Si vota il 4 marzo

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha firmato il decreto per lo scioglimento delle Camere, che formalmente mette fine alla XVII legislatura. Il presidente ha sciolto il Parlamento dopo essersi consultato al palazzo del Quirinale con il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e successivamente con la presidente della Camera, Laura Boldrini, e il presidente del Senato, Pietro Grasso. Nella successiva seduta del Consiglio dei ministri organizzata a Palazzo Chigi, il governo ha deciso la data delle elezioni per il nuovo Parlamento: il prossimo 4 marzo 2018. I passaggi formali di oggi sanciscono l’avvio della campagna elettorale, mentre il governo rimarrà comunque in carica per il cosiddetto “disbrigo degli affari correnti”.

……

Lo scioglimento delle Camere
L’articolo 60 della Costituzione prevede che, in condizioni normali, le Camere restino in carica per 5 anni, periodo comunemente detto “legislatura”:

La Camera dei deputati e il Senato della Repubblica sono eletti per cinque anni. La durata di ciascuna Camera non può essere prorogata se non per legge e soltanto in caso di guerra.

L’articolo 61 dice inoltre che “le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro 70 giorni dalla fine delle precedenti”.

L’articolo 87 stabilisce, tra le altre cose, che il presidente della Repubblica “indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione”. Quello seguente che il presidente ha anche la facoltà di “sciogliere le Camere o anche una sola di esse”, sentiti i loro rispettivi presidenti.

Quindi, ricapitolando, una legislatura in condizioni normali dura 5 anni, al termine dei quali il presidente della Repubblica deve sciogliere le Camere, in modo che entro 70 giorni siano eletti i nuovi deputati e senatori per la legislatura successiva. Nel periodo di transizione tra una legislatura e l’altra, il Parlamento uscente mantiene comunque i propri poteri.

Cosa succede adesso
La legislatura appena finita è stata la XVII della Repubblica: era iniziata a metà marzo del 2013, ed è quindi durata quasi 5 anni, per fare i precisi 1.749 giorni. Nel corso della legislatura ci sono stati tre governi: Letta 2013 – 2014, Renzi 2014 – 2016, e Gentiloni iniziato circa un anno fa e ancora in carica.

Come abbiamo visto, dal momento in cui vengono sciolte le Camere, le elezioni politiche devono tenersi al massimo entro 70 giorni. Per questo motivo, e considerato che la giornata elettorale si tiene sempre di domenica (prolungandosi talvolta il lunedì), è stato scelto il prossimo 4 marzo.

Il Post , 28 dicembre 2017

http://www.ilpost.it/2017/12/28/mattarella-sciolto-camere-data-elezioni-marzo/

I voti che non decidono e le democrazie malate

A che serve votare? È una domanda che molti cittadini europei cominciano a farsi. Da ultimi i tedeschi. Sono andati alle urne, la Merkel ha preso molti più voti di chiunque altro, il 60% nei sondaggi dice di auspicarsi un governo da lei diretto, ma il governo non si fa, e per farlo sarà forse necessario far fuori la Merkel. Qualcosa si è inceppato perfino nella democrazia tedesca, di proverbiale stabilità.

Oppure prendete i cittadini britannici. La bellezza di diciotto mesi fa decisero di uscire dall’Unione Europea. Sono ancora là. Uscendo volevano riprendersi i loro soldi, e invece il prossimo mese dovranno dire quanto sono disposti a scucire per poter andarsene. Procedure, compromessi, trattative, più inflazione e svalutazione della sterlina: sembrava così semplice mettere una croce sul «Leave». Per non parlare dei cittadini catalani, i quali hanno scoperto che neanche con il voto possono spaccare la Spagna.

La galleria potrebbe comprendere gli spagnoli, che dopo due elezioni e sei mesi di prorogatio di Rajoy si aggrappano a un governo di minoranza; o i belgi e gli olandesi, che hanno dovuto aspettare rispettivamente dodici e sette mesi prima che il Parlamento decidesse chi aveva vinto le elezioni. Va ovviamente aggiunto il caso italiano, dove se c’è una cosa certa delle prossime urne è che quasi certamente non daranno una maggioranza; e dove siamo ormai al quarto governo di fila (Gentiloni, Renzi, Letta, Monti) privo di un mandato elettorale.

Non è questione di tecnica. Nel Regno Unito nemmeno il leggendario «first-past-the-post», il più implacabile dei maggioritari, è riuscito a dare una maggioranza alla povera May, che aveva chiamato le elezioni per suonarle ai laburisti ed è stata suonata. E perfino il presidenzialismo, l’unico sistema in grado di garantire un vincitore, comincia a perdere colpi: Trump è diventato presidente con meno voti della seconda arrivata. Resta saldamente in sella il solo Macron, asceso all’Eliseo con appena il 24% del primo turno.

Che cosa sta accadendo dunque alla più antica forma di «governo del popolo, dal popolo, per il popolo» (Abramo Lincoln a Gettysburg)? La democrazia è destinata ad avere un futuro, o rischia di essere insidiata dai modelli di «democratura», nei quali il popolo, il «demos», accetta col voto di avere un capo come se fosse in una dittatura?

La vicinanza semantica tra «democrazia» e «populismo» («demos» è il greco per il latino «populus») la dice lunga su quanto sia sottile il confine che divide l’una dall’altro, già in passato spazzato via più di una volta. Bisogna dunque che gli uomini di buona volontà si mettano al capezzale della democrazia malata, e cerchino un modo per ripiantarla in un mondo così diverso da quello in cui nacque.

