Riforme sì, lavoro no

aprendSi sa, di buoni propositi è lastricata la via dell’inferno. E sicuramente ottime erano le intenzioni del governo Monti e del ministro del Lavoro, Elsa Fornero, nel Consiglio dei ministri del 23 marzo 2012. Ed alta la fiducia che essi riponevano nel loro operato, al punto da intitolare «Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita » il disegno di legge che poi verrà approvato dal Parlamento.

Peccato che la crescita non ci sia stata affatto.

Il Prodotto interno lordo è calato del 2,5% nel 2012 e dell’1,7% quest’anno.

La crisi cominciata nel 2008 ha spazzato via, come dice l’ultimo rapporto Confartigianato, 1.158.000 posti di lavoro al ritmo di 577 al giorno, addirittura 1.118 in meno al giorno nell’ultimo anno.

E per il 2014 lo stesso governo stima che, nonostante la ripresina (Pil + 1%), l’occupazione scenda dello 0,1%. Torna in mente quello che l’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ripeteva con un certo vezzo del paradosso: «La crescita non la fanno i governi», perché dipende da molti fattori esterni, soprattutto per un’economia di trasformazione come la nostra. Vero, ma i governi possono creare le condizioni per favorirla la crescita. E l’occupazione. In Italia nemmeno a far questo siamo riusciti.

Tanto che se ci paragoniamo a Paesi a noi simili vien fuori che mentre nel decennio 2002-2011 il Pil italiano è cresciuto in media dello 0,3% l’anno, in Germania è salito dell’1,2%, in Spagna dell’1,8%, in Francia dell’1,1%, nel Regno Unito dell’ 1,6%. E negli ultimi due anni le distanze sono aumentate. Il dubbio che si possa fare di più, che si possa essere governati meglio è giustificato. E invece niente.

L’idea, per esempio, della riforma Fornero di fare dell’apprendistato il canale principale di accesso al lavoro per i giovani sembrava ottima. Puntava al modello tedesco, dove l’integrazione tra scuola e lavoro funziona. Gli incentivi previsti per le aziende erano forti: zero contributi per tre anni (o al 10% nelle imprese con più di 9 dipendenti) e retribuzione più bassa perché gli apprendisti vengono sottoinquadrati. Ma l’apprendistato non decolla. Anzi, gli ultimi dati del ministero del Lavoro sono sconfortanti. Nel terzo trimestre del 2013 solo il 2,4% dei rapporti di lavoro attivati è avvenuto con l’apprendistato: 57.843 in tutto, con un calo del 7% rispetto allo stesso periodo del 2012. La parte del leone la fanno i contratti a tempo determinato che rappresentano ormai il 70,4% delle assunzioni (contro il 67,1% di un anno fa) mentre quelli a tempo indeterminato sono solo il 15,4% (contro il 17,5%). Che cosa blocca le imprese? A sentire loro, gli eccessivi vincoli sulla formazione e la pesantezza delle sanzioni nel caso in cui il contratto di apprendistato venga impugnato e il giudice dia ragione al lavoratore: non solo l’obbligo di assumere a tempo indeterminato, ma il pagamento raddoppiato dei contributi e della retribuzione piena dall’inizio. Più in generale, è proprio il rischio di un aumento del contenzioso, in particolare sull’articolo 18 sui licenziamenti che pure si voleva depotenziare, una delle critiche frequenti alla riforma Fornero. I 270 commi della legge hanno complicato un sistema che era già un rompicapo per gli stessi consulenti del lavoro. Proprio il contrario della semplicità da tutti invocata.

L’apprendistato non decolla, il collocamento non funziona, l’economia non gira (ma le famiglie sono mediamente ricche e lo Stato assistenziale è ancora pervasivo). Tutto concorre a determinare una grande anomalia dell’Italia. Detto in parole povere, da noi ci sono molte meno persone che lavorano. Il «tasso di occupazione » nella fascia 20-64 anni segnalava 61,2 persone al lavoro ogni cento nel 2011, ultimo anno utile per i confronti internazionali, contro l’80% della Svezia, il 76,3% della Germania, il 73,6% del Regno Unito, il 69,2% della Francia, il 68,6% della media Ue. Bene, nel 2013 il tasso di occupazione 20-64 anni in Italia è ulteriormente calato: al 59,7%. Premesso che i posti di lavoro non si creano per decreto, anche qui il governo può però stimolare condizioni favorevoli.

