DDL costituzionale per la riforma del Senato

Ecco come sarà il nuovo Senato”. Il premier Matteo Renzi, insieme al ministro delle Riforme Maria Elena Boschi e al sottosegretario Graziano Delrio, ha presentato in conferenza stampa il ddl di riforma costituzionale del Senato e del Titolo V, approvato oggi all’unanimità dal Consiglio dei ministri. Questi i principali punti della riforma sulla quale – parole dello stesso premier – “si gioca una intera carriera politica”:

–  Senato delle autonomie.  Il futuro Senato “si chiamerà Senato delle autonomie” e sarà composto da 148 persone; 21 nominati dal Quirinale e 127 rappresentanti dei Consigli Regionali e dei Sindaci, che non avranno alcuna indennità. Renzi ha escluso la proposta di arrivare a 630 parlamentari, divisi in 420 deputati e 210 senatori (fermo restando il superamento del bicameralismo perfetto), in quanto uno degli obiettivi prioritari è ridurre i costi della macchina dello Stato. Il ddl prevede una composizione paritaria di tutte le Regioni e tra Regioni e Sindaci, ma, secondo la Boschi, c’è “la disponibilità a esaminare una composizione proporzionale al numero degli abitanti di ciascuna Regione”.

Fine del bicameralismo perfetto. Secondo la proposta del governo, il nuovo Senato delle autonomie, rispetto a quello attuale, perderà molti poteri, e cioè: 1) voto di fiducia; 2) voto sul bilancio; 3) elezione diretta dei senatori; 4) indennità per i senatori. Con queste novità, verrebbe abolito il cosiddetto “bicameralismo perfetto” per gran parte del processo legislativo e di controllo. Il ministro delle Riforme Boschi ha assicurato, tuttavia, che “il bicameralismo perfetto resterà solo in materia costituzionale, come previsto ad esempio in Germania. Su quelle che sono le regole fondamentali del nostro vivere insieme rimane una doppia lettura come maggiore garanzia”.

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I senatori a vita. Gli ex presidenti della Repubblica e gli attuali senatori a vita andranno comunque a far parte del nuovo Senato delle autonomie “in quanto figure super-partes e non legate al vincolo della fiducia”.
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http://www.repubblica.it/politica/2014/03/31/news/scheda_nuovo_senato-82405856/?ref=HREA-1

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Quanto costa un’ora di lavoro

Uno dei principali obiettivi del governo di Matteo Renzi – insieme all’aumento del peso delle buste paga per gli italiani meno abbienti – è quello di abbassare il costo del lavoro. Una necessità invocata ormai storicamente dalle imprese, che si ritrovano ogni giorno a denunciare l’incidenza di imposte, contributi e affini sulla voce del costo del loro personale, con evidenti restrizioni alla possiblità di assumere nuovi lavoratori. 

Una fotografia comparata della situazione a livello europeo arriva da recenti dati di Eurostat. Secondo le statistiche comunitarie, nel 2013 il panorama continentale è stato estremamente variegato: nella media dell’Unione a 28 membri un’ora di lavoro costa 23,7 euro, che diventano 28,4 nella zona della moneta unica. Ma le differenze sono enormi, visto che si passa dai 3,7 euro della Bulgaria agli oltre 40 euro della Svezia e fino ai 48,5 della Norvegia. In questa classifica, a sorpresa l’Italia è lontana dalle posizioni di vertice se si considera il costo nel suo complesso, cioè come risultante dei salari veri e propri e del peso del Fisco. Nel Belpaese, infatti, il costo del lavoro si è attestato a 28,1 euro l’ora poco, appunto poco sotto la media dell’Eurozona e molto al di sotto di Francia (34,3) e Germania (31,3). Il Belgio, tra quelli che condividono l’euro, si trova in vetta con 39 euro l’ora; dalla parte opposta la Slovacchia.

