Shakespeare in law

shylock1La città antica, la “polis” fisicamente definita da un muro che escludeva i barbari, si identificava con quelle leggi che tutelavano i cittadini da quel vento impetuoso. E il cittadino aveva il diritto di entrare in dialogo con quelle leggi per modificarle e migliorarle. In genere, lo faceva per mezzo di un avvocato, parola (ricordiamolo ora) che deriva dall’espressione latina «ad auxilium vocatus», «colui che è chiamato ad aiutare». La salute di una società si può quindi giudicare dalla facilità con cui si realizza questo dialogo tra i diritti del cittadino e i suoi obblighi,

dialogo che le dittature cercano di reprimere, le plutocrazie di ignorare, mentre le demagogie cercano di appropriarsene o di pervertirlo. E in tutti questi casi (e non solo) si suppone che gli avvocati fungano da ponte tra i diritti individuali e i loro doveri civici, entrambi stabiliti dalla legge. Purtroppo, il compito di un avvocato si confonde a volte con quello di un doganiere che pretende prima di attraversare il ponte una tassa per il suo servizio. Ed è questa la visione del personaggio che sembra prevalere nella letteratura.

Ma esaminiamo più attentamente questa affermazione, con la quale ho iniziato il mio discorso. La letteratura — la buona letteratura — non è mai unilaterale. Insiste sull’ambiguità, esige altre testimonianze, si impegna a non affermare ma a costruire con delle domande una strada per il lettore accanito. Perché nella letteratura non ci sono definizioni categoriche, i lettori possono continuare a leggere le grandi opere senza esaurirle mai, senza mai raggiungere l’ultimo l’orizzonte di un’opera. Dopo l’ultima lettura dell’Iliade o di Finzioni ce ne sarà sempre un’altra, diversa, che rivelerà un aspetto dell’opera che era lì, ma non avevamo visto.

Faccio un esempio. Il Mercante di Venezia è stato rappresentato e letto innumerevoli volte da quando esordì in scena nel 1605, curato dallo stesso Shakespeare. Ricordiamo che Shylock, l’usuraio ebreo, ha prestato del denaro a Bassanio, che gli ha dato come garante il suo amico Antonio. Shylock, che odia Antonio perché è antisemita, accorda il prestito, ma esige, in caso di mancato pagamento, una libbra di carne di Antonio. Le navi di Antonio sono disperse in mare e Shylock porta Antonio di fronte alla corte del Doge per far valere i suoi diritti. Bassanio offre il doppio del denaro dovuto, ma Shylock rifiuta la sua offerta. Entra a quel punto in scena un giovane avvocato, che in realtà è Porzia, la moglie di Bassanio, travestita da uomo. Aperto il processo, Porzia cerca di convincere Shylock, per clemenza, a desistere dalla sua pretesa. Shylock rifiuta. Porzia lo invita quindi a tagliare la libbra di carne dal petto di Antonio, ma se nel tagliarla versasse anche una sola goccia del suo sangue sarà condannato a morte e gli saranno confiscate terre ed averi. Sconfitto, Shylock è disposto ad accettare l’offerta in denaro fattagli da Bassanio, ma Porzia si oppone: Shylock l’ha già respinta in tribunale e, pertanto, non può accettarla ora. Porzia cita una legge veneziana che punisce lo straniero colpevole di tentato omicidio nei confronti di un veneziano (in quanto ebreo, Shylock sarebbe considerato uno “straniero” a Venezia), costringendolo a cedere i suoi beni per metà allo Stato e per metà ad Antonio, e a mettere la sua vita a disposizione del Doge. Il Doge lo grazia, a patto che Shylock si converta al cristianesimo.

