Il nodo delle lauree sottoutilizzate

Un Paese “sottoistruito” che soffre di mismatch delle competenze e di overeducation. Non è un paradosso, ma la situazione dell’Italia con la lente d’ingrandimento puntata sui giovani laureati.

Da un lato, appena il 25,6% dei ragazzi tra 25 e 34 anni ha un titolo accademico in tasca (penultimi in Europa a un soffio dalla Romania). Dall’altro, però, molte aziende faticano a coprire i posti per laureati: su circa 120mila posizioni aperte da luglio a settembre dove la laurea è considerata un requisito indispensabile, le difficoltà di reperimento – secondo il sistema informativo Excelsior di Unioncamere – sono segnalate in oltre un caso su tre, innanzitutto per mancanza di candidati (18%), ma anche per inadeguatezza degli stessi (15%).

I laureati italiani, insomma, sono pochi e spesso con un curriculum poco spendibile, tanto che il tasso di occupazione è del 67%, 17 punti sotto la media europea, e la disoccupazione sfiora il 14%, più del doppio rispetto alla Ue. Tra quelli che lavorano, poi, in molti svolgono un’attività non in linea con il proprio percorso di studi o per la quale è sufficiente il diploma, con un contratto di primo impiego atipico in oltre un caso su tre (35,4%, come ha ricordato il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, in una recente audizione alla Camera).

«A pesare sui ragazzi è lo scarso orientamento formativo – commenta Alessandro Rosina, direttore del dipartimento di Scienze statistiche della Cattolica di Milano e curatore del “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo – e un basso sviluppo di competenze tecniche e trasversali. Alto, infatti, è il numero di quelli che, potendo tornare indietro, sceglierebbero un corso diverso».

Le statistiche ci dicono che sono quasi 250mila i laureati occupati, circa il 25% di quelli nella fascia 25-34 anni, che svolgono un lavoro “disallineato” rispetto al percorso di studi fatto (per esempio, l’archeologo che si occupa di vendite). Secondo le elaborazioni del centro studi Datagiovani per Il Sole 24 Ore, la situazione è peggiorata nel giro di dieci anni, con un incremento di 6 punti percentuali rispetto al 2007 di coloro che svolgono un’attività non attinente al curriculum.

Il record negativo si riscontra tra i graduati in materie umanistiche (nel 53% dei casi non c’è abbinamento tra studi e lavoro), tra i dottori in scienze naturali il mismatch scatta in un caso su tre, mentre all’opposto per farmacisti, medici e infermieri il mix è quasi perfetto (appena il 10% risente di mismatch).

Il club degli overeducated, invece, conta addirittura 300mila iscritti, il 26% dei laureati. Si tratta di giovani che occupano una posizione lavorativa per la quale basta un titolo inferiore a quello che hanno conseguito. Un ruolo che potrebbe anche essere in linea con gli studi fatti – per esempio, un laureato in economia assunto come impiegato commerciale –, ma per il quale la laurea è un “surplus”. Pure in questo caso il trend è in peggioramento rispetto al periodo pre-crisi, quando la quota di sovraistruiti era più bassa di cinque punti percentuali (al 21%).

Il fenomeno è più ampio tra le donne (29%) rispetto agli uomini (21%), forse anche per il fatto che è più frequente che le ragazze si siano iscritte a percorsi di studio che hanno meno sbocchi sul mercato del lavoro. Si registra infatti – come sottolineano i ricercatori di Datagiovani – una notevole eterogeneità a seconda dell’indirizzo: tra il massimo del 36% di overeducated tra i laureati in scienze sociali e il minimo dei medici (10%), si passa per il 32% di chi ha conseguito un titolo in discipline umanistiche e il 22% dei dottori in scienze naturali.

«L’overeducation – conclude Rosina – combinata con il prevalere di bassi titoli di studio tra i giovani è il frutto di una spirale negativa che sta vincolando al ribasso le possibilità di crescita del Paese e la messa a valore del capitale umano delle nuove generazioni, anche a causa degli scarsi investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione».

Francesca Barbieri

Il Sole 24 ore,  11 Settembre 2017

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-09-11/il-nodo-lauree-sottoutilizzate-063601.shtml?uuid=AEhoprQC

Mai così tante matricole da 15 anni. Il nuovo exploit degli atenei italiani

I ragazzi d’Italia tornano all’università. Le immatricolazioni del 2016-2017, anno accademico che volge al termine, segnalano una crescita impetuosa: 283.414 diplomati sono passati dal liceo al dipartimento. Sono 12.295 in più sulla stagione precedente, il 4,3 per cento di crescita: il miglior exploit degli ultimi quattordici anni (nel 2002 crebbero di oltre 15mila). Per l’accademia italiana il 2015-2016 era stato l’anno dell’inversione di tendenza: 5mila nuove matricole in più, una crescita dell’1,9 per cento dopo una discesa iniziata nel 2004 che aveva inaridito le aule. Quest’anno, a seguire, il boom.

Il ministero dell’Istruzione ha fotografato i dati a gennaio scorso, ma una verifica di “Repubblica” su 26 atenei certifica che già a marzo i numeri erano in crescita ulteriore e con buona probabilità — a conti fermi — cifre assolute e percentuali saranno superiori. Su 90 atenei (statali, privati e telematici) che hanno riversato i dati al Miur, 58 hanno matricole in crescita e 32 dimagriscono. In particolare, tra le statali (il dato più importante sul piano numerico e politico), a gennaio 2017 quaranta vedono aumentare le matricole rispetto all’anno precedente e ventidue sono in arretramento. Dati più avanzati, tuttavia, spostano la Statale di Milano e il Politecnico di Milano, l’Università di Genova, quelle di Urbino, Macerata e della Calabria (Cosenza) in area positiva. E riducono le perdite — legate a nuovi corsi diventati a numero chiuso — del Politecnico di Torino e della Ca’ Foscari di Venezia.

(….)

Riassumendo, dopo la grande corsa alle iscrizioni universitarie a inizio Novanta (massimo storico nel 1993) e un ritorno forte con l’invenzione del “3+2”, a partire dal 2003 è iniziato un calo dell’attrazione dell’accademia diventato crollo delle iscrizioni con l’arrivo della crisi del 2008. Nelle ultime stagioni gli atenei italiani hanno rimesso sotto controllo i conti, iniziato a fare orientamento nelle scuole superiori e ora l’università è tornata a crescere. Ingegneria ed Economia restano in cima alle preferenze dei diplomati.

La ministra Valeria Fedeli sulla ripresa delle immatricolazioni dice: “E’ un segnale che va colto e sostenuto. Per raggiungere questo obiettivo hanno un ruolo fondamentale le politiche dell’orientamento pre-universitario su cui abbiamo investito 5 milioni di euro in più. Daremo l’avvio a una massiccia campagna informativa destinata agli studenti sui servizi a loro dedicati: gli alloggi universitari sono ancora troppo pochi. Servono, poi, la copertura al 100 per cento delle borse per gli idonei, quindi stimoli e incentivi per il merito. Quest’anno ci sarà l’estensione obbligatoria della no-tax area per le famiglie con un reddito al di sotto dei 13mila euro e l’incremento complessivo del fondo statale per il diritto allo studio a 217 milioni. Nel 2018 consegneremo 400 borse agli studenti meritevoli in condizioni economiche svantaggiate. È in questo settore, sicuramente, che intendiamo promuovere rapidamente gli interventi più incisivi e innovativi”.

