Gli italiani non si accorgono della ripresa

 La crescita dell’economia si consolida, ma la soddisfazione del governo non trova uguale riscontro nelle famiglie. Che spesso non si accorgono di questa ripresa. Perché? Una prima risposta è che essa è piccolina, intorno all’1,5% quest’anno, forse un po’ meno nel 2018. Lontana, per pio, dalla crescita del 2,1% prevista dall’Ocse per l’area euro o dal 2,2% stimato per la Germania. Inoltre, da noi la recessione è stata più lunga e duratura. Tanto che il Pil in Italia è ancora di circa 6 punti inferiore a quello del 2007. E se il Pil pro capite era di 28.700 euro dieci anni fa, nel 2016 è stato di 25.900 euro. Ogni italiano deve insomma recuperare ancora 2.800 euro per tornare ai livelli pre crisi, sottolinea il centro studi Impresa Lavoro. È vero, nel 2016 c’è stato un miglioramento (che continua anche quest’anno) rispetto ai 25.600 euro di Pil pro capite del 2015, ma si tratta di 300 euro: in media 25 euro al mese a testa, «che non cambiano certo la vita delle persone», osserva Enrico Giovannini, ordinario di Statistica economica all’Università Tor Vergata e portavoce dell’Alleanza per lo sviluppo sostenibile.

Giovannini, già presidente dell’Istat e poi ministro del Lavoro, ha introdotto in Italia gli indicatori del Bes, il Benessere equo e sostenibile, che hanno proprio lo scopo di andare oltre il parametro del Pil per rappresentare lo stato di salute di un’economia. Nel Def dello scorso aprile il governo ha per la prima volta inserito un allegato con quattro indicatori del Bes (su un totale di dodici) messi a punto da una commissione di esperti cui ha partecipato lo stesso Giovannini. Ci sono il reddito medio disponibile pro capite, l’indice di diseguaglianza, il tasso di mancata partecipazione al lavoro, le emissioni di CO2 e altri gas inquinanti. Entro febbraio di ogni anno il governo dovrà presentare una relazione al Parlamento sull’impatto delle politiche di bilancio sugli indicatori del Bes. Il reddito medio disponibile pro capite «aggiustato», ovvero inclusivo del valore dei servizi in natura forniti dalle istituzioni pubbliche e senza fini di lucro, era nel 2016 di 21.725 euro, meglio del 2015 (e il miglioramento continua nel 2017) ma ancora sotto i 22.154 euro del 2008. Del resto, anche il livello dei consumi delle famiglie, sebbene in ripresa (+ 1,3% nel primo trimestre dell’anno), è ancora di oltre 3 punti inferiore a quello del 2007. Nel frattempo le persone in condizioni di povertà assoluta sono raddoppiate, da 2,4 milioni nel 2007 a 4,7 milioni nel 2016. E così il tasso di disoccupazione, passato dal 5,7% dell’aprile 2007 all’11,3% del luglio scorso, in pratica da circa 1,5 milioni a 3 milioni di persone in cerca di un lavoro.
È vero, gli occupati sono tornati ai livelli pre crisi, con circa 23 milioni di persone che lavorano. Ma in termini di Ula, cioè Unità di lavoro a tempo pieno, mancano 1 milione di unità, sottolinea ancora Giovannini. Questo significa, tra l’altro, che è aumentata l’incidenza del lavoro a tempo parziale (dal 14 al 19% degli occupati), mentre, come confermano i dati di ieri dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps, meno di un’assunzione su quattro (il 24,2%) di quelle effettuate nei primi sette mesi di quest’anno è stata a tempo indeterminato, contro il 38,8% dello stesso periodo del 2015, l’anno della decontribuzione. Esaurita la quale, i contratti precari sono tornati a farla da padrone. E le retribuzioni lorde di fatto restano al palo: perdono nel secondo trimestre del 2017 lo 0,3% rispetto a un anno prima.
La ripresina è stata trainata dalle esportazioni più che dalla domanda interna. Ne hanno beneficiato soprattutto le aziende che producono per l’estero, che hanno goduto anche del petrolio a buon mercato, dei tassi d’interesse ai minimi e del taglio di Ires e Irap. La pressione fiscale azionata dallo Stato è leggermente scesa anche per le famiglie, soprattutto per i lavoratori dipendenti tra 8 e 26 mila euro di reddito, grazie al bonus da 80 euro. Ma il beneficio è stato spesso compensato dalla corsa delle tasse locali. Insomma, nonostante il peggio sia alle spalle, non c’è da scialacquare.

 

Enrico Marro

Corriere della sera, 22 settembre 2017

http://www.corriere.it/economia/17_settembre_21/ma-italiani-non-si-accorgonodella-ripresa-616979f2-9f04-11e7-8e38-5c41d07827be.shtml

La sinistra senza merito

images6Che cosa significhino oggi «sinistra» e «destra» non è affatto chiaro.

Sono di destra i lavoratori del Michigan e dell’Ohio che hanno eletto Trump scontenti per i loro salari stagnanti?

E sono di sinistra gli elettori della destra populista europea (compreso il Movimento 5 Stelle) contraria all’immigrazione per proteggere i lavoratori locali estendendo lo Stato sociale, ma solo a loro?

È di sinistra chi difende i pensionati atutti costi, opponendosi a ogni limitazione della spesa previdenziale, non curandosi del debito pubblico che peserà sui nostri nipoti? A noi pareva che Marx parlasse di lotta di classe non di lotta fra generazioni!

La sinistra tradizionale, quella degli anni Settanta, aveva alcuni principi chiari. Protezione sociale anche a scapito della meritocrazia: qualunque lavoratore, anche i pigri, gli incapaci o addirittura i disonesti, andava difeso. Nella scuola e nell’università «egualitaria» contava solo l’anzianità, mai il merito. Mercati regolamentati, da quello degli affitti (l’equo canone che ingessò il mercato penalizzando chi una casa non la poteva comprare), alle licenze di tassisti, farmacisti e di tante altre professioni ancora ben protette. Un mercato del lavoro fondato su «insider» ipergarantiti e illicenziabili, con giovani e donne esclusi da regole eccessivamente rigide, dove persino il part time era giudicato una cosa «di destra». Pensioni concesse ad alcune categorie privilegiate (a esempio insegnanti dopo pochi anni di lavoro) con il risultato che la dinamica del debito era diventata una bomba a orologeria.

Un capitalismo di Stato fondato sulla complicità fra capitalisti privati e burocrati statali, per «regolare», in realtà per impedire, la competizione e l’ingresso nel mercato di nuove aziende. In alcune aree abbiamo fatto qualche passo avanti, in molte altre no. Il decreto Milleproroghe, a esempio, oggi in discussione, mette fuori legge FlixBus, gli autobus low cost .

È di sinistra tutto cio? A noi pare proprio di no. Dieci anni fa pubblicammo un pamphlet intitolato provocatoriamente Il Liberismo è di Sinistra . Sostenevamo che se obiettivi della sinistra sono l’uguaglianza delle opportunità e la difesa dei deboli e dei meno abbienti, quelle tradizionali politiche «di sinistra» producevano l’effetto opposto. Non a caso molte delle stesse idee oggi sono abbracciate dalla destra populista! Ad esempio l’«uno vale uno» del M5S, cioè il merito non conta.