Il primo passo dovrebbe consistere nel qualificarla, nel darle l’aggettivo giusto. Democrazia non è solo elezioni: anche in Russia e in Iran si vota. Ma ciò che distingue una «democrazia liberale» è la «rule of law», e cioè la supremazia della Legge, cui ogni cosa è subordinata. È proprio questo che tiene in piedi la Germania o la Spagna mentre attendono un governo: tutto procede secondo la legge. Ed è esattamente la Legge ciò che ha impedito agli indipendentisti catalani di andarsene con un referendum, o che costringe gli inglesi a negoziare per uscire dall’Ue. Dovremmo dunque curare lo stato di diritto come l’asset più prezioso della democrazia, forse perfino più del voto popolare («La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», articolo 1 della nostra Legge fondamentale). E proteggerlo dalle mire dei politici di turno che vorrebbero dettar legge.

Il secondo punto è che difficilmente una democrazia liberale può prosperare senza partiti democratici e possibilmente popolari, i quali mediano il consenso dei cittadini, lo stabilizzano, lo indirizzano verso programmi di governo e selezionano i gruppi dirigenti. Più partiti personali nascono, più movimenti estemporanei si affermano, più le elezioni diventano un taxi per ambizioni private, più debole sarà la democrazia. E in questo campo, ahinoi, noi italiani abbiamo anticipato molte tendenze pericolose.

Infine c’è un problema anche più complicato da risolvere: l’emigrazione della sovranità dagli Stati nazionali verso consessi internazionali che per loro natura non possono decidere democraticamente (le sedi europee assegnate a sorteggio ne sono un esempio). Moneta, commercio, investimenti, circolazione dei capitali e degli esseri umani, politica estera, sono tutte materie sulle quali l’elettore sa ormai di non avere più molto potere. Bisognerebbe dunque riempire i parlamenti di altri poteri: di controllo e revisione, per esempio, in materia di nomine, di spesa pubblica, di allocazione delle risorse e di assegnazione degli appalti, per farne dei baluardi contro la corruzione e lo sperpero, garantendo tempi e strumenti alle opposizioni che vigilano sul potere. Rimpatriare una parte delle competenze affidate al Parlamento europeo. Ridare alle Camere il ruolo di sedi del dibattito informato, per esempio sulle delicatissime questioni bioetiche. Assegnare loro il potere di scrutinare i ministri prima della nomina e di convocare il primo ministro ogni settimana a rispondere in diretta tv. Bisogna trovare nuovi e validi motivi per convincere gli elettori a non disertare lo spettacolo della democrazia, e a non trasformare il parlamento in un’aula sorda e grigia.

Antonio Polito

Corriere della Sera, 23 novembre 2017

 

http://www.corriere.it/opinioni/17_novembre_23/i-voti-che-non-decidono-democrazie-malate-f575064a-cfc7-11e7-a1da-9278adb4d756.shtml

I numeri sul declino della democrazia

La democrazia è in recessione, nel mondo. Dopo gli anni seguiti alla caduta dell’impero sovietico, durante i quali ha conquistato numerosi nuovi Paesi, oggi è in arretramento. L’indice sulla salute della democrazia globale elaborato da Freedom House calcola che nel 2016 ci sia stato un declino dei diritti politici e delle libertà civili in 67 Nazioni, contro un miglioramento in 36.

Ma quanto credono i cittadini nella democrazia rappresentativa, quella a cui l’Occidente è abituato? E vedono alternative? Se l’è chiesto il Pew Research Center che ha condotto un sondaggio in 38 Paesi di tutti i continenti. Con alcuni risultati che sorprendono. Globalmente, la democrazia rappresentativa è ritenuta «buona» dal 78% delle persone, «cattiva» dal 17%. Il 66% considera positivamente anche la democrazia diretta – tipo referendum – contro il 30% che non la sceglierebbe. La prima sorpresa è che il 49% è anche a favore di un governo degli esperti (il 48% no), il 26% vede bene il potere a un solo leader (il 71% è contrario) e il 24% dice che sarebbe una buona cosa se il suo Paese fosse guidato da militari (il 73% rifiuta l’idea). La democrazia è insomma nettamente maggioritaria nel mondo ma le alternative elitarie o autoritarie sono forti. In Russia, per dire, solo il 7% si dice impegnato nettamente a favore della democrazia rappresentativa: il 61% la appoggia con una certa freddezza e il 22% vorrebbe un governo non democratico. Percentuali alte di cittadini che vorrebbero vivere in un sistema autoritario si trovano in Sudafrica ( 22 ), Perù ( 28 ), Messico ( 27 ), Colombia ( 25 ), Cile ( 24 ), Brasile ( 23 ). Il record però spetta alla Giordania ( 36% ) seguita dalla Tunisia ( 32% ). I Paesi con una lunga tradizione democratica sono i più solidi nel sostenerla. Negli Stati Uniti e in Canada solo il 7% vorrebbe un governo non democratico, in Germania solo i l 5%, il 9% in Italia, il 10% in Gran Bretagna e in Francia. In Paesi europei con esperienze tutto sommato recenti di regimi dittatoriali, un governo autoritario è desiderato dal 12% in Polonia, dal 15% in Ungheria, dal 17% in Spagna: mentre in Grecia solo dal 6%. Anche tra chi sceglie la democrazia, però, molti non sono chiusi all’idea di forme di governo alternative. In Italia, per esempio, il 17% pensa che un regime militare potrebbe essere positivo, il 29% accetterebbe un leader forte, il 40% apprezza un governo degli esperti.

