Le opportunità e i rischi della promozione cinese

downloadIl 23 giugno del 1989 il Wall Street Journal festeggiò i suoi cento anni pubblicando una previsione su come si sarebbe presentata l’economia mondiale un quarto di secolo dopo.(….)

Il quotidiano americano annunciò che il Bangladesh e lo Zimbabwe sarebbero diventati i leader della crescita, la Cina invece era destinata a rimanere molto indietro per colpa della «stordente burocrazia del comunismo duro e puro».

La storia non è mai tenera con chi pretende di anticiparla sulla base del passato recente. È vero che la quota della Cina nella produzione manifatturiera del mondo era passata appena dall’1,2% al 1,9% fra il 1984 e il 1990. Ma da allora il Paese è entrato nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e il suo peso nell’industria globale è esploso fino a oltre il 25%.

Quella svista del Wall Street Journal suggerisce umiltà nel fissare le scelte migliori per domani. Riguardo a Pechino, ce ne sono di importanti che aspettano gli Stati Uniti, l’Unione Europea e l’Italia nei prossimi mesi, perché determineranno comunque milioni di vincenti e perdenti (anche) in Occidente.

A novembre la Repubblica popolare celebra i 15 anni dall’ingresso nel Wto e a suo parere ciò le dà diritto a essere riconosciuta con lo «status di economia di mercato» da tutti gli altri governi. Non è una questione di etichetta, ma un obiettivo strategico. Se la Cina viene promossa, diventerà più difficile per l’Europa e gli altri blocchi commerciali alzare dazi anti-dumping contro il suo export in settori come l’auto (o componenti), acciaio, carta e cartone, ceramica, vetro alluminio e biciclette.

Secondo l’Economic Policy Institute, un centro vicino ai sindacati americani, il nuovo status della Cina metterebbe a rischio 2,7 milioni di posti di lavoro in Europa. Dati del genere forse sono esagerati e altre valutazioni producono stime più contenute. Un documento interno della Commissione Ue calcola i posti di lavoro potenzialmente minacciati fra i 73 mila e i 188 mila, di cui oltre metà in Germania e Italia.

È un problema politico, non di analisi accademica, ma è difficile sostenere che la Cina sia una «economia di mercato» secondo la definizione dei manuali di Harvard o della Bocconi. Oggi la seconda economia del mondo presenta un surplus di capacità produttiva sussidiato più o meno direttamente dal regime in tutta l’industria pesante: carta, cantieri navali, vetro acciaio, carbone, alluminio.

Alberto Forchielli, uno dei più esperti investitori europei in Cina, stima che la capacità produttiva nel settore auto valga già oggi 40 milioni di modelli l’anno a fronte di vendite per meno di venti. L’irrompere di quei costruttori sui mercati mondiali può avere un impatto dirompente, stima Forchielli. Quanto all’acciaio, i consulenti di Rhodium Group stimano che la produzione in eccesso della Repubblica popolare sia oggi superiore all’intera capacità del Giappone, degli Stati Uniti e della Germania messi insieme. Intossicate da anni di investimenti dettati dalla politica per mantenere posti di lavoro, centinaia di grandi imprese cinesi del 2016 sono zombie decisi a esportare sottocosto trasmettendo deflazione al resto del mondo. Rinunciare alle protezioni tariffarie non farebbe che amplificare in Europa e negli Stati Uniti l’impatto di queste distorsioni.

Per molti governi, concedere lo status di economia di mercato a Pechino resta comunque un’opportunità. Lo è per i fornitori di derrate alimentari in America Latina, che continuano a puntare sulla crescita cinese. Lo è per Londra, che vuole diventare la piazza finanziaria off-shore per lo yuan. Lo è per la Germania, sicura di non poter essere spiazzata dalle auto o dall’acciaio di bassa qualità dell’Asia e impaziente di aprire ancor più il mercato della Repubblica popolare alle sue turbine, a Siemens o alle Bmw. Più sottovoce è favorevole la Francia, che può piazzare a Pechino prodotti inimitabili come gli Airbus o il nucleare civile.