 

Corrado Zunino

La Repubblica, 13 giugno 2017

http://www.repubblica.it/scuola/2017/06/13/news/mai_cosi_tante_matricole_da_15_anni_il_nuovo_exploit_degli_atenei_italiani-167964438/

30 anni dell’Erasmus: così è nata la generazione Europa

«L’Erasmus ha creato la prima generazione di giovani europei. Io la chiamo una rivoluzione sessuale, un giovane catalano incontra una ragazza fiamminga, si innamorano, si sposano, diventano europei come i loro figli»: la definizione è di Umberto Eco.

E oggi che quella definizione è cronaca, a Strasburgo il Parlamento europeo celebra i trent’anni del programma che ha messo le ali al senso di Europa. In tre decenni l’Erasmus (acronimo di European Region Action Scheme for the Mobility of University Students) ha portato 4,4 milioni di ragazzi a studiare oltreconfine.
Se si considerano anche gli scambi fra giovani, gli studenti dei professionali, i docenti, i volontari e il personale Erasmus Mundus, la cifra arriva a 9,1 milioni. Ai quali, secondo le stime, aggiungere 1 milione di bambini nati dagli «Erasmiani».
Tutto iniziò il 14 maggio 1987, quando, nonostante l’opposizione degli inglesi, a Bruxelles in Consiglio dei ministri fu votata la delibera che varava la nascita di un programma di studio all’estero. Il 15 giugno 1987 la ratifica e oggi, a Strasburgo, le cerimonie per un programma di grandissimo successo. Alla presenza del presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, e del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, si festeggia la cultura universitaria che ha fatto l’Europa e ci sarà spazio per 33 storie esemplari, una per ognuno dei Paesi Erasmus (per l’Italia, sarà premiato Gianni Cristian Iannelli, fondatore e ad di Ticinum Aerospace).
Oggi, in Europa, vive un’intera generazione di «Erasmiani»: «Non osavo sperare in un successo così, ma lo sognavo con tutte le mie forze», confessa Sofia Corradi, «mamma Erasmus», già docente di Educazione permanente all’Università Roma Tre e oggi avvolgente ed entusiasta cittadina del mondo, come era già nel 1957. «Quell’anno – ricorda -, grazie a una borsa di studio Fulbright, finanziata con la vendita all’asta dei residuati bellici della II Guerra mondiale, arrivai a New York in nave e trascorsi dodici mesi alla Columbia University dove conseguii un master in Diritto comparato». Di ritorno da quell’anno oltre Oceano Sofia Corradi trova alla segreteria dell’Università di Roma solo indifferenza e umiliazioni: non se ne parla neppure di riconoscere quel master della Columbia. E così inizia la battaglia di Sofia, combattuta a tenacia, insistenza e ciclostili: «Cercavo il dialogo con i rettori italiani e poi con i ministri dell’Istruzione in tutta Europa per far passare l’idea che gli esami sostenuti all’estero fossero riconosciuti anche nel Paese natale. Quell’anno negli Usa mi aveva convinto di due elementi: era necessaria una democratizzazione degli studi perché negli anni 60-70 gli scambi fra universitari esistevano ma se li potevano permettere solo i più abbienti; si poteva ottenere la promozione della pace mediante la conoscenza diretta fra i popoli». Sogno, utopia o forse «una storia donchisciottesca a lieto fine», come l’ha definita il Re di Spagna, Filippo IV, conferendo a Sofia Corradi il prestigioso premio Carlo V, che, in passato era stato assegnato a Mikhail Gorbaciov, Helmut Kohl e Jacques Delors.
Da Erasmus a Erasmus Plus
L’Erasmus, che ha ricevuto il nome da Domenico Lenarduzzi, figlio di friulani emigrati in Belgio e considerato «papà Erasmus», è stato potenziato a partire dal 2014 come Erasmus Plus, coinvolge oggi 69mila organizzazioni, fra università e istituzioni di istruzione superiore in 33 Paesi e copre ambiti quali istruzione scolastica, educazione degli adulti e istruzione superiore/universitaria. Dal 2014 al 2020 sono previsti fondi pari a 14,7 miliardi di euro, per due terzi destinati a sostenere le opportunità di studio all’estero e per un terzo utilizzati per partnership e riforme a livello educativo.
In Italia, fin dal suo debutto nel 1987, lo studiare all’estero, con tanto di borsa e con la certezza di vedersi riconosciuti gli esami, ha riscosso successo: secondo Indire, l’Istituto nazionale documentazione e innovazione ricerca educativa, dall’Italia nel 1987-’88 partirono 220 ragazzi (il 6,8% del totale), lo scorso anno accademico sono stati quasi 34mila (l’11,7%). Per la Commissione, i Paesi dai quali arriva la maggior parte degli studenti sono Francia (39.985), Germania, Spagna, Italia e Polonia e le mete preferite sono Spagna (42.537), Germania, Regno Unito, Francia e Italia. Per il 61% sono ragazze, hanno un’età media di 24 anni e mezzo e stanno all’estero 5,3 mesi, ricevendo un assegno mensile di 281 euro. Ben lontano dalle 250mila lire che arrivarono da Bruxelles a Lucio Picci nel dicembre 1987 per coprire il suo trimestre all’Università del Sussex. «Ero assetato di mondo e, dopo la quarta superiore all’estero, cercavo tutte le occasioni per viaggiare e studiare, così partii senza indugio», ricorda Picci, da studente globetrotter degli anni 80 a ordinario di Politica economica all’Università di Bologna. «Quel trimestre rientrava nell’ambito degli scambi con altri atenei ma fu il primo Erasmus per il rimborso che mi venne riconosciuto e perché, il 17 dicembre 1987, due giorni dopo il mio rientro in Italia, sul mio libretto erano riportati i due esami sostenuti oltre Manica: Economia internazionale ed Econometria».
L’Erasmus è il Grand Tour dei nostri anni, ha cambiato le persone e ha costruito l’Europa a tal punto che la presidente della Camera Laura Boldrini, il giorno in cui sono iniziati i colloqui per l’avvio della Brexit, ha scritto su Twitter: «L’Erasmus dovrebbe essere obbligatorio per tutti i giovani perché crea un senso molto forte di cittadinanza europea». Quello che ha bisogno di essere alimentato giorno per giorno perché sono la cultura e le tradizioni di ognuno a fare la nostra identità europea e costruire una pace concreta.

MARIA LUISA COLLEDANI

Il Sole 24 ore , 13 giugno 2017

ERASMUS+

http://www.erasmusplus.it/

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-06-12/i-30-anni-dell-erasmus-cosi-e-nata-generazione-europa-202910.shtml?uuid=AEbUe7cB

Corsa alla laurea

uninuniIl mondo va all’università, non c’è mai andato così in massa. Duecento milioni di studenti stipano gli atenei del globo, oggi, e sono un terzo dei giovani in età. Tra otto anni cresceranno fino a 260 milioni. È un percorso, quello del sapere complesso, della specializzazione culturale, che la generazione nata nei Novanta considera necessario per il successo, o semplicemente per difendersi dalla concorrenza diffusa. D’altro canto, la maggior parte delle invenzioni contemporanee — se si eccettua il mondo Apple di Steve Jobs, un renitente universitario, e si include il Facebook di Mark Zuckerberg, che lasciò Harvard ma solo dopo aver testato il suo social sui compagni di college — viene dalle migliori università del pianeta.

