Dumping cinese, l’Ue alza le difese In arrivo dazi più duri

L’Europarlamento ha chiesto il rafforzamento delle difese dei prodotti e dei posti di lavoro europei davanti all’avanzata dell’export extracomunitario (soprattutto cinese) quando pratica prezzi bassi da concorrenza sleale. Gli eurodeputati della commissione Commercio internazionale hanno votato una specifica risoluzione antidumping a larghissima maggioranza (33 a favore, 3 contrari e 2 astensioni) per far potenziare la più blanda proposta iniziale della Commissione europea. In questo modo l’Ue cerca anche di frenare gli effetti del riconoscimento alla Cina dello status di economia di mercato, che sono stati alla base dei contrasti nell’ultimo summit a Bruxelles tra i vertici delle istituzioni comunitarie e il premier di Pechino Li Keqiang.

Le nuove regole dovrebbero portare alla definizione di dazi per l’esportazione in Europa davvero in grado di evitare la concorrenza sleale dei Paesi dove lo Stato interviene a sostegno delle industrie. Le indagini antidumping dovrebbero tenere conto se il Paese esportatore ha rispettato gli standard internazionali nelle regole su lavoro, tassazione e ambiente. Incideranno eventuali misure potenzialmente discriminatorie per gli investimenti stranieri, nel diritto societario e nella tutela di marchi e brevetti. Alla Commissione europea verrebbe assegnata l’elaborazione di rapporti sulla situazione di alcuni Paesi o settori con valore giuridico per il calcolo delle tariffe da applicare. Il «valore normale» del prodotto esportato verrebbe definito in base ai prezzi e ai costi internazionali.

Le imprese europee sarebbero sgravate dall’onere della prova, che viene trasferito sull’esportatore extracomunitario. «L’Europarlamento fa sentire la sua voce a tutela delle imprese per dotare l’Unione di strumenti destinati a combattere tutte le forme di dumping praticate da Paesi extra Ue», ha commentato il presidente dell’Assemblea Ue Antonio Tajani. «Creando regole antidumping più chiare e dure, possiamo proteggere i nostri cittadini dagli effetti negativi della globalizzazione», ha detto l’eurodeputato del Ppe Salvatore Cicu, relatore della risoluzione della commissione Commercio. Vari organismi imprenditoriali europei hanno espresso apprezzamento per l’intervento dell’Europarlamento, che potrebbe essere approvato in Aula nella sessione di luglio a Strasburgo. Inizierà poi la trattativa con i 28 governi Ue per definire il testo finale. Nel summit Ue di giovedì e venerdì prossimi Germania, Italia e Francia dovrebbero sostenere la linea più restrittiva anti-Cina, rispetto ad altri Paesi più importatori commerciali che produttori industriali.

Gli accordi per l’ingresso di Pechino nell’Organizzazione mondiale del commercio hanno comunque reso superato l’attuale sistema di calcolo dei dazi in base all’appartenenza a una “lista nera” dei Paesi dove lo Stato sostiene l’economia. La Cina intende però continuare la sua avanzata internazionale: dall’acciaio fino alla finanza. A Wall Street, dopo la chiusura (nella notte in Italia), potrebbe già essere arrivato l’annuncio che alcune azioni primarie cinesi verranno ammesse per la prima volta nell’indice Msci dei mercati emergenti (Emi). La recente impennata degli investimenti stranieri sui titoli cinesi, tramite Hong Kong e gli altri mercati della Cina, è stata collegata da vari operatori finanziari di New York proprio all’imminenza di questa simbolica apertura.

Ivo Caizzi

Corriere della Sera, 21 giugno 2017

http://www.corriere.it/economia/17_giugno_20/dumping-cinese-l-ue-alza-difese-arrivo-dazi-piu-duri-4c4d9f0a-55fb-11e7-84f0-6ec2e28c1893.shtml

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A Bruxelles va in onda la babele dei bilanci

uecommRaffaele Mattioli, il grande banchiere che guidò la Comit durante il miracolo economico, sosteneva di non trovare differenza tra una poesia e un bilancio. “Nella loro espressione migliore, entrambi sono un’opera d’arte“. Forse esagerava un po’. Sta di fatto che una parte di verità la coglieva. E lo si capisce proprio in questo periodo dell’anno, quando in Europa va in scena il grande spettacolo della presentazione e della valutazione delle leggi di bilancio.

