Le unioni civili sono diventate legge

ucivLe unioni civili sono diventate legge. La Camera ha approvato con 372 voti favorevoli e 51 contrari il ddl Cirinnà sulle unioni civili. Poche ore prima la stessa aula aveva votato e approvato la questione di fiducia posta dal governo sul testo della legge. Il testo votato oggi, identico, era già stato approvato dal Senato lo scorso 25 febbraio con un voto di fiducia su un maxi-emendamento che riscriveva la legge sulla base dell’accordo trovato tra il Partito Democratico e il Nuovo Centro Destra e con alcune sostanziali modifiche rispetto alla prima versione della legge: erano stati eliminati i riferimenti alla stepchild adoption e all’obbligo di fedeltà. Per il resto la legge sulle unioni civili estende alle coppie dello stesso sesso i diritti previsti dal matrimonio civile. (….)

Il disegno di legge Cirinnà già approvato al Senato (con 173 sì, 71 no e nessuna astensione) prevede l’introduzione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e la regolamentazione delle coppie di fatto, sia eterosessuali sia omosessuali. L’unione civile tra persone dello stesso sesso viene istituita come “specifica formazione sociale”. Per contrarla bisogna essere “due persone maggiorenni dello stesso sesso” e bisogna fare una dichiarazione pubblica davanti a un ufficiale di stato civile alla presenza di due testimoni. La dichiarazione viene registrata nell’archivio dello stato civile.

Non possono contrarre unioni civili le persone che sono già sposate o sono parte di un’unione civile con qualcun altro; quelle interdette per infermità mentale; quelle che sono parenti; quelle che sono state condannate in via definitiva per l’omicidio o il tentato omicidio di un precedente coniuge o contraente di unione civile parte; quelle il cui consenso all’unione è stato estorto con violenza o determinato da paura.

L’unione civile è un legame diverso dal matrimonio fra eterosessuali, anche se presenta molti doveri e diritti in comune. Le differenze: non è presente l’obbligo di fedeltà, quello di usare il cognome dell’uomo come cognome comune, l’obbligo di attendere un periodo di separazione da sei mesi a un anno prima di sciogliere l’unione (bastano tre mesi), la possibilità di sciogliere l’unione nel caso che non venga “consumata” e di fare le “pubblicazioni” prima di contrarre l’unione. Non c’è soprattutto la possibilità di chiedere l’adozione del figlio biologico del partner, la stepchild adoption, prevista nella stesura iniziale della proposta. Nel ddl c’è però scritto che «resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti»: non si impedisce cioè che i giudici si possano pronunciare. Come molte sentenze hanno ultimamente confermato, la legge permette già la stepchild adoption, ma senza alcuna garanzia e solo per quelle coppie che hanno deciso di ricorrere in tribunale.

La seconda parte della legge si occupa di convivenza di fatto tra due persone, sia eterosessuali che omosessuali, che non sono sposate e che potranno stipulare un contratto di convivenza per regolare le questioni patrimoniali tra di loro: potranno farlo attraverso una scrittura privata o con un atto pubblico che dovrà poi essere registrato da un notaio o da un avvocato e trasmesso al registro anagrafico comunale. I conviventi di fatto avranno gli stessi diritti del coniuge nei casi previsti dall’ordinamento penitenziario, in caso di malattia o ricovero, in caso di morte.

Nel caso di morte di uno dei due conviventi che è anche proprietario della casa comune, il superstite ha il diritto di restare a vivere in quella casa per altri due anni o per il periodo della convivenza se superiore a due anni, comunque non oltre i cinque anni. Se nella casa di convivenza comune vivono i figli minori o i figli disabili del convivente che sopravvive, lo stesso può rimanere nella casa comune per almeno tre anni. Se il convivente che muore è titolare del contratto di affitto della casa di comune residenza, il convivente di fatto ha la possibilità di succedergli nel contratto. Il diritto alla casa viene meno nel caso di una nuova convivenza con un’altra persona, o in caso di matrimonio o unione civile.

In caso di cessazione della convivenza di fatto, il giudice può stabilire il diritto del convivente di ricevere dall’altro gli alimenti se ne avesse bisogno e non fosse in grado di provvedere al proprio mantenimento. Gli alimenti sono assegnati per un periodo proporzionale alla durata della convivenza. La convivenza non dà diritto alla pensione di reversibilità.