L’ultimo report scientifico dell’Unesco, “Towards 2030” — 800 pagine, 46 collaboratori in cinque continenti, lavoro chiuso nel dicembre 2016 — , descrive la strada dell’accesso alla conoscenza superiore come un’autostrada a sei corsie che i governi più consapevoli, molti nel Sud Est asiatico, intendono far percorrere alla gioventù. Nel 1996, nel mondo, il 14% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni frequentava un ateneo, oggi gli “universitarians” sono il 32 per cento. Vent’anni fa cinque Paesi avevano almeno metà dei giovani chini nei dipartimenti, oggi gli Stati con questo primato sono 54, un terzo di quelli che aderiscono all’Onu.
In Corea del Sud — nazione insieme alla Finlandia in cima a tutti i ranking scolastici — quasi il 70% dei 30-34enni è laureato. E in quella fetta di mondo orientale, da vent’anni emergente, la convinzione che il riscatto sociale e la battaglia globale si giochino innanzitutto studiando si vede negli investimenti pubblici. La Malesia ha piani- ficato di diventare il sesto approdo assoluto per studenti internazionali a partire dal 2020, e per quell’anno il governo vietnamita punta ad avere 20.000 dottorati universitari in più. In Cina 9,5 milioni di giovani ogni anno devono affrontare il gaokao, l’esame di ammissione necessario per entrare all’università: dura nove ore in un lasso di due giorni. L’università più internazionalizzata al mondo è la China Medical University di Taiwan: il 93,9% dei suoi lavori è pubblicato in collaborazione con altri atenei.
Per valutare un mondo — quello universitario, appunto — che ha un valore commerciale altissimo e non ancora precisamente stimato, dal 2003 sono cresciute diverse classifiche che, con parametri propri (chi valuta le pubblicazioni, chi il numero di Nobel passati da quell’ateneo), indicano le migliori accademie su piazza. Per l’Higher Times Education, ranking più noto, tra le prime dieci università sei sono americane, ma la prima è inglese (Oxford), la quarta è inglese (Cambridge), l’ottava è inglese (Imperial College London) e la nona svizzera (L’Eth Technology di Zurigo). Gli Stati Uniti restano il faro con le otto “Ancient Eight” che costituiscono l’Ivy League, cerniera di atenei privati sviluppatisi lungo il versante orientale, e un buon nucleo di atenei pubblici. Negli Usa, d’altro canto, viene ospitato il maggior numero di studenti di dottorati internazionali (il 40,1%, più del doppio di Regno Unito e Francia sommati insieme) e 19 delle 20 università che producono le ricerche più citate sono nordamericane. Ma il costo dei college ha fatto crescere in modo incontrollabile il debito degli studenti statunitensi, salito alla vertiginosa cifra di 1.200 miliardi di dollari, superiore al debito prodotto dalle carte di credito e a quello per gli acquisti di automobili.
L’Europa, culla delle accademie, del concetto stesso di università, è comunque un continente vivo e produttivo. Lo certifica l’Unesco report. Se nel mondo, oggi, ci sono 7,8 milioni di ricercatori universitari, nel nostro continente resiste la quota più consistente: il 22 %. L’Unione europea guida la classifica delle pubblicazioni universitarie e ha il blocco di atenei con maggiore proiezione internazionale. La Germania è, tra i Paesi ad alto reddito, quello con il più alto tasso di innovazione e il Cern di Ginevra è la prova plastica di un mondo che parla la stessa lingua: diecimila fisici da ssanta Paesi collaborano. Tra il 2008 e il 2014 le pubblicazioni con autori europei sono cresciute del 13,8%. La questione è che quelle con autori africani sono cresciute del 60,1% e quelle con autori arabi del 109,6%.
L’Italia ha eccellenze riconosciute, investimenti pubblici e privati non adeguati, una resistenza titanica a fare sistema. Trieste è la decima università al mondo per internazionalizzazione, ma il Paese attrae pochi stranieri: solo l’11% dei dottorandi viene dall’estero quando in Francia sono il quadruplo. E i nostri laureati restano il 25,3% della popolazione tra i 30 e i 34 anni anche se nell’agenda di Lisbona abbiamo scritto — irrealisticamente — che entro il 2020 saranno il 40.
Corrado Zunino
La Repubblica 13 febbraio 2017
http://www.repubblica.it/scuola/2017/02/13/news/alla-158175483/

Un numero racconta vent’anni

In un ventennio la produttività oraria nelle aziende italiane è cresciuta in tutto del 5 per cento. Negli Stati Uniti, nel medesimo periodo, otto volte di più: 40 per cento. In Francia, Gran Bretagna e Germania sei volte di più. Anche Spagna e Portogallo hanno fatto meglio: +15 per cento in Spagna, tre volte più che noi, e +25 per cento in Portogallo, cinque volte di più. Differenze straordinarie.

Ma spesso un grafico vale più di mille parole: ……e chiedetevi che cosa ci è successo in questi vent’anni.

Dato che si tratta di produttività oraria, la partecipazione alla forza lavoro (bassa in Italia per donne, giovani, e anziani) o la disoccupazione (in certi periodi alta in Italia) sono ininfluenti, anche se peggiorano il quadro complessivo. Questi numeri misurano la produttività di chi lavora, quando lavora. Ed è questa variabile che determina il livello dei salari e del reddito pro capite. Quindi il grafico del reddito per persona in questi Paesi negli ultimi vent’anni è molto simile a quello della produttività oraria.

Rispetto agli anni Novanta la crescita della produttività ha rallentato in molti Paesi: quindi l’eccezione italiana è ancora più preoccupante. Facciamo peggio di altri che già crescono meno che in passato. Negli Stati Uniti, per esempio, si parla di «stagnazione secolare» per descrivere l’andamento insoddisfacente della loro produttività, peraltro cresciuta otto volte di piu di quella italiana! Rispetto a noi quella «stagnazione» americana sembra un boom straordinario.

Come spiegare il caso italiano? Scartiamo subito la possibilità di errori di calcolo. È vero che misurare la produttività non è facile, soprattutto nel settore dei servizi. Ma questo vale per tutti i Paesi, non solo per l’Italia. Anzi, in Italia il settore dei servizi, dove spesso la produttività è sottostimata, è relativamente piccolo rispetto agli Stati Uniti, al Regno Unito e altri Paesi europei. Che si tratti dell’economia sommersa? Ovvero una parte delle ore lavorate produrrebbe merci non ben conteggiate perché vendute «in nero». Non c’è dubbio che in Italia esista una vasta economia sommersa, ma anche in altri Paesi inclusi nel grafico come per esempio Spagna e Portogallo. Inoltre non è affatto ovvio che l’economia sommersa sia cresciuta così tanto in Italia dalla metà degli anni Novanta. Anzi, la recente riforma del mercato del lavoro e la decontribuzione per i nuovi assunti se mai hanno ridotto l’incentivo di alcune imprese a «lavorare in nero».

