Riserve in valuta, due terzi sono in dollari

Il dollaro resta – di gran lunga – la valuta più gettonata per le riserve ufficiali in moneta estera. E i numeri addirittura crescono. Secondo gli ultimi dati del Fondo monetario internazionale, al 30 giugno 2017 le riserve mondiali in dollari sono salite a 5.909 miliardi. Seguono l’euro con 1.844 miliardi di dollari (i dati del Fmi sono riportati nella valuta Usa), lo yen con 429 miliardi di dollari e la sterlina con 408 miliardi di dollari. Tutti in aumento, tra variazioni negli stock e oscillazioni nei tassi di cambio. Dietro, molto indietro, ci sono le altre monete, inclusi il renminbi cinese e il franco svizzero. In percentuale la quota dei dollari sul totale delle cosiddette «riserve allocate» è del 64%. In altre parole, quasi due terzi sono in dollari. Certo, è molto importante anche chi li ha in cassaforte, questi soldi. E molti fanno capo a Pechino. Ma resta il fatto che è ancora il dollaro la valuta che si conquista in gran parte la fiducia di istituzioni e mercati. Non è sempre stato così, naturalmente. La sterlina era più gettonata del dollaro, allo zenit dell’impero britannico. E non solo. Tutti i confronti, con gli alti e bassi storici, sono in un grafico del libro (in inglese) «Come funzionano le valute: passato, presente e futuro» ( How Global Currencies Work: Past, Present, and Future ) di Barry Eichengreen, Arnaud Mehl e Livia Chitu, appena pubblicato da Princeton University Press. È un viaggio nel mondo del denaro, dove diverse monete possono aggiudicarsi insieme lo status di valuta internazionale. Ma, almeno per ora, con pesi differenti.

GIOVANNI STRINGA

Corriere della Sera, 26 ottobre 2017

http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerArticolo.php?storyId=59f19c5089b90

 

Euro troppo forte

euro-forteL’euro continua a muoversi ai massimi livelli degli ultimi 15 mesi sul  dollaro (ieri a quota 1,34), e ai massimi sullo yen giapponese da tre  anni. Vuol dire che gli investitori ritengono l’economia europea più  solida di quella americana o giapponese?….

.In quanto alle economie reali: la ripresa  in Europa tarda ad arrivare, mentre la crescita Usa procede da due anni.  Di fronte a un simile divario,  la politica monetaria americana   dovrebbe essere più restrittiva  di quella europea. Invece è vero il  contrario. La Federal Reserve  pratica il tasso zero, mentre quello  della Bce pur essendo basso  è positivo (0,75%). A questo costo del  denaro nullo, la banca centrale americana aggiunge un promessa  esplicita: non alzerà i tassi fino a quando la disoccupazione  Usa non  scende dal 7,9% attuale al 6,5%. E come non bastasse,  la Fed stampa  moneta vigorosamente:  85 miliardi di dollari  al mese, che usa per  comprare  titoli pubblici e semipubblici (obbligazioni degli istituti di  credito  immobiliare) il che crea liquidità  abbondante e credito  facile.  Il Giappone si è adeguato, con la banca centrale che  addirittura  si impone un obiettivo definito  di “creazione  d’inflazione”.  Dollaro e yen reagiscono di conseguenza: i mercati si  lasciano  guidare da quello che le banche  centrali fanno..

