Fiducia a metà per l’Europa

Un sentimento  sta crescendo in modo rapido. In Italia  la fiducia nella Ue, rispetto al 2000 – alla vigilia dell’introduzione dell’Euro – è, letteralmente, dimezzata. Dal 57% al 29%, rilevato nelle ultime settimane (Sondaggio Demos). E negli ultimi mesi, da settembre 2013 ad oggi, è caduta di 5 punti. Toccando il punto più basso rilevato da quando il processo di costruzione dell’Unione Europea è stato avviato. Fin qui, tuttavia, si è tradotto, soprattutto, sul piano economico e, soprattutto, monetario.

L’Europa, cioè, si è trasformata in un soggetto freddo, lontano. Una moneta senza Stato e senza politica. Senza identità e senza passione. È stata percepita, dunque, come un problema più che una risorsa. Un Grande Esattore, senza volto, se non quello della Merkel (e delle Banche), che esige senza garantire nulla. Per questo, ormai, pressoché un terzo degli italiani (per la precisione, il 32%) si dice d’accordo con l’affermazione che sarebbe meglio «uscire dall’euro e tornare alla lira». Si tratta di un atteggiamento che abbiamo già testato e spiegato in passato. Gli italiani accettano l’Europa dell’euro per forza. E per paura. Temono, cioè, che uscirne sarebbe pericoloso. Ma, al tempo stesso, guardano alla Ue e alla sua moneta con insofferenza crescente. Di giorno in giorno. Come si coglie ricomponendo gli orientamenti verso la Ue e verso l’euro in un unico profilo. Dal quale emerge che, in Italia, il peso degli europeisti (29%), che hanno fiducia nella Ue, supera di poco quello degli antieuropei (27%). Che si oppongono all’Euro e non credono nella Ue. Mentre gran parte degli italiani (44%) si rifugia in un atteggiamento euroscettico oppure eurocritico. Sopporta, cioè, l’euro senza aver fiducia nella Ue. Ma, visto che la Ue, nella percezione (non del tutto distorta) dei cittadini, coincide, in larga misura, con il sistema monetario, ecco che il sentimento dominante, fra gli italiani, è la sfiducia verso l’Europa – della moneta e, insieme, dei governi e degli Stati Nazionali.

È, peraltro, interessante osservare come il maggior grado di anti-europeismo si raggiunga fra gli imprenditori e i lavoratori autonomi: 43%. Un dato, in effetti, altissimo. Come quello delle casalinghe (44%) e dei disoccupati (38%). Mentre il maggior livello di europeismo si incontra, invece, fra gli studenti (43%), i liberi professionisti (48%) e fra gli impiegati del settore pubblico (39%). Sul piano territoriale, l’anti-europeismo è spalmato dovunque. Raggiunge il massimo livello nel Mezzogiorno e nel Nordovest (quasi 30%), mentre è un po’ meno diffuso nel Centro e nel Nordest (dove, comunque, supera il 20%). Insomma, il sentimento anti-europeo fornisce un bacino elettorale molto ampio, in vista delle prossime elezioni. Che hanno l’Europa come ambito e come posta in palio. …….

http://www.repubblica.it/politica/2014/03/10/news/crisi_merkel_burocrazia_per_gli_italiani_l_europa_diventata_impopolare-80625991/

Le Mappe

http://www.demos.it/a00963.php

Il sentimento economico

ottMigliora anche a luglio, per il terzo mese consecutivo, la fiducia dei consumatori e delle imprese nell’Eurozona ed è proprio l’Italia a guidare il recupero. Il clima fra le imprese della zona euro è tornato ai livelli della primavera 2012, ovvero di 15 mesi fa.