E allora? Ci sono varie possibilità. La prima è il «nanismo» delle imprese italiane. Aziende piccole tendono — in media, non tutte — ad essere meno produttive di quelle grandi. Queste ultime, infatti, possono sfruttare meglio economie di scala e la specializzazione nell’uso della forza lavoro. È normale che le imprese nascano piccole, ma poi devono crescere per aumentare, con la loro dimensione, anche la loro produttività. Se non lo fanno la produttività ristagna.

La seconda ragione, in parte collegata alla prima, è la proprietà delle imprese. L’86 per cento circa delle nostre imprese è di proprietà familiare. In Germania sono anche di più: circa il 90 per cento. Ma mentre in Germania meno del 30 per cento delle imprese familiari è gestito da membri della famiglia — e tutte le altre da manager professionisti — in Italia quasi il 70 per cento è gestito in famiglia. Quale è la probabilità che il miglior manager possibile per un’impresa fondata da un padre o da una madre sia la figlia o il figlio? A noi pare piuttosto bassa. Infatti, vari lavori di ricerca dimostrano che le imprese a gestione familiare sono in media meno produttive di quelle a gestione professionale e rimangono, in media, più piccole, proprio per «tenere tutto in famiglia». L’insufficiente sviluppo dei nostri mercati finanziari, per cui servono più capitali propri, oltre alla nostra «cultura» della famiglia come azienda, sono cause concomitanti.

Ma vi sono altre ragioni. Una ricerca di Caligaris, Del Gatto, Hassan, Ottaviano e Schivardi mostra che in Italia, in molti settori, l’allocazione delle risorse produttive è inefficiente. Cioé non c’è stato abbastanza ricambio. Le imprese meno produttive non sono uscite dal mercato, così lasciando spazio a quelle più produttive. Questo è uno dei risultati delle politiche che per decenni, fino al Jobs act, hanno difeso il posto di lavoro invece che il lavoratore. Un sistema di protezione sociale fortemente voluto dai sindacati e che ha obbligato a mantenere in vita imprese poco produttive, anziché facilitarne l’uscita dal mercato proteggendo temporaneamente il disoccupato, finché quest’ultimo non abbia trovato lavoro in una impresa più produttiva. A ciò va aggiunto che molti imprenditori passano più tempo nei corridoi dei ministeri e nelle loro associazioni di categoria a cercare favori e protezione dalla concorrenza invece che a migliorare la produttività.

Due nostri colleghi della Bocconi, Fabiano Schivardi e Tom Schmitz, sostengono, con dati convincenti, che le imprese italiane non hanno tratto altrettanto beneficio dalla rivoluzione informatica rispetto a quelle di altri Paesi. L’industria italiana ha mancato, in parte, questa spinta tecnologica, arrivandoci in ritardo. La loro analisi mostra che molte nostre imprese hanno perso vent’anni di innovazione tecnologica. Ciò vale soprattutto per le imprese piccole che, come abbiamo visto, in Italia sono particolarmente numerose.

Il livello medio di istruzione (in particolare il numero di laureati) in Italia e molto piu basso della media europea, quindi il capitale umano è più basso. E vero che la produttività di un buon diplomato di un istituto tecnico spesso non è inferiore, anzi, a quella di molti laureati. Ma il capitale umano conta eccome, non solo il numero di anni di istruzione, ma anche la qualità e l’adeguatezza alle esigenze produttive. Lo scorso anno il 40% dei nostri studenti universitari si è laureato in materie umanistiche o in giurisprudenza. Solo il 29% in ingegneria, chimica, biologia e altre discipline scientifiche. A tutto ciò dobbiamo aggiungere i costi della burocrazia e di regolamenti asfissianti per le imprese. Per la verità questi ci sono anche in altri Paesi europei, ma l’Italia nelle graduatorie sulla facilità di «fare business» è sempre in coda.

Insomma, è una combinazione di questi fattori ciò che spiega il triste grafico da cui siamo partiti. Deve essere chiaro a tutti che se dopo il 4 dicembre non ci rimboccheremo le maniche e accelereremo le riforme che il governo Renzi ha finalmente incominciato a fare, come il Jobs act appunto, saremo destinati ad uno straordinario declino.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

Corriere della Sera, 21 Nov 2016

http://www.corriere.it/cultura/16_novembre_21/alesina-giavazzi-7e0bdf2c-af55-11e6-8815-37f3520714e8.shtml

Università, il segnale ignorato

univaulvuottLe iscrizioni all’università stanno calando. Il dato è preoccupante, soprattutto se consideriamo che nel nostro Paese il numero di diplomati che proseguono gli studi è già molto basso: meno di 50 su 100, di contro a 55 in Germania e Spagna, a 70 nel Regno Unito e a più di 80 negli Usa. Se è vero che il successo economico dipenderà sempre di più dal capitale umano e dalla «conoscenza», l’Italia rischia grosso. E non solo rispetto ai Paesi più avanzati, ma anche a quelli in via di sviluppo. Fra i giovani brasiliani, argentini, sudafricani e persino indonesiani ci sono già più laureati che in Italia.

Come si spiega il calo? In parte, è un’illusione ottica. Rispetto al 2000, oggi gli studenti universitari sono un po’ di più. Nel frattempo c’è però stata la riforma che ha introdotto il 3+2 (laurea triennale e laurea magistrale). Fra il 2001 e il 2004 ci fu un boom di iscritti, attratti dalla possibilità di finire gli studi più rapidamente. L’entusiasmo si è però subito afflosciato, contraendo le immatricolazioni. Inoltre nel 2008 è arrivata la crisi, che ha scoraggiato molte famiglie dal sobbarcarsi il costo dell’università per i figli.

Anche tenendo conto della «bolla» nei dati, la situazione resta estremamente preoccupante. La diminuzione degli iscritti dopo il 2004 indica che la riforma non ha funzionato: uno dei suoi principali obiettivi era proprio quello di innalzare stabilmente il tasso di scolarizzazione terziaria. Ci ritroviamo perciò al punto di partenza, con un serio deficit di laureati, soprattutto nella cosiddetta area Stem: scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. Dato che in Italia l’accesso all’università è ancora fortemente collegato alle condizioni economiche delle famiglie di provenienza, il quadro assume anche una marcata dimensione di iniquità.

Per rimediare occorre affrontare di petto le storture e debolezze che le riforme dell’ultimo quindicennio hanno appena scalfito. Vi è innanzitutto il problema dei costi. Le rette sono troppo basse per i ricchi e troppo alte per i poveri. Molti vorrebbero un’università quasi totalmente gratuita, come in Germania o nei Paesi scandinavi. Le nostre finanze pubbliche ora non ce lo consentono. E abbiamo anche una distribuzione più diseguale della ricchezza fra le famiglie. Ragioni di sostenibilità ed equità consigliano una ricalibratura interna, facendo pagare di più chi può permetterselo e aumentando borse di studio e servizi per chi ha pochi mezzi.
Vi è poi il problema dei percorsi formativi. A dispetto della girandola di cambiamenti, il nostro sistema universitario non è ancora riuscito ad attrezzarsi per l’istruzione terziaria di massa. Non si tratta di «licealizzare» l’insegnamento, ma di organizzare un’offerta didattica più allineata ai livelli di partenza dello studente medio e alle esigenze del mercato del lavoro, risolvendo una volta per tutte anche il problema degli abbandoni e dei fuori corso. Non è accettabile che il 40 per cento degli iscritti arrivi alla laurea magistrale con un ritardo compreso fra uno e dieci anni.