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http://www.repubblica.it/economia/2014/03/30/news/eurostat_costo_del_lavoro-82303237/?ref=HRLV-5

 

 

Indossare un computer sul viso

Google sceglie Luxottica per gli smart glass

Il gigante della new economy, della ricerca e delle soluzioni smart dagli orologi agli occhiali alle automobili autoguidanti, insieme al marchio che in 50 anni è diventato un punto di riferimento mondiale nell’eyewear. L’alleanza tra Google e Luxottica nasce per mettere insieme due eccellenze e far decollare sul mercato le nuove soluzioni in progettazione sugli occhiali “smart”. Un’intesa che coinvolgerà, oltre ai tecnici specializzati e agli ingegneri di Google, i designer e gli esperti di Luxottica e dei suoi due brand più importanti e diffusi, Ray-Ban e Oakley, per dare vita a una nuova serie di prodotti che non soltanto offrano funzionalità avanzatissime, ma siano anche “trendy” e appetibili dal punto di vista estetico: “dispositivi indossabili innovativi e iconici”, sintetizzano in una definizione le due aziende nel comunicato congiunto diffuso nella notte.

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E l’alleanza con il gigante italiano dell’eyewear potrebbe aiutare Google a risolvere un problema che da tempo Astro Teller, vicepresidente di Google e responsabile di GoogoleGlass, aveva individuato: “Qui c’è un problema di moda molto più che un problema legato alla tecnologia – aveva detto – Bisogna convincere le persone a indossare un computer sul loro viso”. E nessuno, secondo Google, può riuscire in questa operazione meglio di Luxottica.

In un’intervista al quotidiano La Repubblica Andrea Guerra, ad di Luxottica, spiega: “Google Glass è stato un laboratorio a cielo aperto. Da lì partiremo per elaborare occhiali che si potranno vivere con serenità, facilità e leggerezza. Il 2015 sarà l’anno della svolta commerciale del progetto, ci stanno già lavorando tra Usa, Italia e Cina i nostri team. Se nel mondo non succedono cose particolari – ha concluso – Luxottica si è già garantita una crescita organica annua del 5-10% nel medio termine. L’ambizione è arrivare presto a 10 miliardi di ricavi” (7,3 miliardi quelli realizzati l’anno scorso).

http://www.corrierecomunicazioni.it/it-world/26640_google-sceglie-luxottica-per-gli-smart-glass.htm

LUXOTTICA

http://www.luxottica.com/it/luxottica-google-glass

GOOGLE

http://www.google.com/intl/it_it/about/company/

Nel mondo quasi 800 milioni di persone senza risorse idriche

watIl 67% degli italiani beve l’acqua del rubinetto, quasi 3 miliardi di persone nel mondo non hanno neanche il rubinetto.  In Italia se ne consumano 200 litri al giorno pro capite, in Africa 20, negli Stati Uniti 600. Da noi la bolletta è sempre più cara: 333 euro di spesa media per famiglia nel 2013 (più 7,4% rispetto al 2012). La regione idricamente più costosa è la Toscana (498 euro a famiglia) seguita da Marche e Umbria, mentre la più economica è il Molise (143 euro). Consoliamoci: ci sono luoghi dove l’acqua non si paga in denaro ma in vite umane.

Guerre

Pochi giorni fa in Nigeria una battaglia tra allevatori musulmani e contadini cristiani ha fatto cento vittime: la posta in gioco non era tanto la libertà di culto quanto il controllo dei rari pozzi intorno a un villaggio. Il Pacific Institute tiene una cronologia di tutti i conflitti nella storia che riguardano l’acqua: sono 265. Non si tratta quasi mai di grandi guerre, ma di un reticolo di scontri e tensioni che condizionano la vita di miliardi di persone oltre che la diplomazia internazionale: tra India e Cina per esempio è in corso la «battaglia delle mega-dighe» sul fiume Brahmaputra. Tra Mosca e Kiev, oltre alla questione gas, c’è anche un possibile contenzioso idrico: tutta l’acqua consumata dalla Crimea neo-russa viene dall’Ucraina. L’agenzia dell’Onu per l’ambiente (Unep) dice che un terzo dei laghi e dei fiumi sulla Terra si sta ritirando. In Cina 27 mila corsi d’acqua, la metà del totale, sono scomparsi dagli anni Cinquanta a oggi. In Italia secondo l’ultimo rapporto di Cittadinanzattiva il 33% della ricchezza che scorre nelle nostre tubature va perduto prima di raggiungere i consumatori. Il dato complessivo sugli sprechi nei Paesi sviluppati è del 15%, negli altri sale fino al 35-50%. Italia Paese quasi sottosviluppato quando si tratta di risparmiare risorse idriche?

