Gli studenti Erasmus? Italiani da premio

ersmm«Dopo il tirocinio Erasmus+, il 51% dei ragazzi italiani riceve un’offerta di lavoro dall’impresa che l’ha ospitato. La media europea è del 30%». Sorprendente? Per nulla. Importante? Ovviamente. Motivo d’orgoglio? Certo. E causa d’altrettanto imbarazzo. Significa che, all’estero, i ragazzi italiani trovano il terreno adatto: e crescono. Vengono dalle nostre buone scuole superiori, dove s’impara; escono da università dove si studia con molti bravi docenti e si lotta con alcuni altri, sciatti ed egoisti; provengono da famiglie dove, a cena, si discute e si ragiona; arrivano da città dove secoli di genio hanno lasciato traccia, e lanciano sfide silenziose.

Il successo internazionale dei nostri giovani connazionali, quindi, non stupisce. In trent’anni di viaggi — e in quasi diciott’anni di «Italians» su Corriere.it! — ho raccolto innumerevoli prove delle loro qualità. I diciassettenni che trascorrono il quarto anno delle superiori all’estero risultano, quasi sempre, tra i migliori della classe (dovunque siano, nonostante le difficoltà poste dalla nuova lingua). Le università sono piene di giovani connazionali, che non hanno alcuna difficoltà ad emergere, anche nelle sedi più competitive. Nel mondo della ricerca accade la stessa cosa. Soprattutto in campo scientifico. L’ho visto a Cambridge (UK) e a Cambridge (Massachusetts), in California e in Svezia, in Spagna e in Olanda. Aprite la porta di qualsiasi laboratorio: ci troverete un computer, una pianta verde e un giovane italiano.

Alcuni Paesi — più abili o più lungimiranti: fate voi — hanno capito la preparazione e l’elasticità mentale dei giovani italiani, e hanno cominciato a reclutarli in modo sistematico. Il drenaggio dei nostri medici verso la Svizzera, la Germania e in Regno Unito è evidente. Noi li formiamo e li educhiamo, a un costo collettivo non indifferente. A Basilea, Bellinzona, Londra e Monaco di Baviera gli danno un lavoro: e se li tengono. Qualcuno dirà: si chiama Europa! Vero: ma l’Europa è una rotatoria, non un senso unico. Un modo per trattenere i giovani italiani e attirare i giovani stranieri esiste, ovviamente. Basta coinvolgerli, e smettere di pensare che occorra avere 40 anni per proporre cose sensate. Basta retribuirli adeguatamente, quando le proposte diventano un lavoro (medici e ingegneri guadagnano il 30% in meno rispetto alla Germania). Basta gratificarli, assegnando ruoli, gradi e qualifiche opportune. Il «sentimento italiano senza nome» di cui parlava Goffredo Parise — la trama sensuale e imprevedibile della nostra vita quotidiana — farà il resto.

Diciamolo: è ora di cambiare. Da anni l’Italia s’è inventata un nuovo, masochistico sport: il salto triplo generazionale. I nostri ragazzi lasciano il sud, rimbalzano a Milano o a Torino e finiscono sparsi per l’Europa. Oppure partono da Piemonte, Lombardia e Veneto e finiscono prima a Londra poi negli Usa o in Asia. Molti non torneranno. Li abbiamo educati e delusi: ci meritiamo quanto è accaduto. Ma non è tardi per rimediare. Ripetiamolo: basta apprezzarli, motivarli, pagarli. E tenerli al riparo dalle patetiche astuzie che segnano la nostra vita collettiva. A quaranta o a sessant’anni un italiano, ormai, certe cose le sopporta. A venticinque no: e fa bene.

Beppe Severgnini

Corriere della Sera 29 gennaio 2016

http://www.corriere.it/opinioni/16_gennaio_29/gli-studenti-erasmus-severgnini-italia-mondo-b5561b08-c5fb-11e5-b3b7-699cc16119c2.shtml

I 62 padroni del mondo

diseUn gruppetto di miliardari che potrebbero stare tutti in una stanza ha un patrimonio più grande di quello della metà più povera della popolazione della terra.

Detto in cifre, 62 persone sono più ricche di 3 miliardi e 600 milioni di persone.

È il dato più impressionante del rapporto pubblicato ieri dalla Oxfam, una delle più importanti organizzazioni umanitarie, sul gap tra ricchi e poveri nel nostro pianeta.

Il patrimonio dell’1 per cento più ricco della popolazione mondiale ha superato nel 2015 quello del restante 99 per cento dei terrestri, afferma il rapporto, fotografando una forbice di diseguaglianza che si allarga sempre di più. E che riguarda anche il nostro Paese: l’1 per cento più ricco degli italiani, secondo la stima di Oxfam, possiede il 23,4 per cento della ricchezza nazionale. L’evasione fiscale, in particolare la cosiddetta evasione legalizzata, consentita da scappatoie nelle normative tributarie e dai paradisi fiscali, viene indicata come una delle cause principali del fenomeno.