E’ un’occasione unica per osservare le diverse anime del nostro Continente, cosa le accomuna e cosa ancora le separa. In base alla nuova governance dell’Eurozona, entro metà ottobre i paesi membri devono inviare a Bruxelles le versioni preliminari della loro leggi di bilancio (Draft budgetary plan, Dbp). La Commissione le esamina, verifica se deficit e debito sono in linea con gli obiettivi di medio-termine che sono stati concordati in passato ed entro fine novembre emette un giudizio di conformità. Se vengono promosse, le leggi di bilancio da preliminari diventeranno definitive.

L’apparenza deve essere quella di una costruzione rigida, impenetrabile alle eccezioni, che riesca ad essere simbolicamente credibile agli occhi dei mercati e degli elettori nordeuropei, nel tentativo di ancorare le politiche fiscali nazionali ai requisiti dei Trattati. La realtà è però molto diversa e, nel processo di revisione delle leggi di bilancio, la Commissione e i suoi indisciplinati alunni assomigliano a tutto tranne che ad un austero ginnasio prussiano. Partiamo dalla lingua in cui sono scritti i Dbp inviati a Bruxelles e disponibili sulla pagina web della Commissione. Nonostante fiumi di inchiostro sulla retorica dell’integrazione europea e del coinvolgimento dei cittadini, su sedici paesi che hanno inviato il Dbp, sette non l’hanno tradotto in inglese. Poco male se la lingua è quella francese o spagnola. Ma cimentarsi con il finlandese o l’estone non è una cosa da poco. La Grecia e Cipro, beneficiando di un piano di assistenza finanziaria, non devono inviare il loro Dbp. Ma il Portogallo avrebbe dovuto inviare il suo entro la metà di ottobre, come tutti gli altri. Il problema è che si sono tenute le elezioni e non si è ancora formato un governo. I patti internazionali dovrebbero essere rispettati indipendentemente dai momenti particolari della vita democratica di un paese. La Spagna, in previsione delle prossime elezioni, ha infatti anticipato la stesura del proprio Dbp e l’ha inviato a inizio settembre. Sta di fatto che il caso portoghese è lì a smentire chi afferma che la Commissione sia fatta di burocrati irrispettosi dei processi democratici.

Passando alla forma e al contenuto si rimane sorpresi dall’assenza di un formato comune. Dopo tutto stiamo parlando di numeri di bilancio, non di un tema con svolgimento libero. Prendiamo il Dbp francese. Sin dalla prima riga si sgombra il campo da ogni equivoco. L’obiettivo del Presidente è uno: promuovere la ripresa della Francia. La premessa del Dbp tedesco parte dalla disciplina che l’appartenenza all’Europa impone. La Germania, si legge, è conforme con il Patto di Crescita e Stabilità e prosegue nel processo di riduzione del suo debito eccessivo con lo scopo di portarrlo al di sotto del 60% del Pil. In quello italiano, di fatto, non c’è una premessa, tantomeno un obiettivo. Si parte dal contesto macroeconomico, fotografando la situazione di recupero dell’economia, con imprese e consumatori più “upbeat”. Forse è vero quel che diceva Mattioli dei bilanci. Esiste un notevole grado di libertà anche nella definizione del quadro macroeconomico di riferimento. La qual cosa potrebbe anche essere accettabile per variabili economiche prettamente “nazionali”. Ma ci si aspetterebbe di avere gli stessi valori per le cosiddette “esogene”. Il cambio euro-dollaro nel 2016 è ad esempio previsto pari a 1,15 dal Belgio e pari a 1,07 da Lituania e Malta. Per la crescita dell’economia (escludendo la Ue) c’è chi, come l’Austria e la Slovacchia, prevede un valore al 3,6% e chi è più ottimista e vede un 4,3% come Lettonia e Lituania. Ognuno ha il proprio modello ed effettua le proprie ipotesi.

