Declinismo?

declino[1]Se il 2014 ci era sembrato un anno traumatico, fra guerre, stragi, virus letali e la costante incertezza economica, non si può dire che il 2015 sia cominciato diversamente, con il massacro nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi e l’Europa sotto la minaccia del terrorismo. Un sondaggio condotto in questi giorni da YouGov in Gran Bretagna fotografa quella che è probabilmente l’opinione dominante: per il 71 per cento degli interpellati il mondo va sempre peggio, soltanto il 5 per cento crede che le cose possano migliorare. Ma uno studio della City University di Londra avverte che non sono necessariamente gli eventi a farci vedere un futuro a tinte fosche: è piuttosto una condizione umana, quasi una malattia collettiva della psiche. Si chiama “declinismo”, è la pessimistica convinzione che il pianeta e i suoi abitanti siano avviati a un inesorabile declino, l’impressione che il domani sia sempre peggiore di oggi e di ieri. Ne soffre la maggior parte delle persone: senza rendersi conto dei progressi medici, scientifici, tecnologici e nella qualità della vita per la maggioranza della popolazione mondiale. Le cause del fenomeno sono molteplici, affermano gli autori della ricerca. Una è la tendenza psicologica a romanticizzare la gioventù, per cui il passato ci appare più roseo del presente. Un’altra è che quando si chiede a qualcuno di ricordare gli avvenimenti della propria vita, i più ricordano meglio fatti e situazioni che risalgono a quando avevano tra i 10 e i 30 anni. Un terzo fattore è che invecchiando si tende a ricordare meglio le esperienze positive delle negative. Un’altra ragione ancora è la difficoltà e la diffidenza ad adeguarsi alle trasformazioni tecnologiche: «Da ragazzi non avevamo il telefonino e stavamo benissimo lo stesso». In teoria potrebbe essere che vediamo il mondo in declino perché lo è davvero. Ma un recente programma della Bbc smentisce, dati alla mano, il diffuso stereotipo secondo cui si stava meglio “quando si stava peggio”, cioè in un presunto idilliaco, arcaico, passato. Negli ultimi cinquant’anni l’aspettativa di vita mondiale è cresciuta da 59 a 70 anni, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità. Nonostante le efferatezze del Califfato Islamico, le stragi di terrorismo e la cronaca nera continuino a riempire le pagine dei giornali, oggi viviamo nell’era meno violenta della storia umana, come dimostra un docente di Harvard, il professor Steven Pinker, nel saggio Il declino della violenza: ci siamo dimenticati di come il mondo fosse un mattatoio in cui ci si menava e ammazzava quotidianamente, senza che il sangue facesse nemmeno notizia. Altre statistiche indicano che siamo mediamente più sani e più intelligenti di prima; e quando mostrano apparentemente il contrario, per esempio il fatto che i malati di depressione sono cresciuti del 4 per cento in vent’anni, in realtà significa che abbiamo una migliore comprensione della salute mentale, grazie una maggiore capacità diagnostica, che promette migliori cure. Il declinismo che si avverte nell’aria in questo inizio 2015, in effetti, è una malattia ricorrente. Nel Regno Unito se ne sente parlare ininterrottamente dal 1870, quando l’Impero britannico raggiunse l’apogeo: da allora non ha fatto che restringersi, tra decolonizzazione e ascesa di un’altra superpotenza destinata ad eclissarlo, gli Stati Uniti. Quanto all’America, di ondate di declinismo ne ha già attraversate cinque, a partire dalla Grande depressione degli anni trenta del secolo scorso (diventato, a dispetto dei pessimisti, il “Secolo Americano”), passando per “l’umiliazione dello Sputnik”, quando nel 1957 i russi furono i primi a mettere un cosmonauta in orbita e parve che avrebbero vinto la corsa nello spazio (si sa poi chi è arrivato sulla luna), la sconfitta in Vietnam, il “malaise speech” di Jimmy Carter sul “malessere” degli Usa, fino al grande crash finanziario del 2008. Dal 1987 a oggi le librerie si sono riempite di volumi sul declino dell’impero americano, da Ascesa e declino delle grandi potenze di Paul Kennedy, a La fine dell’era americana di Charles Kupchan, a L’era postamericana di Fareed Zakaria, che si concludeva con questo deprimente messaggio: «La magia è finita, le cose non andranno mai più bene come prima». E poiché l’America è stata l’identità e il traino dell’intero Occidente, il declino americano viene vissuto come declino universale, o almeno occidentale. Il che naturalmente è esatto, come testimonia l’ascesa economica di Cina, India e altri paesi emergenti. Ma se YouGov, anziché in Gran Bretagna, avesse condotto il sondaggio su “il mondo va meglio o peggio” in Cina, dove il consumo annuale di carne nell’ultimo mezzo secolo è cresciuto da 1 a 40 chilogrammi per abitante, è verosimile che avreb- be ottenuto risultati differenti. E nonostante il declinismo con cui viene etichettata l’America di Obama, peraltro protagonista di una ripresa economica che fa invidia all’Europa, un ulteriore saggio sulla questione, That Used to Be Us: How America Fell Behind in the World It Invented and How We Can Come Back, del columnist del New York Times Thomas Friedman e del politologo di Harvard Michael Mandelbaum, offre comunque speranze per prolungare il sogno americano nel ventunesimo secolo. Se il mondo ci appare in declino, insomma, è perché siamo vittime di una sindrome psicologica di massa, come notano gli studiosi della City University, non perché declini sul serio. «L’epoca dell’individualismo, della democrazia liberale e dell’umanesimo volge al termine», ammoniva all’inizio del Novecento il filosofo tedesco Oswald Spengler, ma poi fascismo e nazismo fecero posto a un’era di pace e benessere come l’Occidente non ne ha mai conosciute. Oltretutto, la massima “non c’è limite al peggio” deriva da un aneddoto (la vecchia siracusana e il tiranno Dionigi) dello storico romano Valerio Massimo, nel Primo secolo dopo Cristo: e un po’ di strada, da allora, ne abbiamo fatta. Non sembra ancora arrivato il momento di dire: fermate il mondo, voglio scendere.