In quel pamphlet sostenevamo che «la meritocrazia è di sinistra». Certo che lo è. Una scuola e un’università rigorose che premiano chi si impegna e puniscono chi non studia, che promuovono e retribuiscono gli insegnanti in base al merito e non all’anzianità, facilitano la mobilità sociale. Uno studente povero assistito da una borsa di studio (possibile se la smettessimo di regalare l’istruzione universitaria ai ricchi) se può frequentare una buona scuola e una università severa ed efficiente, magari lontana da casa, può farsi avanti. Invece una università sotto costo per tutti, ricchi compresi, senza competizione e appiattita al basso per garantire «uguaglianza» blocca la mobilità sociale. Invece i sindacati («di sinistra»?) si oppongono a valutazioni volte ad accertare la professionalità degli insegnanti.

Sostenevamo che «liberalizzare i mercati è di sinistra». L’amore per la regolamentazione dei mercati è comune alla sinistra tradizionale così come alla destra. Il fallimento della regolamentazione dei mercati finanziari, una delle cause della crisi, è spesso invocato come esempio che ogni deregolamentazione fa male. Certo che ci vogliono delle regole. Ma regole che difendano i più deboli, non gli «insider». È «di sinistra» o «di destra» proteggere i taxisti che da giorni bloccano le nostre città?

Il «capitalismo di Stato non è di sinistra». Cominciamo dalla cosiddetta «politica industriale», cioè un ruolo attivo dello Stato nello scegliere i settori su cui puntare o da proteggere dalla concorrenza internazionale. In genere queste sono considerate politiche di «sinistra». In realtà hanno spesso prodotto disastri industriali. Se poi le aziende protette riescono a autodefinirsi di «interesse nazionale», come Alitalia, allora il gioco è fatto! I contribuenti sono chiamati a pagare e i consumatori a «subire» servizi inadeguati. È di «sinistra» tutto ciò?

Sostenevamo che «riformare il mercato del lavoro è di sinistra». La sinistra tradizionale si è sempre opposta a qualunque riforma rendesse più flessibile la licenziabilità e quindi l’assunzione di nuove leve. Era una politica che proteggeva i lavoratori anziani a scapito dei giovani. Non per nulla in Europa la disoccupazione rimase alta per decenni. Chi ci perdeva? Giovani e disoccupati. Chi ci guadagnava? Lavoratori sindacalizzati anziani. Il Jobs act, cancellando l’articolo 18 e introducendo il contratto unico a tutele crescenti, ha impresso una svolta storica al nostro mercato del lavoro. Ma invece dell’orgoglio di aver fatto finalmente qualcosa «di sinistra», tuonano le critiche di chi pensa che quella sia una legge «di destra».

Ecco invece un problema di mercato del lavoro veramente difficile. Come proteggere i lavoratori relativamente anziani «spiazzati» dalla globalizzazione? Riqualificarli e riassumerli dopo una certa età è difficile. Queste persone vanno protette. Ma non come propone la destra populista (Trump, Marine Le Pen, Giulio Tremonti) che vorrebbero far tornare il mondo indietro di 50 anni, bloccando il commercio internazionale con dazi e tariffe, a spese dei consumatori (quelli poveri soprattutto). Costerà molto proteggere le persone spiazzate. Ma la crescita favorita dal commercio internazionale ce lo consentirà, ammesso che ne sappiamo trarre beneficio. Il protezionismo ammazza la crescita. Senza crescita non proteggiamo nessuno.

Sostenevamo che «ridurre la spesa pubblica è di sinistra». La spesa pubblica è uno dei cavalli di battaglia della «sinistra». La quale sostiene che le spending review sarebbero «di destra». Tutto ciò poteva essere vero prima della Seconda guerra mondiale, quando la spesa pubblica era intorno al 30% del Pil, non oggi che in Europa è intorno alla metà del Pil. Ma aiuta davvero i poveri tutta questa spesa? Si forniscono servizi gratuiti o sotto costo, dalla scuola alla sanità, anche ai ricchi: cioè questi servizi non sono offerti a prezzi che dipendono dal reddito del beneficiario. A che giova tassare molto, con tutte le distorsioni e riduzioni di crescita che ciò comporta, per poi fornire servizi gratuiti anche a chi se li potrebbe permettere a prezzi di mercato se fosse tassato di meno? Quanto di questa metà del Pil aiuta davvero i poveri e i lavoratori spiazzati dalla globalizzazione? Non molto, noi crediamo, soprattutto in Paesi come il nostro pieno di inefficienza e corruzione. Si potrebbe sicuramente ridurre la spesa di qualche punto percentuale di Pil e ridurre le tasse non ai super ricchi ma alla classe media. Non sappiamo se questa politica sia classificabile di «destra» o di «sinistra»: sappiamo che farebbe aumentare la crescita.

Insomma, che cosa sia «di sinistra» o «di destra» nel mondo di oggi è assai meno chiaro di quanto lo fosse qualche decennio fa, prima dello Stato sociale, della regolamentazione, della globalizzazione. È un vero peccato che di tutto si parli nel Pd tranne che di questo: che cosa significhi oggi proteggere i poveri e gli svantaggiati.

di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

http://www.corriere.it/digital-edition/CORRIEREFC_NAZIONALE_WEB/2017/02/22/1/la-sinistra-senza-merito_U43290140562028eVD.shtml

IL LIBERISMO è DI SINISTRA

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2007/09/radiocorlibri-liberismo.shtml?uuid=a0e0f00e

Un articolo recente sul libro

http://www.ilfoglio.it/politica/2017/02/22/news/il-liberismo-e-di-sinistra-ma-bisogna-capire-se-ce-una-sinistra-che-vuole-esserlo-o-se-preferisce-le-kaste-121871/

Una posizione diversa

http://noisefromamerika.org/articolo/liberismo-non-sinistra

Via libera al cognome della madre per i figli

mommLa Corte costituzionale apre al cognome materno per i figli, quando i genitori lo vogliono, dichiarando incostituzionale l’automatica attribuzione del cognome paterno, che vige nel nostro Paese. Regola che si ricava non da una norma di legge esplicita ma da alcuni articoli del codice civile, da un regio decreto del 1939 e da un decreto del Presidente della Repubblica del 2000. I giudici della Consulta hanno dovuto decidere sul caso di un bambino italo-brasiliano nato nel 2014, con doppia cittadinanza, a cui l’ufficiale di stato civile rifiutò il doppio cognome. Il relatore della sentenza sarà Giuliano Amato.
La Corte costituzionale si era già espressa su questa materia nel 2006: quella volta,tuttavia, pur ammettendo che l’attribuzione automatica del cognome paterno fosse «retaggio di una concezione patriarcale della famiglia», dichiarò inammissibile la questione, rimandando al legislatore. Ma il Parlamento ancora oggi non ha deciso, nonostante la prima proposta di legge in questo senso risalga a 37 anni fa, e nonostante da due anni sia ferma al Senato una legge già approvata alla Camera.
I giudici della Corte d’Appello di Genova, città di nascita del bambino, hanno quindi deciso di tornare a chiedere alla Consulta, perché a loro avviso c’erano adesso nuovi presupposti per pronunciarsi: un’ordinanza della Cassazione del 2008 e una recente condanna della Corte di Strasburgo.
I magistrati genovesi hanno fatto riferimento anche agli articoli della Costituzione: il 2, diritto all’identità personale; il 3, diritto di uguaglianza e pari dignità sociale dei genitori nei confronti dei figli; il 29, diritto di uguaglianza morale e giuridica dei coniugi; il 117 che si riferisce ai principi di convenzioni e risoluzioni internazionali, prima tra tutte la Convenzione dell’Onu contro ogni disparità tra uomo e donna.
«È una grande svolta di civiltà – dice il presidente dell’Associazione avvocati matrimonialisti Gian Ettore Gassani —. Crolla l’ultimo baluardo del patriarcato, che oltretutto dipende non da una norma di legge ma da una millenaria consuetudine che deriva dal diritto romano, e che è assolutamente antistorica. Come per le Unioni civili, arriviamo dopo tutti gli altri – continua Gassani —. Ora il Parlamento deve fare presto, non ci sono altri impedimenti per riprendere in mano la legge ferma al Senato. La Corte ha dato una scudisciata al legislatore. Noi matrimonialisti siamo pronti a collaborare».
L’avvocato della coppia, Susanna Schivo, ha sottolineato come in Italia per avere il doppio cognome o per dare il cognome della madre al figlio, dietro volontà di entrambi i genitori, bisogna ricorrere alla norma che lo prevede, in casi eccezionali. «Ma questo – ha detto Schivo – lascia la decisione ai singoli prefetti, un’ingerenza intollerabile e ingiusta dell’autorità amministrativa nella vita privata delle famiglie». Inoltre, conclude l’avvocato, «l’attribuzione automatica del cognome paterno non tutela alcun interesse, certo non quello del minore: è quindi irragionevole»………