Accesso all’acqua e servizi igienici

Arrivata sull’onda di un inverno da noi super piovoso, quest’anno la Giornata mondiale dell’acqua sembra fare meno paura con i suoi memento sull’emergenza globale e la scarsità del cosiddetto «oro blu». Eppure i dati forniti dall’Onu e dalla Banca mondiale battono qualsiasi ottimistica «sensazione meteo» su una possibile abbondanza di risorse dal cielo. Quasi 800 milioni di esseri umani oggi non hanno accesso all’acqua potabile, 2 miliardi e mezzo non hanno servizi igienici (metà degli indiani fa i propri bisogni all’aperto), un miliardo e 300 milioni non hanno elettricità. È proprio l’accoppiata delle due bollette (acqua e luce) a costituire la sfida maggiore. Non a caso le Nazioni Unite hanno focalizzato il loro rapporto per il World Water Day 2014 proprio sul fattore energia. E la stessa Banca mondiale negli ultimi mesi ha messo a punto un’iniziativa per sensibilizzare governi e cittadini sugli scenari della «Thirsty energy».

Acqua ed energia

L’energia ha «sete» di acqua per essere prodotta, l’acqua ha bisogno di energia per essere raccolta e distribuita. Con la popolazione mondiale che punta a quota 9 miliardi, da qui al 2035 il consumo energetico crescerà del 35% (dati International energy agency), con un conseguente incremento del consumo idrico pari all’85%. Stesso discorso sulla questione alimentare: oggi il 70% dell’acqua è usata in agricoltura. Per venire incontro alla crescita demografica si dovranno produrre maggiori quantità di cibo (30% in più) e dunque usare più risorse per l’irrigazione. La scarsità di oro blu, mette in guardia la Banca mondiale, minaccia i progetti di sviluppo in tutto il mondo. Nell’ultimo anno l’India per mancanza di materia liquida per i sistemi di raffreddamento ha dovuto spegnere alcune centrali termoelettriche e la Francia (in certi casi) quelle nucleari, gli Stati Uniti hanno ridotto la loro produzione di energia, giganti come Brasile e Cina hanno visto diminuita la loro capacità idroelettrica. Negli ultimi cinque anni più del 50% delle imprese energetiche mondiali ha registrato problemi legati al reperimento dell’acqua. Soluzioni? Le parole d’ordine dell’Onu sono le solite: più efficienza, meno sprechi. Più diplomazia e meno conflitti. Funziona persino tra specie diverse: in Kenya i pastori Samburu sfruttano il fiuto degli elefanti, abili a trovare le falde acquifere. E poi ricambiano il favore preparando abbeveratoi per gli animali assetati.

 

http://www.corriere.it/ambiente/speciali/2014/giornata-mondiale-acqua/notizie/consumi-crescita-265-guerre-33bed8e2-b198-11e3-a9ed-41701ef78e4b.shtml