Pensare che la Commissione sia in grado, partendo dal nuovo scenario di inizio novembre, di rifare veramente i calcoli per ogni paese è una pia illusione. Alla fine, la Commissione dovrà emettere un giudizio, la famosa “Opinion”, che viene sintetizzato in tre gradi: “pienamente conforme”, “a grandi linee conforme”, “a rischio di non conformità”. La conformità viene misurata rispetto al deficit e al debito. L’Italia non rischia tanto sul fronte del deficit, ma su quello del debito. Insieme al Belgio, è già sotto osservazione perché non rispetta l’obiettivo di riduzione e rimanda di anno in anno il punto di inversione. Difficile comunque che la Commissione Juncker “bocci” l’Italia per questo e la rimandi nel “braccio correttivo” (si chiama proprio così), dove comunque sarebbe in compagnia di altri cinque paesi, tra cui Francia e Spagna. Dal 2007 al 2014 non c’è mai stato un anno in cui il debito medio dell’Eurozona si sia ridotto. E, tra gli undici paesi il cui debito nel 2014 è risultato superiore al 60% del Pil, quattro, tra cui l’Italia e il Belgio, nei loro Dbp non prevedono per il 2015 di ridurlo.

MARCELLO ESPOSITO

Affari&Finanza

9 novembre 2015

 

Novel food in arrivo

novel foodSui giornali italiani di giovedì 29 ottobre ha ottenuto molto spazio e visibilità la notizia di una presunta “apertura” dell’Unione Europea su cibi esotici come insetti, alghe e micro-organismi vari. La notizia ha guadagnato la foto principale della prima pagina – fra gli altri – della Stampa e dell’Unità, che hanno titolato rispettivamente “Alghe e insetti a pranzo, via libera dall’Ue” e “Indovina cosa viene a cena. Ue: insetti e alghe sono cibo”. In realtà la questione è un po’ più complessa e riguarda l’aggiornamento di una vecchia normativa del 1997 sul cosiddetto “novel food”, cioè di quegli alimenti che secondo la stessa definizione dell’Unione Europea «prima del 1997 non sono stati consumati significativamente all’interno dell’Unione».

L’aggiornamento della normativa, che prevede principalmente una semplificazione delle procedure di approvazione di cibi esotici da parte dell’Unione Europea, è stato effettivamente approvato mercoledì 28 dal Parlamento Europeo con 359 voti a favore e 202 contro: ma la normativa dev’essere ancora approvata dal Consiglio dell’Unione Europea, l’organo che è composto da un rappresentante per ciascuno stato – diverso a seconda della questione di cui si occupa – e che assieme al Parlamento Europeo esercita la funzione legislativa dell’Unione. E per vederne eventualmente i primi effetti potrebbe passare parecchio tempo.

Il contesto, i problemi
Dal 15 maggio 1997 è in vigore una normativa europea che regolamenta le procedure di approvazione di cibi che vengono immessi per la prima volta nel mercato europeo (il cosiddetto “novel food”). Rientrano in questa categoria i prodotti geneticamente modificati, quelli ottenuti con «microorganismi, funghi o alghe», gli alimenti che non sono stati ottenuti tramite «pratiche tradizionali di moltiplicazione o di riproduzione» e – genericamente – quelli che sono stati ricavati con un «processo di produzione non generalmente utilizzato». Quindi cibi “strani” e non previsti dalla dieta dei vari paesi europei, ma anche preparati con tecnologie nuove e non previste nel 1997.

Oggi, il procedimento per richiedere di poter vendere un nuovo alimento nell’Unione Europea funziona così: l’azienda presenta domanda di ammissione del proprio prodotto allo Stato in cui lo vuole commerciare. Lo Stato fa esaminare la domanda a un’authority indipendente. La domanda dell’azienda e la valutazione dell’authority vengono inviate alla Commissione Europea, che invia entrambi i documenti a tutti gli altri Stati dell’Unione, che a loro volta hanno 60 giorni di tempo per sollevare dei dubbi e chiedere nuovi esami. Nel caso questo succeda, è necessario che la Commissione dia la propria autorizzazione all’azienda, e per fare questo chiede un consulto dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare, un’agenzia dell’Unione Europea che ha sede a Parma e che si occupa di consulenza su questioni alimentari. Nel caso nessuno sollevi obiezioni, il singolo Stato può autorizzare l’azienda a vendere il suo prodotto. Ogni azienda deve ripetere lo stesso procedimento, anche se vende un prodotto identico a uno già approvato. Dal 1997 a oggi sono stati approvati 86 nuovi cibi, di cui 5 solo nel 2015 (fra cui latticini trattati con un particolare tipo di batteri, o l’olio tratto dalla microalga Schizochytrium). Secondo il Sole 24 Ore la Commissione Europea in questi anni ha esaminato 180 richieste.