di Mariolina Iossa

Corriere della sera, 8 novembre 2016

http://www.repubblica.it/cronaca/2016/11/08/news/consulta_via_libera_a_cognome_madre_per_i_figli-151609927/

Sulla terra ci sono meno poveri, benché la popolazione globale sia aumentata. Lo dice la Banca Mondiale

 
poorUn mondo che si dimostra ancora capace di lasciarsi alle spalle miseria e disuguaglianze. Per chi temeva che la Grande Crisi del 2008 avrebbe fatto precipitare all’indietro i più deboli e inasprito le distanze sociali, il rapporto “Povertà e prosperità condivisa” presentato dalla Banca Mondiale è pieno di buone notizie, che hanno sorpreso anche chi l’ha scritto: ci sono meno poveri, benché la popolazione globale sia aumentata. E, contemporaneamente, gli squilibri sociali si sono ridotti sia fra i paesi, sia all’interno dei singoli paesi. Almeno a guardare le cose un po’ da lontano, a volo d’uccello: l’avvio della globalizzazione, negli anni ’90, aveva segnato un brusco aumento dell’ineguaglianza nel mondo e oggi questo trend si è invertito. Un numero sempre maggiore di persone si avvicina alle classi medie. Ma la tendenza è diffusa, non generalizzata e in parecchi paesi, compresi alcuni dei più ricchi, la distanza fra un sottile strato privilegiato e il resto della società è, anzi, aumentata.
Intanto, però, le cose di fondo: il minimo indispensabile per vivere. Secondo gli standard internazionali, è l’equivalente di 1,90 dollari al giorno.
Mentre Borse e mercati dell’Occidente traballavano per la crisi, nei villaggi dell’India profonda, nelle campagne dell’interno della Cina, nei fragili campi africani sempre più persone riuscivano a cogliere l’onda lunga dello sviluppo e a superare questo muro. Nel 1990, una persona su tre, nel mondo, non raggiungeva 1,90 dollari. Un quarto di secolo dopo, siamo scesi a uno su dieci. Da 2 miliardi di poverissimi, siamo passati a 767 milioni, anche se il numero di bocche da sfamare è aumentato di quasi 2 miliardi, concentrate proprio nei paesi a più alto tasso di povertà.
La stessa onda lunga dello sviluppo ha sollevato un po’ tutte le barche nei paesi più poveri, consentendo di colmare parte del divario complessivo con i paesi ricchi. Fra il 1988 e il 2013, l’ineguaglianza dei redditi medi fra i paesi dell’Occidente e resto del mondo si è drasticamente ridotta: è la prima volta dai tempi della rivoluzione industriale. La riduzione diventa particolarmente marcata dopo il 2008: un risultato largamente annunciato e prevedibile, dato che, da tempo, i dati mostrano che il ritmo di sviluppo dei paesi emergenti ha subito assai meno dei paesi ricchi il contraccolpo della crisi finanziaria. Questo restringersi delle distanze fra i paesi è il motore principale della riduzione degli indicatori – tipo l’indice Gini – che misurano l’ineguaglianza globale, come il rapporto della Banca Mondiale sottolinea con forza. L’altra componente della ineguaglianza – lo squilibrio non “fra”, ma “dentro” i paesi – non cresce più, invece, come dieci anni fa, ma non è neanche diminuito, rispetto a prima della crisi.
È un punto politicamente delicato, perché il contrasto fra ricchi e poveri all’interno di un singolo paese ha conseguenze politiche dirette e immediate. La Banca Mondiale sottolinea i progressi registrati su questo terreno. In quasi due terzi degli 80 paesi studiati, i redditi sono cresciuti più rapidamente per il 40 per cento più povero che per gli altri. Ma nell’altro terzo è avvenuto il contrario. Quali sono i paesi in cui i poveri – in un mondo in cui le ineguaglianze, complessivamente, si riducono – hanno perso terreno? Il rapporto fornisce una tabella in cui si confronta, paese per paese, l’aumento medio annuale di reddito, dopo il 2008, per il 40 per cento più povero con l’aumento medio per l’intera popolazione. In Brasile e in Germania, il reddito è cresciuto di più per i poveri, negli Usa e in Gran Bretagna è diminuito per tutti, ma di meno per i poveri, in Cina e in India il ritmo è, più o meno, lo stesso. Dove la crisi ha morso di più – in Francia, in Grecia, in Spagna, in Italia – i poveri hanno invece perso terreno: in Italia il reddito nazionale è sceso in media dell’1,82 per cento l’anno, ma del 2,86 per cento per i più poveri.
Complessivamente, tuttavia, i dati non sembrerebbero giustificare il rancore sociale che alimenta l’avanzata populista dall’America di Trump, alla Brexit inglese, al nazionalismo della Le Pen, agli euroscettici tedeschi, fino ai 5 Stelle italiani. Il problema è che con le statistiche, come con la buona carne, dipende da come vengono tagliate. Confrontando il 40 per cento più povero con il restante 60 per cento, la Banca Mondiale documenta l’innalzamento dei più poveri verso le classi medie, favorito in parecchi casi, anche dalla crisi delle stesse classi medie.
Ma la spaccatura che alimenta lo scontro sociale scorre molto più in alto: l’1 per cento contro il 99 per cento. I calcoli della Banca Mondiale mostrano che, in paesi come Francia e Giappone, le distanze sono, più o meno, le stesse da 50 anni. Ma nel paese- simbolo dell’Occidente, gli Stati Uniti, l’ineguaglianza è una valanga. Negli ultimi 40 anni, la quota del reddito nazionale finita nelle tasche dell’1 per cento più ricco è schizzata dal 7 al 20 per cento. Altro che ricchi e poveri: il problema sono gli straricchi.

