La libertà del cecchino

La sarabanda di ieri non contribuirà a migliorare la reputazione dei franchi tiratori. E in effetti l’espressione viene dal gergo militare: il franco tiratore è un cecchino, uno che coglie di sorpresa, e se può spara alle spalle. È curioso quanta distanza ci sia tra l’opinione (diffusa) che si ha del franco tiratore e le (rare) difese che se ne fanno, accademiche e nobili. Ma è che di accademico e di nobile si coglie poco nelle imboscate di ieri, è difficile persino capire chi abbia raggirato chi, è difficile capire se fossero franchi tiratori quelli del Movimento cinque stelle, che credendo in un voto segreto hanno votato quasi tutti contro la legge elettorale appena concordata, o erano franchi tiratori al quadrato i pochi cinque stelle che invece hanno votato a favore, proprio perché erano contrari.

Se il concetto non vi è chiaro, siete in larga compagnia: questa è politica quantistica. Di sicuro c’erano franchi tiratori nel Pd, pure nella Lega e in Forza Italia, franchi tiratori ovunque in una sparatoria da saloon, al termine della quale lo sceriffo li impiccherebbe tutti, e fortuna loro che qui non è ancora Far West. A questo punto viene complicato restituire la dignità alla figura del franco tiratore, che tecnicamente, nella teoria politologica più insigne, sarebbe il parlamentare che approfitta del voto segreto per votare contro le disposizioni (contro il dispotismo) del capo.

Uno come Benedetto Croce, che alla Camera lo avranno letto in trenta, spiegava così: «La segretezza del voto è conseguenza della partitocrazia e del sistema proporzionale e, dopo tutto, in nessun codice è scritto che un uomo debba far risuonare sempre e ad alta voce tutto ciò che pensa o crede». La partitocrazia è autoritarismo, e l’autoritarismo ammazza. Tutti sanno che l’unico ad abolire il voto segreto, in Italia codificato fino dall’Ottocento nello Statuto Albertino, è stato Benito Mussolini. «D’ora in poi si voterà a testa alta», disse, intendendo che si doveva piegarla. Il Duce lo abolì nel 1939. Prima non aveva bisogno. Ma ormai sentiva la dissidenza al collo, e non voleva che emergesse con certificazione dei lavori parlamentari. Bisognerebbe sempre riflettere, quando si chiede l’abolizione del voto segreto, e dunque dei franchi tiratori, in nome della purezza e della trasparenza dell’eletto, sul fatto che il voto segreto non era praticato nella Camera dei fasci e della corporazioni, e nemmeno nella Duma di Stalin e di Breznev. Dopo di che, a quasi tutti i capi a un certo punto il voto segreto comincia a stare sul gozzo. Alla centesima volta che un progetto affonda per l’implacabile mira dei franchi tiratori, il capo perde la testa. «Il voto segreto è indegno di un paese civile», disse Bettino Craxi nel 1988. Riuscì a ridurne l’applicazione, ma non oltre, e per sua parzialissima fortuna visto che nel sanguinolento 1993, quello del Terrore di Mani pulite, fu salvato dal voto segreto contro l’autorizzazione a procedere chiesta dai magistrati di Milano. Anche lì, naturalmente, Craxi fu tardivamente preso alla lettera, perché l’indegnità del voto segreto venne ribadita e rafforzata da tutti i deputati che avrebbero visto volentieri l’avversario spiattellato dalla giustizia, dal momento che, di spiattellarlo, loro non erano stati capaci.