 

http://www.ilpost.it/2016/05/11/oggi-voto-unioni-civili-streaming/

 

 

Le leggi cambiano con noi

imagefgllE’ stata una navigazione lenta, accidentata. Ma infine la legge sulle unioni civili è approdata in porto, accolta da un doppio squillo di fanfara. E invece no, il viaggio è appena cominciato. Non soltanto perché la navicella dovrà ancora doppiare la boa di Montecitorio, salpando da Palazzo Madama. Soprattutto per un’altra ragione: la vita del diritto non si esaurisce nelle leggi. E del resto nessuna legge appartiene al legislatore che l’aveva concepita. È come un figlio, che quando spalanca gli occhi al mondo decide lui su quali strade incamminarsi, al di là dei desideri paterni. E il mondo del diritto s’intesse di prassi amministrative, applicazioni giudiziarie, sentenze costituzionali, direttive europee. In questo senso nessuna legge è mai per sempre, nemmeno quando sopravviva inalterata per decenni. Perché in quel lasso di tempo giocoforza cambiano i costumi, e il cambiamento carica di nuove assonanze le parole della legge.

Da qui la prima lezione che ci impartisce la vicenda: il Parlamento ha fatto la sua parte, adesso tocca a noi. L’ha fatto con un maxiemendamento scritto dal governo, benché quest’ultimo avesse garantito libertà di coscienza ai senatori. E per giunta votando la fiducia per negare la fedeltà (dei gay), altro sentimento schizofrenico. Ma dopotutto questa è la politica, l’arte del possibile. Si fa quel che si può. O altrimenti si fa, ma non si dice.

Per esempio: sicuro che la nuova disciplina vieti l’adozione del configlio (stepchild adoption)? Dopo lo stralcio della norma che intendeva regolarla, la legge Cirinnà è muta come un pesce. Ma può ben trattarsi di silenzio-assenso, per dirla in giuridichese. Toccherà ai tribunali valutare, caso per caso, coppia per coppia. Loro, d’altronde, già lo fanno, talvolta consentendo l’adozione alle famiglie omosessuali. Giusto così, i giudici si trovano davanti persone in carne e ossa, non gli stereotipi su cui ragiona volentieri la politica. E i giudici sono l’avamposto della società civile, l’antenna che ne diffonde gli umori nel Palazzo.

Poi, certo, anche alla magistratura può capitare d’attardarsi su concezioni superate. Negli Usa accadde alla Corte suprema: benedisse la segregazione razziale per decenni, fino alla sentenza Brown del 1954. In Italia è successo alla Consulta: nel 1961 fece salvo il reato d’adulterio femminile, nel 1968 lo annullò in parte, nel 1969 lo demolì del tutto. Ma in entrambi i casi è stato decisivo un vento d’opinione pubblica — la lotta per i diritti civili dei neri americani, il Sessantotto. Insomma siamo noi, la legge. E i diritti vivono se c’è un popolo che vi s’affezioni, che sappia coltivarli. Ai diritti bisogna voler bene. Negli anni Trenta era in vigore una Costituzione (lo Statuto albertino) che proteggeva la libertà di stampa, di domicilio, di riunione; ma gli italiani, invaghiti del Duce e del fascismo, se n’erano ormai dimenticati. Sicché i diritti diventano di carta, quando nessuno li reclama. Non avviene forse, adesso, con il diritto di voto, mentre un italiano su due diserta l’appuntamento con le urne?

È esattamente questa la vocazione della nostra Carta costituzionale: favorire le diverse stagioni dei diritti, senza ingessarli in un calco normativo. Per raggiungere tale risultato, nel 1947 i costituenti usarono un linguaggio a maglie larghe, una lingua duttile, elastica.

Non a caso, per enunciare i limiti alla libertà di stampa e alla libertà di religione, s’appellarono al «buon costume», concetto che s’apre e chiude come una fisarmonica, in base al soffio dell’esprit du temps, dello spirito dei tempi. E non a caso l’articolo 29 definisce la famiglia come una «società naturale», dunque indipendente dal diritto, nella sua spontanea evoluzione; mentre non definisce il matrimonio. Per la Consulta (sentenza n. 138 del 2010), quest’ultimo è invece la somma di una mamma e di un papà. Però magari i giudici costituzionali sbagliano di nuovo, sta a noi farli ricredere.