«Lo scarto tra i super ricchi e il resto della popolazione si è accresciuto in modo spettacolare negli ultimi dodici mesi», osserva il rapporto intitolato

Un’economia al servizio dell’ 1 per cento. Usando la classifica della rivista americana Forbes sui più ricchi della terra, Oxfam ha calcolato che dal 2010 allo scorso anno i 62 super miliardari in testa alla graduatoria, tra cui i giganti del web come Bill Gates di Microsoft, Jeff Bezos di Amazon, Mark Zuckerberg di Facebook, Larry Page di Google, e poi nuovi ricchi cinesi, sceicchi arabi, petrolieri russi (e due italiani, Maria Franca Fissolo Ferrero, titolare dell’impero della Nutella, e l’imprenditore di Luxottica Leonardo Del Vecchio), hanno visto aumentare il proprio patrimonio collettivo di 500 miliardi di dollari arrivando nel 2015 a un totale di 1.760 miliardi di dollari. Nello stesso periodo, la ricchezza dei 3 miliardi e 600 milioni di persone più poveri, ovvero metà della popolazione mondiale, è diminuita di circa 1.000 miliardi di dollari, un calo del 41 per cento. Ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, un trend indicato anche da un altro dato del rapporto: nel 2010 ci volevano i 388 più ricchi della terra per ammassare un patrimonio pari a quello della metà più povera della popolazione mondiale, nel 2011 ci volevano 177 ricchi, nel 2012 ne erano necessari 159, nel 2013 ne bastavano 92, nel 2014 ne erano sufficienti 80 e l’anno scorso appunto sono bastati 62 super ricchi a pareggiare la bilancia con i 3 miliardi e 600 milioni di persone più povere. La rosa dei più agiati, insomma, si restringe sempre di più.

Per quel che riguarda il nostro Paese, il rapporto indica che l’1 per cento più ricco degli italiani è in possesso di quasi un quarto della ricchezza nazionale netta, una quota in assoluto pari a 39 volte la ricchezza del 20 per cento più povero della popolazione. Lo studio di Oxfam rileva inoltre che in Italia oltre la metà dell’incremento della ricchezza è andato a beneficio del 10 per cento più ricco. «L’elusione fiscale delle multinazionali ha un costo per i Paesi in via di sviluppo stimato in 100 miliardi di dollari  l’anno e per dare un’istruzione scolastica a ogni bambino del continente nero.

L’allarme sull’aumento della diseguaglianza non è una novità: rappresenta l’aspetto centrale del bestseller dello scorso anno dell’economista francese Tomas Piketty Il capitale nel 21esimo secolo.

Appelli ad arginarla sono arrivati da papa Francesco e dalla direttrice del Fmi Christine Lagarde.

Allo stesso tempo, altri dati rivelano che la povertà mondiale si sta riducendo: nel 2015, secondo cifre della Banca Mondiale, è calata al suo minimo da quando si tengono simili statistiche, scendendo a circa 700 milioni di persone, il 9,6 per cento della popolazione globale, rispetto ai 900 milioni di persone in condizioni di estrema povertà (condizione definibile come vivere con meno di 1 dollaro e 90 centesimi al giorno) nel 2012.

Dunque il gap ricchi-poveri non è in contraddizione con una diminuzione della povertà estrema: ma trasmette un segnale di ingiustizia che a sua volta produce instabilità e secondo numerosi economisti minaccia la salute dell’economia generale. Non a caso le cifre dimostrano  un impatto importante anche nei paesi come l’Italia», commenta Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia. «Il governo italiano può agire per porre fine all’era dei paradisi fiscali, sostenendo a livello nazionale e in Europa una serie di misure in tal senso». A questo scopo il braccio italiano di Oxfam lancia la campagna “Sfida l’ingiustizia”, per dire basta ai paradisi fiscali.

Non c’è dubbio che i paradisi fiscali rappresentino un problema, come sottolinea un altro aspetto del rapporto. Dal 2000 al 2014 gli investimenti mondiali offshore sono quadruplicati: si ritiene che oggi 7600 miliardi di dollari di ricchezze private siano depositate in “paradisi” dove sfuggono alla tassazione nazionale. Se sul reddito generato da questa ricchezza venissero pagate le tasse, i governi avrebbero a disposizione 190 miliardi di dollari in più ogni anno. Oxfam stima che almeno un terzo della ricchezza finanziaria dell’Africa sia nascosto in paradisi fiscali: la perdita di 14 miliardi di dollari di introiti basterebbe per creare strutture sanitarie in grado di salvare la vita a 4 milioni di bambini africani che i Paesi meno diseguali, come la Scandinavia, sono spesso i più prosperi.

La Oxfam diffonde il suo rapporto alla vigilia del summit di Davos, dove ogni anno si riuniscono i leader politici ed economici della terra, per esortare la comunità internazionale a intervenire. «È inaccettabile che la metà più povera della popolazione del mondo possieda meno di un piccolo gruppo di super ricchi», afferma Mark Goldring, presidente esecutivo dell’ong basata a Londra. «La preoccupazione dei leader mondiali per l’aumento della diseguaglianza non si è finora tradotta in azioni concrete». La Oxfam propone tre iniziative: un giro di vite contro l’evasione fiscale, maggiori investimenti nei servizi pubblici e salari più alti per i lavoratori a basso reddito. «La diseguaglianza ha raggiunto livelli insopportabili », conclude Duncan Exley, direttore esecutivo dell’associazione. «Ormai è noto che un vasto gap tra i ricchi e tutti gli altri fa male all’economia e alla società. È necessario che i politici si sveglino e affrontino questa pericolosa concentrazione di ricchezza e di potere nelle mani di così pochi».

Enrico Franceschini

Repubblica 19 gennaio 2016

Oxfam

http://www.oxfamitalia.org/

Sotto i 30

petrollE’ ormai una rotta catastrofica, un tracollo senza limite. Il petrolio ha sfondato al ribasso un’altra soglia simbolica, scendendo sotto i 30 dollari al barile per la prima volta dal 2003.

In sé un minor costo dell’energia sarebbe una buona notizia, almeno per quella parte del mondo che la consuma e non la produce. Ma la velocità e la violenza di questo tracollo fanno temere che sia il preludio di altri contagi e possibilmente di una crisi finanziaria.