DANILO TAINO

Corriere della Sera, 19 ottobre 2017

http://www.corriere.it/opinioni/17_ottobre_19/democrazia-ricerca-numeri-declino-42af2eb6-b413-11e7-b73f-b517701f3ad7.shtml

http://www.pewresearch.org/

 

La spending review frutta 3,5 miliardi ma è ancora poco

Il sistema Consip, la centrale di acquisto di beni e servizi per conto dello Stato, oggi nell’occhio del ciclone politico e giudiziario, tiene: in tre anni ha consentito di risparmiare 3,5 miliardi. Ma il livello della spesa corrente in Italia resta alto: al netto dei pesanti interessi che paghiamo sul debito pubblico e dei necessari investimenti, siamo nel 2016 a quota 42,2 per cento del Pil bloccati sul 42,2 per cento del 2015.
Tirata in ballo ogni autunno come panacea in grado di risolvere ogni male la spending review cammina ma non riesce a risolvere tutti i problemi del bilancio pubblico italiano. Intanto per l’area circoscritta di intervento: su 829,3 miliardi di spesa pubblica, restano fuori interessi, spesa sociale, pensioni e investimenti.
Nel mirino rimangono quelle che i tecnici definiscono “spese aggredibili”: 327,7 miliardi di cui tuttavia 164,1 sono spese per il personale e “solo” 163,3 sono i mitici acquisti di beni e servizi, dai computer alle risme di carta A4, che caricano il bilancio dello Stato.
La difficile battaglia per risparmiare sul bilancio dell’Italia spa, l’ha raccontata ieri l’attuale commissario alla spending review, Yoram Gutgeld, che ha illustrato, alla presenza del premier Gentiloni e del ministro dell’Economia Padoan, il rapporto sull’attività anti-sprechi del governo dal 2014 al 2016.
Quello che è certo è che la Consip, il centro effettivo e operativo della revisione della spesa, ha allargato il suo campo di azione: mette a disposizione della pubblica amministrazione un “menù”di merci per 48,3 miliardi (il 27 per cento in più rispetto a tre anni prima), lo scorso anno ha bandito gare per 17,3 miliardi e ha potuto contribuire alla spesa dello Stato con risparmi per 3,5 miliardi (il 13 per cento in più rispetto a tre anni prima).
Una storia difficile quella della spending review (sei commissari negli ultimi cinque anni) segnata spesso da contrasti e incomprensioni. Una delle mosse vincenti è stata quella dell’accentramento strutturale degli acquisti lanciato dall’ex commissario per la spending Carlo Cottarelli nel 2014. Oggi – come spiega la Relazione – invece di 36 mila stazioni appaltanti per decine di prodotti sanitari (dai vaccini, alle protesi allo smaltimento dei rifiuti) e generici (come vigilanza e pulizia) c’è un «tavolo unico» cui devono rivolgersi tutti, dal più piccolo ospedale alle grandi amministrazioni locali: il prezzo medio è sceso del 23 per cento. «La revisione della spesa c’è», ha osservato il ministro dell’Economia Padoan.
(….)

Da un articolo di Roberto Petrini

La Repubblica 21 giugno 2017

Consip

http://www.consip.it/

Come cambia il processo penale

 1.014 giorni dalla sua presentazione, la riforma del Guardasigilli Andrea Orlando (codice e processo penale, ordinamento penitenziario) è legge dello Stato. Alla Camera, «Articolo 1» e i centristi di Ap hanno votato la fiducia insieme al Pd (poi i «bersaniani» si sono astenuti sul voto finale) mentre il ministro per la Famiglia, Enrico Costa (Ap), ha disertato la fiducia e ha votato no al testo. Il premier Paolo Gentiloni: «Ora più equilibrio e più garanzie nelle procedure, pene severe per i reati più odiosi».

Stretta sulla condizionale. E chi commette reati lievi sarà libero se risarcisce
Gli interventi sul codice penale puntano a rendere più difficile la concessione della sospensione condizionale della pena. Per questo sono state aumentate le pene minime per il furto in abitazione (ora la forbice è da 3 a 6 anni), la rapina semplice (4-10 anni), la rapina aggravata (5-20 anni), l’estorsione aggravata (7-20 anni). Previsto poi anche l’aumento della pena anche per il voto di scambio politico mafioso (416 ter): si passa infatti da 4-10 anni a 6-12 anni. La riforma – illustrata in Aula dalla relatrice Donatella Ferranti (Pd) – prevede anche forme di depenalizzazione per i reati procedibili a querela e per quelli minori contro la persona o il patrimonio salvo che la vittima sia un soggetto debole: il giudice, sentite le parti e la persona offesa, dichiara estinto il reato quando l’imputato ripara interamente il danno mediante restituzione o risarcimento e ne elimina le conseguenze.

Più notizie alle vittime Il pm garantirà il segreto degli ascolti irrilevanti
Più trasparenza nelle indagini, meno gossip nei brogliacci delle intercettazioni. A 6 mesi dalla presentazione di una denuncia o querela, la persona offesa ha il diritto di ottenere informazioni dal pm sullo stato del procedimento. La persona offesa avrà più tempo per opporsi alla richiesta di archiviazione che gli dovrà essere notificata anche se ha subito uno scippo o un furto in casa. Entro 3 mesi, il governo predisporrà norme per evitare la pubblicazione di intercettazioni non rilevanti o riguardanti persone estranee. Il pm sarà il «garante» della segretezza delle intercettazioni inutilizzabili o irrilevanti e anche dopo la «discovery» delle prove gli atti non allegati dovranno essere custoditi in cassaforte, con possibilità di ascolto (ma non di copia) per la difesa, fino all’udienza stralcio. Nessuna limitazione per la lista di reati intercettabili.