La Commissione europea ha calcolato un aumento degli indici che misurano il clima e le aspettative, e il cosiddetto «sentimento economico» ha registrato un incremento di 1,2 punti nell’Eurozona, giungendo a 92,5 e di 2,4 punti nell’Unione europea ora a 28 paesi, dove è pari a 95. L’unico settore che fa eccezione alla tendenza generale è quello dell’edilizia, dove la fiducia si è ulteriormente ridotta. In Italia il «sentimento economico» è migliorato di 2,9 punti, in Spagna e Francia di 1,2, in Germania di 0,7 mentre in Olanda è peggiorato di 2 punti……..

http://www.lastampa.it/2013/07/30/economia/litalia-guida-il-recupero-della-fiducia-mYNhNyBAu5Wt04B7MeZcSJ/pagina.html

COS’E’ IL SUPERINDICE

É in un certo senso il Superman degli indici, perché si tratta di un indice composito, cioè costituito da una serie di indici che vengono collassati per farne uno solo in grado di ‘tastare il polso’ all’economia. Dato che l’economia
è un organismo complesso, formato da più attori e plasmato da più forze, un
indice che guardi solo a una parte dell’economia non riesce a dare questo sguardo di insieme.
In Europa ha titolo a esser chiamato ‘superindice’ l’indicatore del ‘Sentimento economico’ della Comunità: viene rilasciato ogni
mese dalla Commissione Ue, per l’Unione europea, l’area euro e ogni Paese
(riassume cinque indicatori: famiglie, industria, servizi, costruzioni, e commercio al dettaglio).

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/100-parole/Economia/S/Superindice.shtml?uuid=9fcf8d90-5804-11dd-93cb-a54c5cfcd900&DocRulesView=Libero

 

La favola di Cenerentola si avvera con sempre minor frequenza

cenerentola_106[1]Mentre le ultime rilevazioni dell’Istat indicano un vero e proprio crollo dei consumi delle famiglie, uno studio commissionato dall’Unione Europea, Gini-Growing inequality impact, ha messo in evidenza che l’Italia è tra i paesi europei che registrano le maggiori diseguaglianze nella distribuzione dei redditi, seconda solo al Regno Unito, e con livelli di disparità superiori alla media dei paesi Ocse.

Non solo: da noi la favola di Cenerentola si avvera con sempre minor frequenza, nel senso che le unioni si verificano non tanto tra fasce di reddito diverse ma entro le stesse fasce frenando la mobilità sociale. Inoltre, appare che la ricchezza si sta spostando verso la popolazione più anziana accentuando il divario tra generazioni.

Il crollo dei consumi in Italia è dunque associato ad un divario nella distribuzione della ricchezza che si è accentuato durante la crisi: oggi circa la metà del reddito totale è in mano al 10% delle famiglie, mentre il 90% deve dividersi l’altra metà.
La domanda che si impone è: come siamo arrivati a questo punto?

La risposta non è difficile: questa situazione va ricondotta al pensiero dominante di ispirazione neoliberista, che si è affermato all’inizio degli anni ’80 negli Stati Uniti e in Inghilterra e che poi ha influenzato la politica economica dell’Unione europea. La teoria economica neoliberista si fonda sull’assunto che la diseguaglianza non inficia in alcun modo la crescita. Anzi, detassare redditi e soprattutto patrimoni immobiliari e mobiliari dei più ricchi genererebbe un “effetto a cascata” che dai piani alti della società trasferirebbe la ricchezza fino ai piani bassi, portando ad un arricchimento generale e ad una maggiore crescita.

Questa idea ha aperto la strada alle privatizzazioni e alla deregulation dei mercati finanziari (inclusa la proliferazione dei paradisi fiscali) per permettere agli “spiriti animali” di dispiegare liberamente tutta la loro forza propulsiva. Così lo Stato diventa un “disturbatore”, fonte di sprechi e di inefficienza, e pertanto deve essere ridotto ai minimi termini. “La società non esiste, ci sono solo individui e famiglie. E nessun governo può far nulla. La gente deve pensare a se stessa”: così Margaret Thatcher in una sentenza diventata tristemente famosa.

Dall’inizio degli anni ’80, il drastico ridimensionamento della capacità di intervento dello Stato nell’economia e il progressivo indebolimento dei lavoratori, che cominciano a subire i ricatti delle delocalizzazioni produttive, interrompono l’espansione della classe media che si era registrata nell’Età dell’Oro (1945-1973). Ma una crescita fondata su diseguaglianze crescenti può destabilizzare l’economia riportando indietro di anni il livello di benessere della popolazione. Joseph Stiglitz ha sintetizzato i risultati delle sue ricerche in una formula che dimostra come diseguaglianza e sviluppo economico siano inversamente proporzionali.

