I giorni neri del petrolio

 

petrolllIL 2014 si chiude all’insegna del contro-shock petrolifero”. È una crisi vera, di cui si cominciano solo ora ad intravedere tutte le ramificazioni. È una tempesta paradossale, contro-intuitiva. Il formidabile cambiamento che l’ha scatenata è a priori positivo per tutti quei paesi come l’Italia che sono consumatori e importatori di energia. Tant’è: la settimana scorsa si è chiusa con le Borse europee in caduta libera, e Wall Street (la piazza finanziaria del nuovo petro-Stato che è l’America) ha subito le perdite più pesanti degli ultimi tre anni.
Gli investitori mondiali, grandi e piccoli, si sono gettati ad acquistare titoli del Tesoro americani e tedeschi: il tipico bene-rifugio che viene accaparrato nei momenti di panico. Questa “fuga verso la sicurezza” ha sospinto di nuovo i tassi d’interesse a livelli bassissimi, che sono anch’essi un segnale di pericolo. Un Bund tedesco della durata di 10 anni oggi rende 0,64%. Il rendimento dovrebbe almeno compensare l’inflazione. Un interesse così vicino allo zero per un periodo così prolungato significa che i mercati non vedono l’ombra di una ripresa dei prezzi e quindi della crescita, neppure su un orizzonte lontano.
A scatenare quest’ondata di paura è appunto il contro-shock energetico. Che si tratti di un evento di tipo traumatico, violento, lo dimostra la caduta dei prezzi. Il petrolio si è dimezzato dai suoi massimi del 2010. Ha perso quasi il 50% solo da giugno, in sei mesi. E il 10% di caduta del prezzo si è concentrato nell’ultima settimana.
Questo non è un ribasso, è una rotta disordinata, un tracollo senza rete. La brutalità dell’evento è già di per sé un dato che turba i mercati perché tutti gli scenari ne sono sconvolti. Ancora più grave è il ribaltamento nell’interpretazione di questo sisma. Ancora poche settimane fa prevaleva una lettura di questi eventi dal lato dell’offerta: l’energia costa sempre meno perché se ne produce sempre di più. Questo è positivo, per chi la consuma. Ma più di recente è prevalsa la lettura dal lato della domanda: l’energia costa sempre meno perché se ne consuma sempre meno. Questo non è affatto positivo, è un segnale di peggioramento dell’economia globale.
All’inguaribile stagnazione dell’eurozona, nell’ultima parte del 2014 si sono aggiunti altri due freni: la Cina rallenta, il Giappone è ricaduto nella recessione. Di qui un effetto domino. Sono risucchiate nella crisi tutte le nazioni emergenti che da vent’anni erano state proiettate verso il boom dalla domanda cinese di materie prime. Ecco perché il contro-shock fa tanta paura: l’energia a buon mercato è un ottima notizia per una parte del mondo, ma le cause che ci stanno dietro non lo sono affatto.
Dal lato dell’offerta, cioè della produzione, stanno avvenendo alla velocità della luce dei cambiamenti secolari. Li restituisce in modo efficace un esempio fatto dal Wall Street Journal . Dal 2008 a oggi, sono letteralmente scomparse dai mari 100 super-petroliere al mese: sono quelle che trasportavano 90 milioni di barili mensili in provenienza dai paesi dell’Opec per il mercato Usa. Una sola nazione come la Nigeria ancora nel 2010 consegnava agli Stati Uniti un milione di barili al giorno: oggi zero, non c’è più una sola goccia di petrolio nigeriano in arrivo qui. Questo perché nel frattempo è avvenuta una rivoluzione energetica che ha il suo epicentro proprio sul territorio americano. È una rivoluzione fatta di nuove tecnologie che hanno travolto antichi equilibri, trasformando tutti i parametri economici dell’energia. Certo vi hanno contribuito anche le fonti rinnovabili, che continuano a progredire e a costare sempre meno. Ma assai più potente è stato l’impatto delle tecnologie di esplorazione e di estrazione, con l’avvento del fracking (getti d’acqua e solventi che separano petrolio e gas da rocce e sabbie) nonché delle trivellazioni orizzontali.