L’Italia è rimasta la sola in Europa a opporsi. Lo è anche se il governo è riuscito abilmente a coalizzare un cordata con Berlino e Parigi contro l’acciaio sussidiato della Cina. Priva di prodotti per riequilibrare la bilancia commerciale con la Repubblica popolare, l’Italia oggi si trova con un solo vero alleato, gli Stati Uniti. Le primarie folgoranti di Bernie Sanders e Donald Trump hanno messo a nudo gli effetti profondi sul tessuto sociale e gli assetti politici delle delocalizzazioni produttive verso l’Asia, e dell’estinzione dei colletti blu in America. Chiunque sia, il prossimo presidente sarà meno aperto al libero scambio.

Può darsi che ciò rinvii la resa dei conti con Pechino, per ora. Ma ai ritmi attuali fra quattordici anni la Cina avrà 220 milioni di laureati, il 27% della forza lavoro, una quota doppia a quella dell’Italia di oggi. Scrivere la storia in anticipo espone sempre a figuracce, ma senza più laureati e una grande industria di qualità nel 2030 i produttori low cost rischiamo di diventare noi.

 Federico Fubini
 Corriere della Sera

Li chiamano i Puffi

pffffLi chiamano i puffi, come quegli umanoidi blu che abitano sotto i funghi. Varcano il confine con l’equivalente di 50 mila dollari in tasca e affidano altrettanto ai fratelli, o ai genitori. Comprano casa a Londra. Firmano costose polizze assicurative a Hong Kong e le pagano con carta di credito. Gonfiano le fatture quando vendono qualcosa all’estero. In certi casi, com’è capitato a una signora l’anno scorso, vengono bloccati alla frontiera con pacchi di biglietti di banca legati alle gambe.
Non si fermano un solo istante a rifletterci su, eppure oggi sono loro la forza dominante sui mercati globali così come i migranti che arrivano dal mare lo sono per la politica in Europa. Per certi aspetti, in questi mesi contano più dei grandi banchieri centrali. Coloro che nel loro stesso Paese vengono chiamati i «puffi», sono i milioni di cinesi che nell’ultimo anno hanno spedito all’estero l’equivalente di circa 700 miliardi di dollari – pari a quasi metà del reddito di un anno dell’Italia – e non mostrano segni di voler rallentare la loro grande migrazione finanziaria. Corrono verso la porta d’uscita dalla Cina con il loro denaro. È una delle più grandi fughe di capitali della storia, e spiega in parte la fibrillazione che ha investito l’Italia e l’Europa e il gioco capovolto che l’Asia ha mostrato al mondo fin dalle prime ore di ieri.
In Cina, un tempo l’indiscussa fabbrica del mondo, ieri è emerso che le esportazioni in gennaio sono crollate di più del 10% in un anno: molto peggio del previsto, eppure proprio ieri la moneta locale ha messo a segno la rivalutazione più forte dal 2005. In Giappone, l’economia nel quarto trimestre è caduta dell’1,4% in ritmo attuale malgrado le dosi illimitate di stimolo da parte della banca centrale: anche qui il termometro dell’economia segnala dati peggiori del previsto, eppure nelle stesse ore la Borsa di Tokyo ha vissuto il rimbalzo più forte di sempre (più 7,1%).
È il mondo al rovescio di questo scorcio di secolo. Le banche centrali ormai dominano completamente le aspettative dei mercati e per questi ultimi non conta più la produzione di valore, ma di liquidità. La Borsa in Giappone non sale perché l’economia va bene, ma perché va male; gli investitori prevedono che la banca centrale di Tokyo reagirà comprando ancora più azioni attraverso gli indici di Borsa. E in Cina la moneta ieri si è rivalutata, malgrado l’erosione di competitività che porta il governo a sussidiare per esempio l’export di acciaio a danno dei concorrenti europei, proprio perché Pechino cerca di sopprimere le dinamiche del mercato.
È da almeno un anno che l’economia cinese urla al governo e al resto del mondo ha bisogno di una svalutazione per riequilibrarsi. Lo fa attraverso di loro, i puffi: i piccoli cinesi che hanno perso fiducia nel loro sistema o nella loro moneta, un po’ come ne hanno persa nei propri Paesi i migranti che oggi approdano sulle coste d’Europa. Questi cinesi oggi cercano un porto sicuro all’estero per il loro denaro. Vogliono sfuggire ai rendimenti da confisca delle banche pubbliche di Pechino o di Shanghai, fiaccate dai crediti inesigibili verso imprese che dal 2008 hanno accumulato debiti pari a diecimila miliardi di dollari. Vogliono evitare che i loro risparmi rimangano intrappolati in Cina quando il Paese svaluterà, così avvicinando quel giorno. Vogliono evitare tasse per metà del reddito d’impresa o l’arbitrio dei tribunali e del partito.
Proprio perché questa è la realtà, ieri il regime ha voluto dimostrare che non ne ha perso il controllo. A sorpresa ha fissato un tasso di cambio più forte per lo yuan, e deve aver speso molti miliardi in poche ore vendendo dollari e comprando la propria moneta per mostrarne la forza. Lo fa anche per rassicurare l’Occidente, i cui mercati finanziari oggi non sembrano in grado di sostenere l’onda d’urto dalla svalutazione della seconda economia del mondo. Il terremoto di Borsa di gennaio si spiega anche così, con i timori innescati dalla scivolata dello yuan nelle scorse settimane (meno 2,8%). Da ieri è stata eretta una diga, ma non è chiaro fino a quando terrà.
Lo yuan scambiato fuori dai confini vale già meno che in Cina, e la sua difesa costa a Pechino almeno cento miliardi di dollari al mese. Non è lontano il giorno in cui le riserve arriveranno a una soglia di guardia, dopodiché la banca centrale dovrà arrendersi. I puffi continueranno a far fuggire i loro soldi all’estero fino a quando l’avranno travolta. La più grande forza del mercato oggi sono loro.