Insomma, l’effetto a cascata auspicato dai liberisti non si è assolutamente verificato e sono risultati evidenti gli effetti nefasti della polarizzazione della ricchezza, così come era stato teorizzato da Karl Marx.
Dopo la crisi esplosa nel 2008 lo Stato è dovuto intervenire massicciamente per salvare il settore privato dal collasso, il che ha determinato un’espansione rapidissima del rapporto tra debito pubblico e Pil in tutti i paesi avanzati. E ora si è scatenata una nuova controffensiva del settore privato e dei mercati per tagliare i servizi sociali e più in generale la spesa pubblica aggravando la situazione delle fasce più deboli ed alimentando diseguaglianze sempre più marcate.

Il ceto medio è il vero motore dei consumi sia perché rappresenta la fascia più larga della popolazione, sia perché tende a convertire in consumi una percentuale proporzionalmente molto più elevata del proprio reddito. Se far ripartire i consumi è una delle principali chiavi per promuovere l’intera economia ecco allora l’importanza di politiche che favoriscano una più equa distribuzione della ricchezza ed il rafforzamento del middle class.

La politica dei redditi deve dunque tornare al centro della politica economica se vogliamo uscire dalla crisi che sta alimentando tensioni sociali destinate a diventare insostenibili.

di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, da Repubblica, 9 luglio 2013

http://temi.repubblica.it/micromega-online/le-disuguaglianze-insostenibili/

Benvenuta Croazia….

CROAZIA UEDecine di migliaia di persone hanno festeggiato l’ingresso della Croazia nell’Unione europea, della quale il paese ex jugoslavo è divenuto dalla mezzanotte di domenica il 28° Stato membro. Un obiettivo raggiunto dopo 10 anni di lunghi e difficili riforme che hanno portato a una radicale democratizzazione e liberalizzazione della società croata.  La festa centrale si è tenuta sulla piazza principale di Zagabria, dove davanti a circa 30 mila persone e 170 ospiti stranieri, presidenti, premier e ministri provenienti da tutti i Paesi dell’Ue e di quelli della regione balcanica……

Con canti, cori, concerti e balletti classici e moderni, intrecciati a una presentazione del patrimonio culturale e folcloristico nazionale, si è voluto presentare la Croazia come un Paese giovane e moderno, pronto ad unirsi alla famiglia europea, ma che al contempo con la sua storia, cultura, tradizione e arte fa parte dell’Europa da sempre. Il culmine della serata è stato raggiunto con uno dei più solenni e famosi canti della tradizione letteraria e operistica croata, l’Inno alla Libertà, scritto nel ‘500 dal poeta croato Ivan Gundulic di Dubrovnik, seguito dall’Inno alla Gioia di Beethoven e da uno spettacolo di fuochi d’artificio….

Le tv hanno trasmesso in diretta la cerimonia in cui a mezzanotte i ministri delle Finanze sloveno e croato hanno abolito i controlli doganali a un valico di confine tra le due ex repubbliche jugoslave, mentre alla frontiera con la Serbia il capo della polizia croata ha scoperto una tabella con la scritta «Unione europea.

Dopo la Slovenia, entrata nella Ue nel 2004, la Croazia è la seconda delle sei Repubbliche che componevano la ex Jugoslavia socialista ad aderire all’Unione europea. Zagabria proclamò l’indipendenza nel giugno 1991, a cui seguì la guerra contro la Serbia conclusasi nel 1995 con un bilancio di 22 mila morti e centinaia di migliaia di profughi. Nel 2005 cominciarono i negoziati di adesione con Bruxelles, che si conclusero nel giugno 2011. In un referendum nel gennaio 2012 il 66% dei croati si pronunciò a favore del Trattato di adesione, ratificato poi da tutti i 27 paesi membri.

http://www.corriere.it/esteri/13_luglio_01/croazia-entra-unione-europea_4fa68976-e207-11e2-b962-140e725dd45c.shtml

LA CROAZIA

http://croatia.hr/it-IT/Homepage?gclid=CIOzkqfnjbgCFcNQ3godREMAyw

http://www.easycroazia.com/scheda-riassuntiva-croazia.html

 

 