Maurizio Ricci
la Repubblica, martedì 4 ottobre 2016

Il paradosso del reddito ( in calo) delle famiglie

redfamiQuello che è successo alla famiglie italiane dal punto di vista economico negli ultimi 40 anni è sintetizzabile in tre formule: dipendono sempre di più dalla ricchezza dei pensionati; il ceto medio si è assottigliato; le diseguaglianze sono aumentate. Lo si ricava da un capitolo aggiunto quest’anno alla Relazione della Banca d’Italia che accompagna le Considerazioni finali del governatore, lette martedì scorso da Ignazio Visco. Il quindicesimo capitolo si intitola: «I bilanci delle famiglie italiane, uno sguardo di lungo periodo». Che è possibile, sottolinea la banca centrale, perché la specifica indagine annuale che Bankitalia dedica a questo tema, «sin dalla metà degli anni Sessanta, è tra le più longeve al mondo».

Come negli anni Settanta

Un primo paradosso che si osserva è che nonostante in quarant’anni ci sia stato un «aumento delle risorse umane disponibili», dovuto soprattutto all’incremento delle donne che lavorano (ma anche al flusso di immigrati) e nonostante i livelli di istruzione siano fortemente cresciuti, «la capacità del Paese di impiegarle in modo efficiente (queste risorse, ndr) ha progressivamente smesso di espandersi». E così «la produttività totale dei fattori, che approssima l’efficienza complessiva del sistema produttivo, ha rallentato da una crescita media annua dell’1,4% nel periodo 1974-1993 allo 0,3% nei vent’anni successivi». Di conseguenza, il reddito annuo medio netto pro capite da lavoro dipendente, dopo essere salito fino alla fine degli anni Ottanta, ha invertito la rotta ed è tornato al livello di fine anni Settanta. A prezzi 2014, calcola Bankitalia, il picco fu toccato nel 1989 con circa 20 mila euro l’anno. Nel 2015 è sceso invece sotto i 17 mila. Un andamento sul quale ha pesato, dice la relazione, anche «la diffusione di forme di occupazione meno stabile», il precariato insomma. Nello stesso arco di tempo, i redditi netti dei pensionati sono invece raddoppiati, da 7 mila a oltre 13 mila euro l’anno. I lavoratori autonomi, come è logico, hanno avuto un andamento altalenante: con la recessione post 2007 sono tornati ai redditi di quarant’anni prima e solo ora si stanno riprendendo, con redditi medi netti di poco oltre i 19 mila euro l’anno. In generale, gli italiani hanno compensato gli effetti della crisi col vecchio e caro mattone.

Il ruolo del mattone

«Nonostante l’andamento complessivamente contenuto del reddito, la ricchezza delle famiglie è cresciuta nell’intero periodo dell’indagine, in modo sostenuto». Le famiglie proprietarie di immobili sono salite «da poco più della metà nel 1977 al 72% nel 2010». Facendo le somme, il reddito disponibile netto pro capite, che tiene conto anche dei canoni d’affitto percepiti e del valore d’uso della prima casa, «è cresciuto, tra il 1977 e il 2006, di circa il 75% in termini reali». Ma la successiva recessione «e i ritmi ancora modesti della successiva ripresa hanno eroso circa un quarto di questo aumento». Così l’aumento complessivo del reddito netto disponibile pro capite fra il 1977 e il 2014 è stato del 54%. Insieme alle case, in soccorso delle famiglie sono arrivati i pensionati. Infatti, dicono i dati di Bankitalia, la quota di popolazione che vive in famiglie con reddito derivante per almeno due terzi da pensione è raddoppiata, passando dall’11% nella fine degli anni Ottanta a quasi il 20%, mentre la quota di chi vive in famiglie con reddito per almeno due terzi da lavoro è scesa dal 74% a circa il 50%. Numeri che dicono molto di come sia cambiata la società. È vero, nel 2014 «sulla base delle statistiche ufficiali, la ricchezza netta delle famiglie ammontava a circa sei volte il prodotto interno lordo», cioè la bellezza di 8.730 miliardi di euro — pari a 145.500 mila euro per ognuno dei 60 milioni di italiani — di cui 5.848 miliardi di euro in immobili e 3.793 miliardi di euro in depositi, conti correnti, titoli e altre attività finanziarie. Ma le distanze tra ricchi e poveri sono aumentate. Sia sui redditi sia sulla ricchezza. Le persone a basso reddito (comprensivo dei proventi da attività finanziarie), rappresentavano il 16% del totale nel 1989, sono salite al 21%, sottolinea Bankitalia, e detenevano meno del 4% della ricchezza netta complessiva, tre punti meno che nel 1995. La classe media, quella con un reddito tra il 60% e il triplo di quello mediano, è invece scesa dall’82% al 76%. La classe ricca (reddito almeno triplo di quello mediano) è passata da poco meno del 2% a poco più del 2%, ma la loro quota di reddito sul totale è salita dal 6% del totale al 9% circa. L’indice di Gini, una misura di disuguaglianza che varia tra zero e 100, dove zero significa uguaglianza totale, è sceso fino alla prima metà degli anni Ottanta, arrivando a 28

Il passo del gambero

Poi ha ripreso a salire e ora è vicino a quota 33, come quarant’anni fa. Anche qui, il passo del gambero. E fa impressione notare che nelle famiglie «con capofamiglia di età non superiore ai 30 anni, oltre una persona su tre è in condizione di basso reddito». Era «solo una su dieci alla fine degli anni Ottanta». I giovani però «possono attendersi una maggiore ricchezza ereditata» rispetto alle precedenti generazioni. Ma anche l’eredità non fa che accentuare le diseguaglianze, conclude la relazione, visto che in Italia c’è scarsa mobilità sociale e il benessere finisce per essere determinato più dalla ricchezza ricevuta dai genitori che dal lavoro esercitato..

Enrico Marro

Corriere della Sera 5 giugno 2016

http://www.corriere.it/economia/16_giugno_04/reddito-in-calo-famiglie-84fb82ba-2a8a-11e6-9c68-4645b6fa27fd.shtml

Diseguaglianze frenano la crescita

Lo studio Ocse spacca la ricca Germania

disugualE’ guerra totale tra gli economisti tedeschi su un tema riemerso con la Grande crisi, riproposto a ritmi martellanti dai premi Nobel Krugman e Stiglitz ma anche dalla star degli economisti emergenti, Piketty: l’aumento delle diseguaglianze in Occidente. Al di là dell’aspetto morale, il punto è che l’abisso tra ricchi e poveri fa male alla crescita, sostengono ormai molti studiosi – e non solo di orientamento keynesiano. Ma la polemica è esplosa nel Paese di Angela Merkel da quando qualcuno ha osato avanzare l’ipotesi che questo principio possa valere anche per la prima economia europea. La tesi di un economista molto noto ma molto discusso in Germania, Marcel Fratzscher, sta spaccando il mondo accademico.

Fratzscher è uno dei rarissimi economisti non ordoliberali del Paese di Angela Merkel e insiste da anni che la Germania fa troppi pochi investimenti e ha un problema drammatico di domanda interna che sacrifica sull’altare del rigore. Ma nell’ultimo libro, La battaglia dell’equità, lo studioso cita dati dell’Ocse per dimostrare che l’economia tedesca ha perso ben sei punti di crescita a causa delle crescenti differenze tra ricchi e poveri. Apriti cielo.

Michael Huether, a capo dell’autorevole istituto di ricerca di Colonia IW, ha usato un’ardita metafora per offenderlo. A volte bisogna mettersi gli stivali di gomma e calpestare il fango dei dati per capire, ha detto. E qualcuno, ha aggiunto, preferisce invece lasciare gli stivali nell’armadio per buttarsi su “tesi superficiali” sulla diseguaglianza. E se Fratzscher cita a suo sostegno numeri dell’Ocse che dimostrano come tra il 1990 e il 2010 il Pil tedesco sarebbe potuto crescere del sei per cento in più, Huether ne mette in dubbio la metodologia. E sostiene l’esatto opposto: in Germania le diseguaglianze mettono il turbo alla crescita. Con l’Iw si sono schierati non soltanto colleghi come Andreas Peichl, dello ZEW; persino i “saggi economici” di Angela Merkel hanno invitato a prendere lo studio dell’Ocse “con le pinze”.

