Riserve in valuta, due terzi sono in dollari

Il dollaro resta – di gran lunga – la valuta più gettonata per le riserve ufficiali in moneta estera. E i numeri addirittura crescono. Secondo gli ultimi dati del Fondo monetario internazionale, al 30 giugno 2017 le riserve mondiali in dollari sono salite a 5.909 miliardi. Seguono l’euro con 1.844 miliardi di dollari (i dati del Fmi sono riportati nella valuta Usa), lo yen con 429 miliardi di dollari e la sterlina con 408 miliardi di dollari. Tutti in aumento, tra variazioni negli stock e oscillazioni nei tassi di cambio. Dietro, molto indietro, ci sono le altre monete, inclusi il renminbi cinese e il franco svizzero. In percentuale la quota dei dollari sul totale delle cosiddette «riserve allocate» è del 64%. In altre parole, quasi due terzi sono in dollari. Certo, è molto importante anche chi li ha in cassaforte, questi soldi. E molti fanno capo a Pechino. Ma resta il fatto che è ancora il dollaro la valuta che si conquista in gran parte la fiducia di istituzioni e mercati. Non è sempre stato così, naturalmente. La sterlina era più gettonata del dollaro, allo zenit dell’impero britannico. E non solo. Tutti i confronti, con gli alti e bassi storici, sono in un grafico del libro (in inglese) «Come funzionano le valute: passato, presente e futuro» ( How Global Currencies Work: Past, Present, and Future ) di Barry Eichengreen, Arnaud Mehl e Livia Chitu, appena pubblicato da Princeton University Press. È un viaggio nel mondo del denaro, dove diverse monete possono aggiudicarsi insieme lo status di valuta internazionale. Ma, almeno per ora, con pesi differenti.

GIOVANNI STRINGA

Corriere della Sera, 26 ottobre 2017

http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerArticolo.php?storyId=59f19c5089b90

 

Bitcoin, l’anti Leviatano

btcin I cantori di Bitcoin comunemente dicono che la valuta digitale rappresenta il “futuro dei soldi” nelle transazioni che non prevedono scambio di denaro fisico e che prima o poi saranno in grado di soppiantare il monopolio della produzione della moneta da parte delle Banche centrali e dei governi. E’ una visione romantica, enfatizzata dai media, che attinge alla matrice anarchica e libertaria del movimento cypherpunk, nato negli anni Novanta con la diffusione del World wide web, che ha l’ambizione di spingere a un cambiamento sociale e politico globale attraverso l’uso massiccio della crittografia informatica, la trasmissione nascosta di informazioni.

In quest’ottica può sembrare inebriante raggiungere lo scopo di fornire alla moltitudine lo strumento chiave per superare, e magari sovvertire, il potere in mano alle Banche centrali a ai governi di controllare il peso del portafogli senza il consenso pubblico. Di beffare i censori e i sorveglianti di stato. E quindi di realizzare il manifesto firmato da Eric Hughes, matematico e pioniere dei cypherpunk, che è fonte d’ispirazione per gli hacker di Anonymous e Wikileaks: “Noi, i cypherpunk, siamo impegnati a costruire sistemi anonimi. Noi difendiamo la nostra privacy con la crittografia, con un sistema anonimo di email, con le firme digitali, e con il denaro elettronico”.

 

L’idea in sé non è estremamente innovativa. Il concetto teorico di “moneta denazionalizzata”, ovvero sottratta alla giurisdizione statale, fu introdotto dal premio Nobel Friedrich von Hayek e rappresenta un’antica sfida al potere statale costituito. Lo storico della moneta, Eric Helleiner, ha tra l’altro documentato che nel XIII secolo i mercanti inglesi già battevano piccole monete in rame e che nei quattrocento anni successivi altre corporazioni producevano gettoni “non autorizzati” dalla Corona britannica. Alla vigilia della guerra civile americana, poi, circolavano almeno 10 mila differenti tipi di banconote a complemento delle monete coniate dalla zecca di stato.