Tempi contingentati per chiedere il giudizio o archiviare un’inchiesta
C’è una novità che mette un paletto a tutela degli indagati e che solleva critiche nelle procure della Repubblica. Una volta chiuse le indagini, il pm avrà tassativamente tre mesi di tempo (prorogabili di altri tre nei casi complessi) per chiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazione. La nuova regola – che non vale per le notizie di reato iscritte prima dell’entrata in vigore della legge, consentendo così alle procure di adeguare l’organizzazione del lavoro – concede 15 mesi ai pm che indagano su mafia e terrorismo. Se il termine dei tre mesi (o dei 15) non viene rispettato, il procuratore generale presso la Corte d’Appello avoca d’ufficio il fascicolo. Tra i giudici questa norma è stata accolta favorevolmente perché i ritardi delle procure, che a volte dimenticano i fascicoli nei cassetti, erodono in maniera sostanziale i tempi della prescrizione dei reati.


Corruzione nel mirino. Si allarga la finestra per arrivare a sentenza
Si allungano, con una modulazione per fase processuale, i tempi di prescrizione dei reati commessi dopo l’entrata in vigore della riforma. La prescrizione resta sospesa per 18 mesi dopo la condanna di primo grado e per altri 18 mesi dopo la condanna in appello. La sospensione, dunque, non vale in caso di assoluzione. La prescrizione, poi, viene sospesa oltre che nelle ipotesi già previste anche quando si procede (per un massimo di 6 mesi) a rogatorie internazionali. Inoltre, per i reati di violenza contro i minori (violenza sessuale, stalking, prostituzione, pornografia, maltrattamenti in famiglia) la prescrizione decorre dal momento in cui la parte offesa compie 18 anni. Infine – come chiesto dall’Ocse che aveva sollecitato l’Italia ad approvare la riforma Orlando – aumenta la prescrizione (pena edittale più la metà, anziché un quarto) per i reati di corruzione.
a cura di Dino Martirano

Mille giorni sprecati per un compromesso al ribasso
Allegria: con 18 mesi in più dopo la sentenza di tribunale e altri 18 dopo quella d’appello, prima di prescriversi un processo per corruzione potrà durare quasi vent’anni. C’è da stappare lo champagne?
Magari sì, per chi intende le «riforme» come medagliette da appuntarsi su vestiti rattoppati alla vigilia (domani) della periodica tirata d’orecchie europea dell’Ocse; o come segnaletica stradale da spendere ai semafori del mercato elettorale (come negli aumenti di pena per furti e rapine). Magari no, invece, per le vittime di reato più interessate a sentenze in tempi accettabili, e per gli imputati immeritevoli di restare appesi a vita a un processo. Il 70% di 1 milione e 550 mila prescrizioni in 10 anni è maturato in indagini, e 4 distretti di Corte d’Appello (22% Napoli, 12% Roma, e 7,5% l’uno Torino e Venezia) producono da soli quasi metà di tutte le prescrizioni d’Italia, mentre 70 tribunali su 135 stanno sotto il 3%. Eppure non si è avuto il coraggio di puntare su una prescrizione del reato non troppo lunga, ma combinata dopo la sentenza di primo grado a uno stop definitivo della clessidra, temperato poi da rimedi compensativi (sconto sulla pena in caso di condanna, indennizzo in caso di assoluzione) per evitare che gli imputati restino in indefinita attesa di un verdetto per colpa non loro ma di patologiche lentezze giudiziarie.
Il ritornello di ogni compromesso al ribasso recita che il testo votato sarebbe il più avanzato equilibrio raggiungibile negli attuali rapporti di forza parlamentari. Ma la verità è che riforme davvero ottime – come l’ordinamento penitenziario frutto del lavoro sul carcere della commissione Giostra, o la semplificazione delle impugnazioni mutuata dalla commissione Canzio – sono state usate come norme «ostaggio» da opporre al fuoco amico nella maggioranza, e come norme «digestivo» per farne invece trangugiare altre discutibili. È il caso della delega sulle intercettazioni: ondivaga quando tra i concetti di «irrilevante» e «non pertinente» perde il «manifestamente» contenuto invece nelle tanto lodate circolari dei capi pm; confusa quando non fa più capire come avverrà il contradittorio con i difensori sullo stralcio delle intercettazioni irrilevanti, ora che il testo non parla più di «udienza»-stralcio; e talmente generica, laddove prevede «prescrizioni che incidano anche sulle modalità di utilizzazione cautelare dei risultati delle captazioni», che tutti sarebbero insorti se a scriverla fosse stato Berlusconi.
Ma è il caso anche dell’estensione dei processi a distanza in videoconferenza, che oggettivamente sacrifica parte del margine di manovra del diritto di difesa, specie se si fa la legge prima che siano attrezzati i tribunali dove oggi penzolano moncherini di rari microfoni gracchianti. Ed è il caso persino del problema delle indagini scadute che il pm né mandi a processo né archivi: «malattia» reale, che le toghe sbagliano a vivere come lesa maestà, ma che la legge affronta con la «medicina» (controproducente come tutti i rigidi automatismi) dell’avocazione allo scadere di 3 mesi, destinata a risolversi nel mero spostamento di carte dalle Procure alle Procure Generali: quando, invece, ben si sarebbe potuto pensare a un potere del gip di valutare di volta in volta la fondatezza delle contingenze addotte dal pm per chiedergli un (limitato e variabile) tempo supplementare.
Su questo, come su altri punti, sarebbe bastata una paziente manutenzione. Invece sia al Senato sia ieri alla Camera il governo ha imposto di nuovo la camicia di forza del voto di fiducia sul non-senso di 95 commi stipati (sui più eterogenei temi) in un unico articolo. E pensare che, dal primo annuncio nel Consiglio dei ministri del 30 agosto 2014, sono passati 1.018 giorni: una media di 10 giorni interi per ciascun comma, a volerli discutere nel merito.