Enrico Franceschini
Repubblica  19 gennaio 2015

Elogio della dignità

Lo spirito del nostro tempo è orientato alla dignità, come un tempo lo fu alla libertà, all’uguaglianza davanti alla legge, alla giustizia sociale. Tutti s’ispirano, o dicono d’ispirarsi, alla dignità degli esseri umani, soprattutto dopo lo scempio che ne hanno fatto i regimi totalitari del secolo scorso. Tutto bene, allora? Finalmente un concetto e una concezione dell’essere umano – un’antropologia – in cui si esprime un valore sul quale tutti non possiamo che concordare? Un pilastro sul quale un mondo nuovo può essere costruito? Cerchiamo di darci una risposta, lasciando da parte le buone intenzioni, le illusioni.

La legge fondamentale tedesca inizia proclamando la dignità umana «intoccabile». La nostra Costituzione la nomina a diversi propositi. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del dicembre 1948 si apre con la “considerazione” che «il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo». Sulla scia di questa convinzione, non c’è Costituzione successiva che non renda omaggio anch’essa alla dignità umana. E non c’è trattazione di temi etici e giuridici in cui la dignità non assuma il significato onnicomprensivo della “dimensione dell’umano”, della sua ricchezza, della sua libertà morale e fisica, dell’inviolabilità del corpo e della mente, dell’autodeterminazione, dell’uguaglianza, della socialità, della “relazionalità”, fino al vertice kantiano dell’essere umano sempre come fine e mai (soltanto) come mezzo. L’appello alla dignità sembra, dunque, l’argomento finale, decisivo, in tutte le questioni controverse in cui è in questione l’immagine che l’essere umano ha di se stesso, cioè la sua autocomprensione.
Ma il fatto che d’un concetto si possa fare un uso tanto largo e, soprattutto, incontestato è un segno di forza o di debolezza del concetto stesso?
Purtroppo, di debolezza: tanto più il concetto è generale e astratto, tanto meno è determinato in particolare e in concreto. A seconda dei punti di vista culturali, ideologici, morali gli si possono assegnare contenuti diversi. Questo vale per la libertà: libertà di e da che cosa? Per l’uguaglianza: rispetto a che e in che cosa? Per la giustizia: con riguardo ai bisogni o ai meriti? Per la dignità è lo stesso: degno di che cosa? Di questo genere di principi, tanto più se ne celebra la generale validità, tanto più li si svuota. I criteri assoluti (di libertà, di uguaglianza, di giustizia) sono tutti privi di contenuto. Si prenda la libertà (ma lo stesso esercizio si potrebbe fare per la giustizia o l’uguaglianza). Già Montesquieu, realista e nemico dei voli pindarici, aveva osservato ( Lo spirito delle leggi , libro XI, cap. II): «Non c’è parola che abbia ricevuto tanti significati e che abbia colpito l’immaginazione in modi tanto diversi, quanto la libertà. Gli uni l’hanno presa come facilità di liberarsi di coloro ai quali avessero attribuito poteri tirannici; altri, come facoltà di eleggere coloro ai quali dovessero obbedire; altri, come diritto di portare le armi e di esercitare la violenza; alcuni, come privilegio di non essere governati che da uomini della propria nazione o dalle proprie leggi; una certa popolazione come l’abitudine di portare lunghe barbe» (allusione ironica ai Moscoviti, che non perdonarono la decisione di Pietro il Grande, presa nel 1698, di farli rasare). Se avessimo voglia di leggere il Mein Kampf di Hitler, troveremmo che per lui la libertà, anzi la “sete di libertà” aveva a che fare con l’intolleranza fanatica, il militarismo, la purezza della razza, il giovanilismo, la liberazione dal peso della cultura, la fedeltà, l’abnegazione, la fede apodittica, il disprezzo del pacifismo e dello spirito ugualitario, l’espansionismo, la sopraffazione del più debole da parte del più forte. In una parola: l’uomo libero come “super- uomo”, “belva bionda”, “signore della terra”. Che cosa ha a che vedere questo modo d’intendere la libertà con, ad esempio, il primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948: «Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti », o con «la verità vi farà liberi » (Gv 8,32)? Nulla.
Non serve a superare le ambiguità e i dilemmi e a contenere i dissidi insistere quindi sull’elevatezza della dignità come principio della convivenza, innalzarlo a “trascendentale umano”, a “concezione antropologica”. Sottolineo questo punto, perché troppo facilmente ci facciamo accecare dalle belle parole, le quali spesso, tanto più sono belle, tanto più facilmente contengono concetti molto “disponibili”. Quello che ci deve mettere in allarme è la reversibilità dei valori, nel loro uso pratico.