Per ora le monete elettroniche, che non portano la firma di nessun banchiere centrale ma sono emesse da un sistema crittografico intelligente, sono agli albori e sono ancora molto lontane dal competere con il dollaro o con l’euro. Gli esperti non escludono in futuro un successo notevole in paesi dove la fiducia nella moneta è in discussione, vuoi per l’iperinflazione in Sudamerica, Argentina e Venezuela, oppure per il rischio di uscita dal blocco valutario europeo, nel caso della Grecia. Tra le valute virtuali disponibili (Litecoin, Peercoin, Namecoin) i Bitcoin i più rodati e popolari, rappresentano l’80 per cento della capitalizzazione di mercato, ovvero 7,7 miliardi di dollari in circolazione, ma sono usati solo per 69.000 transazioni nel mondo ogni giorno, contro un totale di 274 milioni nella sola Unione europea. Tuttavia la tecnologia ha potenzialità significative soprattutto per la concorrenza ai sistemi di pagamento online e, in ultima istanza, perché potrà cambiare il modo di fare business con e su internet.

 

Sull’onda della pubblica gogna e dell’oggettivo discredito verso banche e intermediari finanziari ufficiali provocato dal collasso di Lehman Brothers nel 2008, un programmatore misterioso noto come Satoshi Nakamoto – un nome che si presume essere uno pseudonimo di un soggetto o di un collettivo – ha descritto in un paper accademico, scritto in inglese perfetto, l’architettura del sistema Bitcoin, un protocollo informatico che in molti paragonano al proctocollo che sta alla base di internet (Tcp/Ip), quello che determina il modo specifico nel quale un dato è confezionato e indirizzato all’interno di una rete di computer, ovvero il binario sul quale corrono le email. Successivamente Nakamoto ha rilasciato un software opensource, disponibile a tutti, che può essere usato per scambiare bitcoin secondo quello schema. Nakamoto si è poi eclissato. A gestire l’operatività del network  c’è Gavin Andresen, 48 anni, il volto più esposto, nonché colui che ha concepito la Bitcoin Foundation, ente no profit che può considerarsi la cosa più prossima a un’autorità centrale nel mondo bitcoin. Lo scopo di Bitcoin è concedere all’umanità la possibilità di potere scambiare denaro elettronico in maniera sicura, anonima e trasparente, senza il bisogno della mediazione di parti terze, ovvero completamente “decentralizzata”. E’ decentralizzata in primo luogo alla fonte perché non c’è un’autorità centrale unica coinvolta nella produzione: i bitcoin sono “estratti” dagli utenti – detti “miner”, “minatori” – che possiedono calcolatori sempre più potenti, esistono file di centinaia di server custoditi in grandi magazzini, con una capacità di calcolo in grado di risolvere puzzle algoritmici complessi per chiudere ogni transazione proposta in rete – in media una ogni 10 minuti – e ricevendo come ricompensa una certa quantità di bitcoin nuovi di “zecca”. Il processo di “estrazione” è congegnato per remunerare sempre meno i minatori nel corso del tempo, fino al limite di 21 milioni di bitcoin esistenti che verrà raggiunto nel 2031.

I bitcoin sono quindi un bene scarso, finito, paragonabile all’oro. Più una “commodity” che una moneta, dunque. Il processo è decentralizzato, inoltre, perché salta totalmente il mediatore della transazione che avviene in accordo tra un utente e un altro in modo gratuito. Vengono bypassati i fornitori dei servizi di pagamento certificati come Paypal, Western Union, MoneyGram, che invece applicano tariffe per i servizi di garanzia e sicurezza offerti. Le tecniche crittografiche su cui si basa Bitcoin permettono di essere certi che la transazione sia verificata, anche se non si conosce l’identità della controparte, perché deve essere approvata da tutti i “nodi” della rete, da tutti gli utenti, in quanto viene registrata sul blockchain, un libro mastro condiviso sul quale vengono tracciate e registrate tutte le operazioni effettuate in un dato istante; il blockchain è uno strumento rivoluzionario sul quale torneremo.