Nel corso dei secoli, i critici non sono riusciti a mettersi d’accordo nel giudicare se l’opera di Shakespeare sia antisemita o no. Alcuni hanno sostenuto che Shakespeare esprime i suoi pregiudizi razzisti attraverso le argomentazioni giuridiche di Porzia e che la conversione finale imposta a Shylock è presentata come una risoluzione benefica e giusta. Wolf Mankowitz, il romanziere inglese, ha definito Porzia «una figlia di puttana, gelida e snob» e Harold Bloom, eminente critico americano, ha detto che con quest’opera teatrale Shakespeare «ha fatto molto male agli ebrei». Durante il Terzo Reich, l’opera fu messa in scena più di cinquanta volte. Altri, soprattutto nella seconda metà del XX secolo, hanno sostenuto che Porzia, come avvocato, ha solo trovato dei motivi legali per invalidare le pretese di Shylock, e che era motivata non da un pregiudizio razziale, ma dall’amore per la giustizia e per i diritti del cittadino. Le domande che pone Shylock nel difendersi come essere umano si possono applicare a tutti, e quando Shylock dice a un cristiano: «La perfidia che voi mi insegnate saprò metterla in pratica», non fa altro che esprimere una verità sociale innegabile: che la corruzione dello Stato autorizza gli individui ad essere corrotti. Per il drammaturgo Aaron Posner, Porzia rappresenta l’archetipo dell’avvocato, la cui funzione non è quella di presentare dei punti di vista più giusti o più tolleranti, ma di evidenziare che cosa dicono le leggi sul caso presentato alla corte. Porzia cerca di convincere Shylock ad abbandonare le sue pretese crudeli e prova a trattare con lui usando degli argomenti morali. Quando il suo tentativo fallisce, però, Porzia tesse gli argomenti giuridici che demoliscono le pretese illegali di Shylock e costruiscono un ponte giuridicamente valido tra il querelante e la corte, così come vuole la sua professione. Per questi motivi, la School of Law del New England è stata ribattezzata Portia School of Law.

Ebbene. Nel gennaio del 2016, in occasione del quinto centenario del ghetto di Venezia e del quarto della morte di Shakespeare, l’Università Ca‘ Foscari ha messo in scena il Mercante di Venezia nello stesso luogo in cui l’azione si svolge. L’opera di Shake- speare non era mai stata rappresentata nel ghetto.

Ma l’avventura non finiva lì. Gli organizzatori dell’evento hanno avuto la brillante idea di invitare a Venezia un giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, l’avvocato Ruth Bader Ginsburg, a presiedere un nuovo processo del caso di Shylock con altri tre giudici. Bader Ginsburg ha accettato e, dopo circa due ore e mezza di camera di consiglio, i giudici hanno raggiunto un accordo unanime. Annullare la clausola della libbra di carne, che nessun tribunale accetterebbe, rendere a Shylock i suoi beni, pagargli i 3000 ducati prestati ad Antonio, e annullare la richiesta di conversione. «Questa conversione», ha sentenziato Bader Ginsburg, «è stata richiesta da Antonio e il ricorrente non può trasformarsi in giudice». E poi ha aggiunto: «Dopo quattro secoli, il lasso di tempo durante il quale Shylock potrebbe pretendere degli interessi è scaduto». La corte non è stata unanime per ciò che riguarda Porzia. Tuttavia, hanno stabilito che, essendo un’impostora e un’imbrogliona, Porzia sia condannata a studiare Giurisprudenza all’Università di Padova, dove insegna uno dei giudici a latere di Bader Ginsburg, e anche all’Università di Wake Forest, dove un altro giudice è preside.

Alla caricatura dell’avvocato che un’opera di Shakespeare immortala nel grido di un macellaio rivoluzionario, un’altra commedia di Shakespeare oppone un personaggio più ambiguo, più complesso, meno facilmente definito: quello di Porzia, donna travestita da uomo, apparente difenditrice dei diritti di Shylock ma al tempo stesso esigente difenditrice della lettera della legge veneziana, una che espone di fronte alla corte una richiesta disumana ma apparentemente legale, per poi dimostrare l’illegalità di tale richiesta, una fedele servitrice della giustizia statale, ma anche dei diritti individuali.