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La nuova proposta
La normativa approvata dal Parlamento Europeo è stata presentata dalla Commissione Europea nel dicembre del 2013. Prevede in sostanza un aggiornamento delle categorie previste dal 1997 e una semplificazione delle procedure per avanzare la richiesta di vendere un nuovo prodotto.

L’aggiornamento delle categorie dovrebbe portare a un loro ampliamento che ad esempio tenga conto degli insetti – sui quali la Commissione Europea ha chiesto e ottenuto un parere dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (che è stato sostanzialmente positivo) – e dei cosiddetti nanomateriali, cioè degli additivi microscopici. La nuova proposta prevede anche che le richieste per commerciare nuovi prodotti vengano avanzate direttamente alla Commissione, saltando in questo modo il passaggio nei singoli stati, e che una volta che un cibo sia stato approvato riceva una “autorizzazione generica” valida per tutti i prodotti identici messi ipoteticamente in vendita da altre società. La Commissione ha sette mesi per decidere se un cibo possa essere o meno commerciato in Europa. La nuova normativa prevede anche una procedura “agevolata” per prodotti già commerciati in un paese terzo «per almeno 25 anni nella dieta abituale di una grande parte della popolazione del paese». Non è ancora chiaro, comunque, quando questa normativa verrà esaminata dal Consiglio dell’Unione Europea: né di conseguenza se e quando entrerà in vigore.

http://www.ilpost.it/2015/10/29/insetti-alghe-parlamento-europeo-europa/

 

Unioni civili: cosa prevede il ddl

ucivilIL DISEGNO di legge Cirinnà bis è un nuovo disegno di legge che ripropone il testo base adottato dalla commissione Giustizia al Senato nello scorso marzo. Nel capo 1 – le unioni civili – riguarda le sole coppie omosessuali. Nel capo 2 – le convivenze di fatto – ci si riferisce tanto alle coppie etero quanto alle coppie omo.

Tuttavia, il Cirinnà bis recepisce oggi alcune modifiche suggerite dalle audizioni dei costituzionalisti e dal lavoro di elaborazione degli ultimi mesi, tra veti e paletti posti dai centristi cattolici: un modo per aggirare l’opposizione di alcuni senatori in commissione, dove il vecchio ddl era bloccato da mesi tra ostruzionismi e resistenze. Nel nuovo ddl non vi è comunque nessuna apertura al matrimonio egualitario. Con la sua approvazione, le coppie composte da persone dello stesso sesso, qualificate come “specifiche formazioni sociali”, potranno usufruire di un nuovo istituto giuridico di diritto pubblico denominato unione civile.

Quanto ai diritti sociali – e alle polemiche che dividono la maggioranza – stepchild adoption (articolo 5, vale a dire estensione della responsabilità genitoriale sul figlio del partner) e reversibilità della pensione restano previsti, così com’erano. Cosa cambia? Non più un registro ad hoc per le unioni civili visto che le coppie saranno iscritte nell’archivio dello stato civile; soppressi però anche alcuni rimandi agli articoli del codice civile che regolano il matrimonio: i diritti e i doveri delle coppie unite civilmente sono elencati negli articoli 3 e 4 che si riferiscono alla vita familiare e agli obblighi di mutua assistenza e di contribuzione ai bisogni comuni e ai diritti sociali derivanti dalla condizione di coppia. Sono previsti i diritti successori dei coniugi. Le leggi, gli atti aventi forza di legge, i regolamenti e i contratti collettivi, ove si riferiscono al matrimonio e ai coniugi, si applicheranno anche alle parti dell’unione civile.

Nel ddl resta anche il titolo secondo (capo 2) sulla disciplina della convivenza: le coppie di fatto, tanto etero quanto omosessuali, vedranno scritti nero su bianco i loro diritti sanciti dalla giurisprudenza italiana ed europea (senza stepchild adotion né reversibilità delle pensioni): dalla reciproca assistenza (ciascun convivente può designare l’altro con pieni poteri o limitati per le decisioni in materia di salute o in caso di morte) alla permanenza nella casa in cui si vive assieme e successione nel contratto di locazione. Dall’inserimento nelle graduatorie ai diritti nell’attività di impresa.

http://www.repubblica.it/politica/2015/10/14/news/unioni_civili_ecco_il_testo_della_proposta_cirinna_bis-125061446/?ref=HREA-1

Cosa sono le unioni civili

http://www.politicanti.it/unioni-civili-italia-cosa-sono-prevedono-riforma-legge-testo-coppie-1032

 

 

 

Raccomandazioni all’Italia

flageuroppSei raccomandazioni, e uno sconto sul deficit. L’Italia, incassa la flessibilità richiesta grazie a «un Def abbastanza ambizioso», ma l’Europa chiede «l’intensa» agenda di riforme venga portata a termine.