Gli usi sono molteplici: comprare una pizza, farsi pagare una prestazione, garantire libertà di espressione – quando furono banditi i pagamenti bancari a favore di Wikileaks, i bitcoin li sostituirono – fare una donazione. Si può immaginare perfino di superare la mediazione delle compagnie telefoniche che forniscono servizi internet per gli smathpone nel momento in cui un singolo apparecchio può connettersi per pochi istanti ma in continuità alle reti wireless di privati cittadini remunerandoli immediatamente in frazioni di bitcoin per ogni frazione di secondo di accesso. Certo, si possono comprare droghe su siti commerciali protetti dall’anonimato, come il bistrattato sito Silk Road, uno dei tanti – che comunque dà un rating all’affidabilità degli spacciatori, e a suo modo riduce il rischio di procurarsi per strada sostanze di dubbia qualità – il suo fondatore, Ross Ulbricht, è stato condannato all’ergastolo. Ma l’accusa di “riciclaggio” lanciata da alcune autorità bancarie pare fuori scala. Spostare grandi cifre è infatti improbabile allo stato del sistema Bitcoin: è tuttora più facile farlo con banche o intermediari ufficiali compiacenti.

Fondi di investimento e agenzie di servizi vedono infatti nella relativamente bassa mole di flussi di valore una costrizione alla potenzialità di creare un mercato finanziario online basato sul bitcoin. Invocano quindi a gran voce la necessità di costruire un’infrastruttura solida, composta da gestori di portafogli virtuali e Borse virtuali affidabili  – il più usato, Mt. Gox, è finito in disgrazia dopo un tracollo epocale – per varie ragioni: per rendere facilmente accessibile una tecnologia ancora arcana per molte persone, per transare cifre consistenti, per ridurre la grande volatilità dei bicoin rispetto alle altre valute, per coinvolgere gli esercizi commerciali. Probabilmente a farne le spese sarà l’assoluto anonimato degli utenti, caratteristica che ha allarmato da subito i regolatori ovunque. Per questo motivo un compromesso tra i “normalizzatori” e i “puristi”, affezionati alle radici cypherpunk, sarà irrinunciabil

Grandi investitori e imprenditori credono comunque che la vera promessa di Bitcoin non sia la moneta, che è soltanto uno degli sviluppi possibili, ma l’idea di potere rivoluzionare intere industrie che s’affidano a un registro digitale (o cartaceo). Il concetto è che se si può fare a meno dell’autorità monetaria allora si può anche fare a meno di qualsiasi altra autorità centrale. Gli effetti sono dirompenti. Se infatti migliaia di computer usano la crittografia per registrare costantemente ogni singola transazione avvenuta su un libro mastro condiviso, il blockchain suddetto, si può andare ben oltre la semplice tracciabilità dei pagamenti. Il libro mastro potrebbe rimpiazzare i metodi convenzionali di registrare informazioni importanti come la stipula dei contratti, dei diritti di proprietà, certificare i passaggi di proprietà di un bene. Questo perché un accordo spontaneo tra due soggetti è posto a verifica poliarchica, cioè di una pluralità di attori, ed è pubblico. Un operatore in fase embrionale è Factom che vorrebbe abbracciare diversi business. Factom intende archiviare una serie di dati delle compagnie iscritte in modo permanente per ridurre i costi e la complessità di tenere contabilità delle operazioni finanziarie, dei risultati del gruppo, dei provvedimenti legali significativi. Per testare il concetto, fa notare un approfondimento del Mit Technology review, Fatcom ha collaborato con una società medica per costruire uno strumento che gli operatori sanitari possono usare per memorizzare i dati che potrebbero essere utili durante le controversie legali per fatturazione o verifiche. Facendo correre la fantasia, ma nemmeno troppo, come ha fatto Ferdinando M. Ametrano (Banca Imi, Università Bicocca) in un’audizione alla Camera, il protocollo alla base del libro mastro potrebbe sostuire senza troppo sforzo il registro automobilistico: invece che pagare 500 euro circa per farsi certificare l’avvenuto passaggio di proprietà da un addetto della motorizzazione – che fondamentalmente cambia il nome in una cella di un foglio excel – la certificazione può avvenire in maniera totalmente gratuita e decentralizzata, mediante tecnologia blockchain, firmando una transazione in cui uno intesta la macchina all’altro che verrà poi resa pubblica sul libro mastro.