Funziona sempre così. A Silvio Berlusconi è andata pressoché allo stesso modo. Se ne saltò fuori, un giorno, con la teoria dell’inutilità dei parlamentari, bastava votassero i capigruppo. Niente voto segreto, niente voto palese, i seggi usati come i carrarmatini del Risiko da spostare a gusto del generale. Curioso: il Parlamento si chiama così perché la gente deve parlare, e con lo scopo di far cambiare idea a chi ascolta. Purtroppo, dipende dall’idea, e da chi l’ha partorita. Perché quando l’idea è diventata la decadenza del medesimo Berlusconi, condannato in Cassazione per frode fiscale, i ragazzi di Avaaz, un gruppo mai sentito prima e mai più sentito dopo, si sono denudati fuori dal Senato: «La protesta nuda vuole opporsi alla possibilità che si utilizzi il voto segreto». Dunque: «Noi non abbiamo niente da nascondere, e voi?». Ed era la dimostrazione di piazza che nascondere qualcosa talvolta è meglio. Un uomo meno sventato dei tanti nemici del voto segreto, Palmiro Togliatti, infatti si imbatté in una grana durante i lavori dell’Assemblea costituente. Si discuteva del matrimonio, e se si dovesse applicargli l’aggettivo «indissolubile». Alcuni costituenti chiesero il voto segreto, e il presidente comunista Umberto Terracini la definì una procedura ormai in disuso. Altri, specie i democristiani Giovanni Gronchi e Aldo Moro, dissero che era uno strumento per pavidi. Ma Togliatti, che sapeva guardare al di là del suo naso, chiuse la questione: «Noi siamo 104 comunisti, siamo una minoranza. Guai se ammettessimo che si violi il regolamento della Camera. È il presidio della nostra libertà. Per questo, se è stata chiesta la votazione segreta, la votazione segreta si deve fare». Capì che più avanti gli sarebbe servita e, aggiungiamo noi, l’aggettivo «indissolubile» cascò rendendo possibile, molti anni dopo, il referendum sul divorzio. Così si possono ricordare i franchi tiratori che hanno abbattuto Giulio Andreotti, Arnaldo Forlani, Franco Marini e Romano Prodi alla presidenza della Repubblica. E si deve ricordare che dove ci sono i franchi tiratori c’è libertà, dove ce ne sono troppi c’è arbitrio, ma dove non ce ne sono affatto c’è tirannia.

Mattia Feltri

La Stampa 9 giugno 2017

http://www.lastampa.it/2017/06/09/cultura/opinioni/buongiorno/la-libert-del-cecchino-0VweWgf7pOygMhS1aQzjKP/pagina.html

Le Camere danno fiducia al governo

Camera dei Deputati

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Il governo Gentiloni incassa la fiducia dell’Aula di Montecitorio. I sì al nuovo esecutivo, espressi dopo le dichiarazioni programmatiche del premier Paolo Gentiloni, sono stati 368, i no 105. Domani in programma il voto di fiducia nell’Aula di Palazzo Madama: alle 9,30 inizierà la discussione generale, che proseguirà fino alle 13. Seguirà la replica del presidente del Consiglio, quindi le dichiarazioni divoto e, alle 15, la prima ‘chiama’ dei senatori.

13 dicembre 2016

http://www.repubblica.it/politica/2016/12/13/news/governo_gentiloni_fiducia-154006154/?ref=HRER3-1

 

Senato

Incassata la fiducia alla Camera con 368 sì, il governo Gentiloni ottiene il via libera anche al Senato: 169 i voti a favore, 99 i contrari, nessun astenuto. Le previsioni accreditavano il nuovo esecutivo di un sostegno tra i 166 e i 172 favorevoli, contando sulla presenza in Aula di ministri, senatori a vita e di tutte le forze della maggioranza. Domani, quindi, Gentiloni parteciperà da premier nel pieno delle sue funzioni al vertice dei capi di governo socialisti europei a Bruxelles, suo primo appuntamento internazionale e che precede il Consiglio Europeo.

14 dicembre 2016

http://www.repubblica.it/politica/2016/12/14/news/governo_gentiloni_fiducia_senato-154066159/

Il Senato ha votato la decadenza di Silvio Berlusconi

Non approvando i nove ordini del giorno presentati contro le conclusioni della giunta per le elezioni del Senato – che aveva contestato l’elezione del leader del centrodestra sulla base della legge Severino  a seguito della condanna per frode fiscale divenuta definitiva a inizio agosto-, l’assemblea di Palazzo Madama ha decretato l’ineleggibilità del Cavaliere . Che perde pertanto lo status di parlamentare e che viene sostituito dal primo dei non eletti in Molise,  Salvatore Di Giacomo, dove il leader di Forza Italia – che si era presentato in diverse circoscrizioni come capolista – aveva scelto di risultare proclamato….

Il voto è avvenuto a scrutinio palese, nonostante fino all’ultimo gli esponenti di Forza Italia (ma anche membri di altri gruppi a titolo personale)  abbiano provato a chiedere  la votazione segreta insistendo sul fatto che la deliberazione fosse sulla persona e che da regolamento e da prassi  i voti sui  parlamentari avvengono in forma riservata….

http://www.corriere.it/politica/13_novembre_27/legge-stabilita-atteso-si-definitivo-senato-serata-voto-decadenza-berlusconi-6a53d706-573c-11e3-901e-793b8e54c623.shtml

 

http://video.corriere.it/senato-si-decadenzal-annuncio-grasso/9b66c8b4-5785-11e3-901e-793b8e54c623