In particolare, il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis parla di «misure importanti», ma non nasconde «le debolezze ancora da affrontare». Quali sono i nodi da sciogliere? Tra i capitoli che il governo Renzi dovrà affrontare ci sono i decreti attuativi sul fisco, misure per rafforzare le banche entro la fine del 2015, riforme istituzionali, della Pubblica Amministrazione. Bruxelles chiede anche interventi per ridurre la lunghezza dei processi civili, un piano per i porti e la logistica e misure per il lavoro.

Resta, ovvio, il nodo pensioni. «Non abbiamo cambiato idea dal 25 febbraio, confermiamo la decisione presa allora di non aprire una procedura» per debito eccessivo aggiunge il commissario Ue agli affari economici Pierre Moscovici.

http://www.lastampa.it/2015/05/13/economia/flessibilit-litalia-incassa-il-via-libera-ue-UM1VhgJV6evQY8o6in1JvL/pagina.html

http://www.corriere.it/economia/15_maggio_13/ue-sei-raccomandazioni-all-italia-privatizzazioni-fisco-debito-lavoro-e2241778-f975-11e4-997b-246d7229677f.shtml

Il potere di Google

tytytyUn secolo fa i reporter della muckraking press negli Stati Uniti si guadagnarono il loro nome, copyright Theodore Roosevelt, perché rastrellavano nel fango. Svelavano gli scandali delle grandi aziende. Alcuni svelarono gli abusi da monopolista di John Rockefeller, provocarono la reazione furibonda dell’uomo la cui fortuna valeva qualcosa come 300 miliardi in dollari di oggi, ma alla fine portarono alla scissione della sua Standard Oil in molti pezzi per mano della Corte suprema. Correva l’anno 1911. Oggi niente del genere sarebbe immaginabile. Non c’entra solo il fatto che, ammesso che lo voglia, l’antitrust di Bruxelles non ha i poteri per separare il motore di Google dal resto delle sue attività (come ha chiesto giovedì scorso l’Europarlamento).

Conta anche un altro dettaglio: Google potrebbe accorgersi che un muckraker sta per pubblicare un articolo suoi sui presunti abusi prima ancora che questi lo scriva. Niente permette di sospettare che Google spii chicchessia, ma potrebbe riuscirci se solo lo volesse: è sufficiente incrociare i dati delle ricerche sul web di una persona, se è un utente dei servizi di ricerca del gruppo di Mountain View come accade nel 90% dei casi negli Stati Uniti e nel 68% dei casi in Europa.

Le nuove tecnologie danno ai grandi gruppi della rete il potere di ammassare una quantità fino a ieri inconcepibile di dati su chiunque si rivolga a loro. Questi dati possono essere usati per un gran numero di funzioni commercialiuno raccolgono le preferenze di milioni di clienti, fanno emergere le loro scelte, scavano fino a individuare le abitudini e i comportamenti dei singoli. Non è un privilegio della sola Google. Qualunque azienda multinazionale investe in programmi di software capaci di lavorare sui cosiddetti “Big Data”, i grandi numeri sui consumatori con i quali entra in contatto.

La differenza di Google è che fonde più mestieri in una sola azienda integrata: motore di ricerca che seleziona (anche) i rimandi ai suoi potenziali concorrenti; assistente personale di centinaia di milioni di persone in servizi che vanno dalla ricerca di un luogo, alle informazioni meteo, alla traduzioni di testi, allo scambio di posta; fornitore di contenuti prodotti da altri, ma estratti da Google gratis dalla rete e presentati accanto a inserzioni pubblicitarie che arricchiscono solo il gruppo di Mountain View. In un’era di trasformazioni, Google non è il solo operatore in grado di accumulare una posizione tanto dominante. Amazon lo ha fatto nei libri, e ha cercato di schiacciare la francese Hachette quando ne è stato contestato. Oggi non viviamo una nuova era di robber baron, i “baroni ladri” alla Rockefeller, ma di innovatori illuminati che hanno cambiato le nostre vite in meglio. Questo non conferisce loro il diritto di abusare della propria forza di mercato. Il nuovo commissario europeo alla Concorrenza, Margrethe Vestager, non ha il diritto di imporre loro la stessa fine di Standard Oil. Ma (si spera) non dimenticherà le altre armi di cui dispone.