A questo proposito, lo sguardo sulle pratiche del nostro mondo nuovo ci lascia interdetti, anzi inorriditi. Così accade davanti alle sconvolgenti immagini dei due reporter di guerra, James Foley e Steven Sotloff legati, inginocchiati, tenuti diritti dal boia ricoperto dalla tunica nera da cui appaiono solo occhi senza volto e mano armata del coltello, pronta allo sgozzamento. Sul terreno propriamente militare, l’assassinio di questi due uomini non ha evidentemente alcun significato. Ne ha uno grande e tremendo sul terreno psicologico. La guerra psicologica, un tempo, si faceva con altri mezzi: volantini, trasmissioni radio, disfattismo… Oggi si fa col coltello che taglia le gole messo in rete.
La guerra psicologica si avvale della violazione della dignità come arma, e tanto più cresce nelle nostre coscienze il valore dell’essere umano, tanto più la crudeltà si presenta nuda, priva di giustificazioni rispetto a presunte colpe della vittima e tanto più la vittima è scelta a caso, ignara e inerme, quanto più l’orrore è grande ed efficace. Ora siamo ai reporter, di cui si ha un bel dire ch’erano lì per ragioni non di collaborazione col nemico e che erano, in questo senso, “innocenti”. L’innocenza non interessa affatto ai carnefici. La vittima è un anonimo esemplare; non è una persona cui si accolli qualche sua colpa. Lo sgozzamento non è l’esecuzione d’una sentenza di condanna. Anzi, si potrebbe aggiungere che tanto più grande è l’innocenza, quanto maggiore è l’efficacia. Arriveremo a donne e, chissà, a bambini mostrati col coltello al collo?
Queste vittime sono tutte «sotto un dominio pieno e incontrollato », per usare le parole di Aldo Moro dal carcere delle Br, il 29 marzo 1978. Ma Moro apparteneva al fronte nemico. Qui ciò che conta è l’orrore come tale, l’orrore che, come lo sguardo di Medusa, paralizza i destinatari del messaggio. L’assassino si presenta come super-eroe, capace dell’ultra-umano, cioè di farsi beffe dell’ultima frontiera dell’umano, di un suo anche minimo contenuto di valore. Nell’umiliazione della vittima resa impotente, l’aguzzino trova l’esaltazione del suo ego: tra le montagne dell’Iraq, come nel carcere di Abu Ghraib e in tante altre situazioni d’illimitata sopraffazione. Solo che qui c’è l’esibizione dell’inumanità avente, come fine, la ripugnanza, lo sconvolgimento, la paralisi morale. Adriana Cavarero, qualche anno fa, ha analizzato con profondità questa mutazione genetica del terrorismo in “orrorismo” ( Orrorismo, ovvero della violenz a, Feltrinelli, 2007). Le considerazioni di questo libro sono, per una parte, constatazioni, per un’altra, spaventose profezie.
Nelle immagini che abbiamo davanti agli occhi è espresso quello che potremmo chiamare il paradosso della dignità: più alto è il valore violato, più alta è la capacità aggressiva della violazione. Paradossalmente, se la vita non valesse nulla, non ci sarebbe ragione di violarla. Non ci si scandalizzerebbe delle immagini che abbiamo negli occhi se la dignità non rappresentasse per noi uno dei sommi va- lori ai quali non siamo disposti a rinunciare. Forse, gli assassini non penserebbero che la scena che quelle immagini trasmettono possa avere un qualche significato nella guerra psicologica ch’essi intraprendono. La dignità dà forza al suo opposto. Il delitto vi trova il suo alimento. E il nutrimento è dato proprio dal valore che attribuiamo alla vittima.
Siamo di fronte alla fragilità del bene, alla fragilità della dignità come bene sommo dell’essere umano. Un libro famoso che tratta della virtù porta, per l’appunto, come titolo La fragilità del bene ( il Mulino, 1996). L’autrice, Martha Nussbaum, discute di fortuna, di vulnerabilità, d’incertezza dell’esistenza. La virtù, come il fragile germoglio della vite, è esposta a ogni genere d’intemperie e d’imprevisti. Ma, qui siamo di fronte a qualcosa in più, alla ricattabilità: il bene è ricattabile proprio perché è bene e c’è chi gli si sente obbligato. Se non te ne importasse nulla, potresti passare davanti all’ignominia senza muovere un ciglio. I virtuosi sono più fragili dei cattivi, perché il bene è ricattabile dai suoi nemici, mentre il male non lo è.
L’orrore, se non cadiamo nell’indifferenza dell’assuefazione, induce a ripagare con la stessa moneta, cioè con altro orrore. Ciò dimostra quale fragile barriera sia il valore della dignità che ci protegge dalla barbarie. C’è una via che non sia né l’indiffer enza, né la ritorsione? C’è la possibilità che non ci si abbandoni, a propria volta, alla violenza indiscriminata e dimostrativa che accomuna nella stessa sorte innocenti e colpevoli, cioè alla guerra che travolge gli uni con gli altri? Sì, c’è, ed è la responsabilità che si fa valere nelle sedi della giustizia. Dignità, responsabilità e giustizia si tendono la mano.
Di Gustavo Zagrebelsky
Repubblica 12 settembre 2014
http://www.libertaegiustizia.it/2014/09/12/il-valore-della-dignita-quella-fragile-barriera-contro-la-barbarie/