Federico Fubini
La grande fuga dalla Cina: oltre confine 700 miliardi .La diga (fragile) di Pechino
Corriere della Sera 16 febbraio 2016

Il governo di Pechino indeciso su tutto fa crescere il caos

bcinaChiudo la Borsa, così la smette di scendere. Anzi no, la riapro. Lo sbandamento del governo cinese di fronte al crac, spaventa tanto quanto i problemi dell’economia reale che gli fanno da sfondo. Lo spettacolo offerto dalle autorità di Pechino è sconcertante. Messo alle strette dalla fuga dei capitali dal mercato azionario di Shanghai, il governo ha reagito in modo incerto, contraddittorio e perfino scomposto. La figuraccia non si addice alla seconda potenza economica mondiale. Rivela una “transizione incompiuta”. La leadership comunista, per quanto abbia formazione tecnocratica e moderna (talvolta nelle università americane), nel momento della paura torna ai vecchi riflessi pavloviani: s’illude che il “genio” (benefico o malefico) dei mercati sia una creatura docile, e gli ordina di “tornare nella bottiglia”.

Uno spettacolo simile si era visto ad agosto. Si è ripetuto negli ultimi tre giorni, con il nuovo pesante scivolone delle quotazioni azionarie cinesi. Il governo in sole 48 ore ha fatto tutto e il contrario di tutto. Ha usato mezzi amministrativi, editti dall’alto, per contrastare il crollo imponendo alle banche pubbliche di comprar titoli. Ha lanciato minacciosi proclami contro gli speculatori al ribasso. Ha usato generosamente i “circuit-breaker”, parola presa in prestito dagli impianti elettrici: “spezza-circuito” è il termine inglese, in italiano sono i dispositivi salvavita che impediscono di morire fulminati. In Borsa sono meccanismi di interruzione automatica degli scambi, qualora le oscillazioni di prezzo eccedano una certa soglia. I “circuit-breaker” esistono in molte Borse occidentali inclusa Wall Street. Ma le autorità cinesi ne hanno fatto un uso davvero abbondante. Fino a decidere la chiusura totale della Borsa, quando scendeva troppo. Il colmo si è raggiunto ieri: Shanghai ha operato per soli 30 minuti, poi basta. Infine il ripensamento. Con un dietrofront le autorità annunciavano che oggi la Borsa avrebbe operato normalmente, senza sospensioni. Il tira- e-molla non ha rassicurato nessuno.