Ora, se si parla con gli imprenditori, quelli che dovrebbero assumere, questi ti spiegano che, nell’ordine: se uno ha più di 15 dipendenti non conviene perché il nuovo assunto non si potrebbe mai licenziare; se uno ha meno di 15 dipendenti il costo del lavoro in ogni caso è troppo alto e per dare mille euro netti in busta paga bisogna sborsarne il doppio per coprire tasse e contributi; che, potendo scegliere, è meglio ricorrere a un contratto flessibile o al limite a uno stage o, per i più spregiudicati (ma mica tanto, vista la pochezza dei controlli), a un’assunzione in nero.

Se uno invece parla con i giovani che cercano lavoro, ti spiegano che: al massimo ti offrono un tirocinio col rimborso spese e devi dire pure grazie; che per un buon lavoro o conosci qualcuno o è meglio che lasci perdere; che se non hai già un’esperienza di lavoro non ti prendono; che se sei fortunato ottieni un posto precario; che tanto vale tentare all’estero. Il collocamento che non colloca È evidente, quindi, che c’è sia un problema di costo del lavoro (troppa la differenza tra lordo e netto) sia un problema di incrocio tra domanda e offerta di lavoro (il collocamento pubblico trova un lavoro ad appena il 2,9% degli assunti) sia un problema di trappola della precarietà.

Le riforme dell’ultimo ventennio hanno cercato di affrontare la situazione, ma senza grandi risultati. Nel 1997 il pacchetto Treu ebbe il merito di introdurre nuove forme di flessibilità (il lavoro interinale) e di sistematizzarne altre già presenti per dare una prima scossa a un mercato del lavoro che doveva fare i conti con gli scenari aperti dalla globalizzazione. Gli occupati che all’inizio del 1998 erano circa 21 milioni salirono a 22,4 milioni nel giro di 6 anni e il tasso di occupazione passò dal 53,3% al 57,5 dell’inizio del 2004. Sulla scia della Treu arrivò la legge Biagi nel 2003, che inserì altri contratti flessibili, dal lavoro a chiamata a quello ripartito, ma cercò anche di limitare l’abuso del contratto di collaborazione (co. co. co.) richiedendo un «progetto » che lo giustificasse (co. co. pro.) e si pose finalmente l’obiettivo di creare una Borsa nazionale del lavoro, quello che poi sarà il portale Internet «cliclavoro», dove incrociare tutte le domande e le offerte di occupazione, pubbliche e private. Un progetto che non è mai decollato perché, per via del disastroso federalismo all’italiana che attribuisce alle Regioni competenza in materia, i diversi sistemi informatici non dialogano tra loro. Ora al portale dovrebbero iscriversi i 900 mila giovani tra 15 e 24 anni che non lavorano e non studiano, potenziali destinatari del programma Garanzia Giovani ai quali il governo dovrebbe offrire un’occasione di formazione o lavoro. Un banco di prova per il ministro Enrico Giovannini. Dopo la Biagi ci fu un ulteriore aumento degli occupati, che arrivarono al record di 23 milioni e mezzo nel 2008, con un tasso di occupazione che sfiorava il 59%. Ma per i giovani il canale di accesso al lavoro diventava sempre più il contratto a termine in barba alla direttiva europea 1999/70 secondo la quale «la forma comune dei rapporti di lavoro» dovrebbe essere «a tempo indeterminato». Nel 2007 il ministro del Lavoro Cesare Damiano cercò di porre un freno ai contratti a termine rafforzando il limite dei 36 mesi. Poi il contratto a termine è stato nuovamente incoraggiato consentendo che il primo senza causale possa durare fino a 12 mesi. Norme che cambiano continuamente senza che cambi la sostanza di un sistema complicato e inefficiente. Infine la crisi ha travolto tutto e ci ritroviamo, a ottobre 2013, con 22,3 milioni di lavoratori e un tasso di occupazione lontano dalla media europea.