Con la caduta di ieri il prezzo del barile di greggio ha perso quasi un quinto in una decina di giorni lavorativi dall’inizio di quest’anno. E ha perso oltre il 70% dal giugno 2014 quando si scambiava a quota 108 dollari. Risuona l’allarme lanciato da un rapporto della Royal Bank of Scotland che consiglia ai suoi clienti di «vendere tutto, ad eccezione dei bond di alta qualità». Alcuni temono che l’attuale turbolenza sia il “terzo capitolo” della Grande Contrazione: prima ci fu il crac di Wall Street nel 2008, poi la crisi dell’Eurozona a partire dal 2011, ora la tempesta si abbatte su chi ne era rimasto relativamente immune e cioè la Cina e le altre economie emergenti. Anche se le Borse ieri hanno quasi tutte recuperato un po’ di terreno rispetto alle perdite delle sedute precedenti, i focolai di crisi restano intatti.

Le ragioni del crollo del petrolio non cambiano da settimane. Dietro c’è un mix di offerta eccessiva e domanda depressa. Dal lato della domanda domina la sindrome cinese. Quando rallenta (nessuno sa esattamente di quanto) la crescita della maggiore potenza manifatturiera del pianeta, il consumo aggregato di energia si contrae di conseguenza. E’ una spirale che contagia tutti gli emergenti. Dal lato dell’offerta il petrolio subisce shock geopolitici e tecnologici. La tensione tra Iran e Arabia saudita accentua la paralisi dell’Opec. Il cartello petrolifero – sempre meno potente – non riesce a decidere dei tagli di produzione che potrebbero calmare un po’ la caduta dei prezzi. Un’intesa in seno all’Opec, già difficilissima nei mesi scorsi, diventa praticamente impossibile dopo la rottura delle relazioni diplomatiche fra Riad e Teheran. La rivoluzione tecnologica è quella che ha ingigantito l’estrazione di petrolio e gas negli Stati Uniti, alterando tutte le dinamiche e le gerarchie del mercato energetico mondiale. Stranamente, malgrado il crollo del prezzo, anche gli americani continuano ad estrarne quantità quasi invariate: l’ultimo dato è una produzione di 9,3 milioni di barili negli Usa a ottobre, contro 9,7 milioni ad aprile. Ma il business energetico soffre anche negli Usa. Il Wsj stimava che il 30% delle aziende rischia il default. C’è poi una specie di simbiosi perversa che lega l’andamento del dollaro a quello del petrolio: è una correlazione inversa in virtù della quale il rafforzamento del dollaro e la caduta del petrolio sembrano alimentarsi a vicenda. Lo spettro dei default non riguarda soltanto certi produttori privati di petrolio, in America e altrove. Si estende a molte aziende private non-petrolifere delle nazioni emergenti: questi soggetti s’indebitarono in dollari negli anni del boom, ora devono ripagare quei debiti in una situazione in cui le loro monete nazionali hanno perso molto valore. Il Brasile sprofonda in una delle più gravi recessioni degli ultimi decenni. Il Sudafrica è un altro gigante malato. Un tempo la sigla Brics (iniziali di Brasile Russia India Cina Sudafrica) era l’emblema di un club di vincitori della globalizzazione, ora è un segnale lampeggiante di allarme e di pericolo per gli investitori.

Ma ieri la giornata nera del petrolio non è stata negativa per le Borse. Un po’ tutte hanno tirato il fiato dopo un inizio d’anno tremendo. A sostenere un rimbalzo all’insù dei listini azionari ha contribuito la Cina. Ieri la notizia da Pechino e Shanghai era positiva per il resto del mondo: le autorità di governo sono intervenute sui mercati valutari per sostenere il corso della moneta nazionale, renminbi o yuan. Che ha perfino recuperato un po’ del terreno perso sul dollaro. Nelle prime settimane dell’anno si era temuto che la svalutazione della moneta cinese fosse la “cinghia di trasmissione” per un contagio. Se la Cina svaluta, altri paesi emergenti sono costretti a imitarla per non perdere competitività. Ma le svalutazioni aumentano il peso dei debiti in dollari, e questo squilibrio è il classico meccanismo dei default. Ora la Cina ha messo un rallentatore alla svalutazione. Il mondo intero osserva le mosse di Pechino, sperando che sappia governare un rallentamento della crescita senza avvitarsi in una crisi finanziaria. Il rapporto catastrofista della Royal Bank of Scotland non è l’unico segnale di allarme in Occidente. La banca americana JP Morgan Chase ha consigliato ai clienti di approfittare di qualsiasi rimbalzo delle Borse per vendere. Mentre sul fronte del petrolio la Standard Chartered ha pubblicato previsioni che vedono il barile a 10 dollari.

Federico Rampini

Petrolio sotto i 30 dollari al barile produttori Usa a rischio bancarotta

Repubblica 13 gennaio 2016

 

 

Uno spettro si aggira per Detroit

 dettrUno spettro si aggira per Detroit. Lo spettro di Las Vegas, della città dove la scorsa settimana sono stati presentati i modelli della “disruptive mobility”, le nuove auto iperconnesse e senza guidatore che in pochi anni cambieranno il nostro modo di spostarci. Sotto gli stucchi del Gem Theatre di Detroit, meravigliosa sala liberty di inizio Novecento, Brian Johnson, analista di Barclays, proietta una slide shock: nel 1920, meno di un secolo fa, i cavalli in Usa erano 25 milioni. Nel 1960 erano scesi a 3. La vecchia, cara automobile, farà la fine dei cavalli? Il salone che si è aperto ieri a Detroit sarà ricordato come una delle ultime fiere delle carrozze nella storia del trasporto?