L’IW ha dunque messo a punto un contro-studio che contesta le tesi di Fratzscher (e dell’Ocse). Primo, è sbagliato pensare che Paesi poco iniqui come la Norvegia o molto iniqui come gli Stati Uniti possano subire gli stessi effetti quando le diseguaglianze crescono. E l’Ocse non tiene conto neanche, sottolinea Huether, delle differenze nella mobilità sociale, nel sistema di istruzione o nella politica dei vari Paesi.

Anche l’Iw arriva alla conclusione che le diseguaglianze danneggino l’economia, ma solo se la differenza tra ricchi e poveri è già grande, cioè se il coefficiente Gini che le misura è al di sopra di 0,35. La Germania è sotto.

Inoltre bisogna distinguere tra Paesi industrializzati e in via di sviluppo. Solo in Paesi con redditi sotto i 9000 dollari all’anno, l’iniquità fa male alla crescita. Secondo l’Iw le diseguaglianze hanno dunque regalato ben 2,3 punti al Pil tedesco, tra il 1990 e il 2010. Il contrario delle tesi di Fratzscher e dell’Ocse.

Intanto, però, le diseguaglianze crescono, e sono più grandi che in altri Paesi europei. Lo sostiene la Bundesbank in uno studio che dimostra come il dieci per cento più ricco possieda ormai il 59,8 per cento della ricchezza; quindici anni fa era ancora il 45,1 per cento. Il segreto dei “paperoni”, secondo l’esperto della banca centrale tedesca Tobias Schmidt, è aver investito nel mattone, in questi anni di tassi di interesse ai minimi.

“C’è un forte legame – ha spiegato l’economista – tra il possesso di immobili e la ricchezza”, anche se “l’aumento del prezzo delle case va a vantaggio soprattutto dei più abbienti”. Metà di coloro che hanno proprietà immobiliari hanno visto il loro valore crescere di circa 33mila euro, in media. Chi vive in affitto si è arricchito appena di mille euro, negli anni presi in esame (2010-14). E il 50 per cento più povero, calcolano gli uomini di Jens Weidmann, possiede appena il 2,5 per cento della ricchezza nazionale.

Anche tra Est e Ovest ricomincia ad aprirsi uno iato, dopo due decenni e mezzo di convergenza tra le due Germanie. Ma i dati, in questo caso, quelli della fondazione Ebert usciti in questi giorni sono un po’ vecchi, restituiscono una tendenza registrata all’inizio della Grande crisi, tra il 2009 e il 2012, quando la differenza del Pil pro capite tra regioni occidentali e orientali è salita al 26,6 per cento. Altro che i “paesaggi in fiore” di Helmut Kohl.

Tonia Mastrobuoni

La Repubblica 29 marzo 2016

 

http://www.repubblica.it/economia/2016/03/28/news/disuguaglianze_pil_crescita_germania_ocse-136141080/

IW Colonia

http://www.iwkoeln.de/en/

 

Via libera del Senato alle unioni civili

Senato - Discussione del DDL sulle Unioni civiliChi è contento e chi no. Ma le unioni civili stanno per diventare definitivamente legge: manca l’approvazione della Camera dei deputati, dopo il via libera del Senato ieri. In Europa eravamo “maglia nera”, adesso abbiamo fatto un passo nel riconoscimento dei diritti. L’ultima volta che il Parlamento aveva discusso della questione era stato nel 2007 con i Dico, le norme per i diritti e doveri dei conviventi, finite in un pantano di veti incrociati. Ecco cosa c’è ora da sapere.

A CHI SERVE QUESTA LEGGE?

La legge Cirinnà, che porta il nome della senatrice dem che ne è stata la prima firmataria, regolamenta le unioni civili tra persone omosessuali ma disciplina anche le convivenze eterosessuali. È divisa infatti in due capitoli.

COME SI COSTITUISCE L’UNIONE CIVILE?

Davanti all’ufficiale di stato civile in Comune e alla presenza di due testimone, due persone maggiorenni dello stesso sesso possono costituire l’unione civile.

COME SI SIGLA IL PATTO PER I CONVIVENTI ETERO?

La convivenza viene formalizzata da un uomo e una donna adulti davanti al notaio e prevede diritti e doveri.

CI SONO QUINDI LE NOZZE GAY IN ITALIA?

No. Il testo Cirinnà sta anzi attento ad evitare i “simil matrimoni”. Anche il Quirinale ha insistito perché non si venissero a creare sovrapposizioni. L’articolo 29 della nostra Costituzione definisce la famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio”. Qui, per le unioni civili, il riferimento è invece all’articolo 2 della Carta, in cui si parla dei diritti dell’uomo sia come singolo che “in formazioni sociali specifiche”. Nella legge sulle unioni civili è stato inserito adesso anche un riferimento all’articolo 3 della Costituzione per ricordare la pari dignità e l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

QUALI SONO I DIRITTI DELLE COPPIE OMOSESSUALI?

Dall’unione civile deriva l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione. E i due “concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare”.

SI PUÒ PRENDERE IL COGNOME DEL PARTNER?

Sì, i due possono scegliere un cognome comune dichiarandolo all’ufficiale di stato civile, ma decade se l’unione si rompe. È stato un punto di compromesso raggiunto con l’Ncd di Alfano che voleva eliminare del tutto la possibilità del cognome comune per le coppie omosessuali.

EREDITÀ E REVERSIBILITÀ, COME FUNZIONA?

I gay legati da un’unione civile hanno diritto a eredità e anche alla reversibilità della pensione.

I GAY HANNO L’OBBLIGO DI FEDELTÀ COME NEL MATRIMONIO?

No. Il riferimento all’obbligo di fedeltà previsto dal codice civile per il matrimonio è stato cancellato provocando molte polemiche.

POSSONO ADOTTARE?

No. Le coppie omosessuali non possono adottare. La stepchild adoption, l’adozione del figlio del partner, è stata cancellata. È stato soppresso l’articolo 5 che la prevedeva. Però è stata conservata nella legge Cirinnà una formulazione che non lega le mani ai giudici. Più di una sentenza infatti ha riconosciuto fino ad oggi in Italia l’adottabilità. Saranno ancora i giudici a decidere, dovendo però pronunciarsi ora sulla richiesta di una coppia stabile, legata da un’unione civile. Nella legge è scritto: “Resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti”.

COME CI SI SEPARA?

L’unione civile, quindi tra due persone omosessuali, si scioglie quando “le parti hanno manifestato anche disgiuntamente la volontà di scioglimento davanti all’ufficiale di stato civile” Ci vogliono però tre mesi prima che sia accolta.

E PER LE COPPIE DI FATTO ETERO QUALI DOVERI CI SONO?

La legge Cirinnà ha stabilito l’obbligo degli alimenti dopo la rottura della coppia di fatto, ovvero la convivenza tra etero. Ma nell’ultima versione del testo è stato soppresso il riferimento all’obbligo di mantenimento. Se ne ha semplicemente la facoltà. È una differenza rispetto al matrimonio, istituto nel quale la coppia di fatto non ha voluto vincolarsi.