Un Decreto per la lotta al femminicidio

scarpe-contro-la-violenza-delle-donne-638x425[1]Il «pacchetto» di provvedimenti è stato approvato stamani in Consiglio dei ministri, e come ha sottolineato il presidente del Consiglio Enrico Letta, «essendo un decreto legge è immediatamente attuativo». «Nel Paese – ha sottolineato il premier – c’era bisogno di dare un segno fortissimo, e questo non è solo un segno ma un cambiamento radicale sul tema» oltre che «un chiarissimo segnale di lotta senza quartiere» al fenomeno del femminicidio e «contro ogni forma di violenza sui più deboli, ogni forma di machismo e di bullismo».

Un provvedimento agile, di soli 12 articoli e che, ha spiegato il ministro dell’Interno Angelino Alfano, persegue tre obiettivi: «prevenire la violenza di genere, punirla in modo certo e proteggere le vittime». «Su questi obiettivi, che recepiscono la Convenzione di Istanbul, abbiamo organizzato una serie di norme che hanno lo scopo di: intervenire tempestivamente prima che il reato venga commesso, proteggere la vittima se il reato viene commesso, punire il colpevole e agire affinché la catena persecutoria non arrivi all’omicidio».

PENE PIÙ SEVERE

È stata aumentata la pena di un terzo se alla violenza assiste un minore di 18 anni (ora solo se minori di 14 anni), se la donna è incinta o se l’autore della violenza è il coniuge, anche se separato o divorziato, o il partner, pure se non convivente. Aggravanti anche per lo stalking: per questo tipo di reato, analogamente a quanto già accade per la violenza sessuale, una volta presentata la querela è irrevocabile: «così sottraiamo la vittima al rischio di una nuova intimidazione tendente a farle ritirare la denuncia» ha spiegato il ministro. «Nell’ambito di questo sistema, abbiamo voluto ricordare che c’è una vicenda delicatissima legata alle molestie, il cyberbullismo, cioè atti di molestie tra ragazzi attuati attraverso Internet, che viene punito severamente» ha detto aggiunto Alfano.

