito di un litigio non sarebbe mortale, sebbene le ferite potrebbero essere profonde. In particolare nei Paesi che alla parola «Russia» provano un’incontrollabile pelle d’oca. Livello di rischio: 6 su 10.

Marzo Zatterin

Le cinque incognite che mettono a rischio il futuro dell’Unione europea

La Stampa 20 aprile 2016

 

 

La tentazione di Enrico VIII

errrricUN tempo in Europa si negoziava in pompa magna. L’accampamento vicino a Calais in cui avvenne l’incontro tra Enrico VIII e il re di Francia Francesco I prese il nome di Campo del drappo d’oro, per i fasti dei banchetti, delle danze e degli abiti sfoggiati. All’epoca i leader europei se la prendevano comoda.

QUEL vertice del 1520 durò quasi due settimane e mezzo. Non si concluse nessun accordo importante, ma tutti tornarono a casa contenti.
Mettiamo a confronto quello sfarzo con le pene patite da David Cameron e dagli altri leader europei la scorsa settimana per stabilire i termini del nuovo status ‘speciale’ della Gran Bretagna in seno all’Ue.
Ho avuto difficoltà a spiegare ai miei colleghi americani che il futuro del mio paese era appeso al numero di anni di attività lavorativa nel Regno Unito che un idraulico polacco deve vantare per poter aspirare alle prestazioni di sicurezza sociale. La cosa li lascia perplessi, soprattutto quando specifico che la questione riguarda gli immigrati regolari.
Ma il vero problema non è questo, bensì capire se la Storia ci ha insegnato qualcosa da cinque secoli a questa parte. Mezzo millennio fa Enrico VIII poteva ancora avanzare pretese sulla corona di Francia. Ma il cardinal Wolsey era più lungimirante e capì che i monarchi della cristianità dovevano unire le forze contro gli Ottomani. Fu questo uno dei motivi per cui Wolsey fece incontrare Enrico e Francesco. Il ragionamento del cardinale era giusto. Mentre l’Europa si spaccava sulla Riforma, gli eserciti del sultano assediarono Vienna due volte nell’arco di due secoli, nel 1529 e nel 1683. In seguito ad Est si profilò una seconda più grave minaccia, nella forma della Russia zarista.
Dopo la pace di Westfalia del 1648, l’Europa entrò nell’era che associamo all’equilibrio di potere, ossia il dominio di cinque grandi potenze: Austria, Gran Bretagna, Francia, Prussia e Russia. La realtà geopolitica era caratterizzata dalla sempre più intensa competizione oltreoceano tra olandesi, britannici e francesi per le spoglie dell’impero e dall’infinita “questione orientale” che a lungo contrappose la Russia alla Turchia . Per un periodo il successo della Gran Bretagna come potenza imperiale fece sorgere l’illusione di un possibile distacco dal continente. Ma lo «splendido isolamento» era una formula ironica. Prima Napoleone, poi il Kaiser e infine Hitler ci insegnarono, o avrebbero dovuto insegnarci, l’esatto contrario. Il vincolo con il continente non venne mai meno.
Oggi possiamo solo scegliere che forma dare a questo vincolo. Possiamo dichiarare chiuso per nebbia il canale della Manica votando a favore della Brexit, ma è un’illusione pensare di poterci separare così dall’Europa. Perché senza di noi l’Europa avrà un futuro di crescente instabilità.
La Germania è in crisi, indebolita dalle conseguenze della decisione della Merkel di aprire i confini tedeschi l’estate scorsa.
Cameron, che inizialmente pensava di trattare con Berlino, si è trovato a dover mercanteggiare in 27 capitali diverse, da Parigi a Praga. Perché ha avuto successo? Perché gli altri paesi europei si sono resi conto che la nostra uscita dall’Ue avrebbe avuto conseguenze disastrose.
Non serve farsi illusioni su Bruxelles per credere che la Gran Bretagna deve restare nell’Ue. Ma bisogna illudersi per credere che si possa uscire dall’Europa resuscitando l’ideale ottocentesco di sovranità parlamentare.
Ho degli amici carissimi che sono stati vittima di questa chimera e mi rendo conto che nel dibattito odierno le posizioni si sono rovesciate. Negli anni Novanta a nutrire utopie erano i filo-europei, sinceramente convinti che l’Europa senza confini, a moneta unica, si sarebbe trasformata per magia negli Stati Uniti d’Europa, superando il malvagio nazionalismo del passato. Gli scettici all’epoca eravamo noi che dicevamo che l’unione monetaria senza un’unione fiscale portava al disastro. E avevamo ragione.
Oggi invece sono i fautori della Brexit a illudersi. Non sono affatto euroscettici bensì anglomaniaci. I veri scettici oggi dicono che uscire dall’Ue equivale non solo a rinunciare completamente ad avere voce in capitolo sui termini di quello che sarà il rapporto futuro con i nostri maggiori partner commerciali, mettendo a rischio il ruolo di Londra come centro finanziario, ma anche, cosa molto più importante, a minare la sicurezza dell’Europa.
A noi angloscettici la Storia ha insegnato che l’isolazionismo britannico è la miccia per disintegrare il continente.
Se si vota per uscire dall’Ue quest’anno, è sicuro che prima o poi si voterà per rientrare, per rimediare ai danni, ma a un costo spaventoso, come fu nel 1808, 1914 e 1939.
La Brexit di Enrico VIII furono la rinuncia al cattolicesimo di Santa romana Chiesa e il divorzio da Caterina d’Aragona. Un vero scettico all’epoca lo avrebbe consigliato di optare per coalizzarsi contro il pericolo turco.
(Copyright The Sunday Times Traduzione Emilia Benghi)
La tentazione di Enrico VIII perché per noi britannici restare un’isola è impossibile
di Niall Ferguson Repubblica 22.2.16
 Originario della Scozia, Niall Ferguson è uno dei più importanti storici britannici: insegna all’Università di Harvard
Lo storico spiega come ogni tentativo di tagliare i vincoli con il Continente abbia dato origine a fallimenti disastrosi Londra può scegliere che forma dare al suo vincolo con il resto dell’Unione: ma di certo non può separarsi e basta. Si aprirebbe un futuro di instabilità