Ecco, è questa la responsabilità che cade su ciascun cittadino. Per esercitarla, dobbiamo ricordare che la costruzione dei diritti è sempre progressiva, non sbuca fuori in un amen come Minerva dalla testa di Giove. Ci abbiamo messo secoli per sbarazzarci dell’autorità sovrana del pater familias, celebrata da Leon Battista Alberti nel primo trattato in volgare della nostra storia letteraria (Della famiglia, 1433-1434). Merito della Costituzione, poi della riforma del 1975, che adesso la legge Cirinnà riforma daccapo. Ma il merito è soprattutto del popolo italiano. Siamo stati noi, attraverso i nostri parlamentari, a pretendere il divorzio (nel 1970), poi a trasformarlo in un divorzio breve (nel 2015), tagliando i tempi d’attesa da 5 anni ad appena 6 mesi. E sempre noi, attraverso i nostri giudici, abbiamo smantellato pezzo a pezzo la legge proibizionista sulla fecondazione assistita, con 33 sentenze in 11 anni. Ora tocca alle unioni civili, ma la morale è sempre una: se lasciamo sole le nostre istituzioni, loro ci lasceranno soli.

 Michele Ainis
Unioni civili: le leggi cambiano con noi
Corriere della Sera

Via libera del Senato alle unioni civili

Senato - Discussione del DDL sulle Unioni civiliChi è contento e chi no. Ma le unioni civili stanno per diventare definitivamente legge: manca l’approvazione della Camera dei deputati, dopo il via libera del Senato ieri. In Europa eravamo “maglia nera”, adesso abbiamo fatto un passo nel riconoscimento dei diritti. L’ultima volta che il Parlamento aveva discusso della questione era stato nel 2007 con i Dico, le norme per i diritti e doveri dei conviventi, finite in un pantano di veti incrociati. Ecco cosa c’è ora da sapere.

A CHI SERVE QUESTA LEGGE?

La legge Cirinnà, che porta il nome della senatrice dem che ne è stata la prima firmataria, regolamenta le unioni civili tra persone omosessuali ma disciplina anche le convivenze eterosessuali. È divisa infatti in due capitoli.

COME SI COSTITUISCE L’UNIONE CIVILE?

Davanti all’ufficiale di stato civile in Comune e alla presenza di due testimone, due persone maggiorenni dello stesso sesso possono costituire l’unione civile.

COME SI SIGLA IL PATTO PER I CONVIVENTI ETERO?

La convivenza viene formalizzata da un uomo e una donna adulti davanti al notaio e prevede diritti e doveri.

CI SONO QUINDI LE NOZZE GAY IN ITALIA?

No. Il testo Cirinnà sta anzi attento ad evitare i “simil matrimoni”. Anche il Quirinale ha insistito perché non si venissero a creare sovrapposizioni. L’articolo 29 della nostra Costituzione definisce la famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio”. Qui, per le unioni civili, il riferimento è invece all’articolo 2 della Carta, in cui si parla dei diritti dell’uomo sia come singolo che “in formazioni sociali specifiche”. Nella legge sulle unioni civili è stato inserito adesso anche un riferimento all’articolo 3 della Costituzione per ricordare la pari dignità e l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

QUALI SONO I DIRITTI DELLE COPPIE OMOSESSUALI?

Dall’unione civile deriva l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione. E i due “concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare”.

SI PUÒ PRENDERE IL COGNOME DEL PARTNER?

Sì, i due possono scegliere un cognome comune dichiarandolo all’ufficiale di stato civile, ma decade se l’unione si rompe. È stato un punto di compromesso raggiunto con l’Ncd di Alfano che voleva eliminare del tutto la possibilità del cognome comune per le coppie omosessuali.

EREDITÀ E REVERSIBILITÀ, COME FUNZIONA?

I gay legati da un’unione civile hanno diritto a eredità e anche alla reversibilità della pensione.

I GAY HANNO L’OBBLIGO DI FEDELTÀ COME NEL MATRIMONIO?

No. Il riferimento all’obbligo di fedeltà previsto dal codice civile per il matrimonio è stato cancellato provocando molte polemiche.

POSSONO ADOTTARE?

No. Le coppie omosessuali non possono adottare. La stepchild adoption, l’adozione del figlio del partner, è stata cancellata. È stato soppresso l’articolo 5 che la prevedeva. Però è stata conservata nella legge Cirinnà una formulazione che non lega le mani ai giudici. Più di una sentenza infatti ha riconosciuto fino ad oggi in Italia l’adottabilità. Saranno ancora i giudici a decidere, dovendo però pronunciarsi ora sulla richiesta di una coppia stabile, legata da un’unione civile. Nella legge è scritto: “Resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti”.