E QUALI DIRITTI?

Non è prevista né eredità, né reversibilità della pensione che si ha invece con il matrimonio

COME SONO REGOLATI I RAPPORTI PATRIMONIALI NELLE COPPIE DI FATTO?

I conviventi etero possono disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita comune «con la sottoscrizione di un contratto di convivenza»

QUANDO UNA COPPIA DI FATTO SI ROMPE COSA SUCCEDE?

I conviventi vanno dal notaio al quale manifestano la volontà di sciogliere la coppia di fatto e dichiarano la fine della convivenza.

QUANTO COSTA QUESTA LEGGE?

Sono costi certificati dalla Ragioneria dello Stato. E sono stati conteggiati in 3,7 milioni di euro per il 2016. Mentre le spese previste per il 2017 sono di 6,7 milioni di euro; 8 milioni di euro per l’anno 2018 e 9,8 milioni per il 2019. Quindi l’esborso sale a 11,7 milioni di euro per il 2020; 13,7 milioni per il 2021. Via via fino ad arrivare a una previsione di 22,7 milioni di euro annui a decorrere dal 2025 Copertura indicata. Anche su questo punto è stato braccio di ferro fino alla fine. Gli ultrà cattolici, gli alfaniani, i leghisti e Forza Italia hanno cercato fino alla fine di contestare il diritto alla reversibilità della pensione da cui derivano i costi

Giovanna Casadio

Eredità, cognomi e fedeltà: la rivoluzione delle nuove coppie.

Repubblica – 26 febbraio 2016

I 62 padroni del mondo

diseUn gruppetto di miliardari che potrebbero stare tutti in una stanza ha un patrimonio più grande di quello della metà più povera della popolazione della terra.

Detto in cifre, 62 persone sono più ricche di 3 miliardi e 600 milioni di persone.

È il dato più impressionante del rapporto pubblicato ieri dalla Oxfam, una delle più importanti organizzazioni umanitarie, sul gap tra ricchi e poveri nel nostro pianeta.

Il patrimonio dell’1 per cento più ricco della popolazione mondiale ha superato nel 2015 quello del restante 99 per cento dei terrestri, afferma il rapporto, fotografando una forbice di diseguaglianza che si allarga sempre di più. E che riguarda anche il nostro Paese: l’1 per cento più ricco degli italiani, secondo la stima di Oxfam, possiede il 23,4 per cento della ricchezza nazionale. L’evasione fiscale, in particolare la cosiddetta evasione legalizzata, consentita da scappatoie nelle normative tributarie e dai paradisi fiscali, viene indicata come una delle cause principali del fenomeno.

«Lo scarto tra i super ricchi e il resto della popolazione si è accresciuto in modo spettacolare negli ultimi dodici mesi», osserva il rapporto intitolato

Un’economia al servizio dell’ 1 per cento. Usando la classifica della rivista americana Forbes sui più ricchi della terra, Oxfam ha calcolato che dal 2010 allo scorso anno i 62 super miliardari in testa alla graduatoria, tra cui i giganti del web come Bill Gates di Microsoft, Jeff Bezos di Amazon, Mark Zuckerberg di Facebook, Larry Page di Google, e poi nuovi ricchi cinesi, sceicchi arabi, petrolieri russi (e due italiani, Maria Franca Fissolo Ferrero, titolare dell’impero della Nutella, e l’imprenditore di Luxottica Leonardo Del Vecchio), hanno visto aumentare il proprio patrimonio collettivo di 500 miliardi di dollari arrivando nel 2015 a un totale di 1.760 miliardi di dollari. Nello stesso periodo, la ricchezza dei 3 miliardi e 600 milioni di persone più poveri, ovvero metà della popolazione mondiale, è diminuita di circa 1.000 miliardi di dollari, un calo del 41 per cento. Ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, un trend indicato anche da un altro dato del rapporto: nel 2010 ci volevano i 388 più ricchi della terra per ammassare un patrimonio pari a quello della metà più povera della popolazione mondiale, nel 2011 ci volevano 177 ricchi, nel 2012 ne erano necessari 159, nel 2013 ne bastavano 92, nel 2014 ne erano sufficienti 80 e l’anno scorso appunto sono bastati 62 super ricchi a pareggiare la bilancia con i 3 miliardi e 600 milioni di persone più povere. La rosa dei più agiati, insomma, si restringe sempre di più.

Per quel che riguarda il nostro Paese, il rapporto indica che l’1 per cento più ricco degli italiani è in possesso di quasi un quarto della ricchezza nazionale netta, una quota in assoluto pari a 39 volte la ricchezza del 20 per cento più povero della popolazione. Lo studio di Oxfam rileva inoltre che in Italia oltre la metà dell’incremento della ricchezza è andato a beneficio del 10 per cento più ricco. «L’elusione fiscale delle multinazionali ha un costo per i Paesi in via di sviluppo stimato in 100 miliardi di dollari  l’anno e per dare un’istruzione scolastica a ogni bambino del continente nero.

L’allarme sull’aumento della diseguaglianza non è una novità: rappresenta l’aspetto centrale del bestseller dello scorso anno dell’economista francese Tomas Piketty Il capitale nel 21esimo secolo.

Appelli ad arginarla sono arrivati da papa Francesco e dalla direttrice del Fmi Christine Lagarde.

Allo stesso tempo, altri dati rivelano che la povertà mondiale si sta riducendo: nel 2015, secondo cifre della Banca Mondiale, è calata al suo minimo da quando si tengono simili statistiche, scendendo a circa 700 milioni di persone, il 9,6 per cento della popolazione globale, rispetto ai 900 milioni di persone in condizioni di estrema povertà (condizione definibile come vivere con meno di 1 dollaro e 90 centesimi al giorno) nel 2012.

Dunque il gap ricchi-poveri non è in contraddizione con una diminuzione della povertà estrema: ma trasmette un segnale di ingiustizia che a sua volta produce instabilità e secondo numerosi economisti minaccia la salute dell’economia generale. Non a caso le cifre dimostrano  un impatto importante anche nei paesi come l’Italia», commenta Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia. «Il governo italiano può agire per porre fine all’era dei paradisi fiscali, sostenendo a livello nazionale e in Europa una serie di misure in tal senso». A questo scopo il braccio italiano di Oxfam lancia la campagna “Sfida l’ingiustizia”, per dire basta ai paradisi fiscali.

Non c’è dubbio che i paradisi fiscali rappresentino un problema, come sottolinea un altro aspetto del rapporto. Dal 2000 al 2014 gli investimenti mondiali offshore sono quadruplicati: si ritiene che oggi 7600 miliardi di dollari di ricchezze private siano depositate in “paradisi” dove sfuggono alla tassazione nazionale. Se sul reddito generato da questa ricchezza venissero pagate le tasse, i governi avrebbero a disposizione 190 miliardi di dollari in più ogni anno. Oxfam stima che almeno un terzo della ricchezza finanziaria dell’Africa sia nascosto in paradisi fiscali: la perdita di 14 miliardi di dollari di introiti basterebbe per creare strutture sanitarie in grado di salvare la vita a 4 milioni di bambini africani che i Paesi meno diseguali, come la Scandinavia, sono spesso i più prosperi.