VIA DI CASA I VIOLENTI

«Le forze di polizia, su autorizzazione della magistratura, potranno buttare fuori di casa, con urgenza, il coniuge violento, se vi è il rischio che dalle molestie possa derivare un pericolo per l’incolumità della vittima», e verrà impedito al violento di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima.

ARRESTO IN FLAGRANZA

È previsto l’arresto obbligatorio in flagranza per maltrattamenti contro familiari e conviventi o per stalking. A questi tipi di reato i tribunali dovranno dare una corsia preferenziale, così come è previsto il gratuito patrocinio alla vittima a prescindere dal reddito. «Lo Stato si schiera senza se e senza ma dalla parte delle vittime di questo genere di violenze» ha sottolineato Alfano. Altra novità, la vittima deve essere costantemente tenuta al corrente dell’ evoluzione del processo. Inoltre, quando a un processo di questo tipo è prevista la testimonianza di un minorenne o di un maggiorenne vulnerabile, questa persona sarà protetta. Ancora, «chi sente o sa di una violenza in corso, può telefonare alla polizia e dare tranquillamente il suo nome sapendo che lo Stato garantisce l’anonimato»: si può dunque intervenire anche se la denuncia della violenza non arriva dalla vittima ma da terzi.

PERMESSO DI SOGGIORNO ALLE VITTIME

Verrà concesso un permesso di soggiorno per motivi umanitari ai cittadini stranieri che subiscano violenze di questo tipo. «Monitoreremo costantemente con un osservatorio della polizia l’andamento di questi delitti, in modo da avere sempre un riflettore acceso sul fenomeno» ha concluso Alfano.

NON SOLO REPRESSIONE

Il decreto, ha spiegato il viceministro del Lavoro e delle Politiche sociali Maria Cecilia Guerra, declina buona parte dei principi della Convenzione di Istanbul che l’Italia ha recentemente ratificato. Non c’è solo repressione, ha detto, nel decreto è stato inserito anche un piano d’azione straordinario di protezione delle vittime di violenza sessuale e di genere che prevede azioni di intervento multidisciplinari per prevenire il fenomeno, potenziare i centri antiviolenza e i servizi di assistenza, formare gli operatori. …….

http://www.lastampa.it/2013/08/08/italia/politica/contrasto-duro-e-forte-al-femminicido-il-governo-vara-la-stretta-sulla-sicurezza-z2PIzXLRGcPE5mpKEVq70I/pagina.html

Il CONSIGLIO DEI MINISTRI N.19 DELL’ 8 AGOSTO 2013

http://www.governo.it/Governo/ConsiglioMinistri/dettaglio.asp?d=72539

L’invisibile violenza contro i bambini

La violenza contro i bambini è troppo spesso un fenomeno invisibile, non ascoltato e non denunciato, #ENDviolence è la campagna internazionale con cui l’UNICEF mira a sensibilizzare l’opinione pubblica, i media e i decisori politici sull’urgenza di misure idonee ad arginare le diverse dimensioni della violenza, degli abusi e dello sfruttamento che si consumano sulla pelle dei bambini, delle bambine e degli adolescenti. L’attore irlandese Liam Neeson, testimonial per l’UNICEF sin dal 1997 e Ambasciatore dell’organizzazione da marzo 2011, ha prestato voce e volto per lo spot di questa campagna. ….

La campagna di Unicef contro la violenza sui bambini

UNICEF

http://www.unicef.it/

Il tessuto che ci unisce è delicato

www…………. Quando, quale che ne sia la causa, la violenza, individuale o collettiva, irrompe sulla scena pubblica, la vera funzione della politica appare per un momento chiara anche a coloro che, di solito, non lo capiscono. Sono abituati a pensare la politica come l’attività cui spetta di distribuire pensioni e altre prestazioni assistenziali, favorire lo sviluppo, l’occupazione, eccetera. E che le lotte politiche riguardino la distribuzione di quei benefici fra i diversi gruppi sociali. Non riflettono, per lo più, sul fatto che la funzione fondamentale della politica è tutt’altra (e che tutti i compiti suddetti sono ancillari a quella funzione). La funzione fondamentale della politica è tutelare l’ordine sociale, quella particolare qualità dei rapporti interindividuali che consente a persone diverse, con differenti idee, interessi, eccetera, di convivere, e di competere, pacificamente, senza ammazzarsi a vicenda. La funzione fondamentale della politica è impedire la rottura violenta dell’ordine sociale.