COME CI SI SEPARA?

L’unione civile, quindi tra due persone omosessuali, si scioglie quando “le parti hanno manifestato anche disgiuntamente la volontà di scioglimento davanti all’ufficiale di stato civile” Ci vogliono però tre mesi prima che sia accolta.

E PER LE COPPIE DI FATTO ETERO QUALI DOVERI CI SONO?

La legge Cirinnà ha stabilito l’obbligo degli alimenti dopo la rottura della coppia di fatto, ovvero la convivenza tra etero. Ma nell’ultima versione del testo è stato soppresso il riferimento all’obbligo di mantenimento. Se ne ha semplicemente la facoltà. È una differenza rispetto al matrimonio, istituto nel quale la coppia di fatto non ha voluto vincolarsi.

E QUALI DIRITTI?

Non è prevista né eredità, né reversibilità della pensione che si ha invece con il matrimonio

COME SONO REGOLATI I RAPPORTI PATRIMONIALI NELLE COPPIE DI FATTO?

I conviventi etero possono disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita comune «con la sottoscrizione di un contratto di convivenza»

QUANDO UNA COPPIA DI FATTO SI ROMPE COSA SUCCEDE?

I conviventi vanno dal notaio al quale manifestano la volontà di sciogliere la coppia di fatto e dichiarano la fine della convivenza.

QUANTO COSTA QUESTA LEGGE?

Sono costi certificati dalla Ragioneria dello Stato. E sono stati conteggiati in 3,7 milioni di euro per il 2016. Mentre le spese previste per il 2017 sono di 6,7 milioni di euro; 8 milioni di euro per l’anno 2018 e 9,8 milioni per il 2019. Quindi l’esborso sale a 11,7 milioni di euro per il 2020; 13,7 milioni per il 2021. Via via fino ad arrivare a una previsione di 22,7 milioni di euro annui a decorrere dal 2025 Copertura indicata. Anche su questo punto è stato braccio di ferro fino alla fine. Gli ultrà cattolici, gli alfaniani, i leghisti e Forza Italia hanno cercato fino alla fine di contestare il diritto alla reversibilità della pensione da cui derivano i costi

Giovanna Casadio

Eredità, cognomi e fedeltà: la rivoluzione delle nuove coppie.

Repubblica – 26 febbraio 2016

Cosa prevede il disegno di legge sulle unioni civili

ucivChe cos’è?
Il disegno di legge (ddl) Cirinnà è una proposta che per la prima volta in Italia riconosce diritti e doveri delle coppie omosessuali che vogliono unirsi civilmente e delle coppie eterosessuali e omosessuali che non vogliono sposarsi, ma solo registrare la loro convivenza. La prima firmataria è la senatrice del Partito democratico Monica Cirinnà, da cui il ddl prende il nome.

A che punto è?
Dopo un lungo dibattito in commissione, il testo arriva in aula al senato il 28 gennaio, accompagnato da seimila emendamenti. Il Partito democratico, che ha proposto la legge, è diviso così come altri gruppi parlamentari. Matteo Renzi, premier e segretario del Pd, ha lasciato libertà di coscienza ai senatori: ognuno potrà scegliere come votare a ogni articolo ed emendamento. Il voto sarà segreto.

Com’è fatto?
Il disegno di legge è diviso in due capi e 23 articoli. Il primo capo inserisce nell’ordinamento giuridico italiano l’istituto dell’unione civile tra persone dello stesso sesso come “specifica formazione sociale”, secondo quanto previsto dall’articolo 2 della costituzione. Il secondo capo disciplina la convivenza di fatto, tra una donna e un uomo e tra due persone dello stesso sesso.

Seimila emendamenti sulle unioni civili

Cosa sono le unioni civili?
La legge inserisce nel diritto di famiglia un nuovo istituto specifico per le coppie omosessuali, chiamandolo unione civile, diverso dal matrimonio regolato dall’articolo 29 della costituzione, ma che si può equiparare al matrimonio per diritti e doveri previsti. Per stipulare un’unione civile, le due persone devono essere maggiorenni e recarsi con due testimoni da un ufficiale di stato civile. L’ufficiale provvede alla registrazione. Non possono contrarre l’unione civile persone già sposate o che hanno già contratto un’unione civile; persone a cui è stata riconosciuta un’infermità mentale o persone che tra loro sono parenti.