Il brodo di coltura libertario e l’interoperatività degli standard tencologici hanno prodotto questo assalto ai due fondamenti del potere centrale degli stati, quello della certificazione, legale, e quello della forza, sanzionatorio, in quanto il sistema si autoregolamenta senza comminare pene corporee o pecuniarie di sorta. Ma non c’è bisogno di essere libertari, cypherpunk o anarchici per capire che il sistema introdotto con la tecnologia Bitcoin è più conveniente e quindi più efficiente del modello burocratico tradizionale. Ormai il genio è uscito dalla bottiglia e non rientrerà. Il moloch dai piedi d’argilla ha gli anni contati

di Alberto Brambilla | 03 Giugno 2015  Il Foglio

http://www.ilfoglio.it/economia/2015/06/03/bitcoin-anti-leviatano___1-v-129434-rubriche_c210.htm

 

Li chiamano i Puffi

pffffLi chiamano i puffi, come quegli umanoidi blu che abitano sotto i funghi. Varcano il confine con l’equivalente di 50 mila dollari in tasca e affidano altrettanto ai fratelli, o ai genitori. Comprano casa a Londra. Firmano costose polizze assicurative a Hong Kong e le pagano con carta di credito. Gonfiano le fatture quando vendono qualcosa all’estero. In certi casi, com’è capitato a una signora l’anno scorso, vengono bloccati alla frontiera con pacchi di biglietti di banca legati alle gambe.
Non si fermano un solo istante a rifletterci su, eppure oggi sono loro la forza dominante sui mercati globali così come i migranti che arrivano dal mare lo sono per la politica in Europa. Per certi aspetti, in questi mesi contano più dei grandi banchieri centrali. Coloro che nel loro stesso Paese vengono chiamati i «puffi», sono i milioni di cinesi che nell’ultimo anno hanno spedito all’estero l’equivalente di circa 700 miliardi di dollari – pari a quasi metà del reddito di un anno dell’Italia – e non mostrano segni di voler rallentare la loro grande migrazione finanziaria. Corrono verso la porta d’uscita dalla Cina con il loro denaro. È una delle più grandi fughe di capitali della storia, e spiega in parte la fibrillazione che ha investito l’Italia e l’Europa e il gioco capovolto che l’Asia ha mostrato al mondo fin dalle prime ore di ieri.
In Cina, un tempo l’indiscussa fabbrica del mondo, ieri è emerso che le esportazioni in gennaio sono crollate di più del 10% in un anno: molto peggio del previsto, eppure proprio ieri la moneta locale ha messo a segno la rivalutazione più forte dal 2005. In Giappone, l’economia nel quarto trimestre è caduta dell’1,4% in ritmo attuale malgrado le dosi illimitate di stimolo da parte della banca centrale: anche qui il termometro dell’economia segnala dati peggiori del previsto, eppure nelle stesse ore la Borsa di Tokyo ha vissuto il rimbalzo più forte di sempre (più 7,1%).
È il mondo al rovescio di questo scorcio di secolo. Le banche centrali ormai dominano completamente le aspettative dei mercati e per questi ultimi non conta più la produzione di valore, ma di liquidità. La Borsa in Giappone non sale perché l’economia va bene, ma perché va male; gli investitori prevedono che la banca centrale di Tokyo reagirà comprando ancora più azioni attraverso gli indici di Borsa. E in Cina la moneta ieri si è rivalutata, malgrado l’erosione di competitività che porta il governo a sussidiare per esempio l’export di acciaio a danno dei concorrenti europei, proprio perché Pechino cerca di sopprimere le dinamiche del mercato.
È da almeno un anno che l’economia cinese urla al governo e al resto del mondo ha bisogno di una svalutazione per riequilibrarsi. Lo fa attraverso di loro, i puffi: i piccoli cinesi che hanno perso fiducia nel loro sistema o nella loro moneta, un po’ come ne hanno persa nei propri Paesi i migranti che oggi approdano sulle coste d’Europa. Questi cinesi oggi cercano un porto sicuro all’estero per il loro denaro. Vogliono sfuggire ai rendimenti da confisca delle banche pubbliche di Pechino o di Shanghai, fiaccate dai crediti inesigibili verso imprese che dal 2008 hanno accumulato debiti pari a diecimila miliardi di dollari. Vogliono evitare che i loro risparmi rimangano intrappolati in Cina quando il Paese svaluterà, così avvicinando quel giorno. Vogliono evitare tasse per metà del reddito d’impresa o l’arbitrio dei tribunali e del partito.
Proprio perché questa è la realtà, ieri il regime ha voluto dimostrare che non ne ha perso il controllo. A sorpresa ha fissato un tasso di cambio più forte per lo yuan, e deve aver speso molti miliardi in poche ore vendendo dollari e comprando la propria moneta per mostrarne la forza. Lo fa anche per rassicurare l’Occidente, i cui mercati finanziari oggi non sembrano in grado di sostenere l’onda d’urto dalla svalutazione della seconda economia del mondo. Il terremoto di Borsa di gennaio si spiega anche così, con i timori innescati dalla scivolata dello yuan nelle scorse settimane (meno 2,8%). Da ieri è stata eretta una diga, ma non è chiaro fino a quando terrà.
Lo yuan scambiato fuori dai confini vale già meno che in Cina, e la sua difesa costa a Pechino almeno cento miliardi di dollari al mese. Non è lontano il giorno in cui le riserve arriveranno a una soglia di guardia, dopodiché la banca centrale dovrà arrendersi. I puffi continueranno a far fuggire i loro soldi all’estero fino a quando l’avranno travolta. La più grande forza del mercato oggi sono loro.