Sergio Marchionne non ci crede: «Gli analisti ci hanno abituato a scenari che non si realizzano ». Poi però ammette: «Se cambierà il modo di utilizzare l’auto, verrà modificata anche la geografia della produzione». Perché se l’auto sarà sempre più condivisa, sempre più automatica fino ad eliminare il guidatore, se potremmo utilizzarla per andare al lavoro sapendo che può tornare da sola a casa e prendere nostro figlio che va a scuola, quell’auto sarà molto più utilizzata. E dunque ne serviranno molte di meno. Gli analisti come Johnson hanno simulato gli effetti sul mercato Usa: nella stima più prudente le vendite (che quest’anno sfiorano i 18 milioni) scenderanno drasticamente a 9,5 milioni. Ma ci sono scenari in cui crollano addirittura a 6,8. Pessime notizie anche in Europa: «È chiaro che la riduzione delle vendite inizierà prima nei grandi centri urbani e prima in America – dice Johnson – ma anche in Europa, dove le città sono più piccole e le persone sono più attaccate alla loro automobile, il processo sarà inevitabile».

Insomma, tempi duri per i produttori di auto: «Vorrà dire che quelli che sanno farle meglio si spartiranno quel che resta del mercato», prevede darwinianamente John Elkann. Marchionne concorda: «Sarà necessario ridurre la capacità produttiva installata. Come si vede, tutto va nella direzione delle fusioni tra costruttori». Poi l’ad invita al realismo: «Sarà, ma prima di arrivare al futuro dobbiamo risolvere il problema del presente, e cioè come pagare lo stipendio alle 300 mila persone che lavorano per noi»……

Da un articolo di Paolo Griseri su Repubblica del 12 gennaio 2016

http://www.assinews.it/articolo_stampa_oggi.aspx?art_id=34249

Detroit

http://naias.com/

Camera: via libera alle riforme

Il ddl Boschi approvato per la seconda volta alla Camera (88mm x 180mm)

Il ddl Boschi approvato per la seconda volta alla Camera (88mm x 180mm)

La riforma del Senato è passata alla Camera con 367 voti a favore, 194 contrari, 5 astenuti. A questo punto, mancano ancora un po’ di passaggi per arrivare al varo definitivo. Prima di tutto, la riforma dovrà nuovamente passare da Camera e Senato, dove per l’approvazione sarà necessario un voto a maggioranza assoluta, ma dove non sarà più possibile proporre emendamenti. Vale a dire che si voterà solo con un “sì” o un “no”.

Dopo queste ultime due approvazioni, ci sarà il referendum confermativo, che potrebbe tenersi nell’autunno 2016

Riforma del Senato, come funziona e cosa cambia

Il senato dei cento – Il numero dei senatori passa da 315 a 100. 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 senatori nominati dal capo dello Stato per 7 anni.

La fiducia al governo – Il Senato non avrà più il potere di dare o togliere la fiducia al governo, che sarà una prerogativa della Camera. Il Senato avrà però la possibilità di esprimere proposte di modifica anche sulle leggi che esulano dalle sue competenze. Potrà esprimere, non dovrà, su richiesta di almeno un terzo dei suoi componenti e sarà costretto a farlo in tempi strettissimi: gli emendamenti vanno consegnati entro 30 giorni, la legge tornerà quindi alla Camera che avrà 20 giorni di tempo per decidere se accogliere o meno i suggerimenti. Più complessa la situazione per quanto riguarda le leggi che concernono i poteri delle regioni e degli enti locali, sui quali il Senato conserva maggiori poteri. In questo caso, per respingere le modifiche la Camera dovrà esprimersi con la maggioranza assoluta dei suoi componenti. Il Senato potrà votare anche la legge di bilancio: le proposte di modifica vanno consegnate entro 15 giorni e comunque l’ultima parola spetta alla Camera.

Elezione del presidente della Repubblica – Cambia il quorum: non basterà più la metà più uno degli elettori, ma serviranno i due terzi per i primi scrutini; poi i tre quinti; dal settimo scrutinio saranno necessari i tre quinti dei votanti.

Niente ping pong – È probabilmente l’effetto più importante: l’approvazione delle leggi sarà quasi sempre prerogativa della Camera, con il risultato che l’iter sarà molto più rapido.

Governo (ancora) più forte – Il governo avrà una corsia preferenziale per i suoi provvedimenti, la Camera dovrà metterli in votazione entro 70 giorni. Il potere esecutivo si rafforza ulteriormente a scapito del legislativo.

I senatori – Non saranno più eletti durante le elezioni politiche, ma in forma comunque diretta durante le elezioni regionali. Ad esempio attraverso un listino apposito o attraverso la nomina dei più votati. Il meccanismo sarà comunque proporzionale ai voti conquistati a livello nazionale – per evitare uno strapotere che già ci sarà alla Camera – e i neo-senatori dovranno essere confermati dal consiglio regionale.

I poteri del Senato – Il Senato avrà indietro alcuni dei poteri che gli erano stati sottratti, tra cui il più importante è quello in materia di politiche comunitarie. Come doveva essere all’inizio del percorso di questa riforma, insomma, il Senato si occuperà di enti locali italiani e anche di Europa. Avrà poi il ruolo di controllore delle politiche pubbliche e di controllo sulla Pubblica Amministrazione. Potrà infine eleggere due giudici della Corte Costituzionale.

La riforma del Titolo V. Con la modifica del Titolo V della Costituzione viene rovesciato il sistema per distinguere le competenze dello Stato da quelle delle regioni. Sarà lo Stato a delimitare la sua competenza esclusiva (politica estera, immigrazione, rapporti con la chiesa, difesa, moneta, burocrazia, ordine pubblico, ecc.).