Cosa succede con l’unione civile?
Le due persone che hanno contratto l’unione civile devono indicare che regime patrimoniale vogliono (comunione legale o separazione dei beni), un indirizzo di residenza comune e possono assumere un cognome comune che può anche sostituire o affiancare quello da celibe o nubile.

Quali sono i diritti e i doveri conseguenti all’unione civile?
Come nel matrimonio, “le parti acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri. Dall’unione civile deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione. Entrambe le parti sono tenute a contribuire ai bisogni comuni”. Per sciogliere l’unione civile si deve ricorrere al divorzio.

Emendamenti sul matrimonio
Alcuni senatori cattolici, anche del Partito democratico, temono che le unioni civili siano troppo simili al matrimonio. Tra i seimila emendamenti presentati al testo che arriva in aula al senato il 28 gennaio, molti insistono su una chiara differenziazione tra i due istituti. Per esempio alcune proposte di modifica vogliono escludere la possibilità della comunione dei beni o di assumere un cognome comune.

Quali sono i diritti e i doveri verso i figli?
Nell’articolo 5 del disegno di legge è prevista la possibilità di adottare il figlio o la figlia del proprio coniuge. È la cosiddetta stepchild adoption, letteralmente “adozione del figliastro”. Il disegno di legge non dà accesso all’adozione di bambini che non sono figli di uno dei due coniugi, né alla gestazione per altri. Questo punto è quello più controverso dell’intero ddl.

Emendamenti sull’adozione
Alcuni emendamenti vogliono stralciare questo articolo, sostituendolo con l’affido rinforzato, cioè un affido che duri fino al compimento della maggiore età del ragazzo o della ragazza, senza però dover essere rinnovato ogni due anni come succede per l’affido normale. Ovviamente questa soluzione dà meno diritti e protezione al figlio nel caso, per esempio, di morte del genitore biologico.

Altri considerano che consentire la stepchild adoption aprirebbe la strada alla gestazione per altri, che in Italia è illegale. C’è chi vuole aggiungere al ddl Cirinnà specifiche conseguenze penali anche per chi ricorre a questa procedura all’estero.

Gli emendamenti di mediazione presentati dal capogruppo della commissione giustizia Giuseppe Lumia (Pd) confermano la stepchild adoption, ma la vincolano al percorso previsto dalla legislazione sulle adozioni in generale, esplicitando l’esclusione di qualsiasi forma di automatismo. I senatori del Movimento 5 stelle hanno dichiarato che se dal ddl sarà stralciata la stepchild adoption ritireranno il loro appoggio al progetto di legge in aula.

Una convivenza difficile

Che cos’è la convivenza di fatto?
Nel secondo capo della legge si parla invece del riconoscimento della convivenza di fatto tra due persone dello stesso sesso o di sesso diverso.

La convivenza di fatto è riconosciuta alla coppie di maggiorenni che vivono insieme e che non hanno contratto matrimonio o unione civile. I conviventi hanno gli stessi diritti dei coniugi in caso di malattia, di carcere o di morte di uno dei due.

Ciascun convivente può designare l’altro come suo rappresentante in caso di malattia o di morte. Se muore quello dei due che ha la proprietà della casa, il partner ha il diritto di restarci per altri due anni o per il periodo della convivenza se superiore a due anni, comunque non oltre i cinque anni. Se nella casa di convivenza comune vivono i figli della coppia o i figli di uno dei due chi sopravvive alla morte dell’altro può rimanere nella casa comune per almeno tre anni. Il convivente superstite ha il diritto di succedere all’altro nel contratto d’affitto, se la casa non era di proprietà. I conviventi possono stipulare un contratto di convivenza per regolare le questioni patrimoniali tra di loro.

Il contratto di convivenza può essere sciolto per accordo delle parti, recesso unilaterale, matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra uno dei conviventi e un’altra persona e morte di uno dei contraenti. In caso di scioglimento del contratto il giudice può riconoscere a uno dei due conviventi il diritto agli alimenti in misura proporzionale alla durata della convivenza.