Diego Martirano, Luigi Ferrarella

Corriere della Sera, 15 giugno 2017

http://www.corriere.it/politica/cards/come-cambia-processo-penale-via-libera-camera-deputati/approvata-fiducia_principale.shtml

 

Parlamento di voltagabbana. È record di cambi di casacca

voltarenScissioni, separazioni litigiose, divorzi consensuali e ricongiungimenti amari. Nel calderone del trasformismo parlamentare per ricordare numeri simili a oggi, è necessario tornare indietro di vent’anni, al 1996, quando la vittoria dell’Ulivo e la successione di quattro governi diversi (Prodi, due volte D’Alema e Amato) inaugurava la stagione dei cosiddetti «voltagabbana». Ora quel record finora rimasto intatto, 400 cambi di gruppi in cinque anni, sta per essere frantumato dall’era degli esecutivi Letta, Renzi, Gentiloni. Dall’inizio dell’ultima legislatura, la XVII, se ne contano già 396. Di questo passo, dovesse arrivare al suo termine naturale, si sfonderebbe il muro delle 500 giravolte, come calcola Openpolis: la media mensile del valzer di casacche è cresciuta del 50% rispetto alla legislatura precedente con Berlusconi al governo prima dell’arrivo di Monti.
Il ritmo degli arrivi e delle partenze, dei biglietti di sola andata verso la maggioranza o di ritorno all’opposizione, è raddoppiato e fotografa una frantumazione che si misura sul sostegno alla maggioranza renziana. Il risultato è un Parlamento che si rispecchia in una miriade di sigle che poco hanno a che fare con le liste elettorali votate dai cittadini alle urne. Openpolis ha aggiornato i calcoli: alla Camera su 11 gruppi parlamentari, solo quattro sono espressione delle liste (Pd, M5s, Lega e Fratelli d’Italia), mentre al Senato sui 10 solo 3 (Pd, M5s e Lega). I 396 cambi di casacca registrati finora, con relativi spostamenti di denaro (deputati e senatori che cambiano portano con sé rispettivamente un tesoretto annuo di 49.200 euro e di 59.200) sono avvenuti in soli 47 mesi, con una media di 8,4 cambi al mese. Il 23,97% dei deputati e il 36,56% dei senatori ha compiuto almeno un passaggio da un gruppo all’altro. Sul totale degli eletti, il 28,21% ha fatto almeno un salto in un altra forza politica (la percentuale era al 18,86 nella scorsa legislatura).
Quando nel dicembre 2010 i deputati Razzi e Scilipoti lasciarono i loro gruppi – Pd e Italia dei Valori – per votare la fiducia al governo Berlusconi, il centrosinistra li bollò come «traditori». Ma le osmosi tra gli schieramenti, oggetto allora di polemiche feroci, sono diventate ordinaria amministrazione con gli esecutivi Letta e Renzi, dove hanno raggiunto livelli ben superiori. Al netto del picco registrato sotto Letta, influenzato dalla scissione di Forza Italia e Ncd (che ha fatto schizzare al 66,82% i cambi alla Camera e all’80,57% di quelli al Senato tra i gruppi di centrodestra), si è infatti passati da una media di cinque cambi al mese con il governo Berlusconi a otto con Renzi. 
Nemmeno la forza che doveva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno si è rivelata poi così compatta. Il M5S registra il 16,13% dei cambi alla Camera e il 15,43% al Senato. Ma il trasformismo grillino non ha porte girevoli e viaggia in una sola direzione: l’uscita. Così in tre anni e mezzo i cinque stelle hanno visto 38 portavoce andarsene, lasciando la forza di Grillo con il 23% di parlamentari in meno, confluiti un po’ a destra, un po’ a sinistra, un po’ al centro. Ci sono poi i «recidivi», i più tormentati a cui un solo addio non basta. In tutto sono sessanta i politici che hanno cambiato gruppo in almeno due legislature. Il senatore Luigi Compagna ha il primato: per sei volte è, entrato e uscito dai gruppi, passando per il Misto, Ap e Gal ha trovato ora la pace in Conservatori e Riformisti. E dire che era stato eletto nel 2013 con il Pdl. Schieramento di cui non ha mai fatto parte in Aula.

LODOVICA BULIAN

il Giornale, 20 febbraio 2017

http://www.ilgiornale.it/news/politica/parlamento-voltagabbana-record-cambi-casacca-1366195.html

 

Gli equilibri del potere alla prova Trump

imagesrrc7u8anLa tradizione politica americana prevede contrappesi al potere esecutivo. Ma l’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca sembra avere messo in crisi questo sistema di garanzie.

I meccanismi di autodifesa della democrazia americana funzionano ancora o erano solo un mito che è bastata un’ondata populista sapientemente gestita a spazzare via? «Checks and balances» è da sempre un’espressione magica e tranquillizzante nella politica americana. La considerazione di grande forza e credibilità di cui la maggiore democrazia del mondo ha sempre goduto è basata sulla consapevolezza che i «padri fondatori», nel dare vasti strumenti di governo al presidente, hanno anche creato un efficace sistema di pesi e contrappesi. In primo luogo la separazione dei poteri e il ruolo di Congresso e magistratura per arginare gli eventuali eccessi della Casa Bianca. E poi un reticolo di altre istituzioni diffuse nella politica e nella società: il controllo che la stampa esercita sul potere, l’influenza del giudizio di autorevoli accademici ed esperti dei centri di ricerca, il decentramento dei poteri proprio di una struttura federale.