Federico Fubini
La grande fuga dalla Cina: oltre confine 700 miliardi .La diga (fragile) di Pechino
Corriere della Sera 16 febbraio 2016

Lo yuan e la guerra delle valute

yuannLa Cina manda al tappeto i mercati del Vecchio continente. Con la seconda svalutazione dello yuan, dopo un primo taglio della valuta – del tutto inatteso – avvenuto ieri, Pechino ha steso le Borse mondiali. La Banca centrale cinese ha rivisto al ribasso del 3,5% il cambio contro il dollaro innescando una guerra tra le monete: immediata la reazione dei mercati europei che dopo il crollo della vigilia hanno chiuso ancora in ribasso: Piazza Affari ha ceduto il 2,96%, Londra l’1,4%, Francoforte il 3,27% e Parigi il 3,4%. Al termine delle contrattazioni dei mercati europei che hanno perso 227miliardi di valore, anche Wall Street era pesante con il Dow Jones che cedeva l’1,27%, il Nasdaq l’1,23% e l’S&P 500 l’1,21%.

E mentre si levano le proteste dal mondo occidentale per il susseguirsi di azioni unilaterali di Pechino, il governo cinese si giustifica spiegando la necessità di intervenire a sostegno della ripresa economica del Paese. D’altra parte l’industria manifatturiera mostra segnali di rallentamento (+6% a luglio, al di sotto delle stime) come l’export e le vendite al dettaglio cresciute “solo” del 10,5%. Un tesi sposata anche dal Fondo monetario internazionale che ha salutato positivamente la doppia svalutazione dello yuan definendo l’operazione come un allineamento ai mercati di tutto il mondo. Stesso punto di vista per Standard&Poor’s.

La tensione, però, resta forte, soprattutto per il mercato del lusso e della moda che vede l’Italia protagonista, rispetto alla politica economica cinese: Pechino aveva, infatti, annunciato l’intenzione di aiutare la transizione da un’economia legata all’export a una sostenuta dai consumi interni, una strategia che pare adesso di nuovo cambiata. Secondo l’Fmi, però, una maggiore flessibilità nei tassi – che prima erano ancorati al dollaro – consentirà a Pechino una rapida “integrazione nei mercati finanziari globali”. A risentirne sono anche le materie prime: non si arresta infatti la caduta del prezzo del petrolio dal momento che la Cina è il secondo importatore mondiale, ma la valute debole a fronte del dollaro rischia di ridurne gli acquisti: il greggio Wti tratta intorno ai 43 dollari dopo che ieri era scivolato di oltre il 4% toccando i minimi degli ultimi 6 anni. Sulle quotazione incide anche il calo, inferiore alle attese, delle scorte Usa. Prezzi in discesa anche per l’oro: il metallo prezioso a consegna immediata passa di mano a 1.117 dollari l’oncia. “La situazione si stabilizzerà” dice la Banca centrale, ma molti economisti temono l’innesco di un effetto domino.