Il settore petrolifero si è trasformato da un’industria pesante a un’industria “leggera” nel senso che gli impianti di trivellazione inseguono le nanotecnologie nella corsa alla miniaturizzazione, all’automazione. Il petrolio e il gas del Texas e del North Dakota hanno sostituito in pochi anni quello che l’America comprava da Brasile, Nigeria, Algeria e Angola. Gli Usa hanno superato la Russia nella produzione di gas, si avvicina il sorpasso sull’Arabia Saudita nell’estrazione di petrolio. Nel giugno di quest’anno, rompendo con una tradizione autarchica durata 40 anni (che ebbe le sue origini nello shock petrolifero del 1973), l’Amministrazione Obama ha concesso le prime licenze di esportazione di petrolio americano. È un mondo alla rovescia, e quasi nessuno era preparato al suo avvento così rapido: il più grande consumatore mondiale di energia, gli Stati Uniti, diventa il più temibile concorrente per l’Opec e per la Russia. Questo a sua volta provoca una disordinata corsa verso altri mercati di sbocco. Dalla Nigeria alla Colombia, chi ha perduto il cliente-America deve affrettarsi a vendere il proprio petrolio al cliente-Cina: ma a questo punto è il cliente a decidere i prezzi, ed ecco il capitombolo nelle quotazioni.
Fin qui, questa è la storia dal lato dell’offerta. E sarebbe una storia solo positiva. Lo è infatti, per come viene percepita dal consumatore americano. Qui negli Stati Uniti, un po’ per il dollaro tornato forte e un po’ per la concorrenza tra i distributori, il calo del petrolio si è trasmesso immediatamente all’utente finale. La famiglia media americana ogni volta che va a fare il pieno si sente un po’ più ricca. Ai prezzi attuali il guadagno è fra i 380 e i 750 dollari all’anno. Quegli aumenti di stipendio che i datori di lavoro Usa concedono col contagocce e con avarizia, stanno arrivando con generosità dalla bolletta energetica sempre più leggera. L’effetto è visibile: la fiducia dei consumatori americani è risalita ai massimi dal 2007. La crescita Usa accelera, più 321 mila assunzioni nette solo a novembre. Ma anche questo vigore americano è reso più fragile da quel che accade altrove: può l’economia mondiale girare come un motore con un cilindro solo? La paura di Wall Street si spiega così: la solitudine della locomotiva Usa non è rassicurante.
Per tutto il resto del mondo, infatti, la storia è ben diversa. L’altra metà del bicchiere, quella vuota, è la domanda. Cala nell’eurozona che sprofonda nelle sabbie mobili della depressione, stremata dal quinto anno di una rovinosa austerity e di una politica monetaria troppo timida. Cala la domanda in Giappone, che ora si affida alla rielezione del premier Abe sperando che s’inventi un elettroshock per rianimare il malato in coma. Cala infine la domanda in Cina, la cui produzione industriale è rallentata come non accadeva dall’inizio degli anni Novanta. Con la frenata della Cina si sta chiudendo un ciclo ventennale di boom di tutte le materie prime: non solo energia ma anche minerali, metalli, legname, derrate agricole. Tutto l’emisfero Sud ne risente, dall’Australia al Brasile passando per l’Africa intera. Spunta il pericolo di una nuova crisi finanziaria dei paesi emergenti sul modello di quelle degli anni Novanta: una possibile catena di default scatenata dai debiti privati che furono contratti in dollari, e che ora diventano sempre più cari da rimborsare.
FEDERICO RAMPINI, la Repubblica  14 dicembre 2014