Esame preventivo di costituzionalità. Aumentano anche i poteri della Corte Costituzionale, che potrà intervenire, sempre su richiesta, con un giudizio preventivo sulle leggi che regolano elezioni di Camera e Senato. La Consulta dovrà pronunciarsi entro un mese, mentre la richiesta va fatta da almeno un terzo dei componenti della Camera. In questo modo si eviterà di avere una legge elettorale per anni e anni salvo poi scoprire che si tratta di una legge incostituzionale

http://www.polisblog.it/post/214803/abolizione-senato-riforma-come-funziona-cosa-cambia

Altri articoli

http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2016/01/10/riforme-al-rush-finale-_2db1fd28-7435-4189-a493-3748e77675fe.html

http://www.corriere.it/politica/16_gennaio_11/riforma-costituzione-camera-approva-testo-torna-senato-ebd9e3d6-b880-11e5-8210-122afbd965bb.shtml

 

http://www.repubblica.it/politica/2016/01/11/news/riforme_voto_alla_camera-131032492/

 

 

 

Bowie Bonds

dbwVisionario, eccentrico, imprevedibile. Ma a suo modo David Bowie aveva i piedi ben saldi a terra. Fu il primo cantante a decidere di trasformare i suoi diritti d’autore in un prodotto finanziario ben particolare, le obbligazioni. Era il 1997 e a Wall Street i Bowie Bonds andarono a ruba.

Qualche settimana prima aveva festeggiato i cinquant’anni con un certo clamore al Madison Square Garden di New York, con Lou Reed, Billy Corgan degli Smashing Pumpkins e Brian Molko dei Placebo. Poi la star lanciò i suoi bond, raccogliendo la bellezza di 55 milioni di dollari. In cambio gli investitori incassavano il 7,9% annuo e avevano in garanzia i diritti d’autore che Bowie avrebbe incassato sui 25 album pubblicati prima del 1990, come «Let’s dance» e «Hunky Dory». In sostanza il cantante attingeva a quei diritti in anticipo. Intanto, chi investiva scommetteva sul fatto che quegli album si sarebbero venduti ancora. E così fu.

I Bowie Bonds funzionarono a meraviglia, scambiati sul mercato come un’obbligazione qualsiasi. Si trattava di una forma di cartolarizzazione, che fu resa possibile perché il cantante aveva abilmente mantenuto il controllo sulla totalità dei diritti sulla propria opera, rimasti in suo possesso al 100%. Bowie aveva negoziato con una banca d’affari per ricorrere a quel prodotto finanziario, una strada che poi sarà percorsa anche da altri colleghi, come Rod Stewart, James Brown e il gruppo di heavy metal Iron Maden.

Quando a Wall Street andavano a ruba i Bowie Bonds ù

Leonardo Martinelli – La Stampa – 11 gennaio 2016

https://www.lastampa.it/2016/01/11/spettacoli/quando-a-wall-street-andavano-a-ruba-i-bowie-bonds-1C1Lk9dWM6f9RB7wK5hwzK/pagina.html

 

Altri articoli

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-01-11/quando-duca-bianco-incasso-55-milioni-dollari-i-bowie-bond-171332.shtml?uuid=ACRJno7B

http://www.linkiesta.it/it/article/2016/01/12/i-bowie-bond-quando-il-cantante-e-un-mago-della-finanza/28875/

 

 

L’isola che non c’è.

utopiaThomas More creò “Utopia” cinquecento anni fa, nel 1516, in età matura e mentre si stava avviando a una brillante carriera politica che lo avrebbe portato a essere cancelliere di Enrico VIII. Il divorzio del re segnò la rottura dell’Inghilterra con la Chiesa di Roma e la fine della carriera e della vita del cardinale cattolico More, giustiziato il 6 luglio del 1535 (santificato da Pio XI nel 1935 e proclamato da Giovanni Paolo II protettore dei politici). “Utopia” é il capolavoro di questo grande umanista cristiano che Erasmo da Rotterdam descrisse come un credente ansioso di una fede verace e nemica di ogni superstizione, e che i bolscevichi immortalarono in un monumento posto davanti al Cremlino accanto a quello di Tommaso Campanella. Prima opera che porta questo nome, Utopia non é un libro semplice e sulle intenzioni del suo autore (che riconobbe la schiavitù e la subordinazione delle donne) gli studiosi non si trovano ancora d’accordo. Certamente, si trattò di un progetto che rifletteva le condizioni storiche dell’Inghilterra del tempo, afflitta dall’intolleranza religiosa (alle soglie della Riforma protestante) ma prima ancora dalla miseria delle classi povere e dall’opulenza di un’oligarchia abituata al privilegio di rapina.
Utopia non disegna però un sogno d’evasione nella terra dell’abbondanza. Racconta una società in sintonia con l’etica dei moderni, dove il lavoro è onorato, anche se nessuno è costretto alla stessa mansione per tutta la vita; dove si rispetta un tempo lavorativo di sei ore giornaliere affinché ognuno abbia il tempo dello svago e possa coltivare rapporti affettivi e sociali, l’arte e la scienza. In
Utopia, la legge è uguale per tutti; la giustizia segue un dosaggio di oneri e di onori misurato secondo il servizio reso alla società, non l’appartenenza a un ceto o una classe; la vita pubblica aborre la retorica perchè menzognera; e infine, il popolo non è una platea addomesticata da retori e da legulei. Nelle città federate di Utopia si promuovono la cultura, la letteratura e l’arte; sono abolite le sofisticherie teologiche e metafisiche, si educano i giovani secondo i principi del metodo sperimentale, il più adatto a un popolo che si autogoverna e ha il potere ultimo delle decisioni; i cittadini delegano l’amministrazione a magistrati che sono scrupolosamente controllati; le amicizie e le parentele sono bandite da ogni relazione pubblica.
L’utopia non è propriamente un luogo di evasione dal presente, ma un esercizio di immaginazione che denuncia il disordine della società esistente e mostra i principi a partire dai quali è possibile correggerlo. L’isola che non c’è di More illustra le norme del ben vivere collettivo e privato secondo un ideale che appartiene alla natura umana come un dover essere che la ragione indica – non un assurdo, non un disegno che sta fuori della nostra portata. L’utopia è, in questo senso, la matrice delle costituzioni moderne, delle leggi che i popoli scrivono nella loro fase creatrice, quando emergono da grandi sofferenze e sanno ragionare per grandi visioni, pensando non a quel che conviene a loro in quel momento e alla loro generazione, ma a quel che farà dignitoso il paese per le generazioni a venire. Insieme al cinquecentesimo anniversario dell’Utopia di More, nel 2016 si celebrerà anche il settantesimo anniversario della nostra Repubblica, la matrice utopica della nostra società. L’Assemblea che si insediò dopo il 2 giugno 1946 segnò il carattere della nostra Costituzione, nata dalla lotta partigiana e guidata da partiti politici, da cittadini, cioè, con diverse idee politiche e capaci di convenire pur dissentendo. La capacità di immaginare il futuro è innervata nel presente, come un punto di riferimento senza il quale non ci è possibile fare scelte. L’utopia è una creazione esemplare di questa capacità. Un luogo che non c’è del quale non si può fare a meno.