E dopo i BRIC, arrivano i MINT

MINT è un acronimo che individua i nuovi mercati emergenti. La sigla, coniata dall’economista britannico Jim O’Neill, è formata dalle iniziali di Messico, Indonesia, Nigeria e Turchia. Paesi che secondo l’esperto (che già aveva forgiato una decina di anni fa l’acronomio BRIC – Brasile, Russia, India .

Certe volte, un nome è miracoloso. Successe con i Bric, a cominciare dal 2001: non solo, appena riassunte dall?acronimo, Brasile, Russia, India e Cina furono identificate sui mercati come i «veri» Paesi emergenti; l’essere state elette al top delle beneficiarie della globalizzazione galvanizzò quelle economie, i governi si sentirono responsabili di accudire al nuovo status; e sul piano istituzionale, Brasilia, Mosca, Delhi e Pechino hanno addirittura formato un club di coordinamento, prima a quattro, poi ampliato al Sudafrica.

Ora, si direbbe che l’economia del mondo è entrata nella fase post Bric. Nel senso che altri gruppi di Paesi sono identificati come le stelle future della globalizzazione: è il caso dei Mint :Messico, Indonesia, Nigeria, Turchia. E anche nel senso che, 12 anni dopo la nascita, lo stesso Bric va sottoposto a check-up.L’idea dei Mint è lanciata in questi giorni con una serie di trasmissioni della Bbc   da Jim O’Neill, l’economista che inventò e propagandò il concetto di Bric quando era capo del dipartimento economico della banca Goldman Sachs. In realtà, l’acronimo ha più di due anni: lo usava già nel 2011 il gruppo finanziario Fidelity. Con il marchio di O’Neill è ora destinato a entrare nella quasi ufficialità. Ciò che unisce Messico, Indonesia, Nigeria e Turchia sono prima di tutto la popolazione e la demografia: grandi numeri (l’Indonesia è il quarto Paese al mondo per abitanti) e enormi masse i giovani che garantiscono manodopera attiva per i decenni a venire. Ma non solo questo, secondo ONeill. ….

http://archiviostorico.corriere.it/2014/gennaio/07/Bric_Sorpassati_partita_carica_dei_co_0_20140107_d7547cce-7772-11e3-9815-deaa70f70521.shtml

 

 

I Brics perdono velocità

nyE’ la rivincita del Vecchio mondo. Proprio quando il suo declino sembrava irreversibile, ecco arrivare uno scatto inatteso. Quest’anno la crescita globale sarà trainata dai Paesi di più antica industrializzazione, America e Giappone sopra tutti. Invece sono gli emergenti a incappare in una brutale frenata, che non risparmia quasi nessuno tra loro.

Il club dei Brics (Brasile Russia India Cina Sudafrica) diventa sinonimo di turbolenze e difficoltà. Gran parte del merito per la rivincita dell’Occidente, spetta agli Stati Uniti. La loro crescita – ormai al quarto anno consecutivo post-recessione – non è prodigiosa e tuttavia si consolida, con dati positivi che continuano anche sul mercato del lavoro (le richieste di indennità di disoccupazione hanno toccato un nuovo minimo).