http://www.dirittiglobali.it/2014/12/prezzo-mercati-alleanze-i-giorni-neri-petrolio-cambiano-mondo/

La Share Economy

wpUna torta fatta in casa, squisita ma abbondante. O le conserve di pomodoro della nonna, troppe anche quelle. I vestiti usati, naturalmente. Quel regalo di Natale davvero inutile. Tutto si può riciclare, tutto si può rivendere. Meglio: condividere con altri. Non solo per sbarazzarsene. La Share Economy, l’economia della condivisione, ribalta la cultura del consumo. Fin dalla sua concezione, non nasce come un gesto individuale. Ecco la definizione che ne dà il Wall Street Journal: “Mercati di nicchia per tutte quelle cose o servizi che diventano economici se ci mettiamo insieme per usarli”. Perfino i figli; cani e gatti. Davvero: chi ha detto che ci sia un solo modo per essere genitore, o amico degli animali, e cioè a tempo pieno?

La Share Economy ha avuto precursori che oggi assaporano il trionfo meritato dei pionieri. Per esempio Zipcar, la piccola azienda di San Francisco che inventò la condivisione dell’auto elettrica. Ben diversa dal vecchio concetto dell’autonoleggio, puramente mercantile, Zipcar creò uno spirito di comunità fra i suoi seguaci, spesso ambientalisti. Un’idea avanzata grazie alla quale le auto vengono restituite in ottimo stato, curate amorevolmente, pulite a dovere, risparmiando sui costi di manutenzione di Avis o Hertz. Zipcar è stata un tale successo da attirare proprio Avis: se l’è comprata con un assegno da 500 milioni.

Un altro pioniere del settore, Airbnb che inventò lo “scambio del posto-letto”, un vasto mercato online per affittare o più pesso “prestare” il divano-letto di casa al turista di passaggio con budget lowcost. Le disavventure (furti in casa o peggio) sono rimaste rarissime. Risultato: oggi Airbnb secondo le valutazioni del venture capital “pesa” 2,5 miliardi di dollari. ……

http://www.repubblica.it/esteri/2013/01/16/news/share_economy-50630909/?ref=HREC1-4

E’ iniziata la Grande Rotazione?

wsNew York. Nel gergo di Wall Street siamo di fronte ai segni premonitori di una  Grande Rotazione. Il neologismo dilaga da qualche giorno sulle colonne  del Wall Street Journal, New York Times, Financial Times. La chiamano  una svolta, addirittura, “generazionale”.  Rotazione dal pessimismo  all´ottimismo (per i profani), dai bond alle azioni (per gli  investitori). Gli spostamenti di questo inizio 2013 sono ancora  embrionali.
Ma  hanno già dimensioni considerevoli …

Che cosa c´è dietro  questa ventata di fiducia? Tre buone notizie dalle tre maggiori economie  del mondo. Negli Usa l´accordo realizzato da Barack Obama con il  Congresso, scongiurando il “precipizio fiscale”, equivale nella lettura  dei mercati a una manovra di stimolo per la crescita pari a 4.000  miliardi di dollari in dieci anni. É un ragionamento un po´  arzigogolato, visto che quei 4.000 miliardi sono prevalentemente una  “mancata stangata” rispetto allo scenario-catastrofe: sta di fatto che  gli investitori hanno deciso di vedere il bicchiere mezzo pieno. La  seconda economia più grande, la Cina, accelera il suo ritmo di crescita  anche grazie alla vigorosa ripresa delle esportazioni. Con grande  sorpresa, una buona notizia arriva anche dal numero tre mondiale, il  Giappone. Il neoeletto premier Shinzo Abe ha varato a gran velocità una  manovra di investimenti pubblici in infrastrutture da 90 miliardi di  euro. Ancora più importante è la svolta nella politica monetaria di  Tokyo: la banca centrale si prepara a “fabbricare inflazione” fissando  un obiettivo di aumento dei prezzi forzato, per stimolare la crescita.  La Banca del Giappone unisce così le sue forze alle politiche eterodosse  di altre banche centrali, Federal Reserve in testa, che cercano di  rianimare la crescita.
La Grande Rotazione che occupa l´attenzione di  Wall Street, è la conseguenza di questo ribaltamento di scenario. Con  il prevalere dell´ottimismo, molti investitori istituzionali stanno  “ruotando” la composizione dei loro portafogli. Alleggeriscono la parte  di bond e incrementano la quota in azioni. …