Nadia Urbinati

Utopia, quell’isola che non c’è diventata madre di tutte la Costituzioni.

Repubblica 8 gennaio 2016

openUtopia

http://theopenutopia.org/

 

Il governo di Pechino indeciso su tutto fa crescere il caos

bcinaChiudo la Borsa, così la smette di scendere. Anzi no, la riapro. Lo sbandamento del governo cinese di fronte al crac, spaventa tanto quanto i problemi dell’economia reale che gli fanno da sfondo. Lo spettacolo offerto dalle autorità di Pechino è sconcertante. Messo alle strette dalla fuga dei capitali dal mercato azionario di Shanghai, il governo ha reagito in modo incerto, contraddittorio e perfino scomposto. La figuraccia non si addice alla seconda potenza economica mondiale. Rivela una “transizione incompiuta”. La leadership comunista, per quanto abbia formazione tecnocratica e moderna (talvolta nelle università americane), nel momento della paura torna ai vecchi riflessi pavloviani: s’illude che il “genio” (benefico o malefico) dei mercati sia una creatura docile, e gli ordina di “tornare nella bottiglia”.

Uno spettacolo simile si era visto ad agosto. Si è ripetuto negli ultimi tre giorni, con il nuovo pesante scivolone delle quotazioni azionarie cinesi. Il governo in sole 48 ore ha fatto tutto e il contrario di tutto. Ha usato mezzi amministrativi, editti dall’alto, per contrastare il crollo imponendo alle banche pubbliche di comprar titoli. Ha lanciato minacciosi proclami contro gli speculatori al ribasso. Ha usato generosamente i “circuit-breaker”, parola presa in prestito dagli impianti elettrici: “spezza-circuito” è il termine inglese, in italiano sono i dispositivi salvavita che impediscono di morire fulminati. In Borsa sono meccanismi di interruzione automatica degli scambi, qualora le oscillazioni di prezzo eccedano una certa soglia. I “circuit-breaker” esistono in molte Borse occidentali inclusa Wall Street. Ma le autorità cinesi ne hanno fatto un uso davvero abbondante. Fino a decidere la chiusura totale della Borsa, quando scendeva troppo. Il colmo si è raggiunto ieri: Shanghai ha operato per soli 30 minuti, poi basta. Infine il ripensamento. Con un dietrofront le autorità annunciavano che oggi la Borsa avrebbe operato normalmente, senza sospensioni. Il tira- e-molla non ha rassicurato nessuno.

A questo si è sovrapposto l’effetto della svalutazione. Anche sulla moneta nazionale, yuan o renminbi, il governo di Pechino sta giocando col fuoco. Iniziò a svalutarla nell’agosto scorso, presentando la sua decisione come un avvicinamento ai valori di mercato. Le autorità cinesi, a cominciare dalla banca centrale, hanno spiegato a più riprese di voler trasformare il renminbi in una moneta pienamente convertibile, il che comporta lo smantellamento delle restrizioni sui movimenti di capitali. Decisione benvenuta al Fondo monetario internazionale, che infatti a novembre ha premiato la Cina inserendo il renminbi nelle sue valute ufficiali insieme a dollaro, euro, yen e sterlina. Ma questo ha generato negli investitori la previsione – o il sospetto – che il presidente Xi Jinping voglia anche aiutare l’industria esportatrice con un renminbi debole. La prospettiva di una svalutazione competitiva è stata confermata questa settimana quando il renminbi ha ripreso a scivolare al ribasso. E’ scattata la spirale delle aspettative: gli investitori ora si attendono che la valuta cinese vada più giù. E allora preferiscono uscire dalla Borsa di Shanghai per non subire perdite su titoli espressi in una moneta che sta calando. I risparmiatori cinesi considerano urgente mettersi al riparo anche loro. Come si spiegano i molteplici errori commessi da Xi Jinping e dalle varie autorità responsabili per il governo dell’economia, inclusa la banca centrale che non è indipendente dal potere politico? Una spiegazione semplice chiama in causa la curva di apprendimento. I leader cinesi hanno mostrato competenza ed efficacia in altri campi dello sviluppo economico ma la finanza globale è un mondo ancora in parte nuovo per loro. Inoltre questa classe dirigente ha conosciuto 30 anni di boom, ora deve fare i conti con la prima vera crisi da quando la Cina è un colosso mondiale. Ebbe solo due episodi di “quasi-crisi”: l’epidemia Sars del 2003 quando l’economia cinese temette l’isolamento (durò pochi mesi); poi la Grande Contrazione americana del 2008-2009 che ebbe pesanti contraccolpi sull’export cinese. In quell’epoca che oggi sembra lontana, la Cina poteva risollevarsi con gli strumenti classici del dirigismo, del capitalismo di Stato, delle grandi manovre di spesa. Di fronte all’attuale rallentamento, Xi Jinping non vuole ripercorrere una strada che ha gravato il sistema economico di troppi debiti, opere pubbliche inutili, cattedrali nel deserto, inefficienze e corruzione. Deve reagire a questa crisi con terapie nuove. Non è rassicurante che il suo “addestramento” avvenga in volo, nel mezzo di turbolenze serie.