La Oxfam diffonde il suo rapporto alla vigilia del summit di Davos, dove ogni anno si riuniscono i leader politici ed economici della terra, per esortare la comunità internazionale a intervenire. «È inaccettabile che la metà più povera della popolazione del mondo possieda meno di un piccolo gruppo di super ricchi», afferma Mark Goldring, presidente esecutivo dell’ong basata a Londra. «La preoccupazione dei leader mondiali per l’aumento della diseguaglianza non si è finora tradotta in azioni concrete». La Oxfam propone tre iniziative: un giro di vite contro l’evasione fiscale, maggiori investimenti nei servizi pubblici e salari più alti per i lavoratori a basso reddito. «La diseguaglianza ha raggiunto livelli insopportabili », conclude Duncan Exley, direttore esecutivo dell’associazione. «Ormai è noto che un vasto gap tra i ricchi e tutti gli altri fa male all’economia e alla società. È necessario che i politici si sveglino e affrontino questa pericolosa concentrazione di ricchezza e di potere nelle mani di così pochi».

Enrico Franceschini

Repubblica 19 gennaio 2016

Oxfam

http://www.oxfamitalia.org/

Intervista ad Edgar Morin

prigEdgar Morin, sociologo e filosofo francese, ha di recente scritto un libro su Islam e occidente, «Il pericolo delle idee» con Tariq Ramadan, intellettuale musulmano docente a Oxford, nipote del fondatore dei Fratelli musulmani. A Rimini per il convegno del Centro Studi Erickson sull’educazione, con un intervento sull’Islam e l’integrazione dei bambini musulmani a scuola, parla con il Corriere della Sera di nodi tra i più critici dell’attualità, alla luce degli attentati terroristici di Parigi: il terrorismo, il fondamentalismo, l’islamofobia, la laicità e il laicismo, il conflitto israeliano-palestinese.

 

Charlie Hebdo dieci mesi fa e adesso questo massacro. Com’è vivere a Parigi oggi?
«È terribile perché quelli di Parigi non sono stati degli ”attentati”, ma un atto di guerra, con attacchi sincronizzati, coordinati. È la guerra della Siria e del Medio Oriente che è entrata in Francia, si è trasformata in una guerra internazionale, come un cancro che sta producendo metastasi ovunque».

Lo vede come un attacco alla Francia e alla sua politica estera?
«La Francia rivendica l’eliminazione di Bashar Al Assad in Siria. Ma l’unico modo per lottare contro questa guerra è fermare il massacro e imporre la pace».

Qual è l’obiettivo finale?
«Non bisogna pensare alla ricostruzione della Siria o dell’Iraq: sono Paesi ormai disintegrati. Con la seconda guerra in Iraq, gli americani hanno di fatto completato la distruzione dello Stato iracheno, che si è decomposto e si sono radicalizzate le divisioni tra sciiti, sunniti, curdi. Bisognerebbe invece riprendere la visione di Lawrence d’Arabia, puntare a una grande confederazione araba, basata sulla libertà di religione, di culto, etnica. Ma per farlo dobbiamo costruire la pace in Medio Oriente, isolare il fanatismo di Isis, tagliando alla fonte la forza del terrorismo e dell’orrore che stiamo vivendo».

I bombardamenti in Siria vanno dunque nella direzione sbagliata?
«In Siria è importante fermare la guerra. La pace è una missione vitale per tutta l’umanità. Ma serve l’intervento di tutti i Paesi interessati: Stati Uniti, Europa, Russia, Iran».

Gli attacchi a Parigi sono avvenuti in quartieri che sono modelli di convivenza. Un caso, o una strategia contro la politica assimilazionista della Francia, contro la libertà di religione e di espressione, contro tutte le libertà?
«Evidentemente sono atti per terrorizzare la popolazione francese e fare del terrore un elemento di divisione nei confronti degli arabi musulmani che vivono in Francia e negli altri Paesi occidentali. Con la crisi sta crescendo l’islamofobia negli occidentali, e negli arabi la sensazione di inferiorità, l’umiliazione, la paura, che può essere un fattore di radicalizzazione. La maggioranza della popolazione arabo-musulmana è molto pacifica, ma nella crisi sociale ed economica vede il tradimento della democrazia, il fallimento della società araba. Si sente anche vittima di pesanti ingiustizie, quando vede usare due pesi e due misure, da un Occidente che aiuta Israele e non i palestinesi, che sono oggetto di colonizzazione. Chi vuole dividere, portare il conflitto all’interno della Francia e degli altri Paesi, spinge molto su queste distorsioni».

Il terrorismo è diventato un’ideologia?
«È un problema di fanatismo, non di ideologia. È successo anche in Italia, con le Brigate Rosse, esponenti normali della società diventati allucinati, chiusi nell’idea che con la lotta armata si poteva svegliare il proletariato. Terrorismo non è una parola giusta: è una parola vuota».

Perché questi fanatici spargono terrore?
«Perché hanno una fede, un’allucinazione, una follia. Non sono nati terroristi, lo sono diventati, con l’idea di dover fare un servizio in nome di Dio. Il vero problema è come disintossicare le menti allucinate, far loro aprire gli occhi. Ho avuto amici delle Brigate Rosse che quando hanno capito che era una follia si sono trasformati. Dopo il terrorismo può tornare la coscienza. Noi dobbiamo aiutare questa gente affinché prevalga la coscienza e questa è una missione anche dell’insegnamento, dell’educazione».

Perché tanti giovani occidentali aderiscono alla «guerra santa»? Perché per qualcuno è più attraente andare in Iraq o in Siria a combattere una guerra di altri piuttosto che rimanere qui?
«In Francia molti giovani emigrati di seconda generazione non si sentono pienamente integrati e pensano che se non possono diventare buoni francesi forse possono diventare buoni islamici. È molto difficile perché vivono una crisi di civilizzazione, ancora più pericolosa della crisi economica. Si è alzato il livello di paura, la gente si è chiusa, pensa che gli immigrati siano l’essenza del male».

L’integrazione è la parola chiave e la sfida da vincere, oggi. Come affrontare l’argomento con le generazioni più giovani? Quale modello di integrazione adottare in una società in cui più culture e religioni condividono il medesimo spazio sociale anche e soprattutto a scuola?
«Per favorire l’integrazione è fondamentale insegnare che la multiculturalità fa parte della nostra storia. L’Italia, per esempio, è una nazione multiculturale, fatta da popoli diversi, che si sono integrati dopo l’unità d’Italia, ma non ancora totalmente. C’è gente del Nord che ha una visione razzista degli italiani del Sud. Anche la Francia non ha una razza unica, è frutto dell’integrazione di popoli originariamente molto diversi. La storia ha la possibilità di integrare e l’identità francese, come quella italiana è un’identità spirituale, di adesione a una civiltà. Senza cambiare la storia e il passato, bisogna parlare di questo, dimostrare che le nazioni nascono sulla diversità».