A questo si è sovrapposto l’effetto della svalutazione. Anche sulla moneta nazionale, yuan o renminbi, il governo di Pechino sta giocando col fuoco. Iniziò a svalutarla nell’agosto scorso, presentando la sua decisione come un avvicinamento ai valori di mercato. Le autorità cinesi, a cominciare dalla banca centrale, hanno spiegato a più riprese di voler trasformare il renminbi in una moneta pienamente convertibile, il che comporta lo smantellamento delle restrizioni sui movimenti di capitali. Decisione benvenuta al Fondo monetario internazionale, che infatti a novembre ha premiato la Cina inserendo il renminbi nelle sue valute ufficiali insieme a dollaro, euro, yen e sterlina. Ma questo ha generato negli investitori la previsione – o il sospetto – che il presidente Xi Jinping voglia anche aiutare l’industria esportatrice con un renminbi debole. La prospettiva di una svalutazione competitiva è stata confermata questa settimana quando il renminbi ha ripreso a scivolare al ribasso. E’ scattata la spirale delle aspettative: gli investitori ora si attendono che la valuta cinese vada più giù. E allora preferiscono uscire dalla Borsa di Shanghai per non subire perdite su titoli espressi in una moneta che sta calando. I risparmiatori cinesi considerano urgente mettersi al riparo anche loro. Come si spiegano i molteplici errori commessi da Xi Jinping e dalle varie autorità responsabili per il governo dell’economia, inclusa la banca centrale che non è indipendente dal potere politico? Una spiegazione semplice chiama in causa la curva di apprendimento. I leader cinesi hanno mostrato competenza ed efficacia in altri campi dello sviluppo economico ma la finanza globale è un mondo ancora in parte nuovo per loro. Inoltre questa classe dirigente ha conosciuto 30 anni di boom, ora deve fare i conti con la prima vera crisi da quando la Cina è un colosso mondiale. Ebbe solo due episodi di “quasi-crisi”: l’epidemia Sars del 2003 quando l’economia cinese temette l’isolamento (durò pochi mesi); poi la Grande Contrazione americana del 2008-2009 che ebbe pesanti contraccolpi sull’export cinese. In quell’epoca che oggi sembra lontana, la Cina poteva risollevarsi con gli strumenti classici del dirigismo, del capitalismo di Stato, delle grandi manovre di spesa. Di fronte all’attuale rallentamento, Xi Jinping non vuole ripercorrere una strada che ha gravato il sistema economico di troppi debiti, opere pubbliche inutili, cattedrali nel deserto, inefficienze e corruzione. Deve reagire a questa crisi con terapie nuove. Non è rassicurante che il suo “addestramento” avvenga in volo, nel mezzo di turbolenze serie.

C’è poi il problema del consenso, che anche un regime autoritario deve porsi. Centinaia di milioni di cinesi hanno investito i loro risparmi in Borsa. Xi sta facendo uno sbaglio psicologico ed uno politico. Con i suoi interventi per fermare il crollo delle azioni crea aspettative che non potrà soddisfare, quindi diffonde ulteriore insicurezza. L’errore politico è quello di legare la propria immagine all’indice di Borsa. Questa Cina sta imboccando una transizione delicata, verso un orizzonte che si potrebbe riassumere così: crescere meno ma crescere meglio. Prima di arrivarci, però, può incappare in tempeste violente. E tutti quanti dobbiamo allacciare le cinture di sicurezza.

Federico Rampini

Repubblica 8 gennaio 2016

 

Lo yuan e la guerra delle valute

yuannLa Cina manda al tappeto i mercati del Vecchio continente. Con la seconda svalutazione dello yuan, dopo un primo taglio della valuta – del tutto inatteso – avvenuto ieri, Pechino ha steso le Borse mondiali. La Banca centrale cinese ha rivisto al ribasso del 3,5% il cambio contro il dollaro innescando una guerra tra le monete: immediata la reazione dei mercati europei che dopo il crollo della vigilia hanno chiuso ancora in ribasso: Piazza Affari ha ceduto il 2,96%, Londra l’1,4%, Francoforte il 3,27% e Parigi il 3,4%. Al termine delle contrattazioni dei mercati europei che hanno perso 227miliardi di valore, anche Wall Street era pesante con il Dow Jones che cedeva l’1,27%, il Nasdaq l’1,23% e l’S&P 500 l’1,21%.