Occorre poi introdurre il canale formativo che nelle classificazioni internazionali è definito «istruzione terziaria a corto ciclo». Al suo interno gli studenti prendono diplomi di uno o due anni, a carattere fortemente professionalizzante. La Francia, il Regno Unito, la Svezia offrono esempi molto interessanti. Anche in Italia sono stati creati gli Istituti tecnici superiori come alternativa all’università. Ma si tratta di un’esperienza ancora limitata (in tutto il Sud ce ne sono solo 15), che andrebbe peraltro estesa ad una gamma più vasta di settori professionali.

Vi è, infine, la questione dell’inserimento lavorativo. In Italia la laurea «rende» poco. Ci vogliono quasi dieci mesi per trovare un’occupazione (il doppio della media Ue), due anni per un contratto a tempo indeterminato. Inoltre le aziende italiane premiano poco i laureati in termini di retribuzione, ritenendo che le loro competenze siano scarse. Conta anche l’alta incidenza delle piccole e medie imprese a conduzione familiare, ove ancora persiste una diffidenza culturale nei confronti dell’università in quanto tale. Un maggiore coinvolgimento degli imprenditori nel progettare percorsi e tirocini consentirebbe di superare questi ostacoli.

Una efficace politica di reclutamento terziario deve iniziare già durante la scuola superiore. Non basta organizzare open days e distribuire opuscoli agli studenti delle secondarie. Bisogna sensibilizzarli e motivarli sui loro banchi di scuola, al limite fargli «provare un po’ di università» durante le vacanze o nel pomeriggio. Negli Stati Uniti è in corso una sperimentazione molto promettente. Grazie al sostegno di grandi aziende, alcune scuole si stanno trasformando in early college high schools : offrono un percorso di sei anni (anziché quattro) che oltre alla maturità conferisce anche un pacchetto di crediti universitari da spendere dopo. Il programma di studi si focalizza sulle discipline Stem e prevede vari tirocini formativi. L’esperimento si chiama P-Tech ( http://www.ptech. org ). Nulla impedisce al ministro Giannini, ai nostri rettori e a qualche imprenditore illuminato di visitare il sito e prendere ispirazione.

Secondo l’Ocse, entro il 2030 Cina e India produrranno più del 60% dei laureati in materie scientifiche su scala mondiale. Se le cose non cambiano, la produttività italiana in questo cruciale settore rischia di ridursi ad uno «zero virgola», relegandoci nella poco invidiabile categoria dei Paesi de-sviluppati.

Università, il segnale ignorato

Maurizio Ferrera

3 settembre 2015 Corriere della Sera

http://www.corriere.it/editoriali/15_settembre_03/universita-segnale-ignorato-6a88548e-51fb-11e5-aea2-071d869373e1.shtml

Lasciate perdere gli smartphone oppure lasciate perdere l’università

 

dumbwSpesso succede che tecnologia e tradizioni non seguano un percorso parallelo. Anzi. Ed è una fatica tentare di comprendere come uno dei paesi più tradizionalisti del mondo sia potuto diventare pure uno dei paesi più tecnologizzati del mondo. Ovviamente non parliamo della concreta difficoltà che si trova di fronte un qualunque turista quando si appresta a sedersi su un ipertecnologico gabinetto nipponico (su internet si trovano delle guide ad hoc). Parliamo del rapporto contraddittorio che i giapponesi hanno con la loro stessa natura. Per esempio Kiyohito Yamasawa, che è il presidente di un’università statale giapponese, la Shinshu, famosa tra le altre cose per essere l’unica università a ospitare una facoltà di Ingegneria tessile. Tradizione e tecnologia, appunto. Il presidente Yamasawa, nel suo discorso agli studenti della settimana scorsa, ha detto una frase che è suonata come una notizia, vagamente contraddittoria. Dall’alto del suo scranno nel mezzo della “foresta del sapere” – così si chiama per via della foresta nella quale è immersa l’università Shinshu a Matsumoto, nella prefettura di Nagano – Yamasawa ha detto: Lasciate perdere gli smartphone oppure lasciate perdere l’università”. Il suo discorso era certo più ampio, inserito in un contesto in cui ha spiegato che c’è bisogno di una cultura che favorisca il pensiero creativo: la natura, il tempo, la socialità. E gli smartphone sono il male, in questo tentativo di creare un terreno fecondo per l’apprendimento. Una specie di crociata moralista contro l’ossessione per i giochini elettronici, che sono un veleno per l’originalità, una dittatura del pensiero unico: spegnete il cellulare, leggete un libro, ha detto il presidente ai suoi studenti, e imparate a pensare con la vostra testa. Il quotidiano Asahi shimbun ieri spiegava che Yamasawa è stato un esperto di ingegneria elettronica e che quindi ha avuto a che fare in passato con le tecnologie dei cellulari, non si tratta quindi della lezioncina di un ignorante in materia. E infatti sui media le parole del presidente della Shinshu sono state difese da più parti. Nonostante la soluzione di Yamasawa sia un tantino radicale, ha detto al Telegraph Makoto Watanabe, docente di Comunicazione alla Hokkaido Bunkyo University, “vedo troppi studenti pigri nelle aule, tutto quello che fanno è sedersi in fondo, giocare, scambiarsi messaggi o navigare in rete”.

Il fatto è che in Giappone il cellulare è una dipendenza (in lingua angofona sarebbe addicted, dal latino addictus, ovvero schiavo per un debito contratto con un padrone). Lo smartphone è il padrone: indispensabile, una protesi sulle mani di quasi tutti i giapponesi, soprattutto i giovani. Ci sono le applicazioni utili, vitali, come quelle che aiutano a mettersi in salvo in caso di terremoto, oppure quelle come Disaana, che monitora i social durante le catastrofi. Ci sono quelle meno utili, come l’app lanciata da McDonald Japan per velocizzare le lamentele dei consumatori – in un periodo in cui il McDonald nipponico ha avuto non pochi problemi di immagine, denti trovati nei polli fritti etc. Poi, però, c’è l’aspetto più socialmente rilevante. Lo scorso anno la compagnia telefonica NTT Docomo ha fatto una simulazione ambientata nel mezzo dell’incrocio più trafficato del mondo, quello di Shibuya. Si chiamano dumbwalking quelli che camminano guardando lo schermo del cellulare, senza vedere dove vanno. Rallentano la circolazione, possono creare incidenti. E quasi sempre stanno giocando: lo dimostrano le previsioni per il prossimo anno che parlano di un volume d’affari di gaming per smartphone da 8,1 miliardi di dollari, e l’ingresso della Nintendo nella più grande compagnia giapponese che produce giochi per smartphone, la DeNA. 