Schede strappate, liti e voti a Vespa. Poi i “vivissimi applausi” al Presidente

Il teatro dell’elezione al Quirinale Ore 10 di lunedì 10 maggio 1948. È la prima seduta comune della Camera e del Senato della Repubblica italiana convocata per l’elezione del Presidente dopo la Costituente. Ma si comincia con un atto di lealtà alla dinastia sabauda. Il deputato monarchico Giovanni Alliata di Montereale, principe siciliano (indicato da Gaspare Pisciotta come uno dei mandanti della strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947, ma le accuse non furono mai provate) viene chiamato per secondo. Prende la scheda e la straccia platealmente. La Presidenza della Repubblica non lo riguarda, è monarchico. Il presidente della Camera Giovanni Gronchi esplode. «Un gesto che debbo disapprovare…». Alfredo Covelli, leader monarchico: «Preghiamo il presidente di astenersi dai commenti». Gronchi, gelido: «Fo notare che questa votazione è di estrema importanza per il Paese». Nuova interruzione di Tommaso Leone-Marchesano, anche lui monarchico: «Si astenga dai commenti, faccia il presidente». Gronchi non regge: «Richiamo all’ordine l’onorevole Leone-Marchesano, dal quale non intendo ricevere alcuna lezione di correttezza!». Il gusto della battuta. I gesti plateali. L’ironia sprezzante. Il piacere dei voti dispersi provocatori. L’istinto politico italiano, da quel 1948, tramuta ogni elezione di un Presidente della Repubblica in un grandioso spettacolo corale. Basta partire proprio dal primissimo verbale, quello di lunedì 10 maggio 1948, quando Camera e Senato si riuniscono per eleggere il primo presidente titolare di un settennato pieno dopo Enrico De Nicola, eletto presidente della Repubblica dalla Costituente e rimasto in carica dal luglio 1946 al maggio 1948. L’elezione di Luigi Einaudi non registra altri incidenti. La regia è nelle mani di Gronchi: l’articolo 63 della Costituzione affida al presidente della Camera la guida di ogni seduta comune Camera-Senato. Sarà sempre il presidente di Montecitorio il laico «cardinale protodiacono» che annuncia il nuovo Presidente italiano. Il Servizio Studi della Camera dispone di una miniera di storie legate a questa specialissima votazione: il capo dello Stato. Nell’aprile 1955, quando Cesare Merzagora, candidato del segretario della Dc Amintore Fanfani, cade al terzo scrutinio, c’è chi si preoccupa del week end, cioè il socialista Eugenio Dugoni. Il giovedì 28 aprile chiede che si voti la mattina dopo perché i parlamentari «possano fare assegnamento sulla giornata del sabato, che rimarrebbe libera». Il dc Luigi Gui si infuria: «Non so se vi possano essere per i parlamentari ragioni più importanti dell’elezione del capo dello Stato». Applausi dal centro, registra il resoconto. L’elezione di Gronchi arriva al quarto scrutinio. E Gronchi, da presidente della Camera, cede la presidenza, per un evidente fair play istituzionale, al suo vice Giovanni Leone che poco dopo lo proclama Presidente. L’elezione di Antonio Segni nel 1962 è priva di grandi aneddoti così come quella di Saragat nel 1964. Ma nel dicembre 1971, quando sarà infine eletto Giovanni Leone sotto la presidenza della Camera affidata a Sandro Pertini, nasce la questione del voto segreto. Il comunista Gianfranco Maris protesta perché alcuni parlamentari dc vanno all’urna mostrando la scheda aperta. Grida: «È una vergogna!». E Pertini: «Basta, onorevole Maris, le tolgo la parola». Di nuovo Maris: «Ripeto, è una vergogna». Pertini, ignorandolo: «Onorevoli componenti dell’assemblea, diamo uno spettacolo che non è degno del Parlamento». (Vivi applausi al centro e a destra, proteste a sinistra, si legge nel resoconto, nonostante si tratti dell’eroe partigiano). Poi però Pertini ricorda che la segretezza del voto è un dovere per il cittadino: «Non vedo perché