C’è poi il problema del consenso, che anche un regime autoritario deve porsi. Centinaia di milioni di cinesi hanno investito i loro risparmi in Borsa. Xi sta facendo uno sbaglio psicologico ed uno politico. Con i suoi interventi per fermare il crollo delle azioni crea aspettative che non potrà soddisfare, quindi diffonde ulteriore insicurezza. L’errore politico è quello di legare la propria immagine all’indice di Borsa. Questa Cina sta imboccando una transizione delicata, verso un orizzonte che si potrebbe riassumere così: crescere meno ma crescere meglio. Prima di arrivarci, però, può incappare in tempeste violente. E tutti quanti dobbiamo allacciare le cinture di sicurezza.

Federico Rampini

Repubblica 8 gennaio 2016

 

La patente che tutela il risparmio

apatLa tutela del risparmio di cui tanto si parla ha bisogno di due cose. Da un lato sono necessari controlli e regole sul comportamento delle banche e dei gestori di fondi, comprese severe punizioni per chi viola quelle norme. Dall’altro serve una maggiore educazione finanziaria del risparmiatore e del cittadino. Gli importanti lavori di ricerca in merito di una economista italiana, Annamaria Lusardi, come ricordava Federico Fubini su questo giornale il 20 dicembre scorso, dimostrano che, non solo in Italia ma anche in molti altri Paesi europei, oltre che negli Stati Uniti, il livello di diseducazione finanziaria è strabiliante.

Molti risparmiatori italiani, anche con livelli di istruzione elevati, non sanno rispondere correttamente a domande semplicissime. Arrivano a sbagliare l’ordine di grandezza di quanto un investimento di 100 euro renderebbe in 20 anni a un tasso del due per cento. Spesso non capiscono l’importanza della diversificazione del rischio; non si rendono conto cioè che investire in una singola azione è molto più pericoloso che investire in un fondo comune. Non comprendono bene lo scambio tra rischio e rendimento. Vale a dire che se qualcuno promette loro rendimenti elevati senza rischi, ebbene sta mentendo. Infine pochi realizzano che investire in un prodotto del quale fanno fatica a comprendere la natura e la reale composizione non è mai una buona idea.

Non solo, molti cittadini (soprattutto gli uomini, meno le donne) pensano di avere una sufficiente conoscenza di economia e finanza, ovvero non si rendono conto di cosa non capiscono. Il sapere di non sapere è invece il primo passo verso l’apprendimento. La diseducazione finanziaria può avere effetti disastrosi per i risparmiatori e, se generalizzata, può avere conseguenze macroeconomiche gravi.

Che fare? Ecco un’idea. Chiunque apra un conto in banca (o ne abbia già uno) dovrebbe disporre anche di una «patente finanziaria». Dovrebbe cioè superare un esame tipo quello di teoria che si sostiene nel caso della patente auto. Un esame con una cinquantina di domande alle quali rispondere con esattezza. La licenza garantirebbe che chi è «idoneo» è a conoscenza di poche ma importanti cose: che un rendimento alto senza rischio non esiste, che il tasso di interesse reale è molto diverso da quello nominale, che mettere tutte le uova in un paniere è pericolosissimo, come pure decidere se indebitarsi a un tasso fisso o variabile quando si compra una casa richiede un’attenta valutazione della situazione economica propria e generale.

Questa sorta di «patente finanziaria» dovrebbe prevedere anche un rinnovo a distanza di una decina d’anni. In ogni caso si dovrebbe insegnare un minimo di economia e finanza di base nelle scuole superiori. Nei licei, che ambiscono a rappresentare il meglio dell’istruzione, accade invece che economia e finanza siano ignorate, quasi fossero materie «indegne» rispetto al latino o alla filosofia.

Ma nell’attesa che i programmi scolastici cambino e con questi l’istruzione delle generazioni future, la «patente finanziaria» è un primo passo, relativamente facile, verso la consapevolezza finanziaria. In fondo, per guidare un’auto e garantire la sicurezza di chi guida e degli altri cittadini, viene richiesta una patente. Ottenerla non significa diventare un pilota di Formula 1, bastano le basi. Lo stesso valga per l’educazione finanziaria: basterebbe sapere poche cose necessarie. Non aspettiamoci che tutti i risparmiatori siano dei Warren Buffett così come tutti gli automobilisti non sono Sebastian Vettel.