Gli investitori vedono due banche centrali  aggressive nello stampar moneta;  capiscono che Tokyo e Washington   malgrado le smentite ufficiali perseguono le svalutazioni  competitive.  Quindi i capitali  abbandonano le monete deprezzate e rifluiscono sull’euro.
Così  facendo, però, i mercati rendono ancora più difficile la ripresa   nell’eurozona. O per essere  più precisi: in mezza eurozona.  Come ha  dimostrato la settimana  scorsa un importante studio di Morgan  Stanley, la divaricazione  dell’eurozona in termini di competitività è  impressionante.  La Germania è in grado di conquistare  i mercati  mondiali non solo con l’euro così com’è (forte) adesso; ma sarebbe  competitiva perfino se l’euro salisse ancora, fino a quota 1,53 sul  dollaro. Nell’altra  Europa, c’è la Francia che arranca perché la sua  industria ha bisogno di una parità a 1,26 per farcela. L’Italia sta  ancora peggio, ci vuole un cambio a 1,19 sul dollaro per rimettere i  nostri esportatori pienamente in gioco sui mercati mondiali. I mercati  non ci aiutano, dunque. Nonostante  tutti i fattori di debolezza europei  — da ultimo le incertezze  elettorali italiane, gli scandali per  corruzione in Spagna, perfino  la piccola Cipro che ha bisogno  di un  salvataggio — alla fine contano di più i comportamenti delle banche centrali.
Mario  Draghi ha provato a moderare l’eccessiva forza dell’euro,  indicando  che essa merita  l’attenzione della Bce. Ma il suo combattimento con la  Federal  Reserve e la Banca del Giappone  non è ad armi pari. La Fed ha  un grosso vantaggio di partenza,  che si aggiunge al “privilegio   imperiale” di chi emette la moneta della nazione leader. Il suo  vantaggio è istituzionale: nel mandato della Fed è esplicitamente   indicato al primo posto tra i suoi compiti “promuovere attivamente il  pieno impiego”. Nulla di simile c’è nello statuto della Bce, che ricalca  quello della Bundesbank tedesca, ed ha come  unico compito la stabilità  dei prezzi. Perfino la piccole Banca centrale svizzera, ricorda il suo  ex governatore Philipp Hildebrand  sul Financial Times, impose  la  sua volontà ai mercati quando annunciò che avrebbe stampato franchi a  oltranza pur d’impedirne la sopravvalutazione.  E’ un gesto che la Bce  non può fare. A meno di interpretare elasticamente  i propri statuti,  sfidando  l’ortodossia tedesca.

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/19-lavoro-economia-a-finanza-nel-mondo/42210-francoforte-ha-le-armi-spuntate-contro-lo-strapotere-della-fed-.html

Fabbricare inflazione

cassaforte-dollari[1]Si annuncia una  rivoluzione nella strategia monetaria nipponica. Il ministro dell’economia AkiraAmari ha anticipato «un annuncio entro questa settimana». Il contenuto della svolta è questo: la Banca del Giappone dovrà darsi l’obiettivo ufficiale di «generare inflazione al 2%», sospingendo al rialzo i prezzi che da anni sono in discesa. Lo farà attraverso un poderoso piano di acquisti di bond pubblici nipponici, l’equivalente di 1.200 miliardi di dollari solo per il 2013, da ripetersi «senza limiti temporali» finché insieme con l’inflazione non sarà ripartita la crescita. “Fabbricare inflazione” è la missione diametralmente opposta a quella che le banche centrali hanno perseguito per decenni, cioè la stabilità dei prezzi. Perché “fabbricare inflazione” fa bene alla crescita? In due modi. Anzitutto serve a invertire le aspettative di imprese e consumatori: se i prezzi torneranno a salire, conviene spendere subito e conviene indebitarsi per investire e assumere (l’inflazione si occuperà di alleggerire il peso reale dei debiti).

Inoltre è un modo per indebolire la moneta nazionale, quindi dare una spinta all’industria esportatrice. Quest’ultimo obiettivo, la Banca del Giappone lo persegue in maniera ancora più diretta: ha già avviato massicci acquisti di euro. Comprare euro vendendo yen è un metodo sicuro per deprezzare la valuta nipponica. Un’offensiva analoga era stata iniziata proprio dall’America. . La banca centrale Usa si è data per la prima volta nella storia un obiettivo tassativo di calo della disoccupazione: vuole ridurla fino al 6,5% (ora iltasso di   disoccupazione è 7,891 dopo essere stato superiore al 10% durante la recessione). Finché l’economia americana non accelera la sua crescita verso la piena occupazione, la Fed continuerà ad oltranza i suoi massicci acquisti di bond (85 miliardi al mese) che pompano liquidità nell’economia….

Da un articolo di Federico Rampini su Repubblica del  21 gennaio 2013

http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/rassegna_stampa/ocr/2013012123706697.txt