Disoccupazione mondiale

A livello mondiale, la disoccupazione ha raggiunto il 5,9% nel 2012, quando i senza lavoro erano 195,5 milioni, con un aumento di 0,5 punti rispetto al 2007 quando i disoccupati erano 169,7 milioni e si avvia a salire al 6% quest’anno, con un aumento dei disoccupati oltre la soglia dei 200 milioni a 201,5 milioni. Entro fine 2014 la proiezione è di 205 milioni e il numero di quanti cercano lavoro senza trovarlo è stimato a 214 milioni entro il 2018. Per riportare l’occupazione ai livelli pre-crisi secondo l’Ilo sono necessari oltre 30 milioni di posti di lavoro. Il tasso di occupazione globale nel quarto trimestre 2012 era al 55,7%, lo 0,9% in meno rispetto al quarto trimestre 2007, il che comporta un deficit globale netto di circa 14 milioni di posti di lavoro rispetto all’ante-crisi. Servono poi altri 16,7 milioni di posti per i giovani che raggiungeranno l’età lavorativa quest’anno, il che porta dunque a 30,7 milioni lo squilibrio lavorativo globale. Per l’Unione europea il “gap” complessivo è di ben 6 milioni. Secondo il rapporto, nei paesi avanzati i livelli occupazionali dovrebbero rivedere i livelli pre-crisi solo nel 2018. Il tasso di occupazione dovrebbe raggiungere il 56,5% nel 2017, restando di 0,1 punti sotto il top ante-crisi.

http://www.repubblica.it/economia/2013/06/03/news/ilo_precari_lavoro-60250369/?ref=HREC1-8

IL SITO DELL’ ILO

http://www.ilo.org/global/lang–en/index.htm

Da luglio la Croazia nell’Unione europea

La Croazia è pronta a diventare a luglio il 28mo Paese membro dell’Unione Europea. Lo ha annunciato la Commissione europea che oggi ha approvato l’ultimo rapporto di monitoraggio…

Nell’ottobre scorso, l’esecutivo di Bruxelles aveva indicato una lista di 10 settori nei quali erano necessari ulteriori progressi, dal miglioramento del sistema giudiziario al completamento dei posti di frontiera. Progressi che la Commissione ritiene siano stati fatti. La Croazia, si legge nel rapporto, «è adesso pronta per prendere il suo posto nell’Ue come previsto ed attendiamo con ansia il completamento del processo della ratifica del Trattato di adesione e di accoglierla nell’Unione il primo luglio».

Gli altri Paesi dei Balcani rimangono in ritardo. Il Montenegro ha inviato i negoziati per l’adesione, mentre Serbia e Bosnia devono ancora cominciare.

http://www.corriere.it/esteri/13_marzo_26/croazia-unione-europea_60d9ba98-960c-11e2-9784-de425c5dfce0.shtml

Londra: referendum sull’Europa

Cameron ha ufficializzato un possibile piano di allontanamento dall’Europa in due fasi: una trattativa per rinegoziare lo status delle nazioni che fanno parte dell’Europa che (sempre se i conservatori vinceranno le prossime elezione, cosa tutta da vedere) dovrà tenersi il prossimo anno e un referendum secco, fuori o dentro l’Europa, da tenersi per la fine del 2017.

In sostanza Cameron ha lanciato un ultimatum all’Europa che suona più o meno: se volete che restiamo dovete accettare le nostre condizioni e riformare il baraccone di Bruxelles. Fin dall’inizio del discorso il premier ha chiarito che la sola idea di un’unione politica fa venire l’orticaria agli inglesi. Gli inglesi sono indipendenti per natura, «Non possiamo cambiare la sensibilità britannica così come non possiamo prosciugare il canale della Manica».

L’Europa futura che immagina Cameron, con Londra ancora a bordo, è un grande mercato unico vestito con l’esigua minigonna del neoliberalismo, dove lo spazio per la politica è praticamente inesistente e il nemico numero uno è la spesa sociale: meno regole, più profitt

 

http://www.lastampa.it/2013/01/23/esteri/cameron-ci-sara-referendum-sull-ue-se-si-esce-biglietto-di-sola-andata-HrB7fYtmAiFY7hJk8aZmcI/pagina.html