In “Lezioni spirituali per giovani samurai”, Yukio Mishima raccontava che, quando un gruppo di studenti fece irruzione nell’università di Tokyo armato di spade, fu subito disarmato. Motivo: non avevano intenzioni assassine. E “quando un’arma viene usata per uno scopo diverso da quello per cui è stata forgiata, perde istintivamente la sua forza”. Ma in Giappone Mishima non si legge più. Allora forse vale la pena di ascoltare Yamasawa: più libri, meno giochini.

Il problema del tradizionalissimo Giappone alle prese con gli smartphone<!– –>

Giulia Pompili Il Foglio 12 aprile 2015

http://www.ilfoglio.it/esteri/2015/04/12/il-problema-del-tradizionale-giappone-smartphone___1-v-127591-rubriche_c324.htm

 

L’Europa salvata dai ragazzi di Erasmus

Let the next generation speak up for Europe

erasmus“I was mad at you,” says Mario, an Italian student. He was angry about a column I wrote just after the European elections in May arguing that to choose Jean-Claude Juncker as president of the European commission was the wrong answer to the continent-wide discontent those elections revealed.

Well, as the commission president, Juncker, proposes a prestidigitated investment package to boost the European economy, and the former Polish prime minister Donald Tusk prepares to chair his first summit of EU heads of government, it’s worth asking again who is going to save the European project. My answer: it will not be saved without the more active engagement of Mario and his contemporaries – the Erasmus and easyJet generation.

Of course, the rescue also requires good policies from above. But Super Mario – that’s Draghi, chairman of the European Central Bank, not Balotelli, the Instagram footballer – can’t do it on his own, even with another €1tn on his balance sheet. It needs young Mario too.

I have never known a time when there was so much intellectual pessimism about the future of the EU among those (including myself) who have been its ardent supporters. Here are three big reasons for this pessimism. First, the eurozone. Loukas Tsoukalis, a pro-European expert, notes that “the design was wrong, and so was membership”. Too many, too diverse economies were hitched together in a common currency without a common treasury. These fundamental design flaws have been exacerbated by German-led austerity policies, which underestimate the differences between national economic cultures, and the need for more investment and demand.

Second, the politics. Election after election, opinion poll after opinion poll, has revealed that European voters are deeply disillusioned with their current politics and political elites. That expresses itself both in more apathy and in more votes for anti-establishment, anti-system parties of every colour – from Hungary’s Jobbik and France’s Front National, through Britain’s Ukip, and Germany’s Alternative for Germany, all the way to Italy’s Five Star Movement, Spain’s Podemos and Greece’s Syriza.

If this is so within the member states of the EU, how much more is it true of the European institutions? Planet Brussels has become the showcase example of remote elites. The television shots from European summits show endless middle-aged men in suits getting in and out of large black cars.

Despite direct elections to, and enhanced powers for, the European parliament, there is scant sense of popular representation. And there is no pan-European political theatre. Fewer than 500,000 Europeans watched any of this spring’s three pan-European televised debates between the main party groupings’ Spitzenkandidaten (lead candidates) for the post of European commission president, whereas more than 67 million Americans watched the first US presidential debate between Barack Obama and Mitt Romney in 2012.

This brings me to a third ground for gloom: there is no shortage of manifestos, plans and books dedicated to saving the European Union, but most of them are written by people the wrong side of 50. Appeals for more “leadership” pour from retired leaders, who imply that everything was better in their day.

I see few proposals coming from the generation of young Mario. On the face of it, this is odd, because his is the first generation to have enjoyed Europe as a single space of freedom, from Lisbon to Tallin and Athens to Edinburgh. When I invited suggestions for this column on Twitter, Dan Nolan replied: “Compulsory Erasmus for all”.

He linked to an interview with Umberto Eco in which that great sage argued that the university exchange programme Erasmus “has created the first generation of young Europeans. I call it a sexual revolution: a young Catalan man meets a Flemish girl – they fall in love, they get married and they become European, as do their children. The Erasmus idea should be compulsory – not just for students, but also for taxi drivers, plumbers and other workers.”

Quite what the priest Desiderius Erasmus of Rotterdam would make of becoming a synonym for sexual revolution I’m not sure, but there is something in this. There is a lived, everyday Europe of transnational intermingling. In the EU-wide Eurobarometer opinion polls, the most popular answer to the question “What does the EU mean to you personally?” is “freedom to travel, study and work anywhere in the EU”.

Although those who “tend to distrust” the EU outnumber those who “tend to trust” it by nearly two to one, the younger the respondents, the more likely they are to express trust – though that’s still only 46% of 15- to 24-year-olds. One in two young people in Greece and Spain are unemployed, and they can reasonably ask: “What has Europe done for me lately?”

Nonetheless, there are many young Europeans – including a whole post-1989 cohort of central and east Europeans – who have been great beneficiaries of the European project. Yet we hardly hear their voices on Europe. In part, I think this is precisely because they already have the Europe that earlier generations aspired to.

They like Europe, but it is not their great cause or dream. Instead, they become passionate about other issues and places: the environment, sexual equality, global poverty, animal rights, online freedom, climate change, China, Africa. If the basic freedoms they value in the EU were suddenly revoked, they would surely mobilise to defend them – but Europe’s decline, if it happens, is probably not going to be like that. The institutions will remain, but gradually be hollowed out, like those of the Holy Roman Empire. There may be no sufficiently dramatic wake-up call until it is too late. (For some east Europeans, Vladimir Putin is that wake-up call, but apparently not for most west Europeans.)

Yet I also think we older Europeans don’t ask them often enough what kind of Europe they want. I was recently asked by a European academic institution to participate in formulating a new version of the Schuman declaration, the seminal 1950 proposal for the first steps to today’s EU. I replied that I thought we would do better to ask the post-89er, Erasmus generation. The last I heard, this institution was planning to approach a clutch of former European heads of state to draft such a declaration.

Well, good luck with that. Another one of those is just what we need.

So I’m really grateful to young Mario for caring enough to be mad at me. Go on, be angry. Be mad at us. But change Europe. It needs it.