Forse queste considerazioni indicano un nuovo senso del ruolo dell’avvocato, almeno in campo letterario. Tanto gli avvocati di professione come i dilettanti — l’avvocato Paul Biegler di Anatomia di un omicidio o Maitre Derville de Il colonnello Chabert, ma anche Tiresia in Edipo Re e diversi animali come la scimmia e la volpe nelle Favole di Esopo, per esempio — cercano di leggere nelle leggi i significati nascosti, quel che si cela tra le righe, il respiro umano nella fredda lettera dei codici.

E questo Shakespeare, ovviamente, lo sapeva. In Misura per misura, fa dire a uno dei suoi personaggi: «Non dobbiamo fare della legge uno spauracchio, / posto lì a spaventare gli uccelli predatori, / e lasciarla poi là, immutabile, finché l’abitudine / da spauracchio la riduce a posatoio».

Alberto Manguel

La Repubblica 31 dicembre 2016

 

Annunci

Un buon governo non è mai debole

bgPierre Rosanvallon è uno dei massimi studiosi della democrazia, di come questa forma di governo effettivamente funziona nei più diversi Paesi e di come potrebbe funzionare se i suoi ideali di eguaglianza e di buon governo fossero meglio approssimati nelle sue realizzazioni concrete. Storico e sociologo, soprattutto — ma con solide conoscenze di scienza e filosofia politica e di economia —, nell’ultimo quarto di secolo ha dedicato al tema cinque grossi volumi e numerosi saggi, in buona misura tradotti in italiano. Per questo mi ha sorpreso che il volume che chiude provvisoriamente il suo magnum opus e ne riassume i risultati principali non sia stato (ancora?) tradotto e soprattutto ampiamente recensito e utilizzato negli innumerevoli dibattiti che si sono svolti nel nostro Paese a proposito della riforma costituzionale. Di che cosa si dibatteva, in fondo, se non di come migliorare la nostra democrazia, di come renderla più capace di un buon governo e più idonea a garantire una maggiore partecipazione dei cittadini alle decisioni collettive che li riguardano? Insomma, a promuovere un compromesso efficace tra rappresentanza e governabilità?

Edito da Seuil, Le bon gouvernement («Il buon governo») comincia con un’analisi delle forze che spingono oggi la decisione politica sempre più nelle mani dei governi, rispetto a un passato — ricostruito in modo esemplare per le più importanti democrazie avanzate — in cui era prevalente la convinzione che il governo di un Paese dovesse discendere unicamente dalle leggi che lo reggevano e dai Parlamenti cui era affidato il compito di farle: il governo, il potere esecutivo, aveva il solo compito di attuarle. Questa era la visione normativa che discendeva da una concezione rigida della sovranità popolare e del Parlamento come suo unico detentore. In realtà anche nel passato non era mai stato così e, soprattutto nei casi inglesi e americano, il governo era cosa assai diversa da un meccanico esecutore delle leggi votate dal Parlamento.

La reazione contro una visione ideologica che così poco si accordava con i fatti non tardò però a farsi sentire e Rosanvallon la segue in un’affascinante carrellata, in cui la storia e la politica — la necessità di decisioni urgenti connesse soprattutto con le guerre e la crescente complessità dell’economia — si mischiano con le teorie dei grandi studiosi — dagli elitisti italiani a Max Weber, da Carl Schmitt a John Stuart Mill — e con le riflessioni di grandi statisti, da François Guizot a Winston Churchill. Quando si arriva alle conclusioni normative finali il terreno è ben preparato: oggi il governo è il perno della decisione politica e non può essere altrimenti e il Parlamento non può che svolgere un ruolo di sostegno e di controllo.

Non desta dunque meraviglia che le migliori democrazie odierne, a parte le monarchie — di queste ne residuano ancora alcune —, siano tutte democrazie presidenziali, de iure o de facto: quando sono democrazie parlamentari, e in Europa ce ne sono ancora molte, i poteri del primo ministro sono così rafforzati da quello che Rosanvallon chiama «parlamentarismo razionalizzato» (ad esempio dalla possibilità del governo di sciogliere il Parlamento, dalla sfiducia costruttiva, da percorsi privilegiati per le leggi d’iniziativa governativa, o da altri vincoli) da assomigliare molto ad un governo presidenziale. Le ragioni di questi sviluppi, anche in Paesi che provengono da tradizioni di parlamentarismo puro, stanno nella superiore efficacia decisionale di questa forma di governo, nell’erosione della capacità dei partiti di resistere alle fluttuazione dell’opinione pubblica, nel fascino democratico di un capo del governo scelto dai cittadini.