E ciò porta alcuni analisti a credere che la Federal Reserve abbia adesso una buona ragione per non iniziare ad alzare i tassi di interesse Usa – per la prima volta dal 2006 – nella riunione del mese prossimo. Altri sottolineano, invece, come la Banca centrale americana sia più focalizzata sul mercato del lavoro Usa e dopo il rapporto sull’occupazione di luglio in linea alle stime, sarà determinante quello di agosto che arriverà giusto un paio di settimane prima del meeting del 16 e 17 settembre. “Le implicazioni per l’economia mondiale sono enormi”, anche se “è ancora presto” per valutare il reale impatto degli sviluppi ha detto il governatore della Fed di New York, William Dudley.

L’euro è in risalite quota sopra 1,11 contro il dollaro, mentre calano ai minimi da sei anni il dollaro australiano e quello neozelandese. Deboli anche le monete di Indonesia e Malesia. A dimostrazione che la guerra delle valute – almeno per il momento – colpisce soprattutto Asia e Oceania (anche il Vietnam ha svalutato il dong per non perdere competitività nei confronti della Cina). La moneta unica europea passa di mano a 1,1199 dollari.

Nessuna reazione, invece, sui titoli di Stato italiani che preferiscono concentrarsi sull’accordo tra la Grecia e i creditori internazionali che potrebbe sbloccare entro settimana prossima il nuovo piano di aiuti da 86 miliardi di euro: lo spread è stabile in area 115 punti base, ma i Btp decennali sul mercato secondario rendono l’1,78% ai minimi da inizio maggio. E ogg il Tesoro ha venduto tutti i 6 miliardi di euro di Bot a un anno con tassi in calo ad un nuovo minimo storico: il rendimento medio è sceso allo 0,011% dallo 0,124% dell’asta di luglio. Sale la domanda con un rapporto di copertura pari 1,72 da 1,52 precedente.

La Cina svaluta ancora lo yuan Borse pesanti: crolla il petrolio

Di Giuliano Balestrieri

Repubblica 12 agosto 2015

 

Euro o dracma?

eurodracmaCosa accadrà da lunedì in Grecia? L’euro sarà ancora la moneta nazionale? L’Eurogruppo ieri ha detto che non ci saranno più colloqui tra i ministri finanziari dell’eurozona e nemmeno con Atene su proposte o eventuali accordi finanziari finché non si saprà il risultato del referendum, che per la Commissione europea è un voto sulla Ue e sull’euro.
Se dovessero vincere i «sì» il messaggio è chiaro (anche se dipenderà dalla percentuale raggiunta), ma se i «no» fossero la maggioranza allora lo scenario si complica. Cosa vuol dire rinunciare alla moneta unica? Qualsiasi situazione si creasse non sarà immediata né improvvisa, non è un interruttore che si accende e si spegne.

Il ritorno alla dracma

È lo scenario più estremo: la Grecia decide di abbandonare l’euro e di tornare alla dracma. La Banca centrale greca non farà più parte della Bce e deciderà autonomamente la propria politica monetaria. «Tutto sarà convertito nella nuova valuta, compresi i depositi che perderanno potere d’acquisto a causa della svalutazione» spiega Carlo Altomonte, professore di Politica economica europea all’Università Bocconi. «Sarà una sorta di grande patrimoniale – prosegue – per tutti i cittadini greci. La svalutazione renderà la Grecia più competitiva ma eroderà i risparmi. Tenuto conto che Atene importa quasi tutto, i prezzi aumenteranno. La Grecia non importa solo petrolio, ma anche beni alimentari, medicine per gli ospedali e servizi. Ricordiamoci che gli account greci dell’Apple store sono già stati bloccati».