questo dovere non debba essere rispettato dai parlamentari elettori che hanno fatto la legge». (Vivissimi, generali applausi). Nel 1978 si vota dopo l’assassinio di Aldo Moro e dopo le traumatiche dimissioni di Giovanni Leone. Di tutto questo si trova traccia nei voti dispersi. In un paio di scrutini Eleonora Moro, la vedova dello statista, riceve 3 e poi 2 voti. Lo stesso capita a Carlo Moro, il fratello magistrato. Riceve 5 voti anche Camilla Cederna, autrice di un feroce libro sulla presidenza Leone. Assai godibile lo scambio tra il presidente della Camera Pietro Ingrao e il socialdemocratico Martino Scovacricchi il quale gli pone un problema di omonimie su Enrico e Giovanni Berlinguer: «Lei ha letto un voto Berlinguer. Sono due. Entrambi sono eleggibili in rapporto all’età, a nostro avviso la scheda va annullata…». Ingrao, ironico e paziente: «Prendo nota, ma spetta al presidente riscontrare gli elementi obiettivi che possano far identificare con certezza il candidato…». Poi viene eletto Pertini, e gli applausi sono «vivissimi, prolungati». L’elezione di Francesco Cossiga, il 24 giugno 1985, passa alla storia per la fulminea rapidità dell’unico scrutinio, sotto la presidenza di Nilde Iotti, e per la scena galante descritta nel resoconto finale: «Il presidente Iotti si leva in piedi e scambia un abbraccio col presidente del Senato Cossiga che le bacia la mano. Vivissimi, generali applausi. Il presidente del Senato lascia l’aula». Comunque, in quella votazione l’uscente Sandro Pertini ha 12 voti e Camilla Cederna ancora 8. Nel 1992, l’anno di nascita di Tangentopoli, resta negli annali per i duetti Pannella-Scalfaro, presidente della Camera e poi presidente della Repubblica, sul voto segreto che portano all’istituzione dei «bussolotti» di legno. La seduta comincia con un violento attacco del Msi – Destra nazionale alla distribuzione politica dei delegati regionali. Altero Matteoli, Msi, a Giuseppe Serra, Dc: «Siete dei ladri!». Filippo Berselli, Msi: «Ladri!». Carlo Tassi, anche lui Msi, famoso per la sua camicia nera, agita un paio di manette verso la Dc. Il gruppo scudocrociato insorge. Voci da sinistra: «Ladri! Razzisti!». E Tassi: «Razzista e ladro anche tu». Tassi non sta fermo un minuto, Scalfaro lo invita a sedersi, Tassi chiede dove appaia l’obbligo di farlo e Scalfaro, fulmineo: «Non c’è neppure nessuna norma che la obblighi a ragionare». Più tardi, mentre Tassi continua a gridare, gli dirà: «Lei ha un polmone di riserva. Beato lei!». Comunque, dopo estenuanti confronti con Pannella, Scalfaro fa costruire dai falegnami della Camera in tempo record nella notte tra sabato 16 maggio e domenica 17 le due cabine, definiti «catafalchi» dal verde Francesco Rutelli. Scalfaro la domenica mattina espone la novità e racconta che la sera prima sono state trovate tre schede in più. Tassi: «Perché ce lo dice solo adesso?». Pannella: «La gallina che canta ha fatto l’uovo, così si dice in Abruzzo». Tassi: «Zitto, tu cappone!». Al sedicesimo scrutinio, con rapido garbo, e dopo la memorabile commemorazione di Giovanni Falcone, Scalfaro prega il vicepresidente Stefano Rodotà di prendere il suo posto. Applausi. Poco dopo sarà al Quirinale. Appena due scarne pagine per il verbale dell’elezione di Carlo Azeglio Ciampi giovedì 13 maggio 1999. Nemmeno l’elezione di Giorgio Napolitano tra l’8 e il 10 maggio 2006 registra battute e duelli verbali. Solo schede disperse molto provocatorie: nel secondo scrutinio tre voti a Maria Gabriella di Savoia, figlia di Umberto II, tre voti a Bruno Vespa, quattro a Linda Giuva, moglie di Massimo D’Alema, tre ad Ambra (Angiolini), nel primo scrutinio 23 ad Adriano Sofri, nel terzo due voti a Barbara Palombelli, tre a Franco Piperno e due a Vito Gamberale. È l’Italia, signori. Ebbene sì, anche quando si tratta di Quirinale.