Fin qui i fatti, la forza delle cose. Ma come giustificare normativamente uno spostamento di peso politico che potrebbe condurre, e in taluni casi ha condotto, a forme di governo non democratiche? Tutta la lunga seconda parte, quasi metà del libro, è dedicata ad una discussione storica, teorica e normativa e a proposte istituzionali dettagliate che intendono rispondere a questa domanda. E la conclusione è che la scelta diretta del capo del governo, o di forme parlamentari razionalizzate, dev’essere accolta non solo perché efficace e inevitabile, ma perché è giusta e conforme agli ideali di democrazia nelle attuali circostanze …se accompagnata da robusti anticorpi contro possibili degenerazioni.

Chi scrive trova l’analisi e le conclusioni di Rosanvallon molto convincenti. Il rafforzamento del governo e la razionalizzazione del Parlamento — il vero obiettivo della riforma costituzionale appena bocciata dai nostri concittadini — dovranno attendere tempi lunghi e imprevedibili e nel frattempo il nostro Paese dovrà confrontarsi con democrazie che funzionano meglio. Speriamo che l’Italia riesca a cavarsela lo stesso.

Michele Salvati

La lunga crisi economica europea e la politica che non muove un dito

eurbruxDa Bruxelles, l’Italia ha ottenuto, pare, un po’ più di fiato sul bilancio, ma interpretare la concessione come un segnale in più che l’Europa si è lasciata alle spalle l’epoca dell’austerità è sbagliato. Il bollettino appena pubblicato dalla Bce spiega che il 2016 è un anno in cui, collettivamente, i governi europei, al contrario, hanno stretto la cinghia, con un taglio pari allo 0,5 per cento del Pil dell’eurozona. Non bruscolini: sono stati complessivamente drenati 500 miliardi di euro dall’economia. Nel 2017, andrà solo un poco meno peggio: un salasso di 2-300 miliardi. Qualcosa sarà ridato, poi, nel 2018 e 2019. In buona sostanza, nei prossimi tre anni la finanza pubblica registrerà un ruolo zero nell’economia dell’eurozona.

Visto che lo sviluppo è inchiodato ad un magro 1,6-1,7 per cento l’anno e che l’inflazione, ancora nel 2019, viaggerà su ritmi simili, uno si chiede in che bolla mentale viva la classe dirigente europea. Infatti, il bollettino della Bce reclama iniziative di spesa da parte di paesi come la Germania e l’Olanda, che hanno risorse da spendere. La Commissione di Juncker ha fatto un passo in più proponendo di rovesciare la tendenza, restituendo nel 2017 quello che è stato tolto nel 2016, con uno stimolo fiscale, pari allo 0,5 per cento del Pil europeo. Ma dai governi è venuto un secco “nein”. L’Europa continuerà a guardare alla propria economia, senza muovere un dito. Anche se la posizione di finanza pubblica “neutrale” (nessuno stimolo) come piace ai tedeschi, non significa impatto zero: perché, intanto, il conto corrente con l’estero dell’eurozona continua a muoversi a livello di attivi record, segno di un economia che, anche nel settore privato, complessivamente risparmia più di quanto investa.