E.Marro Corriere della Sera 30 dicembre 2013

http://mentiinformatiche.com/2013/12/apprendistato-e-collocamento-quelle-riforme-senza-lavoro.html

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Troppe leggi poche regole

labirinto…Abbiamo in circolo leggi sui tosaerba, sulle camicie da notte, sulle galline, sui pedaggi stradali dei camionisti. Il virus legificatore ha contagiato pure i prosciutti, con tre leggi sul San Daniele (rispettivamente del 1970, del 1990, del 1999) e un’altra sul pignoramento dei prosciutti (vi si provvede «con l’apposizione sulla coscia di uno speciale contrassegno indelebile»: legge n. 401 del 1985).

Tuttavia non basta, non basta mai. E il parapiglia normativo che s’è scatenato attorno al decreto salva Roma ne è solo l’ultima esibizione: regole sulle lampade a incandescenza, sulle slot machine, sui chioschi in spiaggia, sulle sigarette elettroniche. Non regole qualunque, no: regole di legge. Quelle che Calderoli, nel 2010, finse di bruciare col suo lanciafiamme spento. Quelle che Bassanini, nel 1997, voleva eliminare attraverso un ampio processo di delegificazione, rimpiazzandole con altrettanti regolamenti. Senza curare il male alla radice, dato che il male è il troppo diritto che ci portiamo in groppa, e dato che per noi asinelli cambia poco se a spezzarci la schiena è una norma regolamentare anziché legislativa. Ma almeno i regolamenti sono flessibili, rapidi da approvare così come da abrogare. Se invece confezioni il prosciutto in una legge, per sconfezionarlo avrai bisogno del voto di mille parlamentari, della promulgazione del capo dello Stato, del visto di legittimità della Consulta.

Risultato: se il secondo millennio si è chiuso all’insegna della delegificazione, il terzo ha inaugurato l’epoca della rilegificazione. Magari con meno provvedimenti rispetto alla prima legificazione (negli anni Sessanta le Camere approvavano una legge al giorno, escluse le domeniche), tuttavia con provvedimenti più corposi, ciascuno gonfio come un panettone. E con una pletora di norme astruse, di ridondanze, di strafalcioni sintattici e giuridici. La qualità della nostra legislazione è peggiorata, come no. Anche la quantità, però: nel 1962 le 437 leggi decise in Parlamento sviluppavano 2 milioni di caratteri; nel 2012 le leggi sono state 101, ma i caratteri sono diventati 2,6 milioni.

Da qui un paradosso: l’Italia delle troppe leggi è un Paese senza legge. Perché nel diritto, così come nella vita, dal pieno nasce un vuoto. Se ti martellano troppe informazioni t’ubriachi, e alla fine resti senza informazioni. Se la legislazione forma una galassia, nessuna astronave potrà esplorarla per intero. E il cittadino sarà solo, ignaro dei propri poteri, alla mercé d’ogni sopruso……

M.Ainis Corriere della Sera 30 dicembre 2013

http://www.corriere.it/editoriali/13_dicembre_30/troppe-leggi-poche-regole-29bafae4-711d-11e3-acd7-0679397fd92a.shtml