La democrazia è un’opera d’arte, ha una sua estetica

Group Una confessione: nel 2014 si può ancora provare gioia a leggere un libro di oltre 300 impegnative pagine sulla democrazia e sui suoi problemi, che sono molti. E a parlarne poi con chi l’ha scritto. Si può essere felici — oggi, epoca di velocità digitale e di insofferenza per il profondo — a scoprire che da qualche parte la fiamma della ricerca delle cose di base rimane accesa. Soprattutto, accesa non in un angolo marginale e riparato dai venti, ma al cuore di una delle questioni del momento, scossa dalle vicende del mondo, sotto la pressione di grandi cambiamenti. Il libro, in uscita il 27 marzo, è Democrazia sfigurata. Il popolo fra opinione e verità ; l’ha scritto Nadia Urbinati, docente di Teoria politica alla Columbia University di New York, e lo pubblica Egea – Università Bocconi Editore: negli Stati Uniti è in libreria con il titolo Democracy Disfigured (Harvard University Press).
La professoressa Urbinati dice di essere stata motivata a scriverlo «da una ragione empirica reale»: lo stile e il contenuto della politica italiana nell’epoca di Berlusconi. Questione che in America non è solo curiosità per la persona, ma interesse per l’evoluzione dell’idea e della pratica della democrazia. Da lì, ha costruito un lavoro che per molti versi si può definire globale: facendo perno sull’idea di democrazia come diarchia dei poteri (delle regole e dell’opinione), analizza lo stato della democrazia ovunque essa si declini.
Prendiamo Barack Obama. Urbinati sostiene che il presidente americano sia l’esempio meglio riuscito della tendenza plebiscitaria che sta dando forma ai sistemi democratici. «Plebiscito dell’audience», lo chiama: il leader carismatico che parla direttamente al popolo bypassando il rapporto con le istituzioni e con l’elezione rappresentativa, gestita non dai partiti, ma dai «tecnici dell’audience», coloro che sanno smontare la complessità dell’elettorato e con i numeri e i sondaggi capiscono che cosa vuole il popolo o come istigarlo a volere.
«Obama è straordinario in questo, più innovativo di Berlusconi — dice Urbinati —, il quale aveva i mezzi e li ha usati. Obama ha invece inventato un metodo. Soprattutto nella prima campagna elettorale, ha messo da parte il partito democratico e ha formato un partito suo, obamiano». In rapporto diretto con il popolo, o con quella parte di popolo che i tecnici dell’audience hanno individuato e messo assieme sulla base di contenuti appunto obamiani. «Più che populismo, questa è una forma plebiscitaria di democrazia — dice la professoressa —. Forse Renzi potrebbe fare, o sta facendo, qualcosa del genere: un partito suo, che va al di là del Pd e attinge al pubblico largo». Le primarie, in fondo, conducono a questo, al leader che viene prima di tutto, quasi indipendente dal programma politico, impegnato piuttosto su questioni generali capaci di mettere assieme molti pezzi di elettorato, dovunque siano. «A differenza delle fasi più populistiche che abbiamo avuto in passato, dove c’era una presenza mobilitata di ideologia e di popolo, nella fase plebiscitaria il popolo non partecipa, guarda: è occhio, assiste allo spettacolo».
È questo plebiscito dell’audience la forma di democrazia che ha più strada davanti, che probabilmente ha più futuro, secondo la professoressa. La quale, nel libro, analizza a fondo anche altre due caratteristiche che si riscontrano oggi nei Paesi democratici. Una è la tendenza «epistemica», in sostanza la depoliticizzazione della democrazia in nome di una conoscenza più o meno scientifica che dovrebbe portare alla scelta giusta: il governo dei tecnici, insomma, fenomeno provato non solo dall’Italia. Anche questo uno «sfigurare» la democrazia delle procedure. La richiesta di speditezza nelle decisioni, di velocità, anche sotto la pressione dei mercati, fa apparire come «lacci e lacciuoli» alcune delle forme caratteristiche della deliberazione collettiva, dice Urbinati, per cui la procedura, che dovrebbe servire per gestire il conflitto, viene invece vista come un intralcio: in nome del poco tempo o del sapere al potere, importa meno come si prende una decisione e più il risultato. «È il passaggio dal metodo proceduralista puro a quello conseguenzalista — dice Urbinati —. Problema non nuovo, quello della velocità che non deve andare a violare la deliberazione collettiva, se lo poneva già Condorcet nel 1792. Il fatto è che la democrazia è gestione della temporalità, è “come si fanno le cose insieme”, dove la procedura è più determinante del fatto: permette di stare insieme, pur con obiettivi diversi, e prendere decisioni che sempre si possono cambiare; un valore al quale non possiamo rinunciare».
In questa cornice, la professoressa Urbinati mette anche in dubbio l’idea di abolire il bicameralismo, cioè di cancellare il Senato italiano, sia che lo si faccia per accorciare i tempi delle decisioni, ancora di più se lo si fa per risparmiare denaro. «Dobbiamo sapere che il potere, soprattutto se accumulato, è pericoloso», dice. E il bicameralismo ha proprio il senso di mettere un limite al potere attraverso la lentezza, opposta all’emergenza frettolosa, di fare prevalere l’opinione rispetto a un presunto fine razionale. È grazie a passaggi del genere che viene da essere felici, con in mano questo libro. «La democrazia è opera d’arte, ha una sua estetica», dice la professoressa.
L’altra tendenza è quella populista. La quale «fa coincidere l’opinione di una parte del popolo con la volontà dello Stato», scrive Urbinati. Mentre il potere «epistemico» tende ad annullare l’«opinione» nella verità, quello populista identifica la «volontà» di molti con quella del tutto: ma «volontà» e «opinione» sono i due poli della struttura diarchica che la democrazia rappresentativa tiene distinti, benché in comunicazione permanente. Annullare la distinzione equivale a sfigurare la regola democratica. La tendenza plebiscitaria (obamiano-renziana, la terza delle tre deformazioni esaminate) accetta invece la struttura diarchica, ma separa i pochi (che «fanno» la politica) dai molti (che la «guardano») e inoltre esalta una delle tre funzioni dell’«opinione», quella estetica (la visibilità del leader e la passività di chi guarda lo spettacolo) a scapito di quelle cognitiva e politica. Anch’essa, dunque, è sfigurante.
Una democrazia percorsa da queste trasformazioni deve poi confrontarsi con la fase internazionale. Alla sua «solitudine planetaria» — come la chiama Urbinati — determinata dalla caduta del comunismo è succeduto il confronto con Paesi autoritari, «con sistemi meno cacofonici», che ne contestano legittimità e superiorità: la Russia e la Cina, per fare i due casi del momento. «È di nuovo Sparta contro Atene». Il che rende le sfide che la democrazia ha di fronte ancora più interessanti. A patto che riusciamo a vedere quello che succede davvero, che non ci fermiamo a ciò che tutti danno per scontato. A patto che, come dice la professoressa della Columbia, riusciamo ad «andare sotto la pelle».