Niente di tutto questo è una novità. Nella lunga crisi del progetto europeo, questo scontro totale e insormontabili fra rigoristi e no, questa interminabile paralisi decisionale e strategica che blocca ogni svolta decisa in un senso o nell’altro (a prescindere dai meriti delle due opzioni) rischia di avere un peso sempre più decisivo. Forse, infatti, lo scenario di un progetto europeo preso d’assalto da torme di populisti e da una demagogia da quattro soldi non riesce più a rappresentare tutta la realtà. Dubbi, riserve, paure, insofferenze sono assai più diffuse. Nei giorni scorsi, la Deutsche Bank, ovvero la più grossa e la più internazionale delle banche tedesche, ha diffuso un rapporto sui “Fondamenti del successo tedesco”. Firmato dai due massimi responsabili del servizio studi, il rapporto ha un tono trionfalistico e una pervicace sordità alle critiche al modello tedesco (tipo quelle di Draghi o Juncker) che può innervosire. Ma conta la conclusione: la Germania continua a trarre dall’euro più vantaggi che svantaggi. Senza moneta unica svanirebbero 1 miliardo di euro di crediti con gli altri paesi e bisognerebbe scontare una rivalutazione del 20-30 per cento di una nuova moneta nazionale. Però “l’assenza di aggiustamenti o sviluppi politici in altri paesi che mettessero in discussione le basi dell’intero progetto” potrebbero portare “ad un riesame a medio termine”.

Raramente era stato detto in modo così chiaro. C’è anche chi è più netto. Un sondaggio dell’Ifo poneva la domanda (probabilmente non casuale) “l’Italia resterà nell’euro?” a cento economisti tedeschi, non politici usciti dal nulla, ma professori universitari. La maggioranza è contraria ad una uscita dell’Italia dalla moneta unica, una ancora più grande ne teme gli effetti negativi e, comunque, la ritiene improbabile. Quello che colpisce, però, sono i numeri. Il 26 per cento di questi professori ritiene l’uscita dell’Italia un evento probabile e il 30 per cento lo considera auspicabile. Per l’interesse dell’Italia, peraltro: più del 60 per cento pensa che il nostro paese ci guadagnerebbe a giocare in un campionato più adatto alle sue potenzialità.
Maurizio Ricci

La Repubblica, 24 dicembre 2016

Gli stipendi più bassi dell’Ue? Agli italiani

astipUna interessante fotografia sulla situazione dei salari dell’Unione Europea viene proposta questa volta dall’Eurostat, che nella sua indagine quadriennale nota come SES, Structure of earnings survey, mette in rilievo le forti disparità salariali tra Nord e Sud Europa. Prendendo come parametro di riferimento il salario medio lordo orario, i Paesi con le retribuzioni più alte sono la Danimarca con un’ora di lavoro retribuita 25,50 euro, l’Irlanda con 20,20 euro, la Svezia con 18,50 euro e il Lussemburgo con 18,40. In fondo alla classifica troviamo la Bulgaria con 1,70 euro per un’ora di lavoro, la Romania con 2 euro e la Lituania con 2,10 euro. L’Italia si assesta invece sulla media di 12,50 euro inferiore ai 15,70 della Germania e sotto la media dei Paesi dell’Eurozona pari 14 euro.
Emerge dunque un quadro che vede confermata la tendenza di un calo dei salari italiani rispetto alla media europea, come aveva rivelato la stessa Eurostat nel giugno di quest’anno. La retribuzione oraria dell’Italia è scesa a -0,5%, in controtendenza con il resto dei paesi dell’Ue dove è salita dell’1,7%. Esclusi i paesi baltici e dell’Est Europa, dove il livello dei salari è stato sempre inferiore rispetto alla media dell’Unione, il gap più rilevante è tra Nord e Sud Europa, nel quale Paesi come Portogallo vedono retribuzioni orarie di 5 euro, Cipro con 8,40 euro e la Spagna con 9,80 euro. I paesi «vincitori» dell’Eurozona come Germania, Olanda e Belgio hanno invece retribuzioni orarie 3 volte superiori al Portogallo.
Ma il dato più interessante è quello che riguarda la struttura del mercato del lavoro dei paesi dell’Unione, e in particolare la quota dei lavoratori con bassi salari rispetto al totale complessivo. A fare compagnia ai Paesi dell’Est Europa in questa classifica c’è la Germania con il 22,5% dei lavoratori tedeschi che ricevono un salario non superiore ai 400 euro. Un dato ben al di sopra della media Ue del 17,2%. Il fenomeno è facilmente giustificabile con la struttura del mercato del lavoro tedesco che negli anni 2000 è stato riformato attraverso le riforme Hartz che hanno portato decisamente verso il basso il livello dei salari. È la strategia perseguita dalla Germania dall’inizio dell’Eurozona con la quale ha realizzato enormi surplus commerciali a spese dei suoi vicini. Il costo della deflazione salariale è gravato soprattutto sulle spalle dei giovani.
L’identikit del lavoratore a basso costo è tracciato perfettamente dall’Eurostat: per la maggioranza si tratta di donne sotto i 30 anni con un livello di istruzione inferiore. Si conferma quindi la correlazione negativa tra salari più bassi e il livello di istruzione. Emerge quindi un quadro salariale dell’Ue dalle differenze profondamente marcate tra il Nord e il Sud Europa, nel quale l’euro ha certamente avuto un ruolo decisivo. Non va dimenticato, inoltre, che all’interno dell’Eurozona sono impossibili svalutazioni del cambio che consentirebbero ai paesi del Sud Europa, Italia in primis, di rilanciare il proprio export. Resta a disposizione solamente l’altro strumento della deflazione salariale, ma questa impedisce qualsiasi ipotesi di aumento della domanda interna e dei consumi domestici. I risultati sono una competizione al ribasso sul livello dei salari con la spirale deflattiva che continua ad affliggere l’Eurozona.