Euro troppo forte: vantaggi e svantaggi

euro dollariNato a Genova da una famiglia di migranti italiani, ma ministro delle Finanze del Brasile, Guido Mantega è stato il primo a rompere il tabù. Nell’autunno del 2010 disse che nel mondo era in corso una “guerra valutaria“: ciascun Paese e ognuno dei grandi blocchi economici cercava di svalutare per rendere più competitive le proprie esportazioni. Da allora la ripresa ha  messo radici quasi  ovunque, ma il conflitto   di cui parla Mantega non è sedato. Il bilancio del 2013 mostra anzi che  ha un chiaro perdente, l’euro. La moneta unica è praticamente  la  sola al mondo di fronte alla quale tutte le altre divise, grandi, medie e  piccole,  hanno perso valore. Sull’euro  si sono svalutati il dollaro   americano (del 4,2%), quello canadese (dell’11%), lo yuan cinese (del  2%), per non parlare dello yen giapponese (meno 22%), del real  brasiliano  (meno 19,7%), del dollaro australiano (meno 20%), del rublo  russo (meno 13%) o della  lira turca (meno 24%). La lista  continua per  decine di monete, inclusi il franco svizzero  (meno 1,5%), la corona  norvegese (meno 15%) e la rupia  indiana (meno 14,5%).
La maggior parte  di queste svalutazioni  sono a doppia cifra e gran parte delle divise  estere, incluso il biglietto verde, hanno  toccato i minimi dell’anno  sull’euro ieri sera. È un segno che lo smottamento è ancora in corso.  Dai Paesi avanzati alle economie emergenti, tutte le aree del pianeta  stanno conquistando competitività di prezzo sui mercati globali  rispetto  ai prodotti venduti a partire da Eurolandia.
Una moneta  forte ha anche dei vantaggi, ovviamente. L’Italia  per esempio acquista  da fuori dall’area a moneta unica beni e servizi per circa 216 miliardi   di euro l’anno, pari a circa  il 14% del Pil (dati Eurostat sul 2102).  Il rafforzamento valutario  del 2013 contribuisce dunque a ridurre il  costo di molti beni esteri e aumenta il potere d’acquisto dei  consumatori  italiani. È così che una moneta forte in teoria aiuta a  contenere il carovita, ma il bilancio  di questo 2013 mostra che il  troppo successo può produrre il suo opposto: il tasso  d’inflazione  nell’area euro e in Italia è oggi oltre un punto  percentuale sotto al  livello che la Banca centrale europea ufficialmente vuole e la stessa  Bce non vede all’orizzonte un ritorno alla quota preferita, che è sotto  ma vicina al 2%. Più immediato è il rischio di una spirale deflattiva  che può spingere famiglie e imprese a congelare le spese in attesa di  prezzi sempre più bassi in futuro.
Chi si disinteressa del tasso di  cambio, sostiene che l’area euro è relativamente chiusa all’esterno  perché i suoi Paesi commerciano in prevalenza fra loro. Dunque la forza  dell’euro  cambierebbe poco. Ma non è più vero. Eurostat, l’agenzia   statistica Ue, mostra che nel 2012 l’Italia ha venduto  fuori dalla zona  euro beni e servizi per 231 miliardi, pari al 59% del suo export  totale. È il 15% del Pil. Un euro sempre più forte erode dunque la  competitività del Paese più di quanto faccia per esempio per la Spagna e  la Francia, le quali piazzano in area euro circa metà del loro export.  Le imprese italiane fatturano in Turchia oltre dieci miliardi l’anno,  dunque per loro la svalutazione del 24% della lira turca nel 2013 incide  a fondo. Considerazioni simili valgono  per i dieci miliardi di vendite   del made in Italy in Russia ora che il rublo è giù del 13%, per i  19 miliardi del mercato britannico a sterlina giù del 3% o per i quasi  sei miliardi di export in Giappone con lo yen giù di quasi un quarto o  per i 26 miliardi di fatturato italiano  negli Stati Uniti con un  dollaro  cronicamente debole.
Forse era inevitabile, vista  l’aggressività delle altre grandi  banche centrali. La Federal Reserve  Usa quest’anno ha creato e immesso sui mercati qualcosa come mille  miliardi di dollari. La Banca del Giappone  ogni mese interviene  iniettando yen per l’equivalente  di circa 70 miliardi di dollari e la  Banca d’Inghilterra  negli ultimi anni ha comprato  più di un terzo  dell’enorme stock di debito pubblico  di Londra.
La Bce invece per  adesso non fa niente di simile,  ma per quanto tempo ancora potrà  evitarlo? Alla Spagna, all’Italia o alla Grecia, la Germania e la stessa  Bce chiedono di recuperare terreno  sui mercati globali attraverso   svalutazioni interne: tagli  ai costi di produzione e ai salari dei  lavoratori per poter vendere nel mondo a prezzi più competitivi. È una  strategia  che comporta costi sociali elevati, con l’aumento della  disoccupazione, un lungo congelamento o il taglio degli stipendi  pubblici e l’erosione dei salari privati. Ora però la forza dell’euro  lasciato a se stesso nella guerra valutaria globale sta vanificando  buona  parte di questi sacrifici, o rischia di farlo presto.
L’alternativa  non può essere  il modello argentino, default  e svalutazione brutale.  Dieci anni dopo quella svolta, nel Paese sudamericano l’inflazione   resta fuori controllo e la popolazione alla fame sta ancora  saccheggiando i negozi.  Ma la storia recente insegnerà  pure qualcosa:  fra il 2007 e il 2009 lo yen si impennò  un terzo del valore su euro e  dollaro e fu proprio allora  che l’export tedesco prese  il volo. Ora è  l’Europa ad avere davanti un destino giapponese, più un altro rischio:   il crollo della sua legittimità  fra i cittadini, perché rifiutando  di  governare la moneta  manda in fumo i sacrifici che chiede ai lavoratori  più deboli dei Paesi in crisi.