E mentre si levano le proteste dal mondo occidentale per il susseguirsi di azioni unilaterali di Pechino, il governo cinese si giustifica spiegando la necessità di intervenire a sostegno della ripresa economica del Paese. D’altra parte l’industria manifatturiera mostra segnali di rallentamento (+6% a luglio, al di sotto delle stime) come l’export e le vendite al dettaglio cresciute “solo” del 10,5%. Un tesi sposata anche dal Fondo monetario internazionale che ha salutato positivamente la doppia svalutazione dello yuan definendo l’operazione come un allineamento ai mercati di tutto il mondo. Stesso punto di vista per Standard&Poor’s.

La tensione, però, resta forte, soprattutto per il mercato del lusso e della moda che vede l’Italia protagonista, rispetto alla politica economica cinese: Pechino aveva, infatti, annunciato l’intenzione di aiutare la transizione da un’economia legata all’export a una sostenuta dai consumi interni, una strategia che pare adesso di nuovo cambiata. Secondo l’Fmi, però, una maggiore flessibilità nei tassi – che prima erano ancorati al dollaro – consentirà a Pechino una rapida “integrazione nei mercati finanziari globali”. A risentirne sono anche le materie prime: non si arresta infatti la caduta del prezzo del petrolio dal momento che la Cina è il secondo importatore mondiale, ma la valute debole a fronte del dollaro rischia di ridurne gli acquisti: il greggio Wti tratta intorno ai 43 dollari dopo che ieri era scivolato di oltre il 4% toccando i minimi degli ultimi 6 anni. Sulle quotazione incide anche il calo, inferiore alle attese, delle scorte Usa. Prezzi in discesa anche per l’oro: il metallo prezioso a consegna immediata passa di mano a 1.117 dollari l’oncia. “La situazione si stabilizzerà” dice la Banca centrale, ma molti economisti temono l’innesco di un effetto domino.

E ciò porta alcuni analisti a credere che la Federal Reserve abbia adesso una buona ragione per non iniziare ad alzare i tassi di interesse Usa – per la prima volta dal 2006 – nella riunione del mese prossimo. Altri sottolineano, invece, come la Banca centrale americana sia più focalizzata sul mercato del lavoro Usa e dopo il rapporto sull’occupazione di luglio in linea alle stime, sarà determinante quello di agosto che arriverà giusto un paio di settimane prima del meeting del 16 e 17 settembre. “Le implicazioni per l’economia mondiale sono enormi”, anche se “è ancora presto” per valutare il reale impatto degli sviluppi ha detto il governatore della Fed di New York, William Dudley.

L’euro è in risalite quota sopra 1,11 contro il dollaro, mentre calano ai minimi da sei anni il dollaro australiano e quello neozelandese. Deboli anche le monete di Indonesia e Malesia. A dimostrazione che la guerra delle valute – almeno per il momento – colpisce soprattutto Asia e Oceania (anche il Vietnam ha svalutato il dong per non perdere competitività nei confronti della Cina). La moneta unica europea passa di mano a 1,1199 dollari.

Nessuna reazione, invece, sui titoli di Stato italiani che preferiscono concentrarsi sull’accordo tra la Grecia e i creditori internazionali che potrebbe sbloccare entro settimana prossima il nuovo piano di aiuti da 86 miliardi di euro: lo spread è stabile in area 115 punti base, ma i Btp decennali sul mercato secondario rendono l’1,78% ai minimi da inizio maggio. E ogg il Tesoro ha venduto tutti i 6 miliardi di euro di Bot a un anno con tassi in calo ad un nuovo minimo storico: il rendimento medio è sceso allo 0,011% dallo 0,124% dell’asta di luglio. Sale la domanda con un rapporto di copertura pari 1,72 da 1,52 precedente.

La Cina svaluta ancora lo yuan Borse pesanti: crolla il petrolio

Di Giuliano Balestrieri

Repubblica 12 agosto 2015