Senza il controllo e la limitazione della violenza non c’è «società» (né pensioni, lavoro o altro). Ma l’ordine sociale è protetto da un sottile strato di ghiaccio, che può rompersi in qualunque momento. Chi ha avuto la fortuna di vivere per decenni in Paesi ove la violenza era, ed è, limitata e controllata, può cullarsi nell’illusione che lo strato di ghiaccio sia spesso e duro. Ma si sbaglia.

La democrazia, poi, ha un rapporto particolare, complicato, con la violenza. Di solito, è meno esposta di altri regimi al rischio di incontrollabili esplosioni di violenza. Essendo l’unico regime politico che permette anche alle opinioni più estremiste di esprimersi apertamente, la democrazia, grazie ai meccanismi della rappresentanza, incanala pacificamente le tensioni, ne permette la manifestazione disciplinata. Ma neppure essa è immune dal pericolo. Come ci ricordano i tanti casi di regimi democratici crollati dopo lunghe fasi di violenza.

Sappiamo che crisi economiche prolungate possono portare anche le democrazie oltre il punto di rottura. Sappiamo inoltre che il bene più prezioso, le garanzie costituzionali che la democrazia offre a tutti, viene abitualmente sfruttato a proprio vantaggio anche dai suoi nemici. Poiché la libertà dell’uno ha il suo limite nella libertà dell’altro, ad esempio, le aggressioni verbali in cui troppi indulgono (………) non sono affatto «espressioni di democrazia». Sono forme di teppismo politico che sfruttano, parassitariamente, le garanzie di libertà per abusare della libertà. Il punto, naturalmente, è che quella violenza verbale, come è già accaduto in altre epoche, può facilmente preparare il passaggio alla violenza fisica. Ma tanti, per ignoranza o amnesia, ne sembrano inconsapevoli.

In una democrazia fragile come la nostra la crisi economica esaspera le due tradizionali fratture: quella «verticale» che divide le fazioni politiche, caratterizzata dal reciproco disprezzo e da forme di razzismo che fanno considerare chi vota per la fazione avversaria antropologicamente diverso e inferiore; e quella «orizzontale», fra la classe politica e ampi strati del Paese, fra politici e «cittadini comuni»: con i secondi che, in tempi di rampante anti-politica, attribuiscono ai primi ogni colpa delle loro disgrazie. «Piove governo ladro» è una espressione che di solito fa sorridere di noi stessi e delle nostre tradizioni: si smette di sorridere, però, non appena qualcuno punta una pistola per sparare sul supposto governo ladro. Quando politica e Stato hanno il ruolo debordante che hanno in Italia diventano per molti l’alibi dei propri fallimenti, il capro espiatorio perfetto. Fra tutti i guasti morali che produce l’eccesso di politica e di Stato il peggiore è che molte persone cessano di pensarsi come i primi responsabili delle proprie scelte e del proprio destino.

In un’epoca che incoraggia la superficialità molti sono stati indotti a credere che, solo che lo si voglia (parrebbe sufficiente «mandare in galera» i cattivi che lo impediscono) sia possibile cambiare genere teatrale: trasformare la storia umana in una commedia brillante, eliminarne la dimensione tragica. Solo che quella dimensione non è eliminabile. Può essere tenuta a bada, se ne possono controllare e attenuare, per quanto umanamente possibile, gli effetti più distruttivi. Occorrono continui sforzi per impedire che lo strato di ghiaccio vada in frantumi.

Da un articolo di Angelo Panebianco

Corriere della Sera 30 aprile 2013

http://www.corriere.it/opinioni/13_aprile_30/panebianco-tessuto-unisce-delicato_c0ec81dc-b163-11e2-9053-334578a33cff.shtml

Le buone notizie non fanno notizia

spNon fatevi fuorviare dai giornali. La preghiera laica dell’uomo moderno è vittima di un errore di parallasse. Siamo troppo vicini ai fatti per metterli a fuoco. Guerre, omicidi, stupri: ci sentiamo soverchiati. Ma è solo perché if it bleeds it leads, se sanguina allora vende. Le buone notizie non fanno notizia. Nemmeno quella migliore di tutti, ovvero che viviamo nel periodostorico più pacifico di ogni tempo. Se ci sembra diversamente, cambiamo le lenti. Assumiamo la prospettiva lunga e ci renderemo conto che le straordinarie catastrofi di oggi sono niente rispetto all’ordinaria tregenda di ieri.