F.Fubini su Repubblica del 28 dicembre 2013

http://www.repubblica.it/economia/2013/12/28/news/l_italia_paga_il_prezzo_pi_alto_per_la_corsa_infinita_del_super_euro-74635474/

(28 dicembre 2013)

Hotel e agenzie online: c’eravamo tanto amati…

hotelC’eravamo tanto amati… «Firmavi un contratto conBooking.com o con Expedia e il giorno dopo arrivavano le prime prenotazioni, da un paesino dell’Aspromonte o da Manhattan. Il nome del tuo albergo veniva conosciuto in tutto il mondo. Sembrava un bel matrimonio, il nostro. Poi il partner si è fatto sempre più esoso e adesso tra hotel e portali di ricerca e prenotazione c’è una crisi pesante. Come in tutte le separazioni, siamo ormai in mano agli avvocati». Alessandro Nucara, direttore generale di Federalberghi, racconta così la grande rivolta dei titolari di hotel – italiani ed europei – contro i colossi che via Internet ti dicono dove dormire e mangiare, come viaggiare. ….

Facile perdersi in mezzo a tutte queste sigle. «La questione è però abbastanza semplice», spiega Nucara. «Non possiamo più accettare clausole presenti nei contratti sottoscritti in passato che si sono rivelate un vero capestro. Abbiamo scoperto che non siamo più liberi di fare offerte speciali per le nostre camere. Il prezzo non può mai scendere sotto quello indicato nel sito con cui abbiamo il contratto. Se prima di Capodanno mi trovo con trenta camere libere, e voglio venderle perché comunque ho il personale già stipendiato, non posso scontarle a 70 se il sito mette 80 come miglior prezzo. Faccio un esempio: lei decide di andare a comprare vino e salami da un contadino e lui le risponde che non può fare prezzi più bassi rispetto ai negozi di città. Non si uccide così la libera concorrenza?»……

I portali diventano sempre più dei monopolisti. «Expedia -aggiunge un ‘albergatore di Trastevere – ha acquisitoTripAdvisor, comparatore di prezzi e anche una Olta italiana, Venere.com,che funzionava bene. E la commissione è passata dal 13 al 22%. Siamo davvero in una situazione pericolosa. Se i portali decidessero di portare la commissione al 40%, non avremmo più la forza di dire no. Questi colossi sono in grado di orientare i flussi turistici non solo da un hotel all’altro ma da un Paese all’altro. Chiedi “hotel Roma” al portale e subito appaiono pubblicità e offerte speciali a Parigi, Berlino, Istanbul… Alzando le commissioni, si tolgono risorse agli alberghi che così non possono investire in grandi e piccole cose, come il bollitore in camera, sempre più richiesto dagli stranieri. È vero, c’eravamo tanto amati. Ma adesso il portale è diventato un socio occulto, che ti costa sempre di più. E non fa l’interesse del tuo albergo

http://viaggi.repubblica.it/articolo/hotel-contro-agenzie-online-troppo-esose/228726