Quando Trump è stato eletto, sono state tante le voci che hanno invitato a non allarmarsi troppo per i suoi propositi incendiari: «Alla Casa Bianca diventerà “presidenziale” e pragmatico e comunque sarà soggetto ai vincoli istituzionali dei pesi e contrappesi». Ma fin qui il neopresidente, per nulla presidenziale, si è mosso come uno schiacciasassi. Non solo i contrappesi non hanno funzionato, ma il nuovo leader li ha demonizzati (la stampa), li ha derisi (i nomignoli irridenti affibbiati via Twitter al capo dell’opposizione parlamentare, Chuck Schumer «lacrime fasulle») ed è intervenuto a gamba tesa ad esempio con le pressioni sul capo dei senatori repubblicani perché cambi i regolamenti parlamentari qualora i democratici bloccassero col «filibustering» la nomina di Neil Gorsuch alla Corte Suprema.

La fortezza della democrazia planetaria sbriciolata da un demagogo che ha saputo sfruttare con grande abilità il malessere del ceto medio impoverito? Sono ancora in molti a essere convinti che gli anticorpi del sistema Usa prima o poi si metteranno in moto. Lo pensa, ad esempio, lo storico Francis Fukuyama: riconosce che oggi il sistema è condizionato dall’«irruenza» di Trump che intimidisce alleati e avversari minacciando rappresaglie, ma sostiene che non potrà continuare così a lungo.

Insomma, invece della accondiscendenza che accompagna la «luna di miele»,l’inerzia timorosa provocata da una «luna di fiele» che durerà poco. Sarà così? Forse, ma intanto, oltre che a sinistra, si moltiplicano anche tra gli intellettuali conservatori, le voci di chi — da David Brooks a Hugh Hewitt a David Frum — teme una spirale autoritaria. A suscitare allarme è il fatto che per ora, manifestazioni di piazza a parte, degli anticorpi necessari per arginare gli eccessi di Trump non c’è traccia. E i cortocircuiti che sembrano paralizzare i contrappesi non dipendono solo dalle mosse del nuovo presidente.

Certo, dando spazio a due consiglieri radicali come l’ex generale Flynn e Steve Bannon e personalizzando anche scelte politiche delicatissime («voglio essere amico della Russia e di Putin, ma lui potrebbe anche non piacermi e allora cambierebbe tutto») Trump demolisce il terreno di dialogo costruttivo nel quale dovrebbe funzionare il sistema politico dei pesi e contrappesi. E la delegittimazione degli esperti, dell’accademia e della stampa (invitata da Bannon a tacere), elimina altri fattori di equilibrio e di controllo democratico.

Ma c’è anche il logorio delle istituzioni prodotto da anni di scontro muro contro muro tra democratici e repubblicani, di paralisi politica: il Congresso che ha legato le mani di Obama, col risultato di ridurre il prestigio e la credibilità sia del potere esecutivo che di quello legislativo. Così oggi il contrappeso parlamentare si vede poco con un’opposizione democratica ridotta a partitoombra dagli errori di Obama e dalla testardaggine dei Clinton e un partito repubblicano che per ora accetta in silenzio i diktat di un presidente che cancella le sue parole d’ordine sacre: dal «free trade» al contenimento di deficit e debito pubblico che per Trump «non è una priorità».

Non va molto meglio sul terzo fronte, quello giudiziario, con la Corte Suprema terreno di una guerra di trincea tra i due fronti politici, mentre gli equilibri della magistratura sono alterati dal fatto che i repubblicani hanno bloccato ben 100 giudici federali nominati da Obama. L’America è un grande Paese: prima o poi, forse, gli anticorpi necessari li tirerà fuori. Ma il fatto che a meno di due settimane dal suo insediamento ci sia già chi pensa al rimedio estremo per liberarsi di Trump, l’«impeachment», è motivo di serio allarme.

Massimo Gaggi

Corriere della Sera, 2 febbraio 2017

http://www.corriere.it/opinioni/17_febbraio_02/gli-equilibri-potere-2d0935aa-e8c3-11e6-b85e-cfb9b1bcef6b.shtml

Un buon governo non è mai debole

bgPierre Rosanvallon è uno dei massimi studiosi della democrazia, di come questa forma di governo effettivamente funziona nei più diversi Paesi e di come potrebbe funzionare se i suoi ideali di eguaglianza e di buon governo fossero meglio approssimati nelle sue realizzazioni concrete. Storico e sociologo, soprattutto — ma con solide conoscenze di scienza e filosofia politica e di economia —, nell’ultimo quarto di secolo ha dedicato al tema cinque grossi volumi e numerosi saggi, in buona misura tradotti in italiano. Per questo mi ha sorpreso che il volume che chiude provvisoriamente il suo magnum opus e ne riassume i risultati principali non sia stato (ancora?) tradotto e soprattutto ampiamente recensito e utilizzato negli innumerevoli dibattiti che si sono svolti nel nostro Paese a proposito della riforma costituzionale. Di che cosa si dibatteva, in fondo, se non di come migliorare la nostra democrazia, di come renderla più capace di un buon governo e più idonea a garantire una maggiore partecipazione dei cittadini alle decisioni collettive che li riguardano? Insomma, a promuovere un compromesso efficace tra rappresentanza e governabilità?