Potrebbe  aprirsi in questo inizio 2013 una fase nuova. La fine del Toro per i  bond, l´inizio di un lungo periodo di Orso in cui obbligazioni e titoli  di Stato perderanno valore. Specularmente, per gli investitori il  mercato prediletto diventerebbe quello azionario. Questi fenomeni  finanziari, se confermati, sarebbero il riflesso di cambiamenti  nell´economia reale. Il partito degli ottimisti infatti vede già  profilarsi all´orizzonte di medio termine un periodo di crescita tale  che le banche centrali dovranno rialzare i tassi d´interesse …

La buona notizia per l´Europa  tutta intera, è che una convergenza di riprese tra Usa, Cina e Giappone  finirebbe per trainare anche le esportazioni dal Vecchio continente.

Da un articolo di F.Rampini su Repubblica del 13 gennaio 2013

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/19-lavoro-economia-a-finanza-nel-mondo/40920-i-mercati-puntano-sulla-ripresa-mondiale-.html

Per non buttare nulla…confezioni che evitano lo spreco

dentifriciioAvete l’abitudine di spremere il tubetto di dentifricio fino allo spasimo, accartocciandolo sul lavandino del bagno? Vi disturba l’idea di buttar via la confezione di maionese e di ketchup lasciandone così tanto là in fondo? A maggior ragione, non tollerate che il prezioso siero anti-rughe non esca tutto dal suo contenitore? Avete ragione voi, e consolatevi: siete la maggioranza. Una quota crescente dei consumatori sono insofferenti verso un packaging che trattiene sempre qualcosa, ci costringe a buttare nella spazzatura parte del prodotto acquistato.

Una ricerca compiuta dalla società di consulenza Booz & Co.,e pubblicata sul Wall Street Journal, rivela che la bottiglia media di shampoo “trattiene” pervicacemente dall’8% al 10% del suo contenuto. Consumatori meno accorti di voi, o meno testardi, alla fine si arrendono e la buttano via così. Hanno pagato il 100% dello shampoo e ne hanno usato solo il 90%. Ci sono prodotti per i quali il “residuo” è ancora più elevato, si arriva a punte del 25% per certi tipi di tubi usati dall’industria alimentare.
Gli esperti di marketing spiegano che nella lotta quotidiana contro il packaging intervengono diversi fattori psicologici: oltre alla volontà di risparmio e all’avversione contro lo spreco, c’è il gusto di “sentirsi vincitori” contro le grandi marche che stanno cercando di fregarti. Il 97% degli americani intervistati dichiarano che “estrarre tutto il contenuto della confezione” per un prodotto cosmetico o di igiene intima è “molto importante”.

L’industria è costretta finalmente ad ascoltarli. Tra le marche citate dal Wall Street Journal perché stanno riprogettando il packaging, figurano in prima fila i grandi nomi della cosmesi di lusso. La Prairie, ad esempio, vende un prodotto contro le rughe attorno agli occhi, dal nome evocativo: Skin Caviar Luxe Eye Lift Cream. Il prezzo effettivamente è da caviale: 310 dollari la confezione. Con un’etichetta a quei livelli, La Prairie si è decisa a fornire un accessorio speciale: una piccola spatola con la quale la cliente può essere certa di grattare via l’ultima oncia dell’unguento miracoloso

http://www.repubblica.it/esteri/2012/12/13/news/confezione_spreco-48638365/?ref=HREC2-1