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Le lacrime di Sybille

Banchieri-medioevo[1]I banchieri dei grandi scambi internazionali sono una categoria così impopolare da far spesso dimenticare un dettaglio: li abbiamo inventati noi. I primi uomini di finanza, capaci di garantire gli scambi di merci, valuta o di debito attraverso le frontiere europee, furono quasi tutti italiani. Fiorentini, pisani, senesi, lucchesi, astigiani, genovesi o parmensi nati nel dodicesimo o nel tredicesimo secolo e cresciuti nell’idea di creare denaro tramite altro denaro, aiutando (in teoria) il prossimo a concludere i propri affari in spezie, tessuti o derrate agricole.
Neanche all’epoca aveva l’aria di essere una professione dignitosa. A Firenze o in Piemonte la pratica di prelevare un tasso d’interesse sui prestiti appariva talmente spregevole da essere riservata unicamente agli ebrei. Questo non impedì al numero di professionisti del settore in Italia di continuare a crescere durante i decenni del «big bang» finanziario e commerciale del basso medioevo. Solo a Firenze, fra il 1304 e il 1314, il numero dei cambiavalute salì da 274 a 314 e le «tavole di cambio» passarono da 93 a 135.
Era una finanza spesso sregolata, da robber barons del capitalismo americano di fine ‘800 o da locuste di Wall Street dei momenti più febbrili delle bolle dell’ultimo ventennio. Allora come oggi, c’era chi non apprezzava e provava a ribellarsi contro i banchieri che si accaparravano le risorse dei propri stessi clienti. Ma allora come oggi, non era facile prevalere sulla forza del denaro e dei professionisti che esso è in grado di mobilitare. Ce lo mostra un lavoro sorprendente di Amedeo Feniello, uno storico del medioevo con una lunga carriera d’insegnamento negli Stati Uniti e in Francia: la storia di una giovane vedova francese che da sola decide di sfidare in tribunale i banchieri fiorentini che l’avevano raggirata. Avesse avuto qualche altro cliente dalla sua parte, la si potrebbe chiamare la prima “class action” della storia, alla quale avrebbero fatto seguito quelle dei clienti di Lehman Brothers, di quelli di Bernie Madoff, degli obbligazionisti di Parmalat o di quelli del governo argentino.
Purtroppo però la donna, Sybille de Cabris, era sola. Dalle lacrime di Sybille. Storia degli uomini che inventarono la banca (Laterza, 2013) di Feniello ricostruisce la vita e la battaglia giudiziaria di una ragazza provenzale, figlia di cacciatori di saraceni, che non corrisponde in niente allo stereotipo della donna medievale. Da quello che sappiamo, Sybille fu capace di autonomia di giudizio, tenacia di fronte ai banchieri che le avevano sottratto il patrimonio, spirito imprenditoriale e coraggio. Trasferite sette secoli più tardi, le vicende drammatiche della sua vita potrebbero diventare la trama di una produzione hollywoodiana. Nel 1335 Sybille sposa giovanissima Annibal de Moustier, cavaliere e signore della valle provenzale d’Entrevennes, oggi nota soprattutto per i campi di lavanda cari agli impressionisti francesi.
Interessante che all’epoca la Germania eravamo noi: la dote portata ad Annibal è della ragguardevole somme di duemila fiorini d’oro di Firenze. Era infatti la città-Stato toscana a battere la moneta emblema di valore, stabilità e affidabilità negli scambi internazionali dell’epoca. Da quando era stato coniato nel 1252, il fiorino d’oro di Firenze si era imposto in Europa in quanto moneta di riserva e di scambio,un po’ come nel ventesimo secolo era successo alla Deutsche Mark sin quasi dalla creazione nel 1948.
Ma neanche il patrimonio in valuta pregiata, a cui si aggiungono i possedimenti in Campania e in Sicilia, permette Sybille e al marito Annibal un avvenire sicuro.
I due sono giovani, belli e, secondo quanto riferisce per lettera un amico di famiglia, realmente innamorati. Lui però muore all’improvviso nel giorno di Ognissanti del 1335, lasciandola vedova a meno di vent’anni e incinta. La famiglia di lui a quel punto complotta contro di lei nel tentativo di impossessarsi dei suoi beni, accusandola di fingere la gravidanza solo per accaparrare l’eredità del marito defunto.
Seguono umilianti prove corporali per dimostrare agli emissari dei suoceri di essere realmente incinta. Sybille si difende e alla fine prevale, ma questo è solo l’inizio delle sue peripezie. Con un sorprendente spirito imprenditoriale, questa vedova del basso medioevo passa in rassegna i suoi beni decisa a valutare quanto le rendano e se abbia senso mantenerli. Molto presto decide di vendere il suo castrum nel Regno di Sicilia, dal quale l’amministratore non trasmette alcuna rendita da anni, per reinvestire invece a scelta in una di tre proprietà provenzali in quel momento sul mercato. Sybille è una giovane donna capitalista, il cui problema è trasferire il ricavato della sua vendita in Sicilia verso la Provenza.
È qui che i banchieri entrano nella sua vita. I Buonaccorsi di Firenze prendono in consegna il denaro a Napoli e si impegnano, dietro commissione, a produrre una somma equivalente a chi presenti una lettera di credito da loro emessa presso la filiale della banca ad Avignone. Ciò avrebbe evitato il pericoloso viaggio delle monete d’argento attraverso tutta l’Italia e la Costa Azzurra.
Il secondo dramma nella vitadi Sybille esplode però all’arrivo ad Avignone: in città non c’è più alcuna filiale dei Buonaccorsi. La banca era fallita e i banchieri erano scappati senza liquidare i clienti, un’esperienza oggi ben nota ma allora quasi incomprensibile. Come in questo secolo, gli uomini di finanza non avevano svolto a dovere il loro mestiere ma potevano prevalere sui clienti anche grazie a quelle che gli economisti chiamano “asimmetrie informative”: conoscevano circostanze che gli altri ignoravano, ad esempio sull’effettivo stato della loro impresa o dei mercati.
Sybille piange, ma non si arrende. Oltre dieci anni più tardi, nel 1355, la troviamo a Firenze dove affida una denuncia contro i Buonaccorsi al tribunale della Mercanzia. Vuole indietro i suoi soldi. Sarà una sfida giudiziaria lunga molti anni, nella quale i banchieri si difendono mettendo in dubbio l’identità giuridica della ricorrente, le qualifiche professionali del suo “notaio” (avvocato) ser Zanobi di Buonaiuto Benucci e mille altri passaggi procedurali. Nel 1362 le parti stavano ancora litigando davanti ai giudici, e dell’esito della loro battaglia legale non resta purtroppo traccia. Certo i grandi banchieri fiorentini si seppero difendere con ogni possibile argomento tecnico a loro disposizione. E se la loro opaca cavillosità oggi ricorda qualcosa, ci sarà pure un perché.