Timothy Garton As The Guardian, Sunday 7 December 2014

http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/dec/07/europe-brussels-european-eu?CMP=share_btn_tw

“L’Europa salvata dai ragazzi di Erasmus”,

di Timothy Garton Ash
Mario, studente italiano, mi dice che ce l’aveva con me. Si era arrabbiato per l’articolo che scrissi dopo le europee di maggio, in cui criticavo la candidatura di JeanClaude Juncker alla presidenza della Commissione europea definendola la risposta più sbagliata al diffuso scontento emerso da quell’elezione. Ora che Juncker tira fuori dal cilindro un pacchetto di investimenti a sostegno della traballante economia europea e l’ex primo ministro polacco Donald Tusk si prepara a presiedere il primo vertice dei capi di governo dell’Ue, vale la pena di tornare a chiedersi chi salverà il progetto Europa. La mia risposta è che non si può salvare senza un più attivo coinvolgimento di Mario e dei suoi contemporanei, la generazione Erasmus e Eeasyjet. Ovviamente il salvataggio esige anche valide politiche dall’alto. Ma Super Mario cioè Draghi, il presidente della Bce, non può farcela da solo, neppure con un altro migliaio di miliardi di dollari in bilancio. Serve anche il giovane Mario. Non ho mai visto tanto pessimismo intellettuale riguardo al futuro dell’Ue tra chi (come me) ne è stato appassionato sostenitore. Le cause sono principalmente tre. Innanzitutto l’Eurozona. Loukas Tsoukalis, autorità in materia, nonché filoeuropeo, osserva che «il progetto era sbagliato tanto quanto le adesioni».
Troppe economie, troppo eterogenee, legate da una valuta comune senza fondi comuni. Questi fondamentali difetti di fabbrica sono stati aggravati dalla politica di austerità a guida tedesca che sottovaluta le differenze tra le culture economiche nazionali e la necessità di maggiori investimenti e di aggregazione della domanda all’interno dell’Ue. La seconda causa di pessimismo è la politica. Elezione dopo elezione, sondaggio dopo sondaggio, è emersa la profonda delusione degli elettori. Essa trova espressione sia in una maggiore apatia che nel successo elettorale dei partiti anti-sistema di ogni colore – dallo Jobbik in Ungheria al Fronte Nazionale francese passando per l’Ukip britannico e il tedesco Alternativa per la Germania fino al Movimento 5Stelle italiano al Podemos spagnolo e al Syriza greco.
Lo scontento nei confronti delle istituzioni europee supera quello a livello nazionale. Il pianeta Bruxelles è diventato simbolo della distanza tra élite politiche e cittadinanza. Benché il Parlamento europeo sia a elezione diretta e gli siano stati attribuiti maggiori poteri, l’impressione è di una rappresentanza popolare scarsa. E non esiste un’arena politica pan europea. I tre dibattiti televisivi tra gli Spitzenkandidaten, i principali candidati dei raggruppamenti partitici europei per il seggio di presidente della Commissione, sono stati seguiti da meno di 500.000 spettatori, mentre l’audience del primo dibattito tra i candidati alla presidenza Usa Barack Obama e Mitt Romney nel 2012 era sopra i 67 milioni.
Questo mi porta alla terza triste considerazione. Non mancano i manifesti, i progetti e i libri mirati al salvataggio dell’Unione Europea, ma in massima parte sono scritti da persone che si collocano dalla parte sbagliata dello spartiacque anagrafico dei 50 anni. Un valanga di appelli a rafforzare la “leadership” vengono da leader in pensione con l’idea che ai loro tempi le cose andassero meglio.
Vedo poche proposte da parte della generazione del giovane Mario. È strano, perché la sua è la prima generazione che ha vissuto l’Europa come unico spazio di libertà da Lisbona a Tallin, ad Atene, a Edimburgo. Ho chiesto su Twitter dei suggerimenti per questo articolo e qualcuno ha risposto «parla dei bambini nati da Erasmus ». Dan Nolan ha aggiunto «Erasmus obbligatorio per tutti», facendo riferimento all’intervista in cui Umberto Eco, il grande saggio, sostiene che «l’Erasmus ha dato vita alla prima generazione di giovani europei ed ha segnato una rivoluzione sessuale: un giovane catalano incontra una ragazza fiamminga; i due si innamorano, si sposano e diventano europei, come pure i loro figli. L’Erasmus dovrebbe essere obbligatorio, e non solo per gli studenti: anche per i tassisti, gli idraulici e i lavoratori».
Non sono proprio certo che il religioso Desiderius Erasmus da Rotterdam apprezzerebbe il fatto di essere sinonimo di rivoluzione sessuale, ma davvero esiste una realtà quotidiana vissuta così, un amalgama transnazionale. Nei sondaggi Eurobarometer condotti in tutta l’Ue la risposta più comune al quesito «che cosa significa per te l’Ue?» è «libertà di viaggiare, studiare e lavorare in tutti i Paesi dell’Unione». Anche se coloro che tendenzialmente non hanno fiducia nell’Ue sono quasi il doppio rispetto a quelli che tendono a riporvi fiducia, quest’ultima cresce col diminuire dell’età degli intervistati. Ad essere fiduciosi sono solo il 46% dei giovani tra i 15 e i 24 anni. Un giovane su due in Grecia e in Spagna è disoccupato e può a buona ragione domandarsi «cosa ha fatto per me l’Europa ultimamente? ».
Ciò nonostante sono numerosi i giovani — incluso un intero esercito di cittadini dell’est e del centro Europa post-1989 — ad aver tratto grande beneficio dal progetto europeo. Ma la loro voce in Europa si sente poco. In parte, credo, è proprio perché hanno già a disposizione l’Europa cui aspiravano le generazioni precedenti. Amano l’Europa ma essa non è la loro causa, il loro sogno. Ad appassionarli sono altre tematiche, altri luoghi: l’ambiente, la parità sessuale, la povertà globale, i diritti degli animali, la libertà di Internet, il cambiamento climatico, la Cina, l’Africa. Se le libertà fondamentali che apprezzano nell’Ue venissero improvvisamente revocate, senza dubbio si mobiliterebbero per difenderle — ma il declino dell’Europa, se ci sarà, probabilmente non porterà a questo. Le istituzioni resteranno, ma gradualmente si svuoteranno, come quelle del Sacro Romano Impero. Forse non sarà lanciato un allarme serio finché non sarà troppo tardi. (Per alcuni est europei il campanello d’allarme è Vladimir Putin, ma a quanto sembra non per la maggior parte degli europei dell’Ovest).
Però io sono anche del parere che noi europei più anziani non chiediamo ai giovani con frequenza e insistenza sufficiente che tipo di Europa essi vogliano. Qualche tempo fa sono stato contattato da un’istituzione europea che voleva verificare la mia disponibilità a partecipare alla formulazione di una nuova versione della dichiarazione di Schuman, che nel 1950 pose le basi di quelli che sarebbero stati i primi passi del cammino verso l’Ue odierna. Ho risposto che era meglio chiedere alla generazione post ‘89, alla generazione Erasmus. A quanto ne so l’istituzione ha in programma di contattare un gruppo di capi di Stato per redigere questa nuova dichiarazione. Buona fortuna. Abbiamo giusto bisogno di un’altra cosa del genere.
Sono quindi davvero grato al giovane Mario che si è dato la pena di arrabbiarsi con me. Forza, arrabbiatevi. Prendetevela con noi. Ma cambiatel’Europa. Bisogna farlo. ( Traduzione di Emilia Benghi)
la Repubblica 9 dicembre 2014
Timothy Garton Ash is a historian, political writer and Guardian columnist. His personal website is http://www.timothygartonash.com

http://www.theguardian.com/profile/timothygartonash

 