Edito da Seuil, Le bon gouvernement («Il buon governo») comincia con un’analisi delle forze che spingono oggi la decisione politica sempre più nelle mani dei governi, rispetto a un passato — ricostruito in modo esemplare per le più importanti democrazie avanzate — in cui era prevalente la convinzione che il governo di un Paese dovesse discendere unicamente dalle leggi che lo reggevano e dai Parlamenti cui era affidato il compito di farle: il governo, il potere esecutivo, aveva il solo compito di attuarle. Questa era la visione normativa che discendeva da una concezione rigida della sovranità popolare e del Parlamento come suo unico detentore. In realtà anche nel passato non era mai stato così e, soprattutto nei casi inglesi e americano, il governo era cosa assai diversa da un meccanico esecutore delle leggi votate dal Parlamento.

La reazione contro una visione ideologica che così poco si accordava con i fatti non tardò però a farsi sentire e Rosanvallon la segue in un’affascinante carrellata, in cui la storia e la politica — la necessità di decisioni urgenti connesse soprattutto con le guerre e la crescente complessità dell’economia — si mischiano con le teorie dei grandi studiosi — dagli elitisti italiani a Max Weber, da Carl Schmitt a John Stuart Mill — e con le riflessioni di grandi statisti, da François Guizot a Winston Churchill. Quando si arriva alle conclusioni normative finali il terreno è ben preparato: oggi il governo è il perno della decisione politica e non può essere altrimenti e il Parlamento non può che svolgere un ruolo di sostegno e di controllo.

Non desta dunque meraviglia che le migliori democrazie odierne, a parte le monarchie — di queste ne residuano ancora alcune —, siano tutte democrazie presidenziali, de iure o de facto: quando sono democrazie parlamentari, e in Europa ce ne sono ancora molte, i poteri del primo ministro sono così rafforzati da quello che Rosanvallon chiama «parlamentarismo razionalizzato» (ad esempio dalla possibilità del governo di sciogliere il Parlamento, dalla sfiducia costruttiva, da percorsi privilegiati per le leggi d’iniziativa governativa, o da altri vincoli) da assomigliare molto ad un governo presidenziale. Le ragioni di questi sviluppi, anche in Paesi che provengono da tradizioni di parlamentarismo puro, stanno nella superiore efficacia decisionale di questa forma di governo, nell’erosione della capacità dei partiti di resistere alle fluttuazione dell’opinione pubblica, nel fascino democratico di un capo del governo scelto dai cittadini.

Fin qui i fatti, la forza delle cose. Ma come giustificare normativamente uno spostamento di peso politico che potrebbe condurre, e in taluni casi ha condotto, a forme di governo non democratiche? Tutta la lunga seconda parte, quasi metà del libro, è dedicata ad una discussione storica, teorica e normativa e a proposte istituzionali dettagliate che intendono rispondere a questa domanda. E la conclusione è che la scelta diretta del capo del governo, o di forme parlamentari razionalizzate, dev’essere accolta non solo perché efficace e inevitabile, ma perché è giusta e conforme agli ideali di democrazia nelle attuali circostanze …se accompagnata da robusti anticorpi contro possibili degenerazioni.

Chi scrive trova l’analisi e le conclusioni di Rosanvallon molto convincenti. Il rafforzamento del governo e la razionalizzazione del Parlamento — il vero obiettivo della riforma costituzionale appena bocciata dai nostri concittadini — dovranno attendere tempi lunghi e imprevedibili e nel frattempo il nostro Paese dovrà confrontarsi con democrazie che funzionano meglio. Speriamo che l’Italia riesca a cavarsela lo stesso.

Michele Salvati

Le Camere danno fiducia al governo

Camera dei Deputati

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Il governo Gentiloni incassa la fiducia dell’Aula di Montecitorio. I sì al nuovo esecutivo, espressi dopo le dichiarazioni programmatiche del premier Paolo Gentiloni, sono stati 368, i no 105. Domani in programma il voto di fiducia nell’Aula di Palazzo Madama: alle 9,30 inizierà la discussione generale, che proseguirà fino alle 13. Seguirà la replica del presidente del Consiglio, quindi le dichiarazioni divoto e, alle 15, la prima ‘chiama’ dei senatori.

13 dicembre 2016

http://www.repubblica.it/politica/2016/12/13/news/governo_gentiloni_fiducia-154006154/?ref=HRER3-1

 

Senato

Incassata la fiducia alla Camera con 368 sì, il governo Gentiloni ottiene il via libera anche al Senato: 169 i voti a favore, 99 i contrari, nessun astenuto. Le previsioni accreditavano il nuovo esecutivo di un sostegno tra i 166 e i 172 favorevoli, contando sulla presenza in Aula di ministri, senatori a vita e di tutte le forze della maggioranza. Domani, quindi, Gentiloni parteciperà da premier nel pieno delle sue funzioni al vertice dei capi di governo socialisti europei a Bruxelles, suo primo appuntamento internazionale e che precede il Consiglio Europeo.

14 dicembre 2016

http://www.repubblica.it/politica/2016/12/14/news/governo_gentiloni_fiducia_senato-154066159/

La questione della legge elettorale

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Dopo la sconfitta al referendum costituzionale e le annunciate dimissioni del governo Renzi, la prossima importante questione politica che si discuterà in Parlamento, sui giornali e nei talk show riguarda la legge elettorale, da cui dipende se e quando ci saranno nuove elezioni e le alleanze con cui i partiti si presenteranno di fronte agli elettori. Si tratta di una questione difficile da risolvere, perché l’Italicum, la legge elettorale attualmente in vigore (solo alla Camera: ci arriviamo), non piace a nessuno o quasi, e tutte le forze parlamentari si sono impegnate a cambiarla. Non è chiaro però se e quanto quelle stesse forze siano disponibili ad accordarsi su una nuova legge e, nel caso, quanto tempo ci vorrà a raggiungere un compromesso.