Federico Fubini

“La Repubblica“,
23 dicembre 2013

Chi lavora per Babbo Natale….

babbiOgni giorno macinano centinaia di chilometri, spostano tonnellate di merci in partenza e in arrivo. Bancali, scatoloni e pacchi seguono il flusso del mercato: dal produttore al consumatore, per finire la corsa sotto gli alberi addobbati di migliaia di famiglie. A fare il lavoro sporco sono le braccia invisibili della logistica, sono gli “schiavi di Babbo Natale”, quelli che in questo mese di massimo sforzo assicurano che elettrodomestici, libri e vestiti arrivino nei negozi o direttamente a casa. Il subappalto a lavoratori di serie B senza regole è diventato la normalità ma raggiunge il suo massimo a dicembre, quando gli ordini schizzano e la richiesta di facchini e autisti inverte il trend della disoccupazione dilagante. Perfino le lettere e i biglietti di auguri non sono immuni dallo sfruttamento. Operai romeni, tunisini, marocchini, egiziani, pachistani, cinesi sono la manodopera che carica, scarica, trasporta interi container con paghe basse e ritmi forsennati. Spesso inseriti in cooperative fittizie a cui le imprese di questo settore affidano le consegne. «Nate nel Novecento come simbolo della partecipazione le coop sono diventate il simbolo dello sfruttamento» sostiene Domenico Tambasco, avvocato specializzato in diritto del lavoro: «Aperte e chiuse nel giro di una notte sono tombe fiscali dove non esiste l’articolo 18 e non c’è nessuna garanzia per i debiti accumulati». Offrono prezzi stracciati e tanta flessibilità in cambio di nessun diritto. Il comparto della logistica comprende 460mila addetti e fattura 200 miliardi di euro l’anno, rappresenta il 13 per cento del Pil nazionale ma è ancora fermo al Medioevo del rispetto delle regole: buste paga fasulle, lavoratori in nero, evasione di contributi, sfruttamento, soprusi, corruzione, negazione di diritti elementari…….