Ne è convinto Steven Pinker, psicologo e neuroscienziato a Harvard, e l’ha messo per iscritto in un tomo ponderoso dal titolo inequivoco: Il declino della violenza (Mondadori), in libreria da domani. Molto apprezzato da Bill Gates («Cambia il modo di pensare») e dal filosofo di Princeton Peter Singer («Supremamente importante»), quanto sbertucciato da Elizabeth Kolbert sul  New Yorker che ha definito «confondente» l’approccio e «ambigui» i dati che usa, come dal filosofo britannico John Gray, che non condivide affatto la
tesi di fondo….
Sfidando i manuali di storia del XX secolo e la quotidiana lettura dei giornali…
«Bisogna guardare i dati. E i dati ci dicono che nelle guerre ai tempi delle società non statuali periva circa il 15 per cento della popolazione, mentre oggi non si arriva neppure all’uno. Quanto agli omicidi, siamo passati dai 110 su 100mila abitanti
nella Oxford del XIV secolo all’uno della Londra di metà del XX secolo. Per quanto riguarda i giornali, ricordiamoci che le notizie sono le cose che accadono, non quelle che “non accadono”. Sino a quando la violenza non arriverà a zero, ci saranno sufficienti fatti criminosi con cui aprire il tg. Ma agli scienziati deve importare la tendenza: andava meglio prima? No, molto peggio ».

Lei cita sei tendenze che proverebbero il suo argomento. Ce le riassume?
«La “pacificazione”, ovvero il passaggio dalle società basate sulla caccia a quelle agricole, di circa 5.000 anni fa, con cui si registrò un calo di cinque volte delle morti violente. Il “processo civilizzante”, tra Medioevo e il XX secolo, con cali negli omicidi tra 10 e 50 volte. La
“rivoluzione umanitaria“, che coincide con l’Illuminismo, in cui si formano i movimenti per abolire schiavitù, tortura, uccisioni superstizione. La “lunga pace”, dopo la Seconda guerra mondiale. La “nuova pace”, dalla fine della Guerra fredda. Sebbene qualche lettore potrà faticare a crederci, da allora conflitti, genocidi e attacchi terroristi sono diminuiti rispetto al passato. Infine le “rivoluzioni dei diritti”, che hanno portato a meno violenze contro gli omosessuali, le donne, le minoranze etniche».

Quali sono stati i principali fattori pacificatori?
«L’emergenza di uno Stato con il monopolio del legittimo uso della forza riduce la tentazione della vendetta. Poi il commercio, favorito dal progresso tecnologico, per cui diventa più economico comprare le merci che saccheggiarle e dove gli interlocutori diventano più
preziosi da vivi che da morti, se no a chi vendi? Quindi le forze del cosmopolitismo, intese come mobilità, alfabetismo e mass media, che allargano i contatti tra le persone e rendono più facile mettersi nei panni altrui e assumere la loro prospettiva »……..

http://ilmiolibro.kataweb.it/booknews_dettaglio_recensione.asp?id_contenuto=3737600

Il declino della violenza

Battaglia-di-Liegnitz-9-aprile-1241[1]Contro la depressione, il pessimismo e lo sconforto esiste un rimedio particolarmente indicato per chi è convinto di vivere in uno dei periodi più bui della storia, in cui il rispetto per gli altri ha lasciato il passo alla barbarie.

Il rimedio è scientifico, è stato messo a punto dal più illustre linguista del momento: Steven Pinker, una delle star del Mit di Boston. Il rimedio pesa 988 grammi, sta comodamente sul comodino e quando tornate a casa dopo una giornata difficile apritelo a caso: dopo aver letto anche una sola delle 780 pagine tornerete a respirare più sereni e il vostro sonno sarà tranquillo.

Non perché il libro racconti favole edificanti o storielle zen, ma perché vi convincerà di essere nati nell’epoca giusta. Il volume di cui parlo si intitola «Il declino della violenza», porta un sottotitolo esplicativo («Perché quella che stiamo vivendo è probabilmente l’epoca più pacifica della storia») e ci racconta la storia dell’umanità come un percorso di pacificazione e civilizzazione, certo non lineare e definitivo, ma in cui si registra una vera e propria rivoluzione umanitaria.

Oggi seguiamo con morbosità ma anche con compassione e sofferenza le indagini sull’omicidio di una ragazza da parte dello zio o forse della cugina, ci sentiamo parte del tentativo di salvare la vita ad una bambina malata di cuore, ci commuoviamo vedendo un anziano che raccoglie la frutta da terra al mercato e ci indigniamo di fronte ai maltrattamenti degli animali. Non è sempre stato così….