Stando alle posizioni ufficiali, soltanto Movimento 5 Stelle, Lega Nord e Fratelli d’Italia vogliono andare a votare con l’attuale sistema elettorale (che lo stesso M5S aveva definito fascista). Oltre alle ragioni tattiche – il ballottaggio previsto dall’Italicum potrebbe favorire il partito di Beppe Grillo – ce ne sono altre più sostanziose. Il sistema elettorale italiano al momento è caotico e incoerente: ci sono due leggi elettorali completamente diverse, una per la Camera e una per il Senato.

Quella per la Camera è l’Italicum, una legge creata per produrre in ogni circostanza una netta maggioranza. Questo obbiettivo è garantito da un grosso premio di maggioranza che viene assegnato a chi ottiene il 40 per cento dei consensi su base nazionale o vince un ballottaggio tra i due partiti più votati.

L’Italicum vale solo per la Camera, e non solo perché la Costituzione prevede che il Senato sia eletto a base regionale: durante le trattative per la sua approvazione si decise di non estenderlo al Senato, nemmeno modificandolo, per legare in qualche modo la sua effettiva applicazione all’approvazione della riforma costituzionale, e rassicurare così chi temeva che subito dopo l’approvazione della legge elettorale il governo Renzi avrebbe dato le dimissioni per tornare a votare subito. Dall’altra parte, l’attuale tripolarismo italiano – dove circa tre partiti o coalizioni hanno più o meno un terzo dei voti ciascuno – può essere “disinnescato” col premio di maggioranza nazionale, come quello della Camera, ma non con molti premi di maggioranza regionali come sarebbe dovuto avvenire al Senato, facendo saltare così la principale caratteristica dell’Italicum, cioè la garanzia di avere sempre una netta maggioranza in Parlamento per chi ha un voto in più degli altri.

Il fallimento del referendum fa sì che il Senato resti com’è adesso nella sua forma e nelle sue funzioni, e al Senato c’è una situazione opposta. La legge elettorale del Senato è il cosiddetto “Consultellum”, cioè un’evoluzione del vecchio “Porcellum”, la legge elettorale scritta nel 2005 dall’allora ministro Roberto Calderoli e poi modificata dalla Corte Costituzionale. Si tratta di un proporzionale quasi puro che fa l’esatto contrario dell’Italicum, ossia porta a un’altissima frammentazione del voto e rende quasi impossibile formare una maggioranza (secondo una simulazione realizzata poche settimane fa, con gli attuali sondaggi, l’unica maggioranza possibile sarebbe un’alleanza PD-M5S oppure PD-Forza Italia-Lega Nord: entrambe piuttosto implausibili).

Se votassimo domani con le due leggi elettorali in vigore, quindi, il risultato probabilmente sarebbe una Camera con una netta maggioranza del PD o del Movimento 5 Stelle (al momento i due principali partiti secondo i sondaggi) e un Senato spezzettato e non in grado di formare una maggioranza. Anche per questa ragione quasi tutti i partiti sono d’accordo, almeno a parole, nel voler adottare una nuova legge elettorale, che sia più organica e che renda possibile la formazione se non di una maggioranza di coalizione “monocolore” almeno una di larga coalizione (cioè tra centrodestra e centrosinistra).

Le cose si complicano ulteriormente: in ogni caso, infatti, è molto probabile che non andremo mai a votare con l’Italicum, perché la legge elettorale al momento si trova sotto l’esame della Corte Costituzionale, secondo la quale potrebbe avere fino a “sei profili di incostituzionalità”. I più importanti sono la presenza di liste parzialmente bloccate (che era già stata dichiarata incostituzionale nella precedente legge elettorale, il cosiddetto “Porcellum”) e la faccenda del ballottaggio che assegna un grosso premio di maggioranza. Inizialmente la Corte aveva fatto sapere che avrebbe preso una decisione il 4 ottobre, ma successivamente ha deciso di rimandarla a data da destinarsi. Secondo quasi tutti gli esperti la Corte si esprimerà a gennaio.

Molto probabilmente la Corte Costituzionale eliminerà il premio di maggioranza dell’Italicum e altri aspetti secondari della legge (come la questione dei “capilista bloccati”), trasformando così anche la legge per la Camera in un proporzionale puro che porterebbe a una Camera divisa in tre o quattro blocchi medio-grandi, senza nessuna chiara maggioranza. In teoria tutti i partiti hanno manifestato l’intenzione di non ritrovarsi in questa situazione e di approvare in tempi relativamente rapidi una nuova legge elettorale con cui presentarsi al voto già nella primavera del 2017.

Al momento circolano molte proposte di nuova legge elettorale, alcune di tipo proporzionale con premio di maggioranza, simili al Porcellum, ma con un premio ridotto per evitare una nuova bocciatura della Corte Costituzionale (queste proposte sono spesso definite di tipo “greco”, l’unico sistema in occidente, oltre quello italiano, a prevedere un premio di maggioranza). Altri propongono sistemi misti proporzionale-maggioritario (e a volte chiamati “sistema tedesco”) come il Mattarellum, in vigore in Italia dal 1993 al 2005, che assegna il 75 per cento tramite collegi maggioritari e il 25 per cento su base di criteri proporzionali. Alcuni hanno proposto un “Mattarellum 2.0″, simile alla vecchia legge ma con l’aggiunta di un premio di maggioranza. ……

Il Post

5 dicembre 2016

http://www.ilpost.it/2016/12/05/futura-legge-elettorale/