LA MARATONA QUOTIDIANA DI AMAZON
Amazon è il più grande rivenditore su Internet. Iniziò come libreria online, ma presto allargò la gamma dei prodotti venduti e acquistati a Dvd, musica, software, videogiochi. Oggi sul sito si possono trovare abbigliamento, mobili, orologi, gioielli e perfino accessori per auto e moto. «Tu vendi il prodotto, noi lo spediamo» la formula del colosso americano che in Italia ha aperto nel 2011 a Castel San Giovanni (Piacenza) il suo centro di distribuzione. Su 25 mila metri quadrati di superficie lavorano oltre 300 dipendenti. I problemi però non mancano: contratti interinali, ingresso vietato ai sindacati e una corsa quotidiana da 20-25 chilometri per gli addetti alle spedizioni. Per ogni turno si sposta merce da uno scaffale all’altro con lunghezze da maratona. «In magazzino hai 33 secondi per concludere un ordine», racconta Giuliano Zuavi della Filcams-Cgil di Piacenza: «Tempi rigidamente contingentati attraverso un dispositivo dove arriva l’ordine di spedizione. È massacrante: se ci metti più secondi vai in debito e nell’ordine successivo devi recuperare. Costringono le persone alle corsa». Anche per fare pipì bisogna chiedere il permesso al tutor che ti scorta in bagno. Ecco le giornate da prima rivoluzione industriale: con la distanza coperta in un mese da qui si potrebbe arrivare a Roma, percorrendo 550 chilometri.

«Come molte altre aziende abbiamo delle aspettative rispetto alla produttività. I target sono fissati con obiettività in base ai livelli delle prestazioni raggiunti precedentemente dalle nostre migliaia di dipendenti» è la spiegazione di Stefano Perego, capo di Amazon Italia Logistica. Altro punto dolente sono i contratti interinali, una o due settimane, fino a scegliere i dipendenti più resistenti. Secondo i sindacati solo uno su venti riesce a sopportare questi ritmi. ….

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2013/12/17/news/gli-schiavi-di-babbo-natale-1.146328

I compiti a Natale? Non servono a niente

Mi raccomando, avete più di venti giorni di ferie, cercate di recuperare!». Non so quante volte i professori c’hanno detto questa frase. C’hanno detto?…..

C’è l’antivigilia, con quel clima spensierato: che facciamo quest’anno per il cenone? Il pesce dove lo prendiamo? Sono pensieri che occupano la mente. Poi la vigilia e niente, a Caserta (ancora oggi ci torno) si passeggia su e giù per via Mazzini e il Corso, ci si abbraccia, baci, commenti, si entra nei negozi, si beve una cosa, insomma non si desidera pensare ai compiti. Poi Natale, Santo Stefano.

E’ vero il 27 si dovrebbe riprendere,tuttavia è un giorno ingannevole. Pensi, c’è ancora il 28, il 29 e il 30. Poi la settimana dell’Epifania. Quindi dici e a te stesso -anche perché sei un po’ nauseato da dolci e affini – domani recupero…….

http://www.corriere.it/scuola/13_dicembre_19/i-compiti-natale-non-servono-niente-dc84f7a0-6af2-11e3-b22c-371c0c3b83cf.shtml