Una doppia valuta

La Grecia decide di uscire dall’euro che però rimane in circolazione e di introdurre una moneta virtuale per i pagamenti interni rappresentata dai cosiddetti «pagherò» (in inglese IOU che sta per I owe you , sono in debito con te). «Per la legge di Gresham, che dice che la moneta cattiva scaccia quella buona – spiega Altomonte – l’euro sparirà dalla circolazione, diventando una riserva di valore, e si avrà una svalutazione verso l’esterno, l’inflazione galopperà, le materie prime aumenteranno. Un po’ come successe in Italia con la crisi del petrolio negli anni 70. C’erano i “mini-assegni” da cento e mille lire che venivano usati come moneta e l’inflazione era al 20%».

Accordo di cambio fisso

Un’altra opzione è l’accordo di cambio fisso: Atene decide di ancorare la dracma all’euro. «È un’operazione che presuppone la stabilità finanziaria, perché la Banca centrale greca non potrà stampare moneta quando vuole altrimenti il cambio fisso non sarà credibile – osserva Altomonte -. Ma se avesse la stabilità finanziaria a questo punto le converrebbe restare nell’euro. Il rischio è che i greci vendano le dracme per comprarsi gli euro e aspettino la svalutazione per ricomprarsi le dracme. In questo modo però il cambio fisso salta. È un po’ quello che successe in Italia nel ‘92, quando la lira aveva un accordo di cambio fisso con il marco e ci fu la grande speculazione, quella famosa di Soros».

L’opzione Montenegro

La Grecia potrebbe anche decidere di mantenere l’euro ma di uscire dall’eurozona. La Banca centrale greca non farebbe più parte della Bce e gli istituti ellenici non avrebbero accesso ai prestiti di Francoforte: «Ogni settimana la Bce finanzia il sistema dell’eurozona ritirando titoli dalle banche in cambio di euro – spiega Altomonte -. Uscendo dall’eurozona la Grecia dovrebbe comprare gli euro sul mercato in cambio di titoli a un tasso che non è quello Bce. Così avviene in Montenegro, ma quello è un Paese piccolo con esigenze di liquidità inferiori a quelle greche. Atene non risolverebbe i suoi problemi».

Francesca Basso

Correre della sera 2 luglio 2015

http://www.corriere.it/economia/15_luglio_02/crisi-grecia-euro-o-dracma-4-scenari-possibili-post-referendum-0dc4f502-207a-11e5-b510-55e71b40db58.shtml

Che è successo al Franco svizzero?

frsvizLa Banca Centrale Svizzera (SNB) ha rinunciato alla sua politica di difesa del tasso di cambio di 1,20 franchi svizzeri per euro, mantenuta negli ultimi tre anni per evitare che la sua valuta aumentasse troppo di valore rispetto alla moneta europea e al dollaro. L’annuncio ha sorpreso buona parte degli analisti e degli investitori, che appena un mese fa erano stati rassicurati dai responsabili della SNB con promesse sul mantenimento della politica di blocco del franco svizzero. La borsa di Zurigo è arrivata a perdere fino al 10 per cento prima di recuperare; il valore al cambio del franco svizzero è aumentato rapidamente.

Nel 2011 la Banca Centrale Svizzera aveva deciso, unilateralmente e assumendosene tutte le responsabilità (come disse la Banca Centrale Europea all’epoca), di istituire un limite minimo di cambio a 1,20 franchi per euro, temendo che la sua valuta potesse rafforzarsi troppo rispetto alle altre monete. Era il periodo della grande instabilità economica e finanziaria dovuta alla crisi di alcuni paesi europei, Italia compresa, e molti investitori ritenevano che in Europa solo il franco svizzero potesse dare buone garanzie per la tenuta dei loro investimenti. La domanda per la valuta continuava ad aumentare e di conseguenza il suo valore: la SNB intervenne per evitare che aumentasse troppo, cosa che avrebbe potuto danneggiare le esportazioni (chi compra dall’estero beni prodotti in un altro paese deve di solito fare i conti con il cambio, e se è troppo sfavorevole spesso si rivolge altrove).