L’Ocse fotografa la scuola

images[5]“Se non serve a trovare lavoro, non studio”. L’equazione è allo stesso tempo immediata e drammatica per il nostro Paese. E oggi viene evidenziata dallo Sguardo sull’istruzione 2014 tracciato annualmente dall’Ocse: l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Nel suo report annuale l’Ocse mette in evidenza per il nostro Paese tutte le difficoltà legate alla ricerca di una occupazione da parte dei giovani e alla conseguente perdita di interesse per lo studio. “Le difficoltà – recita il rapporto 2014 – cui fanno fronte i giovani italiani per trovare un lavoro rischiano di compromettere gli investimenti nell’istruzione”. E per essere più chiari: “Con le sempre maggiori difficoltà incontrate nella ricerca di un lavoro, la motivazione dei giovani italiani  –  prosegue lo studio  –  nei confronti dell’istruzione è infatti diminuita. I tassi d’iscrizione all’università in Italia hanno segnato una fase di ristagno o sono diminuiti negli anni più recenti e il numero di studenti che abbandonano precocemente gli studi ha smesso di diminuire dopo il 2010″. Si tratta dei due nervi scoperti dell’istruzione italiana: pochissimi laureati e tantissimi ragazzi che abbandonano precocemente gli studi.   ………
“Nel 2012, quasi un giovane su tre  –  il 32 per cento  –  dai 20 ai 24 anni di età non lavorava e non era iscritto a nessun corso di studi. Si tratta dei cosiddetti Neet  –  Not in education, employment or training. Una percentuale in aumento di 10 punti rispetto al 2008. Nei Paesi Bassi nel 2012 i Neet erano il 7 per cento e in Austria e Germania solo l’11 per cento. Nello stesso anno, circa uno studente su sette  –  il 14 per cento  –  tra i 17enni aveva già abbandonato la scuola, con una media Ocse pari al 10 per cento”. ….

http://www.repubblica.it/scuola/2014/09/09/news/ocse_scuola_2014-95333811/?ref=HREC1-8

Lasciate spazio a chi sa fare

 E’ come un pesce che sta morendo perché l’acqua in cui vive si sta lentamente, ma inesorabilmente scaldando. ….. I responsabili della lenta agonia sarebbero una classe politica inadeguata …….. e quegli imprenditori che sopravvivono solo perché sussidiati dallo Stato, cioè dai contribuenti. Ma anche gli italiani avrebbero le loro colpe: si starebbero adagiando a chiacchierare con i loro innumerevoli telefonini, a guardare la tv, senza leggere neppure un libro all’anno.

È una descrizione dell’Italia molto deprimente, ma che purtroppo in qualche modo coglie nel segno. Altri dati, però, raccontano un Paese diverso. Quello più significativo è l’attivo della nostra bilancia commerciale, cioè il fatto che il valore delle nostre esportazioni supera quello delle importazioni. E non è solo per via della recessione che frena l’import. Le nostre esportazioni crescono: hanno raggiunto i 195 miliardi nel primo semestre di quest’anno, dieci in più dell’anno scorso. Manteniamo le nostre quote di mercato. Ci sono imprese, oltre la solita Luxottica, e in campi diversi, come Prysmian, Brevini, Mossi & Ghisolfi, che si sono adattate all’euro e hanno grande successo sui mercati internazionali. Imprese che ce la fanno, nonostante siano tartassate da imposte elevatissime. E non è, come scrivevamo il 6 ottobre, una divisione tra Nord e Sud. La differenza corre tra due tipi di Paese, tra aziende produttive e imprese decotte: ce ne sono di entrambi i tipi sia al Nord che al Sud. Rispetto al primo semestre dello scorso anno le esportazioni sono cresciute dell’11,3% in Puglia e del 10,7 in Toscana, mentre il Nordest è fermo.

Ma ad essere positivi ci sono anche altri elementi. Alcuni dei nostri licei fanno invidia a quelli del Nord Europa ed alle migliori high school inglesi e americane. Nei programmi di dottorato dei più prestigiosi atenei al mondo gli studenti italiani sono sempre tra i più bravi. Vi sono decine di giovani professori italiani con cattedre nelle prime università americane, medici negli ospedali più ambiti. Basterebbe solo un po’ di flessibilità e di meritocrazia per farli rientrare. Ma anche in Italia vi sono eccellenze universitarie. Un esempio, e non è l’unico, è l’Istituto italiano di tecnologia che sta facendosi un nome nel campo della ricerca scientifica e ha attratto a Genova scienziati italiani ma anche americani. C’è eccellenza anche nel settore pubblico: lo staff di economisti della Banca d’Italia è considerato uno dei migliori in assoluto fra tutte le banche centrali, compresa la Federal Reserve americana. I funzionari che al ministero dell’Economia gestiscono il nostro debito pubblico sono rispettati dagli investitori di tutto il mondo.

Un Paese in cui tutti sono mediocri, quello sì sarebbe senza speranza. Ma non è il caso dell’Italia. Per ricominciare a crescere basterebbe trasferire risorse ed energie dal Paese che non funziona a quello che cammina e spesso corre. Dobbiamo abbandonare il mito del «piccolo è bello», delle imprese familiari. Servono aziende che magari nascono piccole ma poi riescono a crescere, a competere nel mondo e a quotarsi in Borsa per non vivere di prestiti bancari elargiti con il contagocce. Servono imprenditori che sappiano assumersi i propri rischi e non siano sempre pronti a privatizzare profitti, nazionalizzare perdite e stazionare nei corridoi dei ministeri per ottenere sussidi e favori. Bisogna favorire il trasferimento di risorse umane e di capitali da imprese decotte (come Alitalia) a quelle che funzionano.

Dobbiamo avere il coraggio di mandare a casa i professori fannulloni per lasciar posto ai giovani, oggi costretti a rifugiarsi all’estero. Bisogna convincere i nostri figli che laurearsi a 27 anni in Scienza delle Comunicazioni difficilmente apre prospettive nel mondo del lavoro. E i sindacati devono convincersi che più flessibilità non significa meno, ma più lavoro, piu produttività e quindi salari più alti, e che difendere a tutti i costi anche i meno meritevoli danneggia i migliori e finisce per far stare tutti peggio. Bisogna abbandonare il «buonismo» e sostituirlo con un sostegno per chi è debole ma meritevole, per aiutarlo ad acquisire nuove professionalità e così rientrare nel mercato del lavoro. Sono possibili cambiamenti tanto radicali? Noi pensiamo di sì. Esempi ve ne sono. Negli anni Ottanta l’Irlanda era un Paese sull’orlo del collasso. Si diceva «L’ultimo che parte spenga la luce!». In pochi anni si è trasformata nella tigre d’Europa e, superata la crisi finanziaria, sta tornando ad esserlo. Alcuni Paesi dell’Est europeo hanno reagito a situazioni ben peggiori della nostra: un’economia e una società devastate da mezzo secolo di «comunismo reale». In pochi anni sono rinati e sono all’avanguardia in molti campi.

Ma per fare tutto ciò serve un grande sforzo comune che cominci dalla classe dirigente. Quando vediamo un governo che discute per mesi su come cambiare il nome di un’imposta (l’Imu) significa che questa classe politica ha perduto la percezione di quanto grave sia la situazione, e non ha una visione su come invertire la rotta. A essere convinta però non deve essere la sola classe dirigente, ma tutti noi

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

Corriere della Sera 24 ottobre 2013

http://www.corriere.it/editoriali/13_ottobre_24/lasciate-spazio-chi-sa-fare-editoriale-alesina-giavazzi-d09722f2-3c75-11e3-b96f-84c91179c77b.shtml