 

http://www.internazionale.it/notizie/2016/01/25/cosa-prevede-il-disegno-di-legge-sulle-unioni-civili

Opinioni e trascrizioni

constatoLa vicenda era scaturita per iniziativa del sindaco di Roma imitato poi da altri primi cittadini: Marino, nel corso di una folkloristica cerimonia in Campidoglio, aveva riconosciuto il legame “nuziale” sancito oltreconfine per 16 coppie romane formate da uomini o da donne. Il Viminale si era subito attivato, invitando l’allora prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, e tutti i colleghi d’Italia nella cui giurisdizione fossero stati compiuti simili riconoscimenti, a disporre l’immediato loro annullamento.

Roma Capitale e le coppie interessate avevano promosso un ricorso al Tar del Lazio, che con sentenza pronunciata in marzo aveva dato ragione al Ministero – il matrimonio è solo tra uomo e donna – accogliendo però sotto il profilo procedurale la prospettazione dei ricorrenti: il prefetto non ha titolo per annullare nessun atto di stato civile, semmai, è competente il tribunale ordinario. Conseguenza pratica: perché questi “matrimoni” venissero dichiarati nulli sarebbe servita l’iniziativa del pubblico ministero. Di qui l’appello del Viminale e del suo rappresentante per Roma al Consiglio di Stato. 

La sentenza è stata pronunciata l’8 ottobre, ma solo ora ne è giunta notizia. Nel merito, il più alto organismo della giustizia amministrativa ha confermato la pronuncia di primo grado: partendo infatti dal dato per cui, a norma del diritto internazionale, «i presupposti di legalità del matrimonio» sono quelli regolati «dalla legge nazionale di ciascun nubendo», ha chiaramente affermato che «prima condizione di validità ed efficacia» per l’Italia è «la diversità di sesso». Analizzando poi quali siano i poteri-doveri dell’ufficiale di stato civile a cui venga chiesta la trascrizione di nozze all’estero i giudici amministrativi hanno ricordato che il Dpr 396/2000 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile) impone loro l’accertamento degli «elementi» e dei «contenuti» perché l’atto sia valido. Requisito mancante nel caso in esame, perché la stessa norma prevede una «dichiarazione degli sposi di volersi prendere rispettivamente in marito e moglie». 

A questo punto, il Consiglio di Stato ha dimostrato come tale inquadramento sia conforme sia alla giurisprudenza della Corte costituzionale sia a quella europea. Quanto alla prima, ha ricordato infatti come la Consulta abbia «già affermato la coerenza dell’omessa omologazione del matrimonio omosessuale a quello eterosessuale», affermando quindi la «costituzionalizzazione» del requisito della diversità di sesso. Quanto alla seconda, ha sottolineato che la Corte europea dei diritti dell’uomo, decidendo di recente su un caso simile, ha chiesto all’Italia «di assicurare una tutela giuridica alle unioni omosessuali» affermando però a chiare lettere che «l’eventuale ammissione» delle nozze gay rientra nella «discrezionalità riservata agli Stati». Nessun obbligo, insomma, ma piena libertà al Parlamento. I massimi giudici amministrativi hanno messo nero su bianco un importante principio: «A fronte della pacifica inconfigurabilità di un diritto al matrimonio omosessuale, resta preclusa all’interprete ogni opzione ermeneutica creativa che conduca all’equiparazione dei matrimoni omosessuali a quelli eterosessuali». Poi hanno lanciato un monito ai giudici del Paese: «Il dibattito politico e culturale in corso in Italia sulle forme e sulle modalità del riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali sconsiglia all’interprete qualsiasi forzatura nella lettura della normativa di riferimento». Infine hanno evidenziato ciò che accadrebbe in caso contrario: «Si finirebbe per ammettere, di fatto, surrettiziamente ed elusivamente il matrimonio omosessuale anche in Italia, tale essendo l’effetto di quello celebrato all’estero tra cittadini italiani».

Chiarito ciò, i giudici amministrativi hanno spiegato perché i prefetti possono e devono annullare questo tipo di riconoscimenti, nonostante le vertenze relative allo stato civile siano per legge affidate ai tribunali ordinari. «Tra le materie affidate alla cura del sindaco quale ufficiale di Governo – scrive il Consiglio di Stato – è compresa anche la tenuta dei registri di stato civile». Dunque per queste funzioni il primo cittadino «resta soggetto alle istruzioni impartite dal Ministero dell’interno». E ciò anche nell’ottica di «assicurare l’uniformità di indirizzo su tutto il territorio nazionale», uniformità che «verrebbe vanificata se ogni sindaco potesse decidere autonomamente sulle regole generali di amministrazione della funzione». 