Se all’inizio dell’età moderna la pena di morte veniva comminata per reati quali il pettegolezzo, il furto di cavoli, la raccolta di legna nei giorni festivi o la critica ai giardini del re, ancora nel 1822 in Inghilterra i reati punibili con la morte erano 222, tra cui il bracconaggio, la contraffazione, il furto di una conigliera o l’abbattimento di un albero.

Negli ultimi due secoli non solo è diminuito il numero dei reati puniti con la pena capitale ma questa è stata bandita in quasi tutto l’Occidente e negli Stati Uniti, dove resta in vigore seppur non in tutti gli Stati, il numero di esecuzioni cala ogni anno. E’ accaduto perché è drammaticamente cambiato il valore che diamo alla vita, un mutamento intellettuale e morale che nasce prima ancora dell’Illuminismo con lo sfinimento delle guerre di religione, come quella dei Trent’anni, al cui termine la popolazione tedesca si era ridotta di circa un terzo. 

La nostra storia è accompagnata dalla violenza, quella delle crociate, delle stragi di eretici, delle torture dell’Inquisizione, e dall’idea che fosse più importante salvare un’anima che una vita…..

L’evoluzione della cultura mondiale passa attraverso i sacrifici umani, per motivi religiosi o di superstizione, che accomunano civiltà lontanissime tra loro: dagli aztechi ai dayak del Borneo, dall’Africa all’India (dove le vedove hanno seguito i mariti defunti sulla pira per secoli) all’Europa punteggiata dai roghi delle streghe. Quell’Europa nella quale ancora nel 1700 la tortura giudiziaria veniva usualmente praticata da tutti.

Ma la vera rivoluzione sta nel declino della violenza nella nostra esistenza quotidiana, che non è più dominata dalla paura costante di essere rapiti, violentati o uccisi, tanto che possiamo permetterci il lusso di studiare, programmare, sognare e preoccuparci di invecchiare. Tesi, questa, che certamente farà storcere il naso a molti e scatenerà lo scetticismo degli altri, a cui l’autore – che applica al suo studio in metodo rigorosamente scientifico – risponde fin dalle prime righe: «Ci crediate o no, e so che la maggior parte di voi non ci crede, nel lungo periodo la violenza è diminuita e oggi viviamo probabilmente nell’era più pacifica della storia della nostra specie. E’ un fatto indubbio, visibile su scale che vanno da millenni ad anni, dalle dichiarazioni di guerra alle sculacciate ai bambini».

E questo cambio si sviluppa su tendenze di lungo periodo: la prima avviene all’alba della civiltà e si identifica con il passaggio dalle società dedite alla caccia a quelle agricole, passaggio che elimina uno stato di natura fatto di faide e scorribande continue. C’è poi la transizione dal Medioevo (in cui la pratica dei nasi e delle orecchie tagliate era la regola) al XX secolo, secoli in cui nascono autorità centralizzate e stabili infrastrutture commerciali, in cui il tasso di omicidi scende da 10 a 50 volte. La terza transizione, che nasce con l’Illuminismo, porta alla nascita dei movimenti contro la schiavitù, la tortura e la pena di morte.

Infine, a partire simbolicamente dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, si è sviluppata una sensibilità nuova che ha portato alle battaglie per i diritti civili e per quelli delle donne, dei bambini e degli omosessuali. In un’epoca in cui ci sconvolgono il bullismo o una sculacciata non abbiamo idea di come venissero cresciuti ed educati i più piccoli: la punizione corporale violenta è stata la norma per secoli. Ancora alla fine del Settecento nei nascenti Stati Uniti venivano picchiati con bastoni o fruste il 100% dei bambini e la giustizia non faceva distinzioni: nello stesso periodo in Inghilterra una bambina di sette anni fu impiccata per aver rubato una sottoveste. Inutile che vi angosci con decine di esempi e documenti, ma vi assicuro che dopo aver chiuso il libro penserete con serenità a quanto oggi siamo capaci di sensibilità e attenzione e guarderete con orgoglio alla nostra capacità di scandalizzarci.

 

Ma perché fatichiamo a credere di vivere in tempi meno violenti, perché non percepiamo questa rivoluzione? Qui la colpa è in parte nostra, dei giornalisti e dell’informazione globale: «Non importa quanto la percentuale di morti violente possa essere bassa, ce ne saranno sempre abbastanza da riempire i telegiornali» e da sconvolgere la nostra percezione.

 

http://www.lastampa.it/2013/03/09/societa/viviamo-nel-migliore-dei-mondi-altro-che-violenza-il-mondo-non-e-mai-stato-cosi-buono-y5871yGsW0hgdsf8AYXieL/pagina.html