DI PAOLO CONTI  sul Corriere della Sera dell’ 11 aprile 2013

I nuovi Presidenti di Camera e Senato

Pietro Grasso è il nuovo presidente del Senato. Con 137 voti contro 117, l’ex procuratore nazionale antimafia, eletto tra le file del Pd, ha vinto il ballottaggio contro il presidente uscente di Palazzo Madama Renato Schifani, esponente del Popolo della Libertà. Le schede bianche sono state 52, quelle nulle 7.

Laura Boldrini, invece, è la nuova presidente della Camera. L’ex portavoce dell’Alto conmmissariato Onu per i rifugiati ha ottenuto la maggioranza alla quarta votazione, con 327 voti.

Rispetto a Montecitorio, la partita più difficile è stata quella a Palazzo Madama, la cui votazione ha dato importanti segnali politici. Lo dicono i numeri. Grasso, infatti, ha preso 14 voti in più rispetto a quelli della sua coalizione.

PIERO GRASSO

http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede_v3/Attsen/00029110.htm

Discorso di insediamento

http://webtv.camera.it/portal/portal/default/Presidente/Dettaglio?IdEvento=5600

LAURA BOLDRINI

http://www.camera.it/leg17/29?idLegislatura=17&shadow_deputato=305757

Discorso di insediamento

http://webtv.camera.it/portal/portal/default/Presidente/Dettaglio?IdEvento=5600

Elezioni anticipate. Quando?

Nel dibattito sulla data delle prossime elezioni politiche si è inserita la questione del rinnovo dei consigli regionali di Lombardia, Lazio e Molise. Teoricamente, si potrebbe fare l'”election day” il 10 febbraio, sciogliendo le Camere fra il 4 e il 29 dicembre. Ma è difficile che ci si arrivi, sia per gli adempimenti parlamentari, sia se si vuole passare (ma questo non è certo) per una crisi di governo. In ogni caso, il percorso verso le elezioni non è agevole. Per l’election day il 10 marzo (data richiamata nella nota del Quirinale al termine dell’incontro fra il Capo dello Stato, i presidenti delle Camere e il presidente del Consiglio Monti) il Presidente della Repubblica dovrebbe sciogliere le Camere fra il 31 dicembre e il 24 gennaio. In entrambi i casi (voto a febbraio o marzo) una parte della campagna elettorale si svolgerebbe nel periodo delle festività di fine 2012-inizio 2013. E c’è l’ipotesi – che fino a poco tempo fa era la più accreditata, di votare il 7 aprile (la domenica dopo Pasqua). In tal caso, lo scioglimento dovrebbe aver luogo fra il 27 gennaio e il 21 febbraio. Ecco tutti i tempi tecnici.

Le consultazioni e lo scioglimento

Per avviare la procedura di scioglimento anticipato delle Camere è opportuno verificare se in Parlamento c’è una maggioranza favorevole al voto. Per avviare la procedura si può anche partire dalla crisi di governo. In tal caso è sufficiente che il Presidente del Consiglio vada dal Capo dello Stato e si dimetta. Quest’ultimo, però, può rinviarlo alle Camere per accertare – con un dibattito che può concludersi con o senza un voto – se la maggioranza c’è ancora. Oppure può accogliere le dimissioni, poi consultare i gruppi parlamentari, gli ex capi dello Stato e i presidenti delle Camere, per capire se si può formare un nuovo governo e per sapere quanti sono i favorevoli e i contrari allo scioglimento anticipato delle Camere. Si tratterebbe, comunque, di uno scioglimento anticipato “tecnico”, perchè precederebbe di poco la fine naturale della legislatura.
Secondo la Costituzione, “il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse” (articolo 88 Cost.). Esaurita la fase delle consultazioni il Capo dello Stato Napolitano dovrebbe chiedere al Presidente della Camera e al Presidente del Senato un “consiglio” sullo scioglimento delle Camere. Si tratta di pareri non vincolanti, ma politicamente e istituzionalmente “pesanti“. Se, alla fine di tutto questo percorso, il Quirinale decidesse che non c’è altra via, si andrebbe alle elezioni. Di solito, questa trafila richiede almeno un paio di settimane, a meno che le forze politiche non siano già concordi e si presentino al Quirinale già compatte e decise, abbreviando i tempi.

Dal decreto al voto

Dal momento dello scioglimento con decreto del Capo dello Stato (su deliberazione del Consiglio dei ministri) che “indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione”, secondo l’articolo 87 Cost., passano fra i 45 e i 70 giorni prima del voto. L’articolo 61 della Costituzione stabilisce che “le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti. La prima riunione ha luogo non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni”. Secondo la normativa elettorale vigente, il decreto di scioglimento “è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale non oltre il 45° giorno antecedente quello della votazione”. In altre parole, non si può votare se non almeno 45 giorni dopo lo scioglimento (secondo la legge) ed entro 70 (secondo la Costituzione). In Italia non si è mai votato per le politiche prima della fine di marzo (il 27, nel 1994, all’inizio della cosiddetta “Seconda Repubblica”), anche per evitare le intemperie invernali, che potrebbero incoraggiare l’astensionismo. 

http://www.lastampa.it/2012/11/16/italia/i-tuoi-diritti/cittadino-e-istituzioni/approfondimenti/elezioni-anticipate-fra-marzo-e-aprile-fROVuVSTblBhOElFExTkhJ/pagina.html