Può dunque un prefetto annullare la trascrizione di un matrimonio omosessuale? Sì, perché le «funzioni di direzione, sostituzione e vigilanza» che la legge assegna ai rappresentanti territoriali del Governo, comprendono anche un «potere di annullamento gerarchico d’ufficio» sugli «atti illegittimi adottati dal sindaco». Purché il contenuto di questi atti, per legge, abbia visto partecipare il primo cittadino «nella sua qualità di ufficiale di Governo». E non di organo locale come lo sono Giunta e Consiglio comunale. Conseguenza di tutto ciò: ogni “matrimonio” gay celebrato all’estero e trascritto in Italia sarà definitivamente annullato. Senza più nessuna possibilità d’appello.

Mario Palmieri

Nozze gay: si torna alla Costituzione

Avvenire 27 ottobre 2015

http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/consiglio-di-stato-nozze-gay-contratte-all-estero-non-sono-trascrivibili.aspx

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È SOLO apparentemente un paradosso. Ma la sentenza mette in mora la politica sui diritti civili.

Persino una decisione ispirata da una chiara matrice conservatrice, ha dato atto che sono le Corti europee «ad imporre allo Stato di assicurare una tutela giuridica delle unioni omosessuali ». Come ancora il Consiglio di Stato ha dovuto ricordare «la violazione da parte dello Stato italiano dell’art. 8 della Carta dei diritti dell’Uomo, nella misura in cui (il nostro Paese) non assicura alcuna protezione giuridica alle unione omossessuali».

Se quindi anche una sentenza, come quella dell’altroieri, scritta senza alcun favore per i movimenti omossessuali, deve dar conto dello straordinario ritardo di cui si sta macchiando il nostro sistema sul fronte di basilari diritti civili, allora diventa ineludibile l’obbligo repubblicano del Parlamento di esaminare e definitivamente varare il noto testo di legge che è in questi giorni al suo esame.

Non c’è davvero più spazio per meline e rinvii, tanto più se strumentalmente motivati addirittura sulla negazione di diritti che devono riguardare tutte le unioni, anche quelle tra uomo e donna, come l’adottare il figlio del proprio compagno o della propria compagna di vita. È il capitolo dell’ormai nota stepchild adoption che solo in Italia si vorrebbe impedire con la davvero goffa motivazione che ciò potrebbe in qualche modo incentivare la pratica, che invece resterebbe pacificamente vietata, dei cosiddetti uteri in affitto. È come dire che impediamo la costruzione di automobili e i progressi meccanici perché altrimenti si incentiva la violazione dei limiti di velocità e del codice della strada.

Si tratta all’evidenza di pretesti che qualsivoglia governo responsabile, vi è più se a dichiarata guida riformista, deve respingere senza infingimenti, lasciando stare l’ipocrita scappatoia dei voti segreti o di coscienza. Se si è giunti a ipotizzare questioni di fiducia su controverse riforme elettorali e costituzionali, risulta doverosa una analoga determinazione su un fronte che sta alla base della convivenza civile. Quando anche le sentenze che aderiscono alle ipotesi interpretative più conservative, devono necessariamente rimarcare l’oggettivo ritardo del nostro ordinamento.

Del resto anche a diritto vigente esistono pure conclusioni in gran parte diverse da quelle del giudice amministrativo, avendo anche di recente il giudice ordinario (Corte d’Appello di Napoli) ritenuto doverosa la trascrizione di un matrimonio omosessuale celebrato da cittadini francesi trasferitisi in Italia.

Ma altro non è che la ulteriore conferma dell’urgenza che impone alla politica e al legislatore di non tardare un giorno ancora. Non possiamo essere la maglia nera d’Europa, il ridotto medievale di un oltranzismo conservatore che giunge a negare elementari diritti civili; né una sorta di lotteria d’Arlecchino, dove questioni così basilari, risultano affidate al bussolotto della diversa opzione culturale dei giudici che occasionalmente ti trovi di fronte. A volte il legislatore è debordante. Ma altre, quando tace, si macchia di inaccettabile ignavia.

L’IGNAVIA 

GIANLUIGI PELLEGRINO

Repubblica 28 ottobre 2015