Danilo Taino, Corriere della Sera • 20 mar 2014

http://www.dirittiglobali.it/2014/03/20/leader-prima-tutto-nuova-democrazia/

Fed: tassi ancora fermi

I tassi rimangono fermi, anche se la disoccupazione è scesa più del previsto. La Federal reserve continuerà a tenere il costo del denaro tra lo 0 e lo  0,25% anche se uno degli obiettivi che si era posta per intervenire con un rialzo è stato quasi raggiunto. La creazione di posti di lavoro porterà i disoccupati sotto la soglia fissata del 6,5%, ma la Fed non interverrà sui tassi. Taglierà invece l’iniezione di capitali nel riacquisto di bond e monitorerà sull’inflazione che non dovrà superare il 2%……

La Banca centrale Usa ha tagliato le sue stime di crescita dell’economia per quest’anno e per il prossimo ma ridotto le sue previsioni sul tasso di disoccupazione. La Fed si attende ora una crescita del Pil tra il 2,8-3% nel 2014 e del 3-3,2% nel 2015. Il tasso di disoccupazione dovrebbe invece scendere tra il 6,1% e il 6,3% quest’anno e sotto il 6% nel 2015. Le precedenti stime erano di una disoccupazione al 6,3-6,6% nel 2014 e del 5,8-6,1% nel 2015.
Inoltre, come da attese, la Fed ha optato un’altra volta per il “tapering“. Come deciso a dicembre e gennaio scorsi, la Banca centrale americana ha tagliato di 10 miliardi dollari il ritmo con cui acquista ogni mese Treasury e bond ipotecari. A partire dal mese prossimo, il terzo round di allentamento monetario pensato per stimolare l’economia americana raggiungerà così un valore mensile di 55 miliardi di dollari, di cui 30 miliardi di dollari in Treasury e 25 miliardi nelle cosiddette mortgage backed securities. “l piano di acquisti di asset non è predefinito e dipende dalle informazioni economiche che arriveranno”, ha spiegato la Yellen in conferenza stampa…..

http://www.repubblica.it/economia/2014/03/19/news/la_fed_tiene_fermi_i_tassi_e_taglia_le_stime_del_pil_usa_meno_disoccupati_del_previsto-81393364/?ref=HREC1-17

FEDERAL RESERVE

http://www.federalreserve.gov/default.htm