Alberto Alesina

Riad – Teheran a confronto

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ARABIA SAUDITA

DEMOCRAZIA

L’ultimo rapporto di Freedom House sulla democrazia conta l’Arabia tra i 12 Paesi peggiori al mondo per i diritti civili e politici. È una monarchia assoluta dove si applica la sharia (la legge islamica). Non c’è Carta costituzionale: il Corano e la Sunna (la tradizione del Profeta Maometto) sono la Costituzione. Il governo è nominato dal re, vietati i partiti politici, il dissenso è criminalizzato. Ogni 4 anni, il re nomina il Majlis al Shura, un parlamentino consultivo di 150 membri. L’unico caso di voto popolare è quello per i consigli municipali. Alle ultime elezioni, l’affluenza era irrisoria: 700 mila su 30 milioni

LIBERTA’

Il regime saudita controlla contenuti e quote di proprietà dei media (è saudita Al Sharq Al Awsat, il più diffuso quotidiano arabo). È vietato ai media offendere le autorità politiche e religiose. Nel tentativo di limitare l’influenza dei nuovi media ha bloccato l’accesso a oltre 400 mila siti web considerati immorali o politicamente sensibili. Dal 2011 è necessaria una licenza per aprire blog e siti web. I social media non sono bloccati ma molti scrittori e attivisti sono stati incarcerati. È anche vietata ogni pratica pubblica di religioni diverse dall’Islam (e vi sono limitazioni per gli sciiti) e la diffusione dell’ateismo

DONNE

Per la prima volta a dicembre le donne saudite hanno votato e si sono candidate nelle elezioni municipali: 20 hanno vinto. Nel 2013, in 30 sono entrate nel parlamentino consultivo. Nel 2012 due hanno partecipato alle Olimpiadi. Nel 2011 il governo ha ordinato di assumerle nei negozi di lingerie. Passi storici, ma le donne sono tuttora trattate come minorenni: è vietato guidare, possono lavorare, studiare, viaggiare, curarsi in ospedale solo con l’assenso del «guardiano» (marito, padre o figlio). Spetta loro la metà dell’eredità dei fratelli; la testimonianza di un uomo è pari a quella di due donne. Molte studiano ma l’occupazione femminile è al 15%

CULTURA

In Arabia Saudita non esistono cinema ma i film e le serie tv sono accessibili via canali satellitari, video, Internet. Il principe saudita Walid bin Talal ha un canale tv importantissimo, Mbc, con sede a Beirut e finanzia generosamente il cinema egiziano. La cultura e le arti pongono l’enfasi sulle tradizioni, non solo coraniche: c’è un importante festival di corsa dei cavalli, inaugurato spesso dal re in persona; le gare di poesia nabati, un genere beduino, sono popolari. I giovani crescono in una società tribale e collettivista, ma anche ascoltando musica in Rete e superando i muri via Instagram, Snapchat, Twitter

 

IRAN

DEMOCRAZIA

Freedom House indica l’Iran tra i «Paesi non liberi», un gradino sopra l’Arabia Saudita. Ci sono un presidente e un Parlamento, ma la Guida suprema è in cima alla piramide del potere politico e religioso. È comandante delle forze armate, dirige la politica estera, nomina il capo della magistratura, della tv di Stato, la metà dei membri del Consiglio dei Guardiani (gli altri sei li nomina il capo della magistratura). Il Consiglio ha potere di veto sui candidati alle elezioni. Solo ai partiti fedeli all’ideologia della Repubblica Islamica è permesso operare. Nella Costituzione, basata su quella del 1907, è stato inserito il principio di preminenza della sharia

LIBERTA’

La tv di Stato è controllata dai conservatori, i giornali e le riviste sono soggetti a censura. Come negli anni Novanta sotto il presidente riformista Khatami, anche dopo l’elezione di Rouhani nel 2013 diversi giornali hanno ricevuto nuove licenze. Ma allo stesso tempo molti sono stati chiusi per ordine delle autorità giudiziarie, come per esempio Zanan (Donne). Diversi giornalisti sono stati arrestati, tra cui il corrispondente del Washington Post. Ma gli intellettuali e gli artisti hanno imparato a «camminare sul filo». Decine di migliaia di siti web sono filtrati, inclusi Twitter e Facebook, eppure sono usati dal presidente e dallo stesso Khamenei.

DONNE

In Iran sono politicamente attive sin dai primi del 1900. Il velo è obbligatorio come in Arabia, ma molte iraniane al chador nero preferiscono veli che lasciano scoperta gran parte del capo. Le studentesse superano i maschi in facoltà come Medicina, e sono presenti in quasi tutti i settori lavorativi, nel Parlamento e nel governo (ma non tra i giudici, e le candidate alla presidenza sono state squalificate). La sharia anche qui prevede metà dell’eredità dei fratelli per le figlie; la testimonianza vale la metà di un uomo; in caso di divorzio la custodia dei figli va al marito. Mentre Riad non ha età minima per il matrimonio, in Iran è 13 anni.

CULTURA

L’ayatollah Khomeini denunciava la velenosa influenza culturale occidentale. Nel 1979 la teocrazia bandì musica, danza, arte moderna. Il museo nazionale di arte contemporanea di Teheran relegò in cantina i Picasso, Pollock, Warhol. Ma il governo è stato costretto ad allentare le restrizioni. Dopo la morte di Khomeini sono tornati i concerti, poi le opere teatrali. I copioni hanno bisogno di approvazione governativa ma l’Iran è patria di grandi registi da Kiarostami a Farhadi. Le contraddizioni sono tante: sei iraniani sono stati condannati per un video su YouTube in cui danzavano sulle note di Pharrell Williams.

 

http://www.corriere.it/esteri/cards/riad-teheran-due-islam-confronto/cultura-iran.shtml