Cesare Sacchetti
LIBERO, 14 DICEMBRE 2016

Le Camere danno fiducia al governo

Camera dei Deputati

fiducia-gentiloni-camera

 

 

 

 

 

Il governo Gentiloni incassa la fiducia dell’Aula di Montecitorio. I sì al nuovo esecutivo, espressi dopo le dichiarazioni programmatiche del premier Paolo Gentiloni, sono stati 368, i no 105. Domani in programma il voto di fiducia nell’Aula di Palazzo Madama: alle 9,30 inizierà la discussione generale, che proseguirà fino alle 13. Seguirà la replica del presidente del Consiglio, quindi le dichiarazioni divoto e, alle 15, la prima ‘chiama’ dei senatori.

13 dicembre 2016

http://www.repubblica.it/politica/2016/12/13/news/governo_gentiloni_fiducia-154006154/?ref=HRER3-1

 

Senato

Incassata la fiducia alla Camera con 368 sì, il governo Gentiloni ottiene il via libera anche al Senato: 169 i voti a favore, 99 i contrari, nessun astenuto. Le previsioni accreditavano il nuovo esecutivo di un sostegno tra i 166 e i 172 favorevoli, contando sulla presenza in Aula di ministri, senatori a vita e di tutte le forze della maggioranza. Domani, quindi, Gentiloni parteciperà da premier nel pieno delle sue funzioni al vertice dei capi di governo socialisti europei a Bruxelles, suo primo appuntamento internazionale e che precede il Consiglio Europeo.

14 dicembre 2016

http://www.repubblica.it/politica/2016/12/14/news/governo_gentiloni_fiducia_senato-154066159/

Perché la Cina non è ancora un’economia di mercato.