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2014/12/01/news/le_armi_delleuropa_e_il_potere_di_google-101843886/

Noi nudi davanti a Google

imagesXKUThjghGoogle ha un nuovo avversario. Il Parlamento europeo si è espresso a larghissima maggioranza con un parere, non vincolante, affinché le attività del motore di ricerca creato da Larry Page e Sergey Brin vengano separate da quelle di vendita della pubblicità. L’accusa: attraverso le ricerche, Google è in grado di conoscere i nostri bisogni. O meglio, mettendo in fila ciò che cerchiamo ogni giorno sul motore che monopolizza il 90% del mercato, si può arrivare a costruire una sorta di seconda nostra identità.

Ci ritroviamo nudi di fronte ad algoritmi, a formule matematiche. È come se regalassimo, più o meno coscientemente, tutte le volte che interagiamo con la Rete, pezzettini del nostro io. Chi ha in mano i codici per ricomporre questa moltitudine di «Me» virtuali che gli esperti chiamano eufemisticamente «profili», dispone di una merce preziosa. Un valore che fa gola ad aziende e pubblicitari che sempre più vogliono parlare non a comunità indistinte ma a persone, con lo scopo di essere più efficaci nell’opera di persuasione.

Il pronunciamento dell’Europarlamento va così ad affiancarsi all’altra iniziativa del Garante della privacy dell’Unione che ha chiesto a Google, nei giorni scorsi, di estendere il diritto all’oblio per i cittadini a tutte le versioni nel mondo del motore di ricerca e non solo a quelle del Vecchio Continente. Un susseguirsi di prese di posizione e di atti formali che fanno trasparire l’insofferenza europea nei confronti del potere di Google e in generale delle aziende tecnologiche americane. Un’insofferenza resa ancora più palese dall’indagine dell’Antitrust sempre su Google.

Certo, il fatto che da Apple ad Amazon a Facebook, Microsoft, Yahoo, oltre a innumerevoli altre aziende, considerino Google un proprio concorrente, dà la dimensione di quanto la società possa contare su un dominio a tratti pervasivo.
Ma l’insofferenza non deve però mascherare la non volontà o incapacità dell’Unione di riuscire ad agevolare processi e aziende che possano essere competitivi con quelli negli Stati Uniti. Piuttosto c’è da chiedersi se sia normale che l’inchiesta dell’Antitrust europeo relativa a Google duri ormai da 4 anni. La variabile tempo è decisiva nei processi economici.

La società nata attorno a un motore di ricerca nel 1998, veniva quasi presa in giro quando nel 2010 lanciò il suo progetto di auto senza pilota. Oggi i big del settore sono alla sua rincorsa. Larry Page, il fondatore alla guida di un gigante da 55 mila dipendenti, vuole a tutti i costi essere in ogni angolo del futuro prossimo venturo. Anzi, vuole immaginarlo: dalle nanopillole che ingerite renderanno possibile identificare i malanni, ai palloni aerostatici che permetteranno la diffusione di Internet in ogni dove, alle turbine a vento nell’atmosfera, ai laboratori di ricerca che vogliono riscrivere le regole della medicina. Avere mezzi e capacità di visione di tale portata è ammirevole.

Ma proprio da questo nasce la necessità di regole condivise, di grandi scelte che attendono l’Europa sulla privacy, sul fronte dei mercati digitali, sulla neutralità della Rete che sinora sembra aver avvantaggiato solo chi offre servizi e non chi crea infrastrutture. Non ci si può limitare ad alzare la voce sulla privacy o su singoli segmenti di mercato come quello dei motori di ricerca e della pubblicità. A questo dovrebbe servire, e sarebbe molto più corretto, l’Antitrust. Soprattutto se la neocommissaria Margrethe Vestager non attenderà altri 4 anni per sanzionare o meno abusi di posizione dominante.

Daniele Manca

Correre della Sera 28/11/2014