A fine anno il Pil americano dovrebbe crescere del 2,5%. Il Giappone viaggia ad una velocità analoga, dopo aver copiato la ricetta monetaria americana (vasti acquisti di bond da parte della Banca centrale con l’esplicito obiettivo di creare inflazione), e il suo Pil è cresciuto del 2,6% nel secondo trimestre. Perfino l’eurozona dà segnali di risvegliarsi dal coma profondo, sia pure limitatamente al nucleo duro germanico- francese, e nel secondo trimestre ha avuto un aumento del Pil dell’0,3%. La Gran Bretagna si è agganciata a sua volta al treno della “ripresa lenta”. Per quanto fragile sia (in Europa), o insufficiente a riassorbire tutta la disoccupazione (negli Usa), la situazione del Vecchio mondo è in contrasto con quel che accade agli emergenti.

Secondo le stime della società d’investimento Bridgewater, gli Usa con il Giappone e le altre economie sviluppate forniranno circa il 60% della crescita globale quest’anno. Per una singolare coincidenza, il 2013 era stato segnalato proprio come l’anno del sorpasso degli “altri”, quello in cui il Pil di tutti gli emergenti avrebbe superato la soglia del 50% del totale mondiale. Lo stesso Fondo monetario internazionale vede una leggerissima accelerazione della crescita mondiale – dal 3,2% nel 2012 al 3,3% quest’anno – proprio grazie alle performance di Usa e Giappone. Il rallentamento dei Brics, avvertono gli analisti di Bridgewater, potrebbe avere conseguenze profonde sui flussi dei capitali, e sulle strategie delle imprese multinazionali che negli ultimi anni erano diventate “Brics-dipendenti”. La chiave di quel che accade nelle economie emergenti sta in parte in America, in parte in Cina. All’origine di tutto ci sono ancora una volta le politiche monetarie delle banche centrali. Quella americana è ormai avviata verso una rapida normalizzazione. Presto (forse già a settembre) cominceranno a diminuire gli imponenti acquisti di bond da parte della Fed (finora al ritmo di 85 miliardi al mese). Questo, oltre a provocare nervosismo a Wall Street per il venir meno della “droga” monetaria, sta anche prosciugando i flussi di capitali verso le economie emergenti. L’India è un caso tipico: la rupia sta crollando e il governo di New Delhi ha dovuto reintrodurre controlli sui movimenti dei capitali, proprio perché l’aumento dei rendimenti americani fa tornare verso gli Stati Uniti dei capitali che avevano contribuito a finanziare la crescita indiana. Dalla Turchia al Brasile, anche le recenti proteste e tensioni sociali non sono avulse da un contesto economico che si sta deteriorando. In Cina la frenata della crescita (pur sempre al 7,5%) è stata inizialmente voluta e manovrata dal governo e dalla banca centrale, per contrastare i rischi di surriscaldamento dell’economia e bucare le bolle speculative. Nessuno capisce però se questo gioco stia sfuggendo di mano alle autorità di Pechino. La Goldman Sachs sottolinea con inquietudine l’alto livello di indebitamento del sistema delle imprese in Cina: i loro debiti cumulati valgono il 142% del Pil. «Fino a ieri avevamo paura dei cinesi, ora abbiamo paura per i cinesi», ha scritto il premio Nobel Paul Krugman. La stretta creditizia cinese, per quanto motivata dalla necessità di porre fine a un periodo di sovra- investimenti pubblici e privati, sta provocando effetti a catena: i prezzi immobiliari scendono, le famiglie si scoprono oberate di mutui fatti per comprare appartamenti a prezzi eccessivi, e si sfalda anche quel vasto sistema bancario “ombra” che ha finanziato la piccola e media impresa. Alcuni sintomi di difficoltà della Cina somigliano a quelli che precedettero il crac del Giappone negli anni Novanta e quello dell’America nel 2008. Il rallentamento della Cina ha conseguenze su tutte quelle economie emergenti che esportano materie prime e risorse naturali, e di cui la Repubblica Popolare era diventata il principale mercato di sbocco. Questo spiega le difficoltà che colpiscono nazioni tanto diverse come il Brasile e l’Indonesia. Anche in questi casi i comportamenti degli investitori finanziari fanno da moltiplicatore. Finché i bond americani rendevano poco o niente, vaste quantità di capitali erano andate a caccia di profitti nelle piazze più esotiche. La prospettiva di un rialzo degli interessi Usa, e la ripresa economica delle aree di vecchia industrializzazione, stanno invertendo i flussi dei capitali

Federico Rampini su Repubblica del 17 agosto 2013 – È la rivincita del Vecchio Mondo volano Usa e Giappone, male i Brics  –