In Italia non esiste una materia scolastica come «Storia delle religioni», ma solo l’insegnamento opzionale di religione cattolica o l’ora alternativa per chi non è interessato o è, semplicemente, laico. Come parlare ai ragazzi di religioni, tolleranza, multiculturalismo?
«Bisogna insegnare tutte le religioni, la musulmana e l’induista, la cattolica, il candomblé. Dobbiamo introdurre la conoscenza delle religioni e fare un grande sforzo per capire e far comprendere le diversità. La religione non è, come pensava Voltaire, un’invenzione della cura, ma come diceva Karl Marx, il sospiro della creatura infelice. È l’infelicità umana che alimenta la religione e il punto fondamentale è insegnare perché gli umani hanno bisogno di una speranza, tanto più quanta più infelicità trovano sulla terra. Una questione antropologica. Una mente razionale ha bisogno di capire cos’è la religione e anche di capire che in molte società sviluppate esiste il diritto e la libertà di non credere. Non può funzionare finché ci sono Paesi anche progrediti come il Marocco, che nella propria Costituzione abbracciano la multiculturalità, ma dove non è possibile sostenere pubblicamente di essere “non credenti”

Attentati di Parigi, Morin: «La guerra del Medio Oriente è arrivata da noi»

Di Antonella De Gregorio

Corriere della Sera 15 novembre 2015

http://www.corriere.it/esteri/15_novembre_15/attentati-parigi-morin-la-guerra-medio-oriente-arrivata-noi-66a3a664-8baa-11e5-85af-d0c6808d051e.shtml

Il pericolo delle idee

http://www.erickson.it/Libri/Pagine/Scheda-Libro.aspx?ItemId=41086

Può esistere un dibattito costruttivo tra due concezioni del mondo e della fede che tutto fa sembrare opposte l’una all’altra? Molti, oggi soprattutto, risponderebbero di no. Eppure questo libro è la prova del contrario, la dimostrazione che, se si ascolta veramente l’altro rispettandone la diversità, il dialogo  può non solo avere luogo ma diventare la chiave di lettura per comprendere il passato e interpretare la complessità del presente.
Edgar Morin, tra i maggiori pensatori viventi, e Tariq Ramadan, intellettuale  e teologo musulmano molto discusso in Francia per le sue opinioni su islamismo e Occidente, danno vita a una conversazione intensa e autentica, antidogmatica ed estremamente attuale, che tocca i nodi tra i più critici del dibattito contemporaneo: il conflitto israeliano-palestinese, il fondamentalismo, l’antisemitismo e l’islamofobia, la laicità e il laicismo, i diritti delle donne, la globalizzazione…
In un periodo come quello presente, in cui i principi fondativi della democrazia e del vivere comune sono minacciati e offesi, ciò che rende attuale questo libro è anche ciò che lo rende «pericoloso»: l’ambizione di poter vivere insieme anche essendo diversi, la speranza che la pluralità — di opinioni, fedi, culture — possa non ridursi a scontro fra civiltà. È questo il pericolo delle idee: un rischio che vale la pena assumersi, oggi più che mai.

Cittadini si nasce o si diventa?

iusssolliCittadini si nasce o si diventa. Facile a dirsi, difficile a farsi. Non foss’altro perché, quando si tratta di decidere sull’appartenenza al corpo politico, sul potere di cittadinanza, verbi come “nascere” e “diventare” sono oggetto di interpretazioni discordanti e difficilmente riducibili a formule semplici.
La legge appena approvata alla Camera sul riconoscimento di cittadinanza a residenti non italiani, importante sotto molti aspetti e benvenuta, ne è un esempio. Essa stabilisce che acquisisce la cittadinanza italiana chi è nato nel territorio della repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia in possesso del permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo. Perché chi è nato in Italia abbia diritto alla cittadinanza deve dimostrare che almeno un genitore sia nella norma. La nascita non è sufficiente, dunque, e lo ius soli non è automatico. Il destino del bimbo o della bimba sta se così si può dire nella mani dei genitori (e dello Stato ospitante). Questa regola modera lo ius soli, il quale nella sua connotazione normativa dà priorità alla persona, ovvero ai nati e non a chi li ha messi al mondo. Gli Stati Uniti danno un’idea della radicalità di questo principio se interpretato come diritto del singolo. Nella patria dello ius soli meno annacquato o più genuino, è sufficiente per un bimbo essere nato dentro i confini della federazione per essere cittadino americano. E così può succedere, che genitori stranieri decidano di “regalare” al loro figlio la cittadinanza americana facendolo nascere sul suolo americano. Ciò è sufficiente a richiedere ed ottenere il passaporto, anche se i genitori non sono residenti e anche se sono “clandestini”. Neppure la Francia, il paese europeo più aderente allo ius soli, è così inclusivo e – soprattutto— tanto rispettoso dei diritti della singola persona.
L’interpretazione di “nascita” e “acquisizione” della cittadinanza è come si vede tutt’altro che semplice. E del resto, questa complessità interpretativa è testimoniata dall’esistenza in Italia di un altro regime di cittadinanza, quello detto dello ius sanguinis: un regime che vale solo per gli italiani etnici, per cui nascere in Argentina o in Australia da genitori di genitori italiani (avere un bisnonno nato in Italia) dà diritto a richiedere il passaporto italiano dopo aver trascorso un breve periodo di residenza nel paese. Per ovvie ragioni, il contesto famigliare è in questo caso determinante.
Ma perché dovrebbe esserlo anche per lo ius soli? Certo, considerato il fondamento nazionale della cittadinanza nei paesi europei, la legge appena approvata dalla Camera è un passo avanti importante e la reazione della Lega (che ha già annunciato un referendum abrogativo qualora il Senato non cambi il testo) lo dimostra. C’è però da augurarsi che il passo avanti compiuto si faccia più coraggioso, perché la cittadinanza a chi nasce in Italia e non è maggiorenne dipende ancora da una dichiarazione di volontà espressa da un genitore o da chi esercita la responsabilità genitoriale.
Al di là della moderazione interpretativa del principio dello ius soli, questa nuova legge in discussione presenta inoltre un aspetto di discriminazione che sarebbe fortemente desiderabile correggere, perché stride non soltanto col proclamato principio dello ius soli, ma prima ancora con quello dell’eguale dignità delle persone. Come si è detto, la nascita sul suolo italiano non è sufficiente, se altre condizioni non sono presenti, due in particolare: la frequenza scolastica e la condizione economica della famiglia.
Nel primo caso, il bambino nato o entrato nel paese prima della maggiore età deve dimostrare di aver frequentato almeno cinque anni di scuola pubblica. Per uno straniero la condizione di alfabetizzazione può aver senso anche perché è nel suo stesso interesse conoscere la lingua del paese. Tuttavia se si tratta di un bambino nato e socializzato in Italia, è davvero giustificabile attendere l’attestato della quinta elementare? La seconda condizione è grave in sé perché introduce un fattore di discriminazione. Torniamo al caso dei nati in Italia, per i quali è necessario che almeno un genitore sia in possesso di “permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo” per richiedere la cittadinanza. Ora, sappiamo che per avere questo permesso, il residente straniero deve dimostrare non solo di aver vissuto in Italia da almeno cinque anni, ma anche di avere un reddito superiore all’assegno sociale (circa mille euro al mese o poco più) e un “alloggio idoneo”. Come possono due bambini nati in Italia essere considerati diversi ai fini della cittadinanza per questioni economiche – di cui non sono tra l’altro responsabili? Come possono due bimbi giustificare a se stessi che solo chi dei due è meno povero merita di essere cittadino? Può essere la povertà una ragione di esclusione? È augurabile che il legislatore veda la contraddizione insita in questa norma rispetto al significato della cittadinanza moderna, per cui è proprio chi ha poco o nessun potere sociale ed economico ad avere più bisogno del potere politico.

Nadia Urbinati

Repubblica 15 ottobre 2015

http://www.libertaegiustizia.it/2015/10/15/cittadini-si-nasce-o-si-diventa/

Ius soli: tutto quello che c’è da sapere

http://www.lastampa.it/2015/10/13/italia/cronache/ius-soli-tutto-quello-che-c-da-sapere-uXm3S3ov6iUgMZWnPehTkL/pagina.html