ccccnnnnaaaUn attacco duro. Procedurale nella forma. Pesante – e con un forte sostrato politico – nella sostanza. Il primo, inaccettabile, atto di una guerra commerciale. La Cina, che ha costruito un modello di “sviluppo” in cui il dumping ambientale e occupazionale è essenziale, porta di fronte alla Wto gli Usa e l’Europa. Nessuno dei quali è disponibile a riconoscere, alla prima, lo status – né pieno né parziale – di economia di mercato. La firma del protocollo che elaborava una road-map, fatta di automatismi ma anche di obblighi da ottemperare, avveniva 15 anni fa: l’11 dicembre 2001. Bene hanno fatto gli Stati Uniti e l’Europa a non aderire alla richiesta della Cina. G li Usa si sono opposti nella forma del soft power di Barack Obama, che assumerà la forma dell’hard power di Donald Trump, che in campagna elettorale ha prospettato dazi pari al 45% sulle merci cinesi. La Ue ha scelto la versione, non scevra di una certa ambiguità fomentata dagli istinti anti-manifatturieri e dagli interessi pro Pechino dei Paesi del Nord, di una riforma del protezionismo che comunque, per quanto conceda spazi nel perimetro dell’economia comunitaria alla Cina, non arriva per il momento a riconoscere questo status. Hanno fatto bene non per ragioni ideologiche, ma per un mix di buon senso razionale e di lungimirante interesse strategico.
Il buon senso razionale è necessario per rispondere a una semplice domanda: la Cina è o no una economia di mercato? La Cina miscela i grattacieli e le università ormai di standing occidentale con un profilo dickensiano: la sua crescita industriale è alimentata anche da un dumping ambientale che non appare particolarmente sensibile al rispetto della natura e della salute di chi lavora nelle sue fabbriche e di chi vive intorno ad esse. Allo stesso tempo la Cina, con il suo capitalismo di stato o il suo socialismo di mercato, elabora politiche economiche e industriali che hanno la forza finanziaria e l’energia volitiva della pianificazione più spiccatamente novecentesca. Una pianificazione pragmaticamente scientifica che adopera la leva dei prezzi finali con il doppio obiettivo di trovare, in Cina, il punto di equilibrio fra la minima efficienza economica e il massimo livello occupazionale e di conquistare, all’estero, quote di mercato su quote di mercato. No, la Cina non è una economia di mercato. È un’altra cosa. Desta meraviglia. È un interlocutore imprescindibile. Ma, con essa, occorrono prudenza e circospezione. Al buon senso razionale, utile per rispondere se la Cina sia o no una economia di mercato, va poi unita la disamina concreta degli interessi strategici, necessaria per capire che cosa succederebbe se questo status fosse riconosciuto appieno a Pechino. La caduta istantanea di ogni forma di tutela dalla distorsione della concorrenza praticata dalla Cina provocherebbe la disarticolazione del paesaggio industriale europeo. Siderurgia e tessile, calzaturiero e elettronica, meccanica e ceramica. Il cuore della manifattura europea. Che, per continuare a battere con vigore, ha bisogno di essere protetto dalla sindrome cinese.

Paolo Bricco
Il Sole 24 ore, 13 dicembre 2016

La Cina festeggia 15 anni nel Wto. Ma sul commercio è guerra globale

 dummmppL’ex bambino è cresciuto ma non vogliono dargli ancora le chiavi di casa: ma a voi 15 anni sembrano davvero troppo pochi? Va bene che il ragazzino continua a farne di marachelle: dicono che gioca sui prezzi, nasconde le carte, non rispetta le regole del gioco. Soprattutto, continua ad alzare la voce: come adesso. L’ex bambino si chiama Pechino e 15 anni fa, 11 dicembre 2001, entrò trionfalmente nel Wto, l’Organizzazione internazionale del commercio, portato per mano da uno zio d’America chiamato Bill Clinton, il presidente allora uscente che aveva scommesso sullo sdoganamento economico della Cina: “Da qui a dieci anni” disse “ci guarderemo indietro e saremo fieri di quello che abbiamo fatto”. Le ultime parole famose. Dieci anni più cinque dopo, provi a chiederlo a sua moglie, il vecchio Bill, se anche lei è fiera di quell’accordo che le ha impedito di riaccomodarsi alla Casa Bianca, questa volta da padrona di casa. “La Cina ha distrutto l’America” è stato lo slogan vincente che ha trasformato Donald Trump nel presidente eletto. E la Cina avrebbe distrutto l’America proprio nascondendo le sue truppe nel cavallo di Troia del Wto. Chi ha ragione?