Dopo essere rimasto fermo a un minimo di 1,20, oggi alla rimozione del blocco da parte della SNB il franco svizzero ha aumentato sensibilmente il suo valore fino al 39 per cento circa rispetto all’euro e al dollaro, poi è sceso stabilizzandosi intorno al 14 per cento. Questo significa che con 1 euro si ottengono 1,03 franchi e non più 1,20 come era in precedenza. Il principale indice azionario della borsa di Zurigo ha perso il 10 per cento, e in molti casi le aziende che sono andate peggio sono state quelle che basano buona parte dei loro affari sulle esportazioni

Il limite di 1,20 era stato accolto positivamente dagli esportatori, che in questo modo avevano una garanzia sul fatto che il franco svizzero non potesse apprezzarsi più di tanto rispetto ad altre valute. Nick Hatek, amministratore delegato di Swatch, uno dei più grandi esportatori di orologi della Svizzera, ha detto che la decisione della SNB equivale a uno “tsunami per le esportazioni e per il turismo, e di conseguenza per l’intero paese”. Le azioni di Swatch hanno perso fino al 16 per cento in borsa. Anche i titoli bancari hanno sofferto, con UBS e Credit Suisse – due delle principali banche svizzere – che hanno perso fino all’11 per cento.

La Banca Centrale Svizzera ha motivato la sua decisione ricordando che la sua “misura eccezionale e temporanea ha protetto l’economia della Svizzera che rischiava di subire seri danni”. Per mantenere la soglia minima nel tasso di cambio, infatti, la SNB si era impegnata negli ultimi anni ad acquistare enormi quantità di euro per controbilanciare la domanda di franchi svizzeri, tanto da spingere alcuni detrattori a contestare questa politica. A novembre dello scorso anno era stato bocciato un referendum che se fosse passato avrebbe obbligato la SNB a convertire in oro parte delle sue riserve, cosa che secondo i sostenitori della consultazione avrebbe permesso di rendere la sua politica economica più stabile e sicura…

http://www.ilpost.it/2015/01/15/fine-soglia-minima-franco-svizzero/

 

La regione più ricca del mondo

eeeuuurrr]La Cina supera gli Stati Uniti, ma – a sorpresa – la regione più ricca del mondo è l’Europa. Una buon esempio, se qualcuno ancora avesse dubbi, per spiegare come i singoli paesi del Vecchio continente non siano più in grado di competere a livello internazionale con le due superpotenze economiche, mentre insieme sono ancora capaci di mettere tutti in fila.

Lo spiega con chiarezza il Fondo monetario internazionale che ha misurato la ricchezza mondiale in termini di “parità di potere d’acquisto”: un’unità di misura che permette di considerare cosa effettivamente si può comprare in ogni paese con la valuta locale.

Ebbene, per la prima volta, nel 2014, la Cina supera gli Usa con 17.600 miliardi di dollari di Pil contro i 17.400 miliardi degli americani. Ben staccati arrivano i piccoli grandi d’Europa: la Germania (3.600 miliardi), la Francia (2.500 miliardi) e la Gran Bretagna (2.500).

La prospettiva, però, cambia radicalmente sommando – come per gli Stati Uniti – il Pil di tutti i paesi europei. Con 18.100 miliardi di dollari, il Vecchio continente è la prima potenza economica mondiale, almeno per quest’anno. Secondo il Fmi, infatti, la Cina sorpasserà l’Europa nel 2015 e gli Usa nel 2019. Certo, se poi il calcolo si facesse per numero di abitanti la classifica verrebbe ulteriormente stravolta con l’ex Impero del dragone all’89esimo posto.

Magra consolazione, perché è innegabile che l’Europa sia in panne: negli ultimi cinque anni la Cina ha messo a segno un aumento della propria ricchezza di 7mila miliardi, gli Usa di 3mila e l’Europa intera di 2.200, una tendenza che secondo il Fmi è destinata a continuare, almeno fino al 2019. A meno che il Vecchio continente non riesca a concretizzare, rapidamento, il piano d’investimenti annunciato dal nuovo presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker.

http://www.repubblica.it/economia/2014/12/11/news/europa_regione_ricchezza_cina-102618969/