Intanto, invece di festeggiare, i cinesi hanno appunto messo il broncio. Il regalo di compleanno dovrebbe prevedere la rimozione di quell’etichetta che, come da contratto d’ingresso, Pechino aveva accettato di vedersi affibbiata sul taschino: “non market economy”. Il consesso economico internazionale, insomma, consentiva al bambino di accomodarsi nel salotto del Wto, ma gli ricordava che per un po’ di tempo sarebbe stato trattato non alla pari: un’economia non di mercato è quella appunto in cui è allo stato che spettano allocazione di beni e risorse e determinazione dei prezzi. Che scoperta, direte: siamo o non siamo in una repubblica comunista? Invece non è tanto una questione ideologica, per quel che ormai vale, ma puramente economica. Continuare a definire la Cina “economia non di mercato” permette ai partner del Wto, America e Europa in testa, di esercitare con molta più efficacia le misure antidumping. Fare dumping, si sa, è abbassare il prezzo di un bene a un livello inferiore a quello del mercato interno per poterlo così esportare più facilmente guadagnando (scorrettamente) maggiori quote di export. Peccato che non essendo un’economia di mercato la Cina di un certo bene può stabilire in teoria tutti i prezzi che vuole: è per questo che per determinare se sta facendo dumping si prende a confronto non il prezzo di quel bene a Pechino ma dello stesso bene, mettiamo, a New York. Dopo 15 anni di questo trattamento, e infinite guerre sui dazi, ora il Dragone minaccia di prendere “le misure necessarie”, come dice il ministero del commercio, se i membri del Wto insistono su questa strada. E che misure? Saremo noi ad appellarci al Wto, dicono qui, e se l’Organizzazione stabilità che non riconoscendoci “economia di mercato” gli altri paesi hanno rotto il contratto, saranno loro a pagarne le conseguenze. Di più. Pechino minaccia anche di imporre lei stessa i dazi sui beni degli altri: la guerra commerciale globale.

Gli americani naturalmente hanno già fatto sapere che “il protocollo non cambia“. E figuriamoci adesso che Donald Trump continua a ripetere che “la Cina deve rispettare le regole”. La stessa cosa con un giro di parole sta dicendo l’Europa: “Non riconosceremo alla Cina lo status di economia di mercato” dice il commissario al commercio Cecilia Maelstrom “ma riformeremo il sistema in modo da definirla paese neutrale”. Nell’attesa, la Ue ha lanciato proprio l’altro giorno l’ultima inchiesta antidumping sull’acciaio. Tutto come prima?

Già al compleanno del 2011 l’Economist tirò giù una pagella che è ancora straordinariamente attuale: dimostrando quanto poca strada da allora sia stata fatta per migliorare la situazione. “Molte delle critiche sono giuste” scriveva il settimanale. “La Cina aveva fatto riforme eroiche negli anni intorno alla sua entrata nel Wto. E questo ha fatto nascere aspettative che ha vistosamente fallito. Ha detto sì alle regole internazionali, ma a casa sua non rispetta il diritto. La liberalizzazione dei commerci non ha portato all’allargamento delle libertà, ed anche gli stessi commerci non sono poi cosi liberi”. Cinque anni dopo le ombre sono le stesse. Come le luci però: “In termini di commercio globale i consumatori di tutto il mondo ci hanno guadagnato con i prodotti cinesi a basso costo. E la crescita cinese ha creato un mercato enorme per l’export degli altri paesi”. Voto finale? “Dopo l’ingresso della Cina nel Wto siamo tutti più ricchi: ma i legislatori cinesi hanno bisogno di crescere. I loro trucchetti stanno facendo male ai loro stessi consumatori e stanno rafforzando il protezionismo all’estero. Il che potrebbe trasformarsi in un autolesionismo economico di dimensioni epocali”.

Il giudizio, purtroppo, vale ancora. Con l’aggravante che l’autolesionismo, adesso, è globale. L’ex bambino è davvero cresciuto: ma non è che è cresciuto così tanto che sarebbe meglio non farlo arrabbiare?

Angelo Acquaro

La Repubblica 11 dicembre 2016

http://www.repubblica.it/economia/2016/12/11/news/la_cina_festeggia_15_anni_nel_wto_ma_sul_